“Atlante delle parole” fa tappa in città

La mostra itinerante nata dall’omonimo progetto Caritas giunge a Merano. Dopo un viaggio tra le biblioteche del capoluogo altoatesino, le parole scelte dalle persone migranti per raccontarsi saranno ospitate per un mese, a partire dal 26 aprile, presso l’Accademia di Studi Italo-Tedeschi.

È nata in Casa Aaron, una residenza per rifugiati gestita dalla Caritas, l’idea di svolgere un laboratorio che permettesse alle persone di raccontarsi. Il modo più efficace per cambiare la narrazione che si è costruita nel tempo sulle persone migranti, è proprio quello di mettersi in ascolto e farsi raccontare da loro le loro storie. Sono state 35 le persone protagoniste del progetto che per più di un anno le ha viste confrontarsi con il loro vissuto, attraverso interviste e conversazioni, in un viaggio alla ricerca delle parole più adatte a descrivere e descriversi. Kenya, Marocco, Nigeria, Senegal, Guinea, Iraq, Pakistan e Bangladesh sono i paesi d’origine dei partecipanti, specchio non solo di culture fra loro diverse, ma anche di lingue, pensieri e modi di vedere, vivere e raccontare differenti esperienze. Dal confronto e dalle riflessioni di ciascuno nascono ragionamenti su parole – e argomenti – come la tolleranza, l’amicizia e la paura. “Appropriarsi delle parole di una lingua sconosciuta, per descrivere la propria vita e i propri pensieri, significa anche riscoprire se stessi in un contesto nuovo”, spiega Alessandro Pedrotti, che ha gestito il progetto. Proprio quest’ottica ha incuriosito l’Accademia di Studi Italo-Tedeschi di Merano, che si occupa di cultura e diritti umani e accoglierà la mostra per questo mese. “Qui da noi, sotto l’Accademia, ha sede anche l’associazione Euphur (Euregio Platform on Human Dignity and Human Rights) che si occupa di diritti umani e dignità umana – chiarisce Verena Pohl, organizzatrice della mostra presso l’Accademia – per questo motivo spesso cerchiamo di occuparci insieme di questi temi. Organizziamo spesso convegni, ma molto spesso questi sono frequentati solo da professori, esperti e persone che orbitano intorno a queste tematiche. Una mostra invece è una cosa che può interessare a più persone e di ogni tipo: giovani, anziani, studenti”.
La mostra sarà infatti fruibile gratuitamente e senza prenotazione, dal 26 aprile al 27 maggio presso il Giardino di Villa San Marco di Merano, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì.
“Noi speriamo veramente di creare un po’ di interesse per questi argomenti, perché purtroppo spesso ognuno rimane chiuso nella sua bolla e non vuole uscire dalla propria zona di comfort, oppure entrare in contatto con quelle che possono essere altre realtà. Allora forse con questa mostra la gente diventerà più aperta, o almeno un po’ più consapevole di quello che pensano i migranti, di come si raccontano”, conclude Pohl.

Autrice: Ana Andros

Enrico Pedrotti: la mostra fotografica

Inaugura venerdì 22 aprile alle ore 18 a Lasecondaluna di Laives la mostra “Enrico Pedrotti. Presenze”. Pedrotti è stato un importante fotografo e ha attraversato un secolo: nato nel 1905, è stato attivo in Trentino Alto Adige fino alla sua morte, nel 1965. Molti ricorderanno il suo studio in via della Mostra a Bolzano, in cui si dedicava ai ritratti, ma anche alla fotografia industriale e alla pubblicità. La sua specializzazione erano le immagini di montagna e gli sport alpini. Ma Pedrotti è stato anche uno sperimentatore; nella sua carriera si era avvicinato alla corrente artistica del “futurismo” e aveva collaborato con l’artista Fortunato Depero. E proprio su questo aspetto più sperimentale di Pedrotti che si concentra la mostra a Laives. “Si è volutamente scelto di indagare il mondo introspettivo, quello sperimentale e d’avanguardia, da lui percorso in maniera più o meno consapevole.” spiega la curatrice Valentina Cramerotti. In questo senso, la selezione di opere in mostra, provenienti dall’archivio privato del figlio Luca Pedrotti e dalla Cineteca CAI Milano, invita ad osservare la produzione fotografica dell’artista da un punto di vista inedito. Per approfondire: venerdì 6 maggio alle ore 18 si svolge una visita guidata alla mostra con Valentina Cramerotti e Luca Pedrotti, mentre mercoledì 11 maggio alle ore 17 si terrà un laboratorio di cianotipia con Claudia Corrent. Entrambi gli appuntamenti sono a ingresso libero con prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu. La mostra rimane visibile fino al 14.05.2022 (ingresso libero) presso la Sala Espositiva in via Pietralba 29, Laives, mar- giov 16 – 19, ven- sa 10 – 12 e 16 – 19.

