Parco Tambosi: monumento dell’Alpino

Importante momento delle celebrazioni dei 60 anni di vita del “Gruppo Alpini Oltrisarco” fu l’inaugurazione del “Monumento all’Alpino”, che dal 1° settembre 2013 si trova nel Parco Tambosi, proprio davanti all’attuale sede del Gruppo. A solennizzare l’evento, oltre all’alzabandiera, ci fu la presenza, insieme a numerose penne nere, del presidente della Sezione A.N.A. Alto Adige, Ferdinando Scafariello, del sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, del vicepresidente della Provincia, Christian Tommasini. Si aggiunsero le esibizioni della Banda A.N.A. del Gruppo di Gries e del Coro Castel Flavon, nonché i 60 metri di bandiera tricolore in sfilata. Alla benedizione pensò don Lamberto Viari. A ideare il monumento fu il Capogruppo onorario, Gaetano Orologio (onorario per i tanti anni di servizio prestato come Capogruppo): ci voleva un segno che ricordasse gli alpini del Gruppo, specie quelli “andati avanti”. La stele, in acciaio inossidabile, stampata a laser, è della carpenteria Barbisan. La grafica è del socio Enzo Righetti; la scritta è quella dello storico striscione dei cortei: “ALPINI IERI OGGI DOMANI SEMPRE”. Suggestiva è l’immagine che si scorge dall’intaglio nell’acciaio: tra le svettanti cime sale un alpino trainando un mulo, “ch’arranca per la gréve sòma”. Dal 17 marzo 1953, data di nascita del Gruppo (attualmente 94 soci, tra Alpini e aggregati), sono stati ben 17 i soci a svolgere il servizio di Capogruppo, dal primo, Carlo Vidra, all’attuale, Mauro Vanzo. Circa la sede, dopo anni di ritrovo nei bar del rione, ci fu la prima sede nella Casa Rossa (ora Caserma della Finanza), poi in via Lungo Isarco Sinistro 5, via Maso della Pieve 50, infine in via Claudia Augusta 52, nel complesso delle scuole Tambosi. Sono varie le iniziative culturali, ricreative e sportive…di impegno civico e di solidarietà, con le quali il Gruppo vuole incarnare lo “spirito di corpo”. Un vivo grazie a nome di molti… e… continuate così!

Autore: Leone Sticcotti

Disco, film e tour per Herbert Pixner & Italo Connection

Il progetto Italo Connection di Herbert Pixner supera i muri sullo slancio di una musica apprezzatissima su tutti i palchi che si trovano a nord di Bolzano. Dopo la “prima” del film dedicato al tour 2019, il musicista della val Passiria assieme ai suoi musicisti sta per ritornare in viaggio. Il nuovo tour dopo Collepietra e l’UFO di Brunico, sarà nei prossimi giorni a Innsbruck, Wörgl, Berlino, Monaco, Linz, Salisburgo, ecc. Ancora una volta sull’onda dell’entusiasmo.

