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Autore: Luca Sticcotti
Intingoletti e sughi sapidi (musicali)
Il finale d’anno ha portato alle nostre orecchie una certa quantità di nuovi singoli, ce n’è davvero per tutti i gusti, come al cenone di San Silvestro: antipasti, primi, secondi, contorni a bizzeffe, dolci, frutti esotici. Vediamoli insieme, uno ad uno.
A svettare su tutti, dimostrando ancora una stoffa di qualità eccelsa e pregiata, c’è il ritorno di Davide Marciano, cantautore della scuola storica, pieno di talento e ispirazione. Dal suo disco sono trascorsi alcuni anni ormai e le scene ha smesso di calcarle da un po’, Marciano non ha però perso smalto e ispirazione, così prima di Natale ci ha regalato un inatteso singolo intitolato Ho sentito una voce, registrato a Vienna col solo accompagnamento del pianoforte suonato da Monika Lang: “È un brano – dice – per me molto particolare e al quale tengo moltissimo, il primo di una serie di singoli, che verranno poi raggruppati. Mi piacerebbe poi mettere tutto su un vinile, ma per ora navigo a vista”. Nell’attesa salutiamo con piacere il ritorno di questo autentico cavallo di razza.
Pochi giorni prima di Natale abbiamo avuto un altro prezioso regalo, il secondo singolo Il lanciatore di coltelli dell’imminente nuovo disco di Andrea Maffei e della sua Spritzband. Anche in questo caso siamo al cospetto di un brano davanti al quale possiamo toglierci il cappello e reclinare la testa. Con la consueta bravura di musicisti impeccabili, i ragazzi della Spritzband dimostrano di essere ancora una volta sul pezzo, in particolare vorremmo citare Giorgio Mezzalira, che oltre alla chitarra qui si cimenta con la voce, cantando la prima strofa del brano di cui è coautore con Maffei. L’attesa del nuovo disco si fa quindi spasmodica, visto che si tratta del primo completamente composto di brani originali dopo troppo tempo. E – ciliegina sulla torta – a marzo il gruppo dovrebbe tornare a suonare dal vivo al Carambolage di Bolzano.
Come negli anni scorsi, ma in misura minore, c’è chi si è dedicato invece alla canzone natalizia. Santa è il brano con cui la cantautrice Lisa Laner festeggia la ricorrenza stagionale: un brano pop proposto con un video molto sornione, come il gatto che ne è protagonista insieme alla performer. Fa un po’ specie la sponsorizzazione di Mamma Provincia, per una canzone che non lascia particolari impronte, per altro cantata in inglese e quindi fuori contesto rispetto alle lingue che si parlano da noi.
Assolutamente più centrata è la canzone natalizia di Stefano Mascheroni, Natale vero, Natale sincero, sempre in ambito pop, con un arrangiamento che fa il verso alle canzoni natalizie americane ma al tempo stesso con un testo che fa riflettere, mentre la mente è rivolta al Natale dei perdenti, dei dimenticati, di chi fa fatica ad arrivare a fine mese.
Taking Chances è invece l’ottimo singolo pubblicato a metà dicembre dal duo Wild As Her, la cui metà è incarnata dal nostro conterraneo Chris Kaufman, chitarrista, autore e produttore che, dopo aver calcato i palchi dimezza Europa come chitarrista della storica band dei Truck Stop, da qualche hanno ha unito le proprie sorti musicali a quelle della cantante Caroline von Brünken, dando vita ad un progetto country pop che riscuote un certo seguito. Il nuovo singolo, che dovrebbe preludere al terzo disco del duo, è un brano ben composto, ben suonato senza eccesso di effetti e con il giusto spazio per la chitarra di Kaufman.
Un insospettabile singolo dalle tematiche estive è The Sea del meranese William T.(elser), per una volta in solitaria, chitarra e voce, senza i fidi Black Fifties che lo accompagnano solitamente. Con la sua voce calda in odor di Elvis Presley – ma meno del solito – Telser canta del suo amore per le vacanze al mare e dei ricordi delle vacanze della sua infanzia.