Autrice: Caterina Longo

In arrivo l’orto didattico a Pineta

Sorgerà nello spazio abbandonato tra Pineta e il ponte pedociclabile di Laives, la nuova serra didattica che sarà messa a disposizione delle scuole locali e pensata per trasmettere una corretta educazione ambientale a tutti gli studenti. Un progetto ideato dal Comitato Civico di Pineta e che ha ricevuto il via libera dall’amministrazione comunale di Laives, grazie anche all’intervento dell’assessore provinciale Giuliano Vettorato che ha deciso di scommettere su questa interessante iniziativa. Si tratta di un progetto che permetterà di valorizzare un’area momentaneamente trascurata, favorendo al tempo stesso un apprendimento attivo attraverso l’uso di un vero e proprio orto.
“Si tratta di un programma che si prefigge di dare alla scuola e agli insegnanti gli strumenti necessari per indirizzare i nostri ragazzi a vivere la quotidianità, avendo come prospettiva naturale il rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Un dovuto impegno per gli adulti di domani”, precisa Franco Magagna, del Comitato Civico di Pineta.
All’interno dell’area – scelta sia per motivi logistici grazie alla sua facile raggiungibilità che per motivi paesaggistici vista la vicinanza alla bella struttura del ponte – sorgerà come detto una serra didattica fotovoltaica, che potrà essere sfruttata tutto l’anno dagli istituti sia all’interno, grazie ad un ambiente tecnologico protetto e confortevole, che all’esterno, vista la presenza di alcune aiuole con cui si potrà completare il ciclo d’insegnamento.
Qui i ragazzi potranno capire e toccare con mano quella che è l’importanza del verde sul nostro territorio, piantando semi e vedendo crescere le piante, ponendosi domande, cercando risposte e scoprendo i processi che regolano l’ambiente attorno a noi.
Ma non solo: studieranno i cicli naturali, verranno sensibilizzati sul tema del risparmio energetico, comprenderanno l’importanza della raccolta dell’acqua e rifletteranno sugli sprechi alimentari.
Il tutto in maniera completamente inclusiva: “All’interno della serra ci saranno cinque aiuole che tra semina e germinazione trasmetteranno agli alunni l’importanza della terra coltivabile che ricopre parte del nostro pianeta e da cui dipende la sopravvivenza di tutta l’umanità e pertanto il rispetto che dobbiamo ad essa. Sul lato opposto, con la centralina del fotovoltaico, si parlerà del risparmio energetico e di tutto quello che ne consegue a favore dell’ambiente”, continua Magagna. Ci sarà poi una zona dedicata alla raccolta dell’acqua piovana che potrà essere riutilizzata per l’annaffiatura delle aiuole, ed anche un angolo dove gli alunni potranno vedere dal vivo la procedura del compostaggio e come avviene il processo di trasformazione della sostanza organica in terriccio fertilizzante.
È poi in programma la realizzazione di una struttura per la raccolta differenziata e un tavolo con delle panche dove poter fare lezione, dialogare e scambiarsi opinioni e idee. A fare da contorno alberi, panchine e, forse, anche un piccolo laghetto.
Un progetto apprezzato e condiviso da tutti, grazie al suo imprinting sostenibile che ben si sposa con la visione provinciale in tema ambientale. La giunta ha attuato una strategia in linea con gli obiettivi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite, e si è impegnata a rispettarli nel suo programma di governo. Il progetto della serra didattica rientra quindi pienamente nella campagna Everyday for future, “Insieme per la sostenibilità”.