Herbert Pixner è infaticabile, la sua voglia di fare musica è tale che nemmeno nei mesi invernali (durante i quali era solito prendere vacanza dal suo essere on the road con l’Herbert Pixner Projekt) riesce a stare con le mani in mano: si è concluso da poco un a dir poco trionfale tour in cui il Projekt (per l’occasione quintetto con l’aggiunta di Mario Punzi) era accompagnato nientemeno che dai Berliner Symphoniker (23 concerti in 27 giorni, sempre tutto esaurito!), ma Herbert è più che mai lanciato verso nuove avventure.
Lo scorso 13 dicembre, alla faccia di ogni scaramanzia era un venerdì, nella sala 1 del Filmclub bolzanino si è tenuta la prima assoluta del fantastico documentario realizzato da Christoph “Zucco” Franceschini che lo scorso febbraio ha seguito Pixner e il suo progetto laterale, l’Italo-Connection. Ora il film è richiestissimo presso le varie sale cinematografiche regionali e del Tirolo, a testimonianza di come il nome del fisarmonicista della Val Passiria sia il più spendibile in assoluto tra i molti musicisti di casa nostra.
È emozionato Herbert Pixner alla presentazione di quello che potremmo definire un road movie vero e proprio più che un semplice documentario musicale: il mettere in piedi una formazione come la Italo-Connection non deve essere stata cosa facile visto il coinvolgimento (oltre che suo) di altri sei assi della musica altoatesina: Manuel Randi, Mario Punzi, Alex Trebo, Max Castlunger, Martl Resch e Marco Stagni.
“Le aspettative sono state decisamente più che confermate – racconta Herbert – se consideri che dopo la prima serata a Vipiteno siamo partiti per altri dodici concerti arrivando fino a Berlino e poi tornando indietro facendo tappa ad Amburgo, Salisburgo, Graz… è stato un bel viaggio, il viaggio di sette amici che si sono trovati sui palchi per fare musica, ad essere lì per la musica. Per tutti e sette la musica è un punto di riferimento determinante, la musica lo stare insieme sul palco. Diventa quasi una cosa sacra: la musica diventa la nostra lingua comune, l’unica lingua”.
Già, perché questa superlativa formazione, il cui genere potrebbe essere identificato come funk/rock/fusion ma che volutamente cerca saggiamente di sfuggire alle sterili gabbie della definizione, sembra essere splendidamente riuscita laddove in Alto Adige la politica fallisce da settantacinque anni in qua: tre italofoni, due germanofoni, due ladini. O più semplicemente sette altoatesini: nelle immagini girate da Mauro Podini sotto la direzione di Franceschini tutto questo emerge con naturalezza: ognuno parla nella sua lingua, o parla quelle degli altri, tutti si capiscono, s’intendono e la forza che sprigionano sul palco è incontenibile.
“Il pubblico tutto questo l’ha capito – continua Pixner –, il fatto che noi viviamo per la musica è percepito benissimo. Il programma cambia ogni sera, c’è molta improvvisazione, ci sono i brani firmati da noi. Con questo tipo di gruppo posso ripescare brani che ho scritto per il Projekt, e quindi eseguiti solitamente in un’ottica più legata al folk, e rivestirli di abiti nuovi, perché quando scrivo un brano lo faccio pensando sempre alla possibilità di eseguirlo in un arrangiamento diverso. Il quartetto è sempre la base minima, però nella mia testa suonano già con batteria, percussioni, tastiere, o come nell’ultimo tour, con l’orchestra”.
Grande personalità, professionalità, rispetto di ciascun musicista per i propri colleghi, tutto questo emerge dalle immagini del film, sia nelle riprese live, che nel backstage, o mentre la band è in viaggio sul nightliner, il lungo bus/casa a bordo del quale tutti hanno vissuto per le due settimane di durata del tour.
“Per quanto mi riguarda – è ora il regista Christoph Franceschini a parlare – sono soddisfattissimo di questo lavoro. Poi, se sia venuto bene o NO saranno gli spettatori a stabilirlo. Sono convinto che rappresenti il Sudtirolo come dovrebbe essere, ognuno parla la propria lingua, gli altri capiscono, senza barriere, perché soprattutto la musica non ha barriere. Trovo anche che sia un film autentico perché fa vedere questi artisti come sono nella vita, non delle star come appaiono quando sono sul palco, ma dei musicisti bravissimi che anche se sono delle star si portano in giro gli strumenti da soli. E che dire della modestia di Herbert, che sul palco cerca di essere defilato quasi, nonostante il suo nome sia quello che fa registrare al gruppo il tutto esaurito quasi automaticamente”.
La Italo-Connection sarà di nuovo in tour dal 29 gennaio, con una prima data a Collepietra, poi il giorno dopo sarà all’UFO di Brunico e poi via a Innsbruck, Wörgl, Berlino, Monaco, Linz, Salisburgo… e col primo concerto dovrebbe essere disponibile il disco dal vivo tratto dal tour precedente con annesso DVD del film di Franceschini.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Il santuario di Pietralba #1

