Energie creative tra immagini e design

QuiIntervista a Claudia Polizzi, che è una designer, ricercatrice e illustratrice nata a Napoli e cresciuta a Roma. Vive a Bolzano dal 2011 con Stefano e i loro due bimbi di 2 e 4 anni. Il suo studio si occupa di comunicazione visiva, immagine coordinata e grafica editoriale, ha collaborato con diversi musei e istituzioni culturali dentro e fuori la nostra provincia, tra cui la Scuola Holden di Torino. Da circa un anno collabora con il Mart di Rovereto e ha un assegno di ricerca alla Facoltà di Design e Arti Unibz.

La cosa che più mi piace più di me.
Le lentiggini.

Il mio principale difetto.
La lentezza, anche se può avere aspetti positivi.

La volta che sono stata più felice.
Lo sono ogni volta che inizio qualcosa di nuovo.

La volta che sono stata più infelice.
Quando è morto mio nonno.

Da bambina sognavo di diventare…
Ho sempre pensato che avrei lavorato, in qualche modo, con le immagini.

L’errore che non rifarei.
Diventare stanziale a 25 anni.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Lessico familiare di Natalia Ginzburg.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Vivere a New York, almeno per un po’.

La mia occupazione preferita.
Riordinare, mi rilassa.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Mi piacerebbe tornare a vivere a Roma prima o poi.

Il piatto preferito.
La pizza, quella buona.

Il mio musicista preferito.
Keith Jarrett.

Il mio pittore preferito.
Sol Lewitt.

Il giocattolo che ho amato di più.
Un bambolotto, senza un braccio, a cui davo sempre un nome diverso.

La disgrazia più grande.
Perdere la memoria.

L’oggetto a cui sono più legata.
Un cilindretto di legno che uso per fare degli esercizi la sera.

La massima stravaganza della mia vita.
Andare in fuoribordo da Miami alle Bahamas e fare il bagno con le razze.

Il mio primo ricordo.
Un cane di nome Laika che veniva a “bussare” alla nostra porta.

Il mio più grande rimpianto.
Non essere nata bilingue.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Ancora qui.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Un amaro o un liquore da bere la sera, quando i miei figli si sono addormentati.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Quando ho partorito dopo tre giorni di travaglio.

Autrice: Caterina Longo

Laives, una lunga stagione di cantieri

Laives si rifà il look. Letteralmente. Nel comune principe della Bassa Atesina prosegue senza sosta la lunga stagione dei cantieri volti a compiere un restyling di numerosi edifici e luoghi del centro abitato e della vicina frazione di San Giacomo. Un lungo lavoro perpetrato anche durante i mesi più duri dell’emergenza Covid che ha visto la giunta comunale riuscire a condurre in porto i progetti per la costruzione della nuova piazza, la riqualificazione dell’edificio Gutleben e l’ampliamento della casa di riposo di via Peter Mayr, per citarne alcuni. Ma sul tavolo ci sono anche i piani pensati per il mondo della mobilità e dello sport, come il nuovo ciclodromo in zona Galizia. Ecco, quindi, il punto della situazione riguardo le opere principali.

Una piazza per Laives
Il progetto più importante per la città, anche dal punto di vista simbolico, è quello riguardante la costruzione della piazza. Le diverse amministrazioni comunali che si sono susseguite negli ultimi anni hanno sempre rincorso questo piccolo sogno, che ora diventerà realtà. E questo grazie anche ai ben cinque milioni di euro del PNRR che andranno a finanziare in parte l’opera. “Sono molto contento che la nostra città sia riuscita ad accedere a tali fondi – ha spiegato il sindaco Christian Bianchi -. L’obiettivo adesso è quello di realizzare la piazza il prima possibile andando a completare gli ultimi passaggi prima dell’inizio effettivo dei cantieri”. Il costo totale dell’intero progetto sarà di circa 23 milioni, e il risultato consegnerà ai cittadini un luogo d’aggregazione moderno e attrattivo. La riqualificazione della zona prevede un’area pedonale al cui interno verranno costruiti gli spazi per la biblioteca, la scuola della musica e l’ufficio dell’Associazione turistica, oltre a bar e ristorante. Gran parte della piazza sarà poi coperta con un tetto in vetro che garantirà la possibilità di svolgere attività anche in caso di maltempo. Per accedere ai fondi del PNRR il progetto – sviluppato dallo studio Cecchetto & associati di Venezia – dovrà essere completato entro il 2026.