Autore: Alexander Ginestous

Il nuovo campo di padel a Laghetti

“È semplice, immediato e possono farlo tutti e a tutte le età: pensi che l’altro giorno ha giocato anche mia madre, che ha 73 anni!”, così risponde David Rossi, presidente del Tennis Club Laghetti, quando gli chiediamo come mai il padel piaccia così tanto. Un successo tale che diversi comuni della Bassa si stanno attrezzando: a breve è prevista l’apertura del campo di padel a Pineta, ma Laghetti ha battuto tutti sul tempo e lo scorso 26 marzo ha inaugurato il nuovo campo di Padel, presso il Tennis Club. Per chi ancora non lo conoscesse: potremmo definire il padel un cugino del tennis, perchè si gioca con palla e racchetta, ma ha molte meno pretese ed è molto più approcciabile. Ne abbiamo parlato con Rossi.

Da dove arriva il padel?
È uno sport originario del Sud America, che ha preso poi piede in Spagna e adesso è diffussisimo nel Norditalia; in città come Milano o Bologna ci sono centinaia di campi da padel… tutti impazziscono per questo gioco.

Come mai?
Perché è semplice; non è come il tennis, per cui devi essere coordinato nei movimenti e allenarti molte ore prima di cominciare a divertirti veramente. Il padel è intuitivo e per praticarlo basta essere mobili.

Per chi non ha mai giocato a padel: come dobbiamo immaginarcelo?
Un po’ come i racchettoni da spiaggia… un mix tra tennis, squash, ping pong e, appunto, racchettoni da spiaggia. Ma, come detto, non serve fare chissà che tiro o avere chissà che doti, basta un po’ di occhio sulla pallina e colpire, non star li “come un cucco” !

Come mai l’idea del campo a Laghetti?
Avevamo uno spazio vicino ai campi da tennis qui al Tennis Club e abbiamo pensato che poteva essere una bella occasione per essere più attrativi. Il Comune ci ha dato il permesso e ha messo a disposizione circa 25 mila euro per le opere preparatorie, mentre gli altri 40 mila euro per la realizzazione li ha messi la società come Tennis Club.

Insomma il campo è costato un po’ e non è “piovuto dal cielo”…
Certo, ma in confronto ad altri impianti non è molto costoso. Le faccio un paragone: basti pensare che per un campo da tennis, se si ha il terreno vuoto, costa almeno 200 mila euro.

A proposito: quali sono le differenze rispetto al campo da tennis?
La grandezza, che per il tennis è 36 per 18 metri, per il padel si riduce a 20 metri per 10. Intorno al campo di padel ci sono delle pareti – il senso è che la pallina resti dentro. Nel nostro caso abbiamo inserito delle pareti di vetro. Si gioca un’ ora e mezza, e natualmente qui si possono nolleggiare racchette e palline.

Il campo è fresco di inaugurazione: come stanno andando questi primi giorni?
Certo qui non è come nelle altre città d’Italia in cui si litiga per trovare un’ora libera, ma abbiamo diverse ore prenotate ogni giorno e con la bella stagione verrà preso d’assalto.

E come procede al Tennis Club?
Grazie anche alla gloria locale Sinner, il tennis negli ultimi due anni ha avuto nuovo slancio; ogni anno aumentiamo il numero dei soci, ora siamo ad oltre i 130 iscritti.
Molti provengono anche da altri comuni come Salorno, Cortina, Laives Bronzolo, ma anche Bolzano. Da noi c’è un ambiente familiare, un clima rilassato e non agonistico.