LAIVES Il santuario alla “Dolorosa Madre” o “Madonna di Pietralba” esiste dall’anno 1553. Si trova “a sud est rispetto alla città commerciale di Bolzano e a quattro leggere ore di cammino da Laives”, scrive Pius Maria Weissensteiner in occasione del terzo centenario “del ritrovamento della Sacra Immagine dal 16 al 24 agosto 1853.”
Pietralba non ha mai fatto parte del territorio comunale di Laives ma fino al 1242 era anch’essa sottoposta alla giurisdizione di Bolzano come “Nove theotonice“. Più tardi, metà del tribunale di Teuschennoeven / Nova teutonica appartenne ai potenti Niederthor di Bolzano, l’altra metà ai ministeriali vescovili Lichtenstein di Laives. Costoro sull’altipiano del Monte Regolo possedevano masi e boschi che contribuirono notevolmente alla loro ricchezza. Ciò nonostante, da sempre esiste uno strettissimo legame tra le due località. Ciò dipende innanzitutto dal fatto che da Laives, dove esistono una strada e una locanda con questo nome, parte il sentiero per raggiungere la località montana ma, ancor più, dalla circostanza che la Sacra Immagine della Madonna, nel corso dei secoli, è più volte passata da un luogo all’altro, tanto che a un certo punto – e fino a oggi – non si è più capito dove si trovasse quella autentica.
È ampiamente nota la leggenda del contadino Leonardo, detto il Weissensteiner. Per motivi ignoti cadde preda di attacchi di follia “che spesso si trasformarono in vera e propria furia”, tanto che “la sua famiglia si vide costretta a rinchiuderlo per tre anni”. Dopo una caduta in un burrone dalla quale uscì miracolosamente illeso, nel corso della realizzazione di una cappella in onore della Madonna che gli era apparsa nella sua invasione, ritrovò sotto terra “la pregevolmente elaborata Immagine della Madonna”.
Meno nota è la circostanza avvenuta alcuni secoli dopo, quando l’imperatore Giuseppe II, primogenito di Maria Teresa d’Austria, nell’ambito della sua discussa riforma religiosa di stampo liberale fece chiudere oltre 700 conventi e santuari – tra cui 21 nel solo Tirolo, e tra questi anche Pietralba. Il più noto e frequentato santuario del Land, che annualmente veniva visitato da migliaia di pellegrini, il 21 novembre 1718 era passato in custodia ai servi di Maria di Innsbruck. Questi avevano fatto costruire, sotto la direzione di padre Augustin Abfalterer, un convento. Nel 1722 il convento fu ultimato ma già prima, nel 1673, era stata inaugurata la chiesa in stile rinascimentale.

