I nomi del passato: Agruzzo

A nord di Laives (e a sud di Bolzano), nei pressi dell’attuale aeroporto, per secoli si trovava una zona incolta e insalubre utilizzata dagli abitanti delle due località (e di alcuni paesi montani) soprattutto come pascolo invernale. L’Isarco, che correva minaccioso a ridosso dei centri abitati prima di essere deviato verso Castelfirmiano, allagava costantemente l’area tra Oltrisarco (Oberau) e San Giacomo (Unterau) e perciò ogni coltivazione continuativa era destinata a scomparire rapidamente.
Quest’ampia superficie di quasi 50 ettari veniva chiamata Grutzen o Grutz, in italiano Agruzzo. Nel 1582 un documento noto proprio come “Grutz-Urbar” (Descrizione della Grutz in der Au sotto Bolzano) ne elencava tutti gli appezzamenti di terreno. Ma già nel “1496 i Niederthor bolzanini avevano ottenuto il diritto di assegnare terreni presso l’Isarco”. I piccoli coltivatori dovevano liberare la terra dal pietrame apportato dal fiume, qualcuno vi coltivava un piccolo vigneto o campo, altri erigevano improbabili muri di contenimento delle acque. Nel catasto teresiano è rimasta traccia di queste particelle.
Ma cosa significa Grutz / Agruzzo? Si tratta di una denominazione “tedesca” risalente all’arrivo dei Baiuvari nella valle dell’Adige tra il sesto e l’ottavo secolo? O di un vecchio nome romanico o addirittura preromano poi germanizzato?
I nomi dei campi spesso derivano dall’utilizzo o dalla consistenza degli stessi. Per esempio Laimburg deriva sicuramente da Laim, limo. Perciò la supposizione dei fratelli Grimm che Grutzen derivi da Grütze (frumento frantumato, cosa piccola, dalla radice indogermanica ghreud, sminuzzare) è decisamente pertinente. Un qualche collegamento è possibile anche con il termine “Gries” (Griez, arena) per terreno sabbioso.
L’ipotesi “bavarese” è suggestiva ma poco convincente. Scriveva infatti Karl Finsterwalder: “L’occupazione bavarese (…) trovò le nostre vali tirolesi ancora abitate e i moltissimi toponimi pregermanici dimostrano che la popolazione rimase nei propri paesi”.
Dunque i Baiuvari non sostituirono la vecchia popolazione romanica ma si insediarono accanto ad essa, utilizzando la toponomastica preesistente. Questi eventi tra il VII e l’VIII secolo sono comprovati anche dagli scontri proprio in questa zona tra Longobardi e Baiuvari. Solo nel 769 Bolzano con Laives divennero possedimento dei Baiuvari, dato che allora il loro duca Tassilo III, sposato a Liutberga, figlia dell’ultimo sovrano longobardo Desiderio, appare “in Bauzano rediente de Italia”.
È dunque assai probabile che il termine Grutz trovi origine in quest’epoca e nella lingua longobarda, che conosceva anche il termine grutsa o grutsena con il significato di piccolo podere di una dimensione tra i 12 e i 30 iugeri.