Avete anche giovani tennisti?
Il tennis è uno sport che si pratica in genere da bambini, poi spesso in età giovanile si smette, per tornare sul campo più tardi, tra i 30 e i 35 anni, magari dopo che si è giocato a calcio. Comunque nella prima settimana di chiusura scolastica faremo un camp in cui si potrà giocare a tennis e padel e con vicino anche un campo di calcetto e dei canestri: crediamo sia una buona strada per far assaggiare un po’ tutti gli sport ai ragazzi e condividere dei momenti di divertimento insieme.

Autrice: Caterina Longo

Tutti insieme per un “Paese pulito”

Continuano senza sosta in tutta la Bassa le iniziative dei cittadini per ripulire i territori comunali. Nella mattinata dello scorso sabato 26 marzo è stata la volta di Egna. Un gran numero di persone ha aderito infatti all’iniziativa annuale “Paese Pulito-Sauberes Dorf” promossa dal Comune e dall’Assessorato all’ambiente. Sia ad Egna, nel cantiere comunale, che nella frazione di Laghetti, in zona Pinara, si sono ritrovati rappresentanti di associazioni, comuni cittadini, gruppi familiari, amministratori comunali e un gran numero di bambini e ragazzi. Muniti di guanti e sacchi, pronti a raggiungere le zone assegnate da perlustrare, con il prezioso supporto di operai e di alcuni trattoristi, i volontari si sono adoperati nella raccolta dei rifiuti ripulendo aree diverse, distribuite sul territorio comunale. Nella tarda mattinata, “a missione compiuta”, una volta riportati in cantiere i sacchi con i materiali più svariati, tutti i volontari sono stati invitati ad un piacevole momento conviviale con panino e bibita.
Ad Egna, l’assessore all’ambiente Giorgio Nones ha salutato e ringraziato i presenti dicendosi soddisfatto della risposta all’iniziativa che prosegue da quasi trent’anni e che nel tempo ha saputo richiamare un numero sempre maggiore di interessati. Ha spiegato quanto sia importante sensibilizzare e coinvolgere la popolazione, soprattutto i giovani e i bambini, che sanno recepire in modo immediato il messaggio e sanno rendersi protagonisti di un’azione semplice, ma fondamentale, volta al rispetto per l’ambiente. L’assessore Klaus Pichler ha voluto confermare quanto espresso da Nones, e si è unito al grande gruppo, dando supporto nell’organizzazione e nella parte operativa. Nella frazione di Laghetti è stata l’assessora Karin Pichler, affiancata da altri rappresentanti del comune, a fare da portavoce dell’iniziativa.”La valenza educativa di questa iniziativa è indiscussa, poiché mira a sensibilizzare la comunità sull’importanza di tutelare e mantenere pulito il proprio territorio che dev’essere considerato bene comune da preservare. E il significativo numero di giovani presenti sabato, sia a Egna che a Laghetti, ha confermato ancora una volta quanto sia importante coinvolgere le nuove generazioni.”