Autore: Reinhard Christanell

I “rosti” negli edifici bolzanini

Elementi significativi di completamento dell’architettura bolzanina e altoatesina sono quelle strutture in ferro battuto poste sotto l’intradosso dei portali in pietra. Il loro scopo è analogo a quello dei lucernari posti sopra i cavedi, dove questi danno luce in verticale agli ambienti posti all’interno di essi, mentre i rostri servono per dare luce sul piano orizzontale. Nei portali sono posti sopra i due battenti delle porte di accesso all’abitazione e danno sia luce che aria agli ambienti interni, spesso bui, angusti e maleodoranti. Nel Medioevo hanno la forma di semplici inferriate, ma nel ‘600 e sopratutto nel ‘700, giungono alla apoteosi stilistica. Essi completano i portali, barocchi o rococò, con le medesime forme eccentriche di tali stili. Nelle volute troviamo motivi a rochei intrecciati con figure floreali – spesso col motivo della rosa canina – o figure antropomorfe e stilizzate o mascheroni. Un motivo puramente funzionale diventa motivo di pregio e di decoro della facciata e della casa di chi la abita. Stupendi e fantastici ricami in ferro battuto si susseguono sopra i portali bolzanini con una sorta di continuità negli edifici del centro storico. Vengono caratterizzati col motivo del fiore “a fuso”, costituito dagli avvolgimenti dello stelo del fiore a guisa di spirale, sostituito successivamente col motivo a “cartilagine”, realizzato con una tecnica di incisione a caldo.
La lettura intera di un edificio, anche dal punto di vista stilistico, non può prescindere da questo relativamente piccolo, ma importante manufatto. Le maestranze bolzanine e più in generale quelle altoatesine erano impareggiabili nel forgiare e modellare tali strutture. Stupende sono quelle presenti nei portali nel palazzo del Magistrato Mercantile, realizzate fra il 1726/28 da Franz Unterhofer. Ma bellissime sono anche quelle in piazza delle Erbe, oggi nascoste per lo più dalle bancarelle, una per tutti quella di palazzo Menz, posto nella medesima piazza.
Completavano poi i portali altri elementi di decoro e di utilizzo, quali il batacchio – questo spesso a forma di mascherone – , i pomoli e i cardini, tutti composti in una unica e incredibile unità stilistica.

Autore: Flavio Schimenti

L’autonomia è modello positivo quando diventa bene comune

L’Austria, dopo le elezioni anticipate di settembre, ha un nuovo governo che mette insieme, per la prima volta a livello nazionale, popolari (ÖVP) e Verdi. Il lungo e articolato documento dell’accordo di coalizione dedica alcuni passi all’Alto Adige. Non si parla più di doppio passaporto ma di “modello Alto Adige” e di competenze perdute.

Il paragrafo, collocato tra le priorità regionali della politica estera, si apre con una premessa tutta positiva: “L’Austria continuerà anche in futuro a stare a fianco dell’Alto Adige e a svolgere la sua funzione di tutela (Schutzfunktion). 50 anni dopo l’approvazione del Pacchetto per l’Alto Adige, che ha posto le basi per la moderna autonomia della regione, oggi l’Alto Adige è un modello positivo per un cammino riuscito, che è partito da un conflitto, espressosi anche nella violenza, per arrivare al dialogo e agli sforzi sinceri per trovare soluzioni e una reale tutela delle minoranze”.
Concretamente il nuovo governo di Vienna si impegna affinché siano ripristinate “le competenze che sono andate perdute dopo la quietanza liberatoria del 1992, a meno che le limitazioni non siano da ricondursi al diritto comunitario”. Si tratta principalmente di competenze che erano state limitate con l’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001, questioni che riguardano ad esempio l’urbanistica e il paesaggio, la previdenza, la caccia, l’artigianato e il commercio, l’ordinamento degli uffici, del personale e della protezione civile.
Condivisibile l’affermazione che sia “comune responsabilità di Austria e Italia garantire uno sviluppo indipendente e sviluppare ulteriormente l’autonomia in Alto Adige”, meno che questo debba avvenire solo “in stretto rapporto di consultazione con le rappresentanti e i rappresentanti dei gruppi etnici di lingua tedesca e ladina”. L’autonomia può crescere e restare modello positivo unicamente con il pieno coinvolgimento di tutte le sue componenti.

Autore: Paolo Bill Valente

Primo EP: ecco i perché nella musica di Tea Ducato

Tra le uscite discografiche di fine anno, la scena regionale ci ha regalato il piacevolissimo EP di Tea Ducato, un bell’esordio per una novella cantautrice che va a ritagliarsi un suo spazio nella nutrita schiera di ragazze più o meno giovani che negli ultimi anni hanno contribuito a creare un vero e proprio fenomeno musicale al femminile nell’ambito della canzone d’autore.