L’edificio Gutleben
Preservare la tradizione affacciandosi al contempo alla modernità. È questa la sfida che l’amministrazione ha deciso di raccogliere andando a riqualificare l’edificio Gutleben, lo storico maso pronto a trasformarsi in un complesso residenziale da 74 alloggi e 114 posti auto interrati. La struttura rappresenta per la città un simbolo storico che in molti hanno cercato di preservare. Il dibattito attorno alla sua riqualificazione va avanti da diversi anni, e ha diviso i cittadini tra coloro che non vorrebbero minimamente sfiorarlo e chi lo reputa invece una risorsa da sfruttare per il territorio (ne ha scritto e commentato nel primo numero di gennaio Reinhard Christanell). La soluzione individuata è stata quella di trasformarlo in un complesso abitativo i cui lavori sono già iniziati. Gli operai sono al lavoro per l’abbattimento di tutte quelle parti della struttura che non sono state poste sotto tutela da parte del Comune. “Il progetto andrà a riqualificare una zona molto importante per Laives che è rimasta abbandonata da ormai troppo tempo – precisa Bianchi -. La nostra politica di recupero delle aree dismesse ci permette di rispondere alla richiesta di alloggi evitando al tempo stesso di dover costruire su nuove aree della città”. Un intervento complesso nel suo insieme che, secondo le prime stime, dovrebbe completarsi verso l’inizio del 2024.

La casa di riposo
Novità anche per quanto riguarda la casa di riposo di Laives situata fra via Dante e via Peter Mayr. Da poco tempo sono iniziati i lavori di ampliamento della struttura che dovrebbero terminare nel 2023. I lavori permetteranno l’aggiunta di circa nove posti letto in più. La struttura già esistente rimarrà in piedi e verrà adeguata secondo i nuovi parametri imposti dal settore, per permettere agli addetti ai lavori di assistere al meglio gli ospiti, in linea con le più moderne necessità.

La situazione a San Giacomo
Diversi movimenti sono in corso anche nella vicina frazione di San Giacomo. “A stretto giro verranno appaltati i lavori di proseguimento della pista ciclabile, la ristrutturazione del sottopasso pedonale e il posizionamento nuove pensiline per l’autobus”, spiega Bianchi. Progetti da oltre un milione di euro che andranno ad impattare positivamente nel piccolo centro abitato. Ma non solo. Lo sguardo del sindaco Bianchi è proiettato verso la nuova stazione e il futuro polo scolastico. Recentemente è venuto in visita il viceministro alle infrastrutture Alessandro Morelli, con la quale si è fatto il punto sulla possibilità di accelerare la costruzione di un vero e proprio snodo per il trasporto pubblico che possa rivoluzionare gli spostamenti in tutta la Bassa. La Provincia, in sinergia con RFI, ha chiesto un finanziamento di 13 milioni di euro al governo, e i lavori dovrebbero partire l’anno prossimo per concludersi indicativamente nel 2026. Partiranno invece a breve quelli relativi alla nuova scuola di San Giacomo, che finalmente sono stati assegnati. Il progetto, dal valore complessivo di 19 milioni di euro, è atteso da molto tempo nella frazione e andrà a favore delle future generazioni. Il complesso ospiterà cinque sezioni, una biblioteca ed una mensa, e sarà all’avanguardia dal punto di vista della sostenibilità.