Autrice: Caterina Longo

Fethanei e il suo porto

In questi tempi di brutture e violenze, una gita nell’incontaminata serenità di Vadena e dei suoi antichi tesori riconcilia lo spirito. Nel corso dei millenni, varie popolazioni sono confluite sulla riva destra dell’Adige, un luogo riparato e, nel contempo, aperto come pochi al mondo italico e, sull’altro versante, a quello alpino e gallo-germanico.
Ne furono attratti, per ovvi motivi, anche molti curiosi e studiosi. Tra loro, il bavarese Ludwig Steub, tenace interprete della misteriosa toponomastica retica tuttora prevalente nella nostra terra. Contrariamente all’opinione corrente, che ritrova in “Vadena” il latino “vadum” (guado), suggerì la radice italica ovvero reto-etrusca di “Fethanei”. In effetti, è assai improbabile che una località abitata almeno 1000 anni prima dei Romani abbia atteso tutto quel tempo per dotarsi di un nome – tanto più se si dà retta a quanto scrive, per esempio, Karl M. Mayr nel 1928: “Il popolo culturalmente molto evoluto, che usava seppellire i propri defunti con grande sfarzo presso Stadio, controllava dalle alture boschive di Laimburg l’antichissima via commerciale del varco di Castelchiaro.” Insomma, non erano certo incolti selvaggi gli abitanti di questa regione ma, anche a giudicare dai preziosi reperti rinvenuti nelle tombe, esponenti di raffinate civiltà.
Oggi Vadena è formata da piccoli, a volte minimi agglomerati urbani sparsi su un’ampia striscia di territorio, che dalla stazione di Laives arriva a quella di Ora. Poi una grossa fetta del Monte di Mezzo che si perde nelle acque del Lago di Caldaro in località Klughammer. Se al comune si dovesse dare un colore, sarebbe sicuramente il verde prevalente dei meleti attraversati dalla strada pedemontana per Ora e Caldaro. Ma, come si conviene al suo millenario splendore, è il silenzio il vero nume del luogo, avvolto ma non spezzato dal ronzio di sottofondo dell’autostrada che di là dal fiume taglia in due questa singolare terra basso-atesina.
Il centro di Vadena non dà cenni di vita, domenica mattina, e poco oltre anche l’abitato di Birti con il suo campanile solitario e la combinazione di costruzioni vecchie e nuove sembra immerso nell’oblio della storia. Dopo qualche chilometro, il Monte di Mezzo forma un’ansa occupata quasi interamente dal centro di Laimburg. Un tempo la strada ci passava proprio davanti ma oggi per entrare dobbiamo raggiungere il bivio per Caldaro e poi risalire verso nord.
Spiccano nel sole del mattino le rocce di porfido rosso-brunastro tra le colline moreniche ed è inevitabile rievocare le parole scritte da Giovanni Oberziner nel 1883: “Sulla sommità del colle era una grande pietra quadrata, circondata da coltelli, cilindri d’argilla, e rottami di vasi, e credo che non abbia torto chi supponga, che questo sia stato l’altare dove si scannavano le vittime, e forse lì appresso s’innalzasse il rogo per abbruciare i cadaveri dei trapassati”. Nel piazzale circondato dagli edifici del centro sperimentale non c’è nessuno, la scuola agraria è chiusa. Ci possiamo aggirare indisturbati in cerca di segni e impressioni di un passato ampiamente noto e documentato da quasi due secoli.
Al ritorno, imbocchiamo il passaggio che sotto l’autostrada conduce all’Adige. Superato il terrapieno dell’argine, scendiamo fino a riva. Una piccola insenatura e grossi massi tra la spoglia vegetazione primaverile ci riportano ai tempi in cui qui, o poco distante da qui, attraccavano e poi partivano le colorate imbarcazioni colme di mercanzie alla volta delle maggiori città retiche, euganee e venete fino alle sponde dell’Adriatico.

Autore: Reinhard Christanell

Ricordate Aldo Porcaro, pittore parigino?

Poco più di venti anni fa moriva Aldo Porcaro. Artista, anima inquieta, folle e irregolare: Porcaro attraversò la composta Bolzano, talvolta disturbando. Insieme a chi l’ha conosciuto, lo ricordiamo in alcuni frammenti di vita.

“Vi saluta e vi attende nello studio più bello Aldo Porcaro, fu Nunzio, pittore parigino” così recita il necrologio di Aldo Porcaro sull’Alto Adige del 31 ottobre 1991. Aldo Porcaro: molti bolzanini lo ricorderanno, forse. O perlomeno ricorderanno il suo nome, scritto in calce alle sue frasi provocatorie, che lasciava sui muri della città: corso Libertà e Piazza Vittoria, ma anche il centro, via Argentieri e via Leonardo da Vinci. Aldo Porcaro è stato un artista, un’anima inquieta, un folle e un irregolare, che tra gli anni ’70 e ’90 attraversò, talvolta disturbando, Bolzano.
Ne abbiamo parlato con Lukas Zanotti, anch’egli artista. “Ci siamo conosciuti in maniera strana: io marinavo la scuola andare in Tessmann a leggere libri di arte (sic!). La biblioteca apriva alle nove e allora mi fermavo sul Talvera. Quel giorno ero seduto su una panchina e stavo guardando un catalogo di Paul Klee. Lui mi ha visto, prima è passato, poi si è girato, è venuto a sedersi e abbiamo comunicato a parlare di arte”.