Violinista mancata, come lei stessa ci racconta, Tea Ducato è cresciuta a suon di musica, le canzoni dei cantautori italiani più classici, e quindi temporalmente distanti dalla sua generazione e la musica jazz: “Mio papà suona il sax e la chitarra, la musica in casa c’è sempre stata. Quando si andava in giro prima o poi la chitarra saltava fuori e partiva la musica. Sono venuta su a suon di Battisti, De Gregori, Lucio Dalla e il resto del cantautorato italiano. Questo è ancora il genere che prediligo e che mi piace ascoltare. E poi nei viaggi in macchina non mancava la musica jazz, che a noi figli risultava un po’ pesante ma che evidentemente da qualche parte si è intrufolata anche dentro di me visto che in alcune delle mie canzoni spunta fuori lo swing, un genere che mi piace molto”.
Lasciato il violino quasi da subito, per Tea è arrivata la passione per il canto, continuando a cantare dapprima nel coro della scuola elementare: alle superiori poi la passione si è irrobustita spingendo la giovane artista a seguire dei corsi specialistici che l’hanno portata a inserirsi professionalmente nel campo dell’animazione musicale per l’infanzia.
“Lavorare con i bambini mi è sempre piaciuto – prosegue Tea – e poterlo fare abbinandolo alla mia passione per il canto è stato fantastico. Ora frequento il corso di didattica musicale al conservatorio con indirizzo specializzato in canto moderno. Ma non mi era mai passato per la testa di provare a scrivere una canzone. È stato un amico a suggerirmi di farlo per reagire ad una situazione particolare della mia vita: così, un po’ per gioco e un po’ per sfida, è venuta fuori “I tuoi perché” la canzone, scritta in cinque minuti, che ho pubblicato come primo singolo online e che intitola il mio EP”.
Per realizzare il suo debutto, Tea si è affidata alle cure del produttore Lorenzo Scrinzi, recentemente trasferitosi dagli studi in cui lavorava a Laives in quel di Monaco di Baviera: Scrinzi, che ha messo la sua zampata anche nelle produzioni di altri artisti, non solo della regione, ha aiutato Tea negli arrangiamenti ed ha suonato praticamente ogni strumento, con l’eccezione del contrabbasso nel brano eponimo dell’EP affidato a Patrick Barba.
Non è che dallo scrivere la prima canzone al fare il disco il passo sia stato breve, come Tea stessa ci dice: “Ci sono state alcune persone che mi hanno incoraggiata, ma ci ho messo un po’ a convincermi. Il brano era molto introspettivo, un viaggio interiore per esorcizzare un’esperienza da superare, quindi ero un po’ protettiva verso questa mia canzone. Poi mi sono decisa a lasciar andare le briglie e in realtà ora sono felice di come la cosa si è evoluta. Ho conosciuto Lorenzo in quanto frequentavo il centro giovanile No Logo, a Laives, dove lui aveva lo studio e mi sono fidata dei suoi consigli, anzi è stata un po’ una crescita in comune, per lui nel campo della produzione per me in quello musicale, e mi sono divertita davvero tanto a lavorare con lui anche se è stata una cosa lunga”.
Il risultato è un disco composto di sei brani, per ora disponibili attraverso le classiche piattaforme musicali, ma in attesa di essere edito anche in versione per così dire solida. All’ascolto balza subito all’orecchio la voce bella e particolare di Tea Ducato, colpiscono i suoi testi molto diretti e se da un lato si apprezzano le canzoni composte in forma più tipicamente cantautorale, dall’altro non possono passare inosservati gli arrangiamenti misurati e i magnifici cori in stile Trio Lescano, tutti ad opera della stessa Tea, che fanno capolino nella composizione swingata da cui il disco prende il titolo.
La presentazione del disco si terrà venerdì 17 gennaio alle 21 al PippoStage.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo