Tracy Merano, un debutto con anima sulla lunga durata

Doveva uscire già lo scorso inverno questo primo disco della cantautrice Tracy Merano, poi le tristemente note vicende legate alla pandemia ne hanno posticipato i tempi, costringendo la giovane meranese, che ha mutuato il nome d’arte dalla sua città, a cambiare i propri programmi, senza però perdersi minimamente d’animo. Così all’inizio dell’autunno Save Your Soul, questo il titolo del disco, ha finalmente visto la luce e in attesa della riapertura dei negozi è disponibile attraverso il sito di Tracy.

La songwriter meranese in realtà ha già altri lavori alle spalle, ma questa è la prima volta che si cimenta con un disco a lunga durata, un long playing si sarebbe detto se fosse un 33 giri, come si usava quando il supporto usato per immagazzinare i suoni aveva una consistenza e un’importanza maggiori.


“In verità – ci racconta la giovane cantautrice – avevo sempre desiderato fare un disco del genere, un disco con stili differenti ma con un sound omogeneo e maturo. La musica pop per me è molto importante, anche se amo e ascolto anche molti altri generi. Mentre lavoravo alla realizzazione di Save Your Soul mi sono resa conto della maturazione che avveniva in me e la cosa fondamentale, per ottenere questo risultato che desideravo, era farlo con dei musicisti veri, lontano dai suoni midi del mio computer usati per i dischi precedenti. Sono convinta che il suono sia più naturale e sincero se lo fai con dei musicisti reali.”
Come darle torto, parole sacrosante, e la riprova balza spontanea dagli altoparlanti, ascoltando questo disco di pop freschissimo e accattivante, lontano dalle sonorità usate negli EP di Tracy usciti in precedenza o nei video/singoli a essi accompagnati. L’aver optato per andare in un vero studio per dare forma al disco ha contribuito poi a valorizzare particolarmente le belle sfumature della voce di Tracy.
“Ho voluto cercare uno studio – prosegue Tracy – in cui oltre a esserci gente con cui mi trovassi bene, fosse un po’ come essere a casa, perché l’ambiente e l’atmosfera sono fondamentali per me e il Bucket hill Studio di Markus MacMayr è stato il luogo giusto in cui trascorrere i diciassette giorni che ci sono voluti ad effettuare le registrazioni. Markus si è occupato anche della produzione, mentre per il mastering ho chiesto ad Armin Rainer, che conoscevo da tempo e con cui avevo già lavorato: lui mi garantisce sicurezza ed ha una grandissima esperienza in questo campo.”
E le scelte di Tracy si sono rivelate decisamente azzeccate, se poi ci si aggiungono i musicisti che l’accompagnano e che contribuiscono al risultato finale, il gioco è fatto. In particolare spicca il lavoro di Michele Bonivento alle tastiere, ma ovviamente gran parte ha anche MacMayr che oltre a produrre cura gli arrangiamenti e suona la batteria, c’è poi l’infallibile sezione fiati con Gigi Grata, Fiorenzo Zeni e Christin Stanchina, Paolo Legramandi è al basso mentre le chitarre sono di Stefano Dallaserra e Valerio De Paola dà una mano a tastiere e cori.
Purtroppo, come si diceva in apertura, il Covid-19 ha messo i pali fra le ruote alla promozione prevista per questo disco e ora Tracy deve un po’ reinventarsi tutte le situazioni, ma entusiasta e dinamica com’è non si perderà certo d’animo.
“Intanto, durante il lockdown – ci spiega – per non rimanere con le mani in mano ho fatto un singolo con Mental, al secolo Alexander Richter, un brano intitolato ‘Time Out’ che contiene impressioni e pensieri sbocciati proprio durante quel periodo. Ho sempre tante idee per le mie canzoni. Quasi ogni giorno me ne vengono in mente e appena ho tempo ci lavoro su. Scrivo in particolare su cose che mi sono successe o esperienze personali. Per promuovere Save Your Soul c’erano in previsione dei concerti, in particolare in Germania, evidentemente cancellati per via del Covid, così intanto oltre che in formato solido sul mio sito, il disco è disponibile sulle classiche piattaforme come Spotify, Youtube e via dicendo.”
Ma non è tutto, per non lasciare nulla di intentato, in attesa che le cose migliorino, il prossimo 27 novembre, Tracy lancerà il primo singolo tratto da questo suo disco.