Autore: Reinhard Christanell

Quando Ronca “inventò” le gallerie di Corso della Libertà

Nello scenario collettivo, passare per Corso della Libertà e percorrere una delle due gallerie piene di negozi o per raggiungere la passeggiata Lungo Passirio è una cosa ormai usuale.
Non fu però così semplice, nel 1959, per Ronca progettare e costruire il complesso architettonico commerciale in quell’epoca. Da un lato si trovò contro gli esercenti del centro storico, timorosi dello stravolgimento del commercio meranese, dall’altra i nostalgici della Merano asburgica e dei suoi edifici d’epoca.
Venne organizzata una raccolta di firme per impedirne la sua realizzazione, ma prevalse il buon senso: la città era in pieno rilancio economico, e un edificio al passo coi tempi poteva contribuire a rilanciare Merano a livello europeo. A pochi passi dal centro storico, Ronca porta dunque la prima galleria con negozi, uffici, abitazioni con tutto il linguaggio dell’architettura moderna.
Soffermandosi sull’ aspetto compositivo, l’architettura è contrassegnata da tutte quelle forme a “spigolo” che diventeranno sue caratteristiche a partire dagli anni ‘60. Qui, per la prima volta abbandona le forme del passato, che avevano caratterizzato un’architettura più “morbida”, tipica invece del linguaggio roncaniano degli anni ‘30 / ‘50.
I negozi sul fronte strada e nelle gallerie si sviluppano su due piani con ampie superfici vetrate a “tutta vista”. A Merano diventa interessante da parte del progettista la rivisitazione delle gallerie ottocentesche tipiche delle grandi capitali europee, riconcepite con il linguaggio del moderno. Ronca adegua il suo lessico alle forme architettoniche locali, in primo luogo gli Erker: sul prospetto verso Corso Libertà vengono proposti movimenti di rientro e di sporgenza su tutta la facciata. Marcapiani e pilastri a vista demarcano la struttura compositiva, mentre rivestimenti in tessere ceramicate arricchiscono i prospetti principali. Elementi di completamento – come lampadari, altorilievi bronzei e la cura di altri particolari – ne fanno un insieme piacevole ed armonioso. Un modello come la galleria, portata a Merano, diventerà da subito un archetipo vincente: ultimata nel 1963, vide la quasi contemporanea costruzione di quella di via delle Corse (1960-1965). A queste ne ne seguiranno tante altre.

Autore: Flavio Schimenti

La fontana delle rane in piazza Stazione a Bolzano

Per molti decenni a chi arrivava in treno alla stazione di Bolzano, attraversando la hall della biglietteria e scendendo la scalinata, la prima immagine della città che si palesava era la “fontana delle rane”.
Progettata e realizzata nel 1930 dallo scultore Ignaz Gabloner, la fontana andò a completare lo spazio urbano del parco della Stazione.
La fontana è costituita da elementi in marmo, bronzo e tessere marmoree, contraddistinguendosi rispetto alle altre fontane cittadine ma costituendone anche una sorta di continuità, dal punto di vista simbolico ed iconografico. Il basamento della vasca realizzato interamente in marmo è di forma polilobata; sulle superfici esterne compaiono festoni stilizzati, simili a quelli posti alla base dei pilastri di accesso al ponte Talvera, con lo stemma della città di Bolzano. Un pilastro centrale di forma ottagonale, posto al centro della vasca, sorregge un ampio catino marmoreo svasato, al cui centro sono poste nove anfore in bronzo, con l’aggiunta di una sulla sommità. Le anfore sono di tipo italico, su modello di quelle del primo secolo d.C. che, per inciso, erano quelle che contenevano e trasportavano il vino. Prospetticamente ed in lontananza dalla fontana si può infatti osservare la collina di S.Maria Maddalena con i suoi vigneti, mentre dall’anfora posta al centro scaturisce un forte getto d’ acqua in verticale, con forte impatto scenografico. Alla base della struttura polilobata, tre per ogni parte, compaiono dodici rane, dalle quali scaturisce un getto d’acqua che raggiunge la vasca superiore centrale. Le rane bronzee stilizzate, dalle forme quasi geometriche, rappresentano il principio fondatore dell’acqua. Caro alla divinità egizia Heket, protettrice della vita, l’anfibio nasce e cresce nell’elemento liquido, ma non ne è vincolato. Simbolo portafortuna per gli egizi, per gli altri popoli la rana è metafora del passaggio delle prove della vita, dalle quali si esce rafforzati. Il numero tre e i suoi multipli sono puramente metaforici, come avviene anche nella fontana del Nettuno di piazza delle Erbe. Tre infatti sono i corsi d’acqua che attraversano la piana bolzanina: l’Isarco, il Talvera e l’Adige, e dunque tre rane per parte gettano l’acqua nel catino centrale. Il manufatto – danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale – venne riposto in essere nel 1955.