Autore: Alexander Ginestous

I rifiuti a Laives: sanzioni e novità

Che ci piaccia o no, i rifiuti fanno parte della nostra quotidianità: ognuno di noi ne produce, in media, oltre un chilogrammo al giorno. Cosa, come e quanto gettiamo via racconta molto di noi. Anche nella nostra bella Provincia, c’è ancora chi abbandona rifiuti in maniera indiscriminata. La Bassa atesina non fa eccezione; a inizio anno, il Comune di Laives ha deciso di installare delle nuove telecamere sulle isole ecologiche per contrastare il fenomeno. Si tratta solo di comportamenti incivili?

Cominciamo dal punto dolente: le risultano molti casi di abbandono di rifiuti fuori dalle campane? Se si, come mai?
Gli abbandoni anomali a Laives sono, in proporzione, inferiori rispetto a città come Bolzano o Merano, ma pur sempre troppi. Anche se la stragrande maggioranza dei cittadini conferisce diligentemente i rifiuti, c’è una minoranza che non rispetta le regole – gli abbandoni più frequenti sono quelli dei cartoni. A ciò si aggiunge il fenomeno del pendolarismo da altri comuni; ad esempio abbiamo persone che lasciano cartone e indifferenziata da Appiano o Bronzolo, è inaccettabile.

A inizio anno l’amministrazione ha posto delle nuove telecamere di sorveglianza presso le isole ecologiche…
Si, per contrastare questi comportamenti abbiamo deciso di rendere più efficace il monitoraggio con telecamere ad alta definizione, che permettano di identificare i numeri di targa.

Secondo lei a cosa è dovuto l’abbandono dei rifiuti sulla strada o vicino alla campane?
Come detto, in alcuni casi c’è la mancanza di informazione, in altri la malafede; molti pensano magari di risparmiare abbandonando i sacchi in strada, ma in realtà il residuo incide solo al 30% sulla tariffa, ci sono voci ben più pesanti!

Per quanto risulta dal sito della Seab, Laives dispone di 100 isole ecologiche per circa 18.000 abitanti, in perfetta proporzione con Bolzano (400 isole per 106 mila abitanti). Secondo lei sono sufficienti? 
In realtà ne abbiamo 60, lo stesso numero di Bressanone, che ha circa 4000 abitanti in più di noi. La copertura è capillare, e le riteniamo sufficienti. 

Con che frequenza avvengono gli svuotamenti delle campane? 
Lunedì, mercoledì, venerdì e sabato vengono svuotati carta e cartone, lunedì, mercoledì e venerdì la plastica, mentre martedì e giovedì il vetro.

Secondo lei gli svuotamenti sono sufficienti?
Stiamo procedendo un questi giorni ad un monitoraggio più approfondito per valutare se modificare qualcosa; la realtà non è ingessata, ed il contratto con Seab ci lascia ampio margine di flessibilità.

Possiamo aumentare gli svuotamenti, ma ricordo che poi i costi vanno a pesare sulla tariffa. 
E’ anche un problema di informazione: le campane del cartone si riempiono presto se le scatole vengono gettate in malo modo, senza essere piegate, come previsto, per occupare il minor volume possibile.

Cosa si deve fare se si trova la campana piena?
Il regolamento comunale prevede che occorre recarsi all’isola più vicina; se anche quella è piena si può sempre portare al riciclaggio – in ogni caso i rifiuti non vanno abbandonati a terra. E’ importante che ci sia questa consapevolezza, perché il 20% della tariffa che tutti pagano è costituita dagli oneri derivati dalla raccolta dei rifiuti abbandonati a terra. Insomma, il comportamento di pochi incide sulle spese di tutti.

Capitolo multe: cosa rischia chi abbandona i rifiuti?
La sanzione ammonta a 400 euro; l’importo è stato deciso dalla precedente amministrazione. Sono multe “salate”, ne sono consapevole, ma ritengo che al momento non vadano corrette. Nel 2021, grazie anche all’impegno della polizia municipale, le sanzioni sono più che triplicate: siamo arrivati a 87, rispetto alla 26 dell’anno precedente.

Se lascio il cartone fuori dalla campana perché è piena prendo la stessa multa che se abbandono il sacchetto del residuo?
Si, l’abbandono dei rifiuti fuori dalla campane e dai cassonetti previsti, non fa distinzione.