E chiudiamo la rassegna con il singolo di Thessa Longobardi intitolato Girl In Ur Dreamzzz: la giovane cantautrice e filmaker si propone con un divertente brano che ricalca lo swing degli anni trenta con l’accompagnamento di una batteria esageratamente jazz. Del brano esiste però anche una versione live a Los Angeles in cui la titolare è accompagnata solo da un chitarrista, e che piace di più rispetto all’indie pop di Time, il singolo precedente.
Autore: Paolo Crazy Carnevale
Il presentatore nel mondo
Qui Intervista a Pietro Polidori, un presentatore internazionale con oltre 20 anni di esperienza in eventi e produzioni tv in oltre 20 Paesi e in cinque lingue. Partito dall’Alto Adige, oggi lavora con brand globali e istituzioni come Mercedes-Benz, Financial Times, Samsung e Fifa; ha condiviso il palco con personalità come Andrea Bocelli, Arnold Schwarzenegger e Mike Tyson ed è stato conduttore, in lingua inglese, di un format tv internazionale dedicato ai giovani talenti della musica classica.
La cosa che mi piace di me.
Non mi arrendo mai.
Il mio principale difetto.
Ho poca pazienza e faccio molta fatica ad aspettare.
La volta in cui sono stato più felice.
Alla nascita delle mie figlie. E anche qualche anno fa: correvo in un prato vicino a Zurigo mentre ascoltavo una canzone che allora amavo molto. La sera avrei intervistato Mike Tyson.
Le persone che ammiro di più.
Oskar Schindler, Arnold Schwarzenegger, John Cena.
Un libro su un’isola deserta.
“Sopravvivere su un’isola deserta”.
Il paese dove vorrei vivere.
Nelle stagioni calde in Alto Adige. In quelle fredde vivrei in un paese caldo, come la Florida.
Il mio piatto preferito.
Lasagne, pizza, carbonara, ramen, pho vietnamita, curry indiano…
Non sopporto…
La falsità, la chiusura mentale, l’ingratitudine.
Per un giorno vorrei essere…
Con la mia mamma, che non c’è più.
Mi sono sentito orgoglioso…
Quando Arnold Schwarzenegger mi ha fatto i complimenti per un’intervista, invitandomi poi a cenare a base di Currywurst con lui e il suo staff.
Il mio motto.
La vita inizia dove finisce la tua zona di comfort.
Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare il Krampus, ma mai dire mai…
Il giocattolo che ho amato di più.
He-Man e i “Masters of the Universe”, e il Super Nintendo.
I miei pittori preferiti.
Keith Haring, Andy Warhol, Roy Lichtenstein. Ma non mi intendo minimamente di arte.
Il dono di natura che vorrei.
Avere meno capelli grigi.
La qualità che apprezzo in una donna.
Saper ridere in foto e scherzare, senza fare la diva.
…e in un uomo
La lealtà.
Dove mi vedo tra dieci anni.
Un po’ più maturo, un po’ più ricco, un po’ più grigio, ma ancora a fare questo lavoro con successo.
L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo ogni volta che le mie figlie, invece di andare a dormire, decidono di fare casino.
Autore: Luca Masiello
La mise perfetta per entrare al Kurhaus
Sono le fotografie dei fotografi come Emil Joffè, Albert Ellmenreich, Leo Bährendt Rudolf Schoener e di tutti quelli che nei decenni si susseguirono a testimoniare la vita al Kurhaus fatta di incontri e di importanti eventi. Ma se giustapposte una accanto all’altra possono diventare una sorta di catalogo della moda del Novecento.