Autore: Flavio Schimenti

Duce a cavallo, non maschera ma… spari

Ogni cosa ha un suo perché!
Anche in merito al quesito posto nel numero 12 di Qui Bolzano, concernente il monumentale bassorilievo di Hans Piffrader in Piazza Tribunale e le tavole esplicative di esso nella stessa piazza, si può dare, utile per i lettori, nonché per cittadini e turisti che transitano per la piazza, un chiarimento, del quale ringraziamo Hannes Obermair, dell’Eurac Research di Bolzano. Riguardo alle tavole esplicative del bassorilievo, viene precisato che i pannelli “riprendono fedelmente l’opera piffraderiana stessa che rappresenta un volto di Mussolini fortemente danneggiato e deturpato grazie – suppongo – a degli spari mirati occorsi durante la liberazione dal nazifascismo nel maggio del 1945”. Erano tempi, infatti, con molte persone dal grilletto facile.
Concordiamo con Hannes Obermair, che nuovamente ringraziamo, secondo il quale si tratta di “un segno tangibile del secolo degli estremi, con una propria valenza e una dignità intrinseca, da leggere e da tener presente”.

Autore: Leone Sticcotti

piazza Tribunale a Bolzano
Hannes Obermair

Happy birthday Bob

Sabato 3 luglio alle ore 21 all’arena del Parco delle Semirurali avrà luogo una serata tributo a Bob Dylan, che recentemente ha compiuto 80 anni. Sul palco salirà Bobby Gualtirolo, accompagnato per l’occasione da una band costituita da Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi.

Lo scorso 24 maggio Bob Dylan ha compiuto ottant’anni: con la copertura che stampa (specializzata e non), televisione e internet hanno dato all’evento è assai difficile che a qualcuno la cosa possa essere sfuggita. D’altra parte Bob Dylan – che ci piaccia o meno – è stato un punto di riferimento quasi costante da sessant’anni in qua, e non ci riferiamo solamente alla musica, perché Bob Dylan – suo malgrado – è stato anche un modello, un autore, un oggetto di studio infinito, in un certo periodo della sua carriera anche un fenomeno di costume. Ininterrottamente.
Il tutto rimanendo vivo e vegeto: perché a diventare un mito da cadavere, quello riesce bene a molti, anche a quelli che miti altrimenti non lo sarebbero mai diventati (gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Francesco Guccini).
Negli ultimi anni, volente o nolente (la sua sfuggevolezza è ormai risaputa), Dylan ha fatto parlare parecchio di sé: per non essersi recato a ritirare il premio Nobel (più che per averlo ricevuto), per aver sfornato una serie di dischi in cui andava cantando le canzoni di Frank Sinatra e non ultimo per il suo disco dello scorso anno, apparentemente realizzato in pieno lockdown, ma probabilmente già più che abbozzato e anche assemblato molto prima.
Le restrizioni vigenti un po’ in tutto il globo non hanno però consentito l’organizzazione di un evento per celebrare gli ottant’anni del musicista, ma nel nostro piccolo posto tra i monti, un cantautore/rocker locale, grande fan e conoscitore del soggetto Dylan, ha ben pensato di omaggiarlo con una serata dal vivo.
Si tratta di Bobby Gualtirolo, che col patrocinio dell’Associazione Provinciale Musicisti sabato 3 luglio alle 21, presso l’arena del Parco delle Semirurali accompagnato da una band d’eccezione per riproporre un sonoro tributo a Bob Dylan basato soprattutto sul repertorio recente.