Copiright foto principale: GerdEder

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Lo “stradon” di Laives

Sarebbe curioso sapere quanti ragazzi di Laives abbiano mai sentito parlare dello “stradon”. Probabilmente pochi, o forse nessuno. Invece fino agli anni ’70/’80 del secolo scorso quasi nessuno usava il nome ufficiale della via principale di Laives, si chiamasse Nazionale o, successivamente, J.F. Kennedy. Per la maggior parte dei laivesotti la via che dal tabaccaio “Sergio” (oggi “Barbon”), fino al dopoguerra capolinea del tram, conduceva in linea retta all’hotel Ideal e, dopo una semicurva, ai bar Defranceschi/Ravina e Nazionale/Manzana, era semplicemente “el stradon”.
Lo stradon era, in un certo senso, un territorio extraurbano che ospitava un avvenimento che nulla aveva a che vedere con la vita quotidiana del paese. Gli oziosi di allora raggiungevano la “piazza” o “crosara”, uno spazio comune del quale era rimasto solo il nome proprio per fare posto allo stradon – che in precedenza s’insinuava tra i muri a secco e le case in via D. Chiesa e Marconi – e sostavano per ore sul ciglio della strada o seduti sui gradini del “Caracristi” o, di fronte, del Consorzio Agrario. Lo spettacolo che andava in scena, specialmente da Pasqua ai Morti, era quello del transito di un cordone interminabile di colorate autovetture germaniche dirette al Garda o ai lidi adriatici, luoghi fantastici mai visitati dalla gioventù locale. Il traffico, in quegli anni di boom economico, era intenso, e si faceva in tempo a scrutare le facce straniere all’interno delle vetture che procedevano a passo d’uomo. Ogni macchina uno scambio di occhiate compiaciute, un commento salace, o, spesso, il gelo dell’indifferenza. Insomma, lo stradon era un nastro su cui transitavano, insieme alle ore vuote d’estate, sogni, visioni, storie di vite sconosciute. Questo enorme spettacolo conobbe il suo epilogo l’anno in cui entrò in funzione l’autostrada del Brennero. D’un colpo, lo “stradon” divenne una via paesana. Vi sistemarono perfino un semaforo, dove prima un autorevole vigile urbano indirizzava con gesti solenni le macchine teutoniche verso mete inesplorate. Eh già… Chi ancora si recava in “crosara” ora vedeva solo facce note, macchine di amici e conoscenti. Insomma uno spettacolino casereccio che nulla aveva a che vedere con il colossal di prima. Ma da dove prese il suo nome quella strada? Dobbiamo tornare indietro nel tempo di secoli, forse di un paio di millenni. Infatti questa via è antichissima e probabilmente non è mai stata abbandonata dal tempo dei Reti in poi. Ai piedi della montagna collegava, in alternativa al ramo della via Claudia Augusta d’Oltradige, Ora, Bronzolo, Laives, Sissa (Pineta), S. Giacomo e Pons Drusi. E proprio in epoca medievale, quando vi transitavano gli sfavillanti cortei degli imperatori germanici diretti a Roma, prese quel nome un po’ ridondante di “stradon” (tridentino).