Fin dai suoi esordi i turisti di cura, membri di una ristretta elite della società europea del tempo, consideravano Merano una città assai elegante, dove recarsi con un guardaroba adeguato, ampio, adatto ai diversi momenti di una giornata e alle diverse attività offerte, ma soprattutto esclusivo e in linea coi dettami delle maison più in voga del momento nella capitale della moda, Parigi. Grandi bauli-armadio, completi di grucce e cassetti venivano scaricati quotidianamente dai treni internazionali che giungevano sferragliando in stazione per essere poi trasferiti alle hall dei lussuosi hotel cittadini. Per le signore che all’epoca potevano permettersi la villeggiatura e quindi frequentare il Kurhaus sarebbe stato impensabile recarvisi senza la giusta toilette, completata da accessori ricercati e parure di pregio. L’etichetta e quel gusto mondano che caratterizzava i soggiorni per le cure prevedevano numerosi cambi d’abito ai quali era impossibile sottrarsi. Fra le diverse sale dell’edificio quindi si aggiravano – in una sorta di sfilata di moda perenne – innumerevoli modellini da giorno, da pomeriggio, da sera. Al mattino la consuetudine voleva l’uomo in giacca, panciotto e pantaloni, e la signora avvolta in un semplice e pratico tailleur composto di gonna e giacca accompagnato da cappello, guanti e ombrellino; il pomeriggio richiedeva un abito più elegante per entrambi, spesso con lo strascico per lei e il frac per lui. Gli abiti più ricercati erano riservati alla sera per andare a teatro, al concerto e al ballo. Le linee degli abiti elaborati da Paul Poiret avevano dato avvio ad una nuova era dell’abbigliamento femminile, capace di coniugare eleganza a comodità, raffinatezza a libertà di movimento. I modelli di Poiret a vita alta e a tunica avevano definitivamente liberato la donna dalle costrizioni del corsetto, mentre i suoi ampi cappotti caldi e coloratissimi ispirati all’oriente avvolgevano la figura, sottolineandola.
Negli anni Trenta, gli anni della crisi economica e dei regimi totalitari, si assistette ad una netta divisione fra l’ideale di bellezza e femminilità propagandate dal fascismo e quello scelto dalle case di moda francesi e in gran parte condiviso dagli altri paesi: longilinea, femminile e coi capelli platinati per questi ultimi, formosa ed estremamente femminile per l’Italia. Nel campo della moda, sotto l’incalzare della crisi economica, si abbandonato il lusso degli anni Venti e si scelsero tessuti del tutto nuovi come il nylon che consentiva di risparmiare sui filati naturali. Anche la linea delle vesti mutò: la vita tornò al punto naturale, gli orli si allungarono sotto al ginocchio e si aprirono in piccole pieghe e pannelli.
Il secondo dopoguerra, vide nuovamente Parigi al centro della scena internazionale. Fu Christian Dior a lanciare il cosiddetto New Look. Abiti sfarzosi ed eleganti, accompagnati obbligatoriamente da guanti, scarpe col tacco e cappelli, per una donna signorile e raffinata. Spalle morbide, vita di vespa, fianchi tondi, gonna immensa. Furono anni caratterizzati da una grande varietà di mode e di stili: da Coco Chanel – che aveva imposto i suoi famosi tailleur completati dalla tipica borsetta di pelle trapuntata – a Cristobal Balenciaga, inventore di forme scultoree e Yves Saint Laurent che presentò l’abito a trapezio, lungo fino al ginocchio. Per Merano gli anni Cinquanta rappresentarono un periodo estremamente affascinante, denso di contraddizioni e problematiche: vi pulsava la vita, la voglia di ripartire, di andare avanti nonostante tutto.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Bolzano che guarda al futuro
La vita è fatta di speranze per il futuro e sguardi al passato non solo per le persone nella loro individualità, ma anche per le comunità e i luoghi in cui le nostre vite si svolgono. Bolzano è una città in un territorio pieno di storia e memorie comuni, divise e contese. La sua storia è fatta di continue negoziazioni e trasformazioni e questo la rende un luogo speciale. La nostra città ha un passato non dei più facili da trasmettere. L’incontro delle due dittature — fascista e nazista — ha prodotto un esito particolare ed emotivamente complesso. Questa storia è rimasta negli edifici, nelle strade e nelle piazze.
Le istituzioni bolzanine nel tempo hanno avuto approcci differenti nei confronti di questi elementi del passato. Delle Semirurali è rimasta solo una casetta e del campo di transito di via Resia solo un muro mentre altri monumenti ed edifici sono ancora in piedi. L’azione istituzionale nei confronti di questi luoghi, negli ultimi anni, è stata esemplare: la difficoltà di affrontare un passato così complicato e doloroso non ha portato a una volontà di distruzione di questi luoghi rappresentativi, ma a una risignificazione di essi; sono diventati spazi in cui ripensare criticamente al passato in modo da guardare al futuro con buon senso e consapevolezza.