Bobby Gualtirolo

“I pezzi nuovi di Dylan – ci spiega Gualtirolo, intendendo per nuovi quelli degli ultimi venti, venticinque anni – più li ascolti e più sono dei gran pezzi. Per questo motivo ho scelto di eseguire solo un paio di cose del repertorio più vecchio, e una di queste sarà comunque in un arrangiamento dei primi anni duemila. Mi sembra un repertorio molto interessante, volevo evitare di fare una serata con più musicisti, con molti ospiti e una scaletta per così dire mainstream, mi interessava piuttosto un gruppo compatto, solido, per questo ho chiamato tre fuoriclasse come Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi, che tra l’altro sono già un trio preesistente. Volevo fare qualcosa che potesse andare vicino ad un concerto recente di Dylan”.
Dylan stesso, negli ultimi anni nei suoi concerti ha preferito concedere più spazio alle nuove composizioni piuttosto che ridursi a fare un mero e gratuito greatest hits col rischio di finire col sembrare la cover band di sé stesso e dei suoi anni d’oro piuttosto che un artista ancora ostinatamente e sensatamente sulla cresta dell’onda. E la formazione con Randi, Punzi e Stagni è sicuramente in grado di supportare Bobby Gualtirolo in questo progetto per cui, per essere più incisivo sta studiando le pronunce, gli accenti le sfumature con cui Dylan nelle sue esecuzioni dal vivo approccia i brani che figureranno in scaletta.
“Bob Dylan – conclude Gualtirolo – è un po’ il luogo dove, musicalmente parlando, si finisce prima o poi per tornare. Magari lo tralasci un po’ per qualche tempo, provi ad ascoltare altra musica, cerchi altre sonorità, ma poi succede sempre che ci torni, come ad una fonte a cui dissetarsi, è talmente pieno di spunti e di idee che trovi sempre qualcosa da attingere. E al tempo stesso è tradizionale, perché innovativo non è di certo; se musicalmente l’ultima canzone vera e propria è Mississippi che risale al 2001, a livello di testi continua a dire cose sensate. Che non è poco”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Harrison, Strada e…Puccini!

Il cantante e artista Dodicianni, all’anagrafe Andrea Cavallaro, è nato a Rovigo e risiede a Pineta di Laives. Ha all’attivo due album ufficiali: “Canzoni al Buio” e “Puoi tenerti le chiavi”. Artista poliedrico, ha coltivato parallelamente una carriera anche nell’arte contemporanea, riscontrando in pochi anni contatti e produzioni in molte gallerie e festival italiani ed europei. Recentemente è uscito il suo nuovo EP “Lettere dalla lunga notte”.

La cosa che mi piace di più di me.
Le mani.

Il mio principale difetto.
Sono molto vendicativo.

La volta in cui sono stato più felice.
Al concerto di Tom Petty.

La volta in cui sono stato più infelice.
Durante la quarantena.

Da bambino sognavo di diventare…
Ricco.

L’errore che non rifarei.
Una volta ho preso la BreBeMi. 17€ per pochi km. Ancora ci rimugino.

La persona che invidio di più.
Al momento Jack Antonoff, ma anche Ronnie Wood non se la deve passare male…

La persona che ammiro di più.
Gino Strada.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Meglio un disco: ‘Living in the material world’ di George Harrison.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare un pieno di benzina verde a Bolzano.

L’ultima volta che ho pianto.
Al concerto di Bob Dylan a Verona, credo.

Il luogo dove vorrei vivere.
Bronzolo, ma anche Aldino spacca!

Il colore che preferisco.
Il verde, ma anche il rosso.

Il mio piatto preferito.
Capesante gratinate.

Il mio musicista preferito.
Giacomo Puccini.

Il mio pittore preferito.
Damien Hirst.

Non sopporto…
Le scarpe bianche.

Dico bugie solo…
Nelle interviste.

La mia paura maggiore.
Morire senza aver lasciato un segno, anche minimo.

L’ultima volta che ho pregato.
All’ultima estrazione della green card. Ma non è andata bene.

Il giocattolo che ho amato di più.
L’action figures di Zack, il Power Ranger nero.