Copyright: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

Prima che sia troppo tardi…

L’autocritica è una virtù rara che i cattolici chiamano significativamente “esame di coscienza”. Personalmente penso che noi abitanti della provincia di Bolzano, e con noi i nostri governanti, dovremmo approfittare di questo nuovo lockdown per fare per lo meno una profonda riflessione.
Molti di noi in primavera hanno sperimentato per lo meno il significato se non addirittura gli effetti, in famiglia o attraverso i conoscenti, della grave malattia che ci sta mettendo in scacco. Ma è evidente che questa esperienza – ripeto: diretta o indiretta – non ha prodotto la necessaria profonda consapevolezza che porta a una generalizzata responsabilizzazione.
Tutti noi sapevamo che vi era un forte probabilità che il virus si rifacesse vivo dopo l’estate, ma molti di noi hanno preferito non pensarci o – peggio ancora – comportarsi come se niente fosse. E l’atteggiamento di questi molti, ahinoi, è stato di fatto promosso e giustificato, per lo meno indirettamente, dalla politica locale che – fino a quando ha potuto, ovvero fino a ieri – ha lasciato che le normali attività di aggregazione si svolgessero secondo consuetudine.
Non è dunque per uno scherzo del destino se la provincia di Bolzano, oggi, è una delle zone d’Italia maggiormente messe in ginocchio dalla seconda ondata di Covid-19. Una buona parte di responsabilità l’abbiamo tutti noi, che abbiamo potuto e voluto rischiare, tra l’altro supportati da un’autonomia decisionale che – mentre tentava disperatamente di mantenere larghe le maglie – allo stesso tempo creava disorientamento nella popolazione locale, notoriamente più ligia alle regole rispetto al territorio nazionale ma – appunto – spasmodicamente impegnata nel tentativo di capire quali fossero mai, queste benedette norme sempre più contraddittorie e mutevoli.
Da qualche giorno l’intero territorio provinciale è tappezzato di manifesti sui quali troneggiano due scritte: “prima che sia troppo tardi” e “adesso tutti” (intendendo con questo la necessità di utilizzare tutti, finalmente e correttamente, la mascherina).
Noi tutti sappiamo come si inserisce la retromarcia. Il problema è che non è così facile “scalare” dalla quarta. Ma ce la faremo, ne sono davvero certo.
Abbiate cura di voi!

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

La fondamentale differenza tra essere in rete o fare rete

La recente, seconda ondata pandemica che sta travolgendo l’Italia in questi giorni sta nuovamente portando alla luce quanto i dati stiano diventando sempre più importanti per prendere decisioni strategiche. Senza i dati siamo letteralmente ciechi, con i dati possiamo capire cosa sta succedendo. Non stupisce quindi che l’analisi del rischio di tracollo dei sistemi sanitari locali sia basata, ad oggi, sull’analisi dell’andamento di tutta una serie di dati fondamentali, come la velocità di trasmissione del contagio, il numero di posti occupati in terapia intensiva, e così via. Il problema è che questi dati vanno raccolti, raffinati, messi assieme, aggregati, trasformati. Come nelle ricette di pasticceria, ognuno di questi passaggi va effettuato con grande cura, attenzione e precisione: un singolo errore può pregiudicare il risultato finale. Altrettanto importante è assicurarsi la qualità della materia prima: dati grezzi che non rappresentano fedelmente la realtà porteranno, alla fine della catena, a prendere decisioni sbagliate. Per i tecnici informatici che si occupano di gestire e analizzare i dati, questo fenomeno è noto con il temine “spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita”. Si tratta di un tema apparentemente banale, che però viene fin troppo spesso dimenticato: si parla sempre della “quantità” dei dati (i famosi “big data”), senza enfatizzare l’importanza della “qualità” dei dati. Le cronache recenti sul Covid-19 in Italia stanno, in modo drammatico, portando alla luce proprio questo tema: si parla di “dati che arrivano in ritardo”, di “buchi nei dati”, di “difficoltà nel comunicare i dati”, e così via. Ma come mai è così difficile “muovere” questi dati in modo corretto, in una società che ha a disposizione le più moderne e sofisticate tecnologie per la memorizzazione e l’integrazione dei dati? La risposta sta nel fatto che siamo sempre di più “in rete”, ma ancora non in grado di “fare rete”. E questa incapacità di coordinarsi collettivamente si trasporta purtroppo nei nostri sistemi informatici: invece di avere pochi sistemi capaci di scambiarsi direttamente dati “parlando la stessa lingua”, ci troviamo con migliaia di software diversi, isolati l’uno dall’altro, e che raccolgono dati con formati molto diversi. In questo contesto, ogni trasferimento da un sistema all’altro richiede che altri software, o l’uomo stesso, facciano da “traduttori”, con tutti i ritardi e gli errori che ne conseguono. Le tecnologie per risolvere questi problemi ci sono, sta a noi rimboccarci le maniche e smontare pezzo per pezzo questa torre di Babele.