Secondo lei gli orari del centro riciclaggio sono consoni alle richieste della cittadinanza?
Il centro di riciclaggio funziona benissimo, il feedback dei cittadini è buono. Inoltre, le dico che siamo uno dei pochi comuni, se non l’unico, che a richiesta viene a ritirare gli ingombranti a domicilio gratuitamente; e invece troviamo televisori e frigoriferi abbandonati accanto alla campane…

Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?
Oltre ad aumentare i controlli, cerchiamo e cercheremo ancora di sensibilizzare attraverso la formazione e l’informazione; la pandemia ci ha impedito di fare assemblee pubbliche, ma abbiamo percorso altre vie, ad esempio con  un numero del notiziario comunale sullo smaltimento dei rifiuti. Puntiamo molto anche sulle scuole, perché i piccoli sono i migliori educatori dei genitori. Cerchiamo poi contatti diretti con tutte le fasce della popolazione, anche con i nuovi cittadini (provenienza straniera), attraverso i mediatori culturali.

Ne avete molti?
A Laives abbiamo un ca 10% di cittadini di provenienza straniera, una parte può dirsi ben integrata e ha comportamenti disciplinati, e poi anche tra questi c’è qualche “sacca” che vuoi per mancata informazione o altro, ha più difficoltà; ma attenzione, non ne farei una questione di provenienza perché sono molti i locali che “pizzichiamo” con comportamenti illegittimi.

Progetti futuri? 
Oltre ad arrivare alla copertura totale del monitoraggio con le telecamere ad alta definizione, vorrei istituire un corpo ausiliario per l’effettuazione di controlli ambientali, in base al modello di Bressanone, che funziona molto bene, anche rispetto a molti altri comuni altoatesini che ho preso in esame.  E poi naturalmente guardiamo a nuovi obiettivi: numeri alla mano, Laives ha raggiunto il 61.5 % della raccolta nel 2020 e i primi dati del 2021 ci proiettano verso il 70% che è il nostro obiettivo.

Autrice: Caterina Longo

“Bollito misto” di Leonora Prugger

“Bollito misto” è il titolo curioso e dal sapore culinario della mostra di Leonora Prugger con cui il Kunstforum Unterland apre la stagione 2022 il 12 febbraio prossimo. Leonora Prugger è una giovane artista altoatesina, che dopo la scuola d’arte in val Gardena ha lasciato l’Alto Adige per studiare pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Norimberga, presso cui si è diplomata con lode nel 2021. A Egna l’artista presenta circa 15 dipinti tutti dedicati alla tavola. 
“Dipingere è un po’ come cucinare: si mescolano i colori come in cucina si mescolano gli ingredienti; insomma, la pittura è un po’ come una pentola che ribolle, ma di colori” così ci racconta la giovane arista altoatesina Leonora Prugger.

Qual è il tema della mostra?
Il tema è il tavolo nella sua funzione sociale: in questi ultimi due anni di pandemia in cui siamo stati costretti a casa il tavolo è diventato la nostra scrivania, e luogo di lavoro, e intorno al tavolo ci siamo ritrovati per mangiare, giocare, parlare. 

Ma come nasce questo titolo?
Volevo che anche il titolo si riferisse al mangiare, mi è capitata per caso questa ricetta del bollito misto, che contiente diversi ingredienti e mi è sembrato perfetto, perchè dipingere è un po’ come cucinare e gli ingredienti sono i colori 

Cosa aspetta il pubblico della mostra?
Diversi dipinti a olio su tela, per lo più di medie dimensioni, con visioni di tavoli, su cui si affastellano e sovrappongono diversi elementi, che però non sono sempre immediatamente riconoscibili. Bisogna fermarsi ad osservare e allora davanti agli occhi si delineano forme, oggetti e anche anatomie.