Il Monumento alla Vittoria è stato trasformato in un museo gratuito, intitolato “BZ ’18–’45: un monumento, una città, due dittature”, che vuole accompagnare i visitatori lungo un duplice percorso critico che segue la storia della sua costruzione e quella della città tra il 1918 e il 1945, includendo la seconda guerra mondiale, le dittature e le contese e le discussioni che hanno fatto parte della sua evoluzione. Chi visita e vede questo luogo oggi ha la possibilità di farne tesoro come strumento per guardare il mondo.
Allo stesso modo, il bassorilievo di piazza del Tribunale, sulla Casa Littoria (oggi Palazzo degli Uffici Finanziari), edificio simbolo del fascismo, in cui sono rappresentati il Duce a cavallo con il motto fascista a fianco, è stato risemantizzato attraverso l’attivazione della citazione di Hannah Arendt “Nessuno ha il diritto di obbedire”, dal libro La banalità del male. La scritta luminosa attraversa l’intero bassorilievo e illumina la piazza. Anche qui c’è un invito alla riflessione e a pensare criticamente a ciò che significa e ha significato quel pezzo di pietra e al ruolo che ogni individuo può avere in un contesto come quello ricordato.
Anche la Biblioteca dell’Eurac Research è un altro esempio: l’edificio era la palestra della Gioventù Italiana del Littorio, oggi invece rappresenta un luogo di ricerca, evoluzione, apertura mentale e internazionale, in cui l’integrazione di lingue e culture differenti è importantissima ed è alla base dei successi nella ricerca.
Anche il museo delle Semirurali e il percorso del campo di transito di Bolzano fanno parte di questo mondo: il potersi muovere fisicamente all’interno o a fianco di questi luoghi e utilizzare lo spazio per conoscere il passato e le individualità che sono passate di lì è uno strumento fondamentale di apprendimento storico ed empatico.
Bolzano è diventata un paradigma nell’ambito della memoria e della gestione di monumenti e passati contesi e difficili, grazie alla sua capacità di fare tesoro delle proprie difficoltà con un fine responsabile e positivo e con uno sguardo consapevole al futuro.
Autrice: Anna Michelazzi
Orzotto con erbette, zeste di arancia e mandorle tostate
INGREDIENTI
4 porzioni
Tempo 40 minuti
1 scalogno
2 C olio extravergine di oliva
320 g orzo perlato
1 L brodo vegetale
150 g erbette (spinaci o biete)
1 arancia non trattata (scorza)
40 g mandorle a lamelle
1 noce di burro
1 C parmigiano grattugiato
foglioline di timo fresco q. b.
sale e pepe q. b.
PREPARAZIONE
Tritate finemente lo scalogno. In una casseruola capiente scaldate l’olio extravergine di oliva e soffriggete lo scalogno a fuoco dolce, fino a renderlo trasparente.
Aggiungete l’orzo perlato al soffritto e fatelo tostare 2 minuti, mescolando con un cucchiaio di legno. Iniziate ad aggiungere il brodo vegetale caldo, un mestolo alla volta, continuando a mescolare. Fate cuocere a fuoco medio per circa 25 minuti, aggiungendo brodo man mano che viene assorbito.
Nel frattempo, lavate e tagliate grossolanamente le erbette. Grattugiate la scorza dell’arancia e tostate le lamelle di mandorle in una padella antiaderente fino a renderle dorate.
A circa 5 minuti dalla fine della cottura aggiungete le erbette e mescolate bene.Continuate a cuocere fino a quando saranno appassite e ben amalgamate.
Spegnete il fuoco e aggiungete la noce di burro e il cucchiaio di parmigiano grattugiato. Mescolate energicamente fino a ottenere un orzotto cremoso e ben legato.
Incorporate la scorza dell’arancia, le mandorle tostate e le foglioline di timo fresco. Regolate di sale e pepe a piacere.
Impiattate l’orzotto caldo e completate ogni porzione con un filo di olio extravergine di oliva a crudo, qualche mandorla in più e un pizzico di timo fresco per decorare.
“… già lo sono”
Uwe Staffler Ha 58 anni, una figlia Silba di 31 anni e un figlio Leo di 16. L’anno scorso ha sposato la madre di Silba, dopo molta vita in mezzo. E’ entrato giovane in contatto con la politica e continua a impegnarsi come può. Canta in un coro, i Flat Caps, e lavora nell’unità comunicazione e formazione del fondo pensione della nostra regione Laborfonds. Sogna sempre che prima o poi la smettiamo di confrontarci con violenza tra esseri umani e nei confronti della natura.