La disgrazia più grande.
Svegliarsi e accorgersi di non essere felici.

L’oggetto a cui sono più legato.
Le Moment da 300mg.

La massima stravaganza della mia vita.
Una volta alla Halloween Parade di Hollywood mi sono vestito da prete pedofilo. Ma agli americani non piace molto scherzare su certi temi, vai te a capirli…

Il mio primo ricordo.
Un gran premio del 1995 sul divano dei miei, tifavo già Williams.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La verdura, mia moglie è vegana.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Ho capito che quella che sarebbe diventata mia moglie aveva deciso di passare il resto della vita con me.

Autore: Alexander Ginestous

Tornano i canti del Coro Artemisia

Chiacchierata con Laura Ghirardini, corista del coro Artemisia di Laives che ci ha raccontato la ripartenza del settore e delle attività. Con la gioia del poter ritornare a provare dal vivo e la speranza di potersi presto esibire davanti al pubblico.

Riparte la cultura e riparte la musica. A Laives tornano a farsi sentire le voci dei cori. Lo racconta Laura Ghirardini, corista del Coro Artemisia e membro del direttivo nella neonata Associazione di Promozione Sociale Monti Pallidi.

Innanzitutto, come è nata la Sua passione per il canto?
A me è sempre piaciuto cantare e cercavo un momento giusto della mia vita per avere il tempo di poterlo fare. Il Coro Artemisia è stata un’occasione.

Come si è avvicinata al Coro Artemisia?
Sono entrata nel coro qualche mese dopo la sua fondazione, nel 2015, perché l’ho saputo da una mia amica che già ne faceva parte. Da tempo cercavo un coro in cui cantare, ma a Bolzano le compagini a cui mi ero rivolta erano troppo impegnate. Da un gruppo di amiche la cosa si è allargata per passaparola, e si è arrivati alla realtà di adesso, con 58 voci di tutte le età.

E durante la pandemia?
Grazie alla disponibilità assoluta di entrambi i maestri, Paolo e Lorenza Maccagnan, abbiamo provato online. Ora abbiamo ripreso a provare dal vivo, a piccoli gruppi.

Laura Ghirardini

Ora è nata anche l’Associazione.
Sì, il coro ha preso un’altra dimensione dal punto di vista organizzativo, perché siamo in tanti. L’associazione riunisce le cinque compagini corali: il coro maschile Monti Pallidi, quello femminile Artemisia, Schola Cantorum, il coro giovanile e quello dei bambini. Si sentiva la necessità di avere un’organizzazione unitaria, oltre che la necessità di avere qualcuno che si occupi, in forma volontaria ma costante e strutturata, dell’aspetto organizzativo.

Cosa vuol dire per Lei essere membro del direttivo?
In un gruppo così grande deve esserci qualcuno che faccia una serie di operazioni necessarie affinché l’apparato vada avanti. Personalmente penso che se una cosa ti piace e ti fa bene, devi anche essere disposto ad impegnarti perché questa cosa funzioni, quindi ho accettato di fare parte del direttivo. Ho la possibilità di farlo, in questo momento della mia vita, e di dedicarci tempo ed energie con piacere.

Il gruppo di lavoro Artemisia

E fare parte del coro?
Ho sempre cantato per conto mio e mi è sempre piaciuto esprimermi con la voce. Cantare insieme è una grande emozione, perché senti la tua voce che con quella di tutti gli altri diventa un unicum. È bellissima la commistione di tonalità diverse, ed è una fortissima emozione che mi dà un’energia incredibile.

Quando tornerete ad esibirvi?
Ci stiamo organizzando nell’ipotesi che la situazione sanitaria ci permetta di fare dei concerti in presenza. Abbiamo già delle date fissate per dei concerti all’aperto i primi di settembre, delle rassegne corali e anche per possibili concerti natalizi.