I dipinti rappresentano i tavoli visti dall’alto… 
Si, ho iniziato a dipingerli un paio di anni fa, l’idea mi è venuta durante delle serate in compagnia in cui si giocava attorno a un tavolo. Inizialmente raffiguravo anche le persone, ma poi le ho fatte sparire e gli elementi sono diventati sempre più astratti… La tela è un rettangolo, proprio come una tavola: mi affascinava riportare l’illusione della tridimensionalità del tavolo sulla tela. Come una cuoca invita a riconoscere sapori e ingredienti del piatto che stiamo gustando, con leggerezza e ironia, Prugger invita a sciogliere i piccoli rebus nascosti nei suoi vivaci dipinti. Non ci sono solo oggetti da riconoscere, ma anche momenti da scoprire perché “Le composizioni pittoriche ritraggono l’andamento di un’intera serata, amalgamate in un’impressione e catturate sulla tela”. Insomma, un invito giocoso a guardare bene, a riflettere su quale e quanta vita ogni giorno giri attorno ad un oggetto tanto importante quanto dato per scontato come il tavolo. Un po’ come certe relazioni.

Autrice: Caterina Longo

Mike Fedrizzi e le identità perdute

Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino.
A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra.
“L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista.
Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.

LA MOSTRA

Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano.
L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30.
La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.

Autrice: Caterina Longo

I primi abitanti dell’Unterland

Per noi, abitanti “urbanizzati” del fondovalle, è difficile immaginare una vita in alta quota. Certo, ci si può passare una giornata o, tuttalpiù, una vacanza – ma trascorrere tutto il proprio tempo lassù, tra i 1800 e i 2000 metri e oltre, appare improponibile. Oggi, forse, lo fanno ancora certi pastori d’estate: ma il più delle volte circondati dai comfort della vita in valle.
Eppure, c’era un tempo neppure lontanissimo da noi, in cui la permanenza in alta montagna era la norma o, evidentemente, una necessità – anche qui nella luminosa valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno. Siamo forse nell’VIII o VII millennio a.C. o, in casi sporadici, anche qualche tempo prima. La lenta ma costante ripopolazione del territorio alpino e subalpino dopo l’era glaciale “wurmiana” terminata circa 10000 anni fa (e che aveva ricoperto tutta la valle di uno spesso strato di ghiaccio che ha modellato il territorio), come testimoniano i ritrovamenti nei vari ripari su entrambi i versanti della valle (esemplare a tal proposito l’esempio della dorsale della Mendola) è iniziata proprio dalle sommità, dai fitti boschi che allora, grazie al clima meno rigido di quello odierno, raggiungevano un limite di 200 o 300 metri superiore a quello attuale.
Certo, era un’esistenza precaria, perennemente legata a un filo. La caccia, con i mezzi rudimentali dell’epoca, poteva anche essere ricca ma, si sa, non c’era modo di conservare il cibo se non per brevissimo tempo. E poi l’esposizione continua a intemperie e malattie contribuiva ulteriormente a complicare il cammino di questi nomadi che probabilmente godevano di una vita piuttosto breve.
Poi, nei secoli, tra mesolitico finale e incipiente neolitico (la rivoluzione agricola mediorientale, avvenuta qualche millennio prima, gradualmente prese piede anche in Europa centrale e nelle nostre valli), la “discesa” è stata lentissima e non certo indolore. Lunghi periodi di convivenza forzata tra popolazioni “antiche” e “nuove” hanno caratterizzato questo passaggio epocale ma, alla fine, le impellenze dell’agricoltura e i suoi indubbi vantaggi per la vita comunitaria hanno indotto le famiglie a “posizionarsi” sulle terrazze a mezza costa (per esempio sul Guncina) o addirittura più in basso, sui conoidi alluvionali così frequenti in Bassa Atesina.
Sappiamo poco, di quei tempi, di quell’errare tra i monti sulle tracce di un animale da cacciare, degli usi di gente coriacea, del loro rapporto con il divino e l’eredità degli avi. I ritrovamenti (di cumuli di ossa animali, di qualche attrezzo litico) hanno permesso di ricostruire un quadro di massima della vita dei cacciatori e raccoglitori che “popolavano” le alture dell’Unterland ma certo siamo in presenza di dati e conoscenze ancora molto parziali.
Rimane inoltre da chiarire anche la circostanza non certo secondaria se questi soggiorni sotto le rocce fossero limitati alla bella stagione o invece si protraessero per tutto l’arco dell’anno. Siamo propensi a credere che con le prime nevicate iniziasse “la ritirata” verso zone meno esposte che offrissero maggiori possibilità di sopravvivenza – anche se non vi sono prove dirette che questo avvenisse. È anche possibile che questi cacciatori, al termine della stagione venatoria vera e propria, tornassero al proprio luogo d’origine, per esempio verso le Prealpi venete o il Trentino meridionale. In base alle ricerche effettuate sul campo sappiamo che il territorio in cui si muovevano era abbastanza esteso: dall’Alto Garda fino al Doss Trento, dalla Piana Rotaliana a quella bolzanina e poi fino a Villandro in Val d’Isarco e a Tarces in Val Venosta. Ma non vi sono certezze assolute, al riguardo. Certo è, invece, che dovevano mangiare anche d’inverno: e probabilmente avevano trovato il modo di cacciare animali più piccoli o addirittura di pescare nei meandri e laghetti dell’Adige, come testimoniano i ritrovamenti presso Salorno.
Vedremo, nelle prossime visite, i luoghi più significativi di queste migrazioni stagionali in Bassa Atesina, che hanno preceduto l’insediamento stabile delle popolazioni dedite all’agricoltura, la cui comparsa è databile attorno al V millennio a.C.