Che tipo era?
Era alto, un bell’uomo, il tipico meridionale, con profondi occhi neri. Dimostrava meno anni”

E poi?
Era stato a Parigi e si sentiva francese. Ci incontravamo spesso sulle passeggiate, poi mi invitava al bar a colazione-dai, offro io, insisteva- ma alla fine però toccava sempre a me pagare”- racconta Zanotti con una punta d’affetto nel sorriso.

Che faceva Aldo allora?
Era verso la fine degli anni ’80. Non so se avesse una casa, da quello che so viveva sotto il ponte, o si faceva ospitare magari da qualche donna. Aveva sempre con sé un taccuino/cartellina, si metteva a disegnare, dipingere, faceva acquerelli, acrilici. Diceva che gli sarebbe piaciuto avere un posto, ma non tanto, perché era convinto che sarebbe ripartito presto per Parigi. Ci chiamava “bolzanesi”, amava storpiare il nome. Ci considerava tutti borghesi venduti, mentre lui si sentiva francese.

E gli accessi d’ira?
Andava tutto bene finché non si parlava di politica: li finiva su un binario tutto suo e si scaldava. Si sentiva una vittima, che tutti ce l’avevano con lui, anche nella realtà altoatesina, che allora era molto chiusa e da cui si sentiva un escluso. Faceva discorsi farneticanti e cominciava a urlare.. allora era il momento di pagare e andarsene.

Com’era la sua arte?
Gli piacevano la grafica e le litografie. Partiva dal figurativo e poi lo scomponeva in frammenti, per arrivare all’astratto, forse ispirato dalle vetrate gotiche delle chiese francesi. I suoi lavori più maturi sembrano mosaici.

E a proposito della sua arte, Arnold Tribus, direttore della Neue Südtiroler Tageszeitung ed esperto d’arte, ci ha raccontato “Aldo Porcaro era una di quelle personalità artistiche con una testa tutta sua, credeva di potercela fare senza una galleria, e in effetti per un certo periodo andò bene. Negli anni ’70 era attivo sulla scena artistica, insieme ad altri colleghi come Florio Vecellio. Le opere nate al suo ritorno dalla Somalia ebbero successo, e non c’era collezionista a Bolzano che non avesse un Porcaro in casa. Poi qualcosa si ruppe e i suoi lavori non funzionavano più come prima”. E le scritte sui muri? “Per lui erano arte”- precisa Tribus” le considerava un’evoluzione del suo lavoro. Con le scritte e le provocazioni voleva scuotere quella società bolzanina che gli aveva voltato le spalle” così Tribus. Artista, imbrattatore di muri, voce sguaiata e nota stonata tra le vie ordinate di una città composta e ingessata: Aldo Porcaro è stato questo e molto di più. La sua presenza poetica e disturbante saprebbe scapigliare bene molti bolzanini di oggi.

ALDO PORCARO

La biografia di Aldo Porcaro somiglia a quella di tanti artisti “maledetti”: dopo la scuola commerciale a Bolzano lavora per una banca italiana a Mogadiscio, dove conosce la sua prima moglie Asli. La pittura e il disegno sono la sua vita e, tornato dall’Africa a Bolzano, negli anni ‘70 riesce a vendere bene i suoi dipinti “africani” dai colori accesi. Porcaro ha una vita sentimentale vivace, è un personaggio charmant. All’inizio degli anni ‘80 trascorre un anno a Parigi, ma, costretto a tornare per motivi economici, non troverà mai una sua dimensione. Instabile mentalmente, negli ultimi anni di vita vive vagabondando; muore all’ospedale di Bolzano per una malattia cardiaca il 30 ottobre 1991.
La sua storia è stata raccolta da Dietrich Reinstadler nel volumetto “Aldo Porcaro fu Nunzio Pittore Parigino”, Matzneller Editions.

Autrice: Caterina Longo