La cosa di me che mi piace di più.
L’ottimismo.
Il mio principale difetto.
La pigrizia.
Il mio momento più felice.
Quando ascolto e faccio musica.
Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare a botte.
Il luogo dove vorrei vivere.
Roma.
Non sopporto…
L’egoismo.
Per un giorno vorrei esssere…
Segretario nazionale del PD.
Nel mio figorifero non manca mai.
L’insalata.
Se fossi un animale sarei…
Già lo sono.
Dove mi vedo tra 10 anni.
Non so neanche dove sarò tra dieci giorni.
Tre aggettivi per definirmi.
Controllato, ingenuo, tendenzialmente superficiale.
Il mio film preferito.
The Blues Brothers.
Il mio attore preferito.
Tom Hanks.
Il superpotere che vorrei avere.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci.
La disgrazia più grande.
L’odio tra le persone.
Il mio ultimo acquisto.
Il libro di Dan Brown “L’ultimo segreto”.
La cosa che più apprezzo del luogo in cui vivo.
La multiculturalità.
Amo il mio lavoro perché…
Mi illudo di essere utile.
L’errore che non rifarei.
La prima sigaretta a 32 anni.
La persona che ammiro di più.
Paul McCartney.
L’ultima volta che ho pianto.
Al sermone di Baglioni in Senato.
Il mio motto.
La vita è adesso, il sogno è sempre.
La massima stravaganza della mia vita.
La passione per la Lazio.
L’oggetto a cui sono più legato.
I miei occhiali.
La mia maggiore paura.
L’aumento delle diseguaglianze.
Il mio colore preferito.
Cambia ogni giorno.
I colori accesi e pieni di vitalità di Daniela Armani
Sono tele in cui esplosioni di colore sono però capaci di dirimere il caos apparente per dar vita a splendidi volti che affiorano via via sempre più sicuri, sempre più assertivi, facendosi spazio fra le campiture di colore e guadagnandosi la propria centralità. In altre tele fanno capolino paesaggi urbani e persone a figura intera, anche se sembrano appartenere più al mondo scultoreo e monumentale e sembrano non tentare di umanizzarsi facendosi ritratto, ma paiono voler vestire i panni della metafora, della allegoria: citare senza essere, anelare senza vivere, anche se imponenti e indimenticabili al tempo stesso. Dallo scontro titanico dei colori primari scaturiscono sfumature inaspettate. Il fruitore non può che essere attirato da queste tele per restarne piacevolmente imprigionato seguendo sentieri labirintici che conducono al centro della narrazione. Daniela Armani, bolzanina, da decenni si dedica all’arte da autodidatta, sperimentando numerose tecniche quali l’acquerello, l’acrilico, l’olio, le terre e le tecniche miste. A partire dagli anni Novanta importanti sono state le lezioni del maestro Piol per la tecnica ad acquerello e quelle del maestro Giorgioppi per la tecnica a olio. Le architetture sono per Daniela Armani fonte di interesse e stimolo a giocare con volumetrie e prospettive. Numerose le mostre a cui ha partecipato e non meno importanti le sue personali.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Il nazionalismo tra Deutsch e Welschtirol
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le spinte principali verso il precipizio delle due guerre furono di natura nazionalistica. Le “nazioni” monolitiche, non diversamente da quanto accade oggi, cercarono di sostituire gli Stati multietnici, generando disastri e fiumi di sangue anche tra Trentino e Sudtirolo.
Un esempio significativo in tal senso è rappresentato dal contributo apparso nel 1907 sul settimanale “Gardasee-Post” con il titolo “Am Sprachgrenzlandstrich” (Nella terra di confine). Il testo affrontava la questione della frontiera linguistica e nazionale nell’Etschtal/Val d’Adige, tra Deutsch- e Welschtirol, con particolare attenzione all’area compresa tra Bolzano e la Salurner Klause. Prendendo le mosse dalla definizione del confine tra i distretti di Trento e Bolzano, discussa anche nel saggio “I confini della nazione”, l’autore contestava l’idea di un’originaria appartenenza italiana di questi territori, rivendicando invece una loro prevalente germanicità storica. Ne emerge un quadro di contrapposizione “nazione contro nazione” in un’area che tradizionalmente era stata luogo di coesistenza di più comunità linguistiche.