Autrice: Ana Andros COOLtour

I bellissimi 70 anni del Campo tenda

Un traguardo storico e bellissimo. Non facile da raggiungere e tantomeno da riassumere, quello del Campo Tenda Don Bosco di Laives, vera e propria istituzione del territorio laivesotto e provinciale. Il compleanno è stato festeggiato sabato 19 giugno nel piazzale del Centro don Bosco, alla presenza del sindaco di Laives Christian Bianchi e diverse istituzioni delle giunte comunali di Laives, Bronozolo e Vadena a sottolineare l’importanza che il campo tenda ha avuto e ha tutt’ora per la città e i suoi abitanti. Filo conduttore iniziale dell’evento è stato il ricordo, sempre vivo e limpido, di due figure fondamentali di Laives: don Luigi Simoni e Gino Coseri, che nel 1950 lanciarono il Campo Tenda con il primo cammino fino a Pietralba per far trascorrere ai ragazzi giornate tra giochi e attività.
“Il Campo Tenda – sottolinea il presidente del Centro don Bosco Luigi Giovannini – è l’iniziativa estiva per bambini e ragazzi con la più lunga tradizione nel territorio comunale e probabilmente una delle iniziative estive con la più lunga tradizione in tutto il territorio provinciale. La prima edizione si svolse a Pietralba, quando i ragazzi ancora raggiungevano il campo a piedi da Laives”. La celebrazione si è svolta in realtà con un anno di ritardo. Sarebbe stato il 2020 l’anno del 70esimo anniversario, ma purtroppo per via della pandemia da Covid il Centro non è riuscito a svolgere ciò che era già stato organizzato. “Anche se tuttora è difficile organizzare grandi eventi, volevamo comunque dare un segno e vivere insieme un piccolo momento celebrativo”, conclude Giovannini.
È stata una cerimonia volutamente ridotta per ragioni di sicurezza contro il Covid, ma fra gli invitati c’erano anche Mario Zanotti e Gervasio Giusti, due fra i più anziani campeggiatori, allora bambini e oggi nonni.
Il salto a due piedi nel mondo dei ricordi è proseguito poi con le canzoni che da sempre sono colonna sonora del Campo tenda, e che sono state cantate da alcuni coristi del Monti Pallidi (tra i quali lo stesso Zanotti), e con la mostra fotografica che ha permesso un’immersione profonda nei ricordi di tutte le generazioni.
Qualche giorno fa i primi ragazzi si sono rimessi lo zaino in spalla e sono partiti per il primo turno, salendo – adesso in pullman – fino alla struttura di passo San Lugano per vivere le stesse emozioni che vissero quei primi giovani che 70 anni fa inaugurarono un’istituzione che ha accolto migliaia di ragazzi nel tempo. E allora ancora tanti auguri.

Autore: Alexander Ginestous

Le mestruazioni sono (ancora) un lusso

È stata bocciata nei giorni scorsi dal Consiglio comunale di Egna una mozione lanciata dal Gruppo Verde che chiedeva il rifornimento gratuito degli articoli mestruali da parte del Comune. Una tematica che tiene banco da tempo a causa della famosa tassa di lusso del 22% di IVA presente su questi prodotti di necessità per il mondo femminile. Un’indagine dell’Infocafé femminista di Merano ha dimostrato che in media un’alunna su otto in Alto Adige è colpita dalla cosiddetta povertà del periodo, ovvero quella condizione per cui non è possibile accedere ai servizi igienici e ai dispositivi sanitari necessari per una gestione sicura delle mestruazioni, mentre una su sette è già rimasta a casa a causa di essa. Tra le ragazze intervistate, il 91,5% ha dichiarato che troverebbe utile se gli articoli mestruali fossero disponibili gratuitamente nelle scuole. “Anche se per molte persone l’argomento non sembra abbastanza rilevante, l’indagine mostra chiaramente come la povertà del ciclo esiste in Alto Adige”, dice la consigliera comunale Sadbhavana Pfaffstaller.