Autore: Marco Montali

Quelle tre grandi Porte che raccontano la storia del centro

Ogni città di origine medievale, nei più dei casi, ha delle porte che cingevano l’antico nucleo urbano, e Merano non fa eccezione a tale assetto urbanistico.
Le porte a difesa della città, presidiate da truppe armate, la notte venivano a serrarsi. Durante il giorno esse si aprivano allo stupore di chi proveniva dagli altri centri minori, di questi poveri “villani” che udivano, forse per la prima volta, il vociare dei mercanti, dei vari venditori di spezie e di tessuti e del battere il ferro da parte dei maniscalchi.
Merano ha ancora tre di tali porte di accesso alla città: le porte Passiria, Bolzano e Venosta. A queste bisogna aggiungere anche la Porta Ultimo, demolita nel 1858 per allargare il tessuto urbano verso Corso della Libertà. Fra tutte queste, quella considerata la più importante è la Porta Passiria: dall’aspetto severo e arcigno, collegava Merano verso nord, verso i castelli di San Zeno e Tirolo, e in essa è ancora visibile il collegamento con la cinta muraria e tracce della serranda che ne chiudeva l’apertura. In corrispondenza aessa si apriva il ponte più antico della città con il corrispettivo sentiero verso la val Passiria.
Altra porta di notevole rilevanza, era la Venosta, attualmente adiacente al convento dei Cappuccini. Controllava l’ accesso della città da ovest e sotto di essa passavano le carovane dei mercanti veneziani e svevi che si recavano verso passo Resia. Merano su tali transiti godeva di particolari “privilegi imperiali” (dazi) su tali beni di passaggio. Menzionata dal 1290 è fra tutte quelle cittadine quella meno caratteristica, frutto di rimaneggiamenti del Diciasettesimo secolo.
Utilizzata per lungo tempo come prigione, su via delle Corse una lapide ricorda che Andreas Hofer il 28 gennaio 1810 fu interrogato dal generale francese Huard.

Fra quelle meglio conservate, si erge imponente Porta Bolzano: ha la forma tipica delle classiche porte cittadine altoatesine; come a Brunico, Bressanone o Glorenza su di essa sono impressi gli affreschi con gli stemmi della Casa d’Austria e un altorilievo tardogotico.
Merano a differenza di altre città, che hanno dovuto sacrificare il proprio storico tessuto urbano alla modernità, conserva queste perle caratteristiche che raccontano la sua storia.

In foto principale: (a sinistra) Porta Ultimo, demolita nel 1858,
(a destra) Porta Bolzano – copyright: ManfredK