Secondo la ricostruzione proposta, la linea di confine nazionale presso Salorno attraverserebbe l’Adige, toccando Eichholz (Roverè), Magrè e la Valle di Non, mentre il “Bozner Kreis” si sarebbe esteso sul lato sinistro del fiume fino a Salorno.
La tesi secondo cui i contadini tedeschi sarebbero stati semplici immigrati
temporanei, costretti a ritirarsi oltre Bolzano a causa del Sumpffieber (malaria), viene respinta richiamando una scrittura del 1610 del medico Guagnoni, nonché le condizioni demografiche ancora osservabili nel XIX secolo. Il testo sottolinea come nel XIV secolo il territorio oggi definito Welschtirol presentasse ancora preti, sindaci e numerosi minatori tedeschi, impegnati nello sfruttamento delle miniere d’argento a favore dei successori di san Vigilio. La progressiva affermazione dell’elemento italiano ebbe inizio solo nel XV secolo, quando il settore meridionale della zona di confine passò sotto Venezia. Per questo motivo l’arciduca Sigismondo del Tirolo e l’imperatore Massimiliano I tentarono di riconquistare l’area per conservarla al popolo tedesco e al Reich.
Un ruolo decisivo nella successiva Verwelschung (italianizzazione) non fu svolto da fattori climatici, bensì da dinamiche economiche e istituzionali. La navigazione sull’Adige, monopolizzata da operatori italiani fin dal XV secolo, favorì una penetrazione sistematica dell’elemento “italico”. Nel 1424 Rudolf von Bellinzona deteneva il porto di Bronzolo, appartenente al principe-vescovo di Trento. La fluitazione del legname da Terlano a Bolzano, Egna e Trento rimase a lungo in mani italiane. All’inizio del XVII secolo Gianbattista Sommada di Claramonte organizzò la navigazione regolare, dopo precedenti iniziative di Bonfioli nel 1603, avvalendosi di tecnici provenienti da Bergamo. Dal 1584 operava inoltre una compagnia commerciale italiana a Sacco presso Rovereto, con diritti esclusivi sul trasporto del legname da Laives, Bronzolo e Egna.
Durante il regno di Ferdinando I si verificò un’importante ondata migratoria da Venezia, che coinvolse aristocratici, avvocati, medici, funzionari e mercanti delle aree veneziana, vicentina e veronese, nonché contadini chiamati a sviluppare la bachicoltura. Secondo Bidermann, almeno metà delle famiglie aristocratiche del Welschtirol con cognomi italiani risale a questo periodo. Parallelamente, il clero romano limitò l’uso del tedesco nella predicazione, accelerando la perdita linguistica.
Ampio spazio è infine dedicato alle testimonianze ottocentesche. Il sacerdote Tomaso Bottea, in una cronaca pubblicata a Trento nel 1860, affermò che il dialetto di Folgaria conserva numerose parole tedesche, prova dell’origine germanica della popolazione. Dai registri comunali risultano 2300 abitanti con nomi tedeschi nel 1785 e 2854 nel 1818. L’italiano parlato si diffuse solo dal 1560, mentre fino al 1596 le procedure giudiziarie si svolgevano in tedesco. Bottea elencò inoltre i cognomi Bramer, Pfettner, Rech, Larcher, Graser, Filz e i centri germanofoni del “Roveretaner Kreis” (Terragnolo, Brandtal, Trambileno, Val Lagarina, Vallarsa, Vielgereuth, Serrada, St. Sebastian, Mitterberg) e del “Trienter Kreis” (Lusern, Chiesanuova, Lafraun, S. Felice, Palai).
Una posizione analoga fu sostenuta da Friedrich von Attlmayr, presidente del Kreisgericht (pretura circondariale) di Rovereto, che nel 1865 pubblicò “Die deutschen Kolonien im Gebirge zwischen Trient, Bassano, Verona” sulla Zeitschrift des Ferdinandeum für Tirol und Vorarlberg, stimando in 15.000 persone la popolazione di origine tedesca nelle montagne comprese tra Adige e Brenta.
Autore: Reinhard Christanell
QuiBassaAtesina – nr1 – 8.1.2026
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