Autore: Reinhard Christanell

Un nuovo Presidente e la speranza di una nuova Politica

Ho sempre vissuto l’elezione del nuovo presidente della Repubblica con grande interesse, quasi fosse una sorta di utile reset periodico della vita dello stato. Ogni elezione del capo dello stato ha una sua ritualità ma presenta sempre novità e colpi di scena. Ma – soprattutto – costringe tutti a tornare al punto di partenza del sistema democratico, ovvero alla nostra Costituzione di cui il Presidente è il massimo garante. E’ lì che risiede il nocciolo del patto tra cittadini e tra cittadini ed istituzioni. E il Presidente è un cittadino, uno come noi, al quale periodicamente spetta il difficile compito di tirare le fila, per 7 lunghi anni. Forse la mia passione è dovuta al fatto che il mio primo ricordo consapevole di un’elezione di capo di stato risale al 1978. In quell’anno fu il partigiano Sandro Pertini a ricevere il più alto incarico. Nei giorni scorsi mi è capitato di rivedere una docufiction ante litteram realizzata dal grande Gianni Bisiach, i cui protagonisti pochi mesi prima dell’elezione di Pertini erano lui stesso e l’ex Presidente Giuseppe Saragat. Entrambi intenti a raccontare la loro rocambolesca fuga da Regina Caeli del 1944, organizzata dai loro compagni partigiani Sebastiano Vassalli e Pietro Nenni. Dopo Pertini ancora per diversi anni le elezioni dei Presidenti della Repubblica hanno potuto vedere protagonisti coloro che portarono avanti la in prima persona lotta per la libertà e per la giustizia nel nostro paese, sfociata in una democrazia voluta con forza e poi vergata dai padri costituenti. Successivamente a quel periodo, da Napolitano in poi, il ruolo del Presidente della Repubblica è addirittura aumentato d’importanza, a causa della crisi dei partiti e della politica, spesso incapaci di rinnovare le capacità di mediazione che sono il sale stesso della democrazia. L’auspicio dunque è duplice: innanzitutto che il successore di Sergio Mattarella riesca a proseguire nel solco dei suoi due predecessori, riuscendo a trovare soluzioni di governo anche nei casi malaugurati in cui i partiti non trovino le necessarie intese. Ma soprattutto dobbiamo augurarci che partiti e parlamentari riescano a ritrovare la via maestra del bene comune, superando tutte le derive che negli ultimi anni hanno allontanato se non addirittura disgustato i cittadini.

Autore: Luca Sticcotti