Autore: Flavio Schimenti

Alla scoperta dei giardini segreti di Bolzano, prima parte

Bolzano, come tante altre città europee, a partire dal XVII sec. inizia a circondarsi di giardini per lo più privati. I frutti di tale trasformazione li iniziamo a notare dalle vedute della città di Mattheaus Merian (1645). In prossimità di ogni complesso edilizio si cominciano a tracciare giardini ritagliati su forme geometriche ben distinte. Prendono cioè a codificarsi quelli che verranno chiamati “giardini all’italiana”, teorizzati e realizzati da Leon Battista Alberti, Bramante, Raffaello e Giulio Romano. Le masse arboree e gli elementi decorativi creeranno forme geometriche elementari, ambientate in uno spazio articolato secondo una visione prospettico-geometrica di significato essenzialmente architettonico. All’orto coltivato per la pura sussistenza quotidiana si sostituisce ora in città un luogo dove poter godere di piante esotiche od ornamentali e coltivazioni di fiori, per la pura soddisfazione visiva. A Bolzano tali luoghi erano sempre esistiti, ma erano unicamente relegati all’interno dei chiostri dei conventi o all’interno dei cortili dei castelli, ma con il Seicento, diventano spazio usufruito anche dalla borghesia e dalla nobiltà cittadina.
Fra quelli più belli, famosi, nascosti e ornamentali in città, troviamo il giardino di palazzo Toggenburg in via Castel Roncolo. Il blocco principale dell’edificio di origine medievale, che si sviluppa principalmente verso piazza Madonna, cela dietro di se uno dei giardini più belli di Bolzano. Il palazzo è frutto di diverse trasformazioni e diversi passaggi di proprietà, a partire dal 1602. Nel 1824 l’ingegnere Antonio Argenta di Fonzaso darà quindi al giardino parte della configurazione attuale. In prossimità dei blocchi principali degli edifici egli porrà due grandi aiuole di netta forma geometrica, una quadrata e una rettangolare, suddivise entrambe da quattro elementi parcellizzati da incroci geometrici intersecanti. Grandi cespugli e aiuole ne fanno una sorta di labirinto con al centro un perno visivo arboreo. Nel 1856 il conte Ludwig von Sarenthein, che in quel giardino tenne la prima mostra dei fiori di Bolzano, vi apportò altre trasformazioni. Vi piantò: cedri oggi ultracentenari, ginko biloba, faggi, macchie di bambù e camelie. Al Settecento appartengono, immersi nel verde, i busti delle Quattro Stagioni, opere in arenaria di indiscussa qualità artistica. All’Ottocento risale invece la statua di Venere accompagnata da Paride. Durante la stagione primaverile, ma anche autunnale, il giardino si riempie di una varietà cromatica di colori e di profumi, in grado di lasciare tuttora meravigliati tutti i fugaci astanti.

In foto principale: Un scorcio del giardino di Palazzo Toggenburg

Autore: Flavio Schimenti

Merano: questa giunta non s’ha da fare, né domani né mai

I meranesi, lo scorso 4 ottobre, hanno rieletto sindaco Paul Rösch con una coalizione che poteva contare su 12 consiglieri. Per avere la maggioranza (almeno 19 seggi) sarebbe bastata la Svp, partner quasi obbligato, che ha però negato il suo appoggio. Ogni altra opzione non ha trovato consenso e il Comune è stato commissariato.

Erano state messe sul tavolo diverse soluzioni. La prima, da parte del sindaco: una grande coalizione comprendente i partiti vincitori (Verdi, Team K, e Sinistra ecosociale), le due liste civiche e la Svp. Ma fin dall’inizio gli interlocutori hanno imposto un veto sulla collaborazione con i partiti di sinistra. È ovvio che Rösch non potesse lasciar fuori coloro grazie ai quali era stato eletto. Sono state fatte altre ipotesi, nessuna accolta. La Svp ha proposto di portare il numero degli assessori da 7 a 8, forzando così la composizione etnica della giunta. Ma ciò cozza con la legge sull’ordinamento dei comuni e avrebbe condotto a ricorsi.
È normale che chi esce sconfitto dal ballottaggio cerchi di ostacolare l’avversario. Però l’idea che per rispettare la “volontà del popolo” in una giunta debbano essere presenti sia vincitori che vinti in proporzione ai loro eletti è un po’ bizzarra. Come se Trump pretendesse di essere presente al 49 per cento nell’amministrazione Biden. In una democrazia normale governa chi ha vinto le elezioni. Gli altri partecipano dai banchi dell’opposizione. Tutti insieme concorrono alla realizzazione del bene comune (e non di interessi di parte, ad esempio nel campo dell’urbanistica).
La vicenda di Merano mostra come la “questione etnica” sia ancora il fumo al riparo del quale lavorano le lobby e si costruisce il sistema di potere altoatesino (al quale uno come Rösch non è organico). La vera “questione etnica” oggi non è tedeschi-italiani, ma etnico-interetnico.
L’approccio interetnico, già da decenni – e non solo in politica – è vissuto come un’anomalia da normalizzare. Merano non ha bisogno di un sindaco “italiano” o “tedesco”, ma di un primo cittadino capace di cogliere l’anima di una piccola città europea.

Autore: Paolo Bill Valente