Sadbhavana Pfaffstaller

Tra le motivazioni per cui questo non viene ancora riconosciuto, c’è sicuramente un grande senso di pudore che porta le persone colpite a rimanere in silenzio.
“È importante che nella nostra società le donne abbiano la possibilità di accedere ai prodotti mestruali necessari in maniera indipendentemente. Molte altre comunità dell’Alto Adige hanno già fatto il primo passo in questa direzione, Egna no”.
Come spiegato in una nota, la sindaca di Egna Karin Jost ha fatto presente come non sia compito del Comune trattare tale tematica. Anche per questo il respingimento della mozione è stato accolto con particolare disappunto. “Colpisce il fatto che quasi tutti sono contrari alla tassa di lusso sui prodotti mestruali, ma allo stesso tempo non vogliono fare alcun sforzo amministrativo per il comune. È un mistero per me, donna adulta, come nell’anno 2021 si possa etichettare fatti biologici come imbarazzanti. Mi chiedo seriamente se rendere le mestruazioni un tabù non sia più vergognoso di una discussione vivace sui vari modi di sostenere le donne”, conclude Pfaffstaller.

Autore: Al.G.

Salorno dice addio allo storico forno

Chiude lo storico forno di Salorno, gestito dal 1977 dalla famiglia Dalpiaz. Tra il profumo di pane fresco e dolci appena sfornati, il paese saluta Milena e Diego Dalpiaz, con grande nostalgia e affetto. Proprio Milena ci ha raccontato qualcosa di più di questa fantastica storia andata avanti per oltre quarant’anni.

Qual è la vostra storia?
Papà Gervasio ha fatto il panettiere da quando aveva 14 anni e nel 1977 ha deciso di comprare il panificio a Salorno. Mio fratello Diego aveva 16 anni all’epoca, e ha subito iniziato a lavorarci anche lui. Poi sono arrivata anch’io e ormai sono più di trent’anni che lavoro in negozio.

Siete un punto di riferimento, a Salorno.
Sì, il paese è piccolo, ci conoscono tutti come famiglia e io sono praticamente cresciuta in negozio. Poi è una di quelle realtà che purtroppo stanno scomparendo, dove ti ritrovi a fare due chiacchiere con più calma. Si crea un altro tipo di rapporto con il cliente, a lungo andare e a forza di vedersi tutti i giorni.

I fratelli Diego e Milena Dalpiaz

Perché la decisione di chiudere?
Mio fratello è in pensione, non ha senso continuare nell’avventura. Purtroppo, non abbiamo trovato nessuno che rilevi l’attività. Secondo noi è un bene prezioso per il paese, avere un forno artigianale, sentire il profumo del pane appena sfornato, dei dolci — soprattutto adesso con la grande distribuzione, dove arriva già tutto confezionato. Insomma, è tutta un’altra cosa, sia per quanto riguarda il servizio che per quanto riguarda la qualità.

Sono tutti dispiaciuti, compresa l’amministrazione comunale.
Sì, oltre ai saluti, ho ricevuto ad esempio una bellissima lettera di un signore di Egna che mi ha fatta emozionare. Sono tutti dispiaciuti perché va a perdersi un ottimo prodotto e perché comunque è un negozio di famiglia ormai: a frequentare sempre un posto alla fine ti affezioni. Sindaco e vicesindaco sono clienti e siamo praticamente cresciuti insieme, sono molto dispiaciuti. È un momento più che mai familiare, anche con il resto del paese, oltre che di cessata attività commerciale.

E ora?
Mi prendo una pausa, voglio godermi i miei genitori che sono anziani. Sia io che mio fratello abbiamo bisogno di riposarci. Poi ricomincerò a lavorare, ma non ci ho ancora pensato. So che mi mancherà un sacco stare in mezzo alla gente, starò incastrata in ogni angolo del paese per parlare con tutti.

Qual è il ricordo più bello di questa attività?
Ne avrei tutti i giorni di belli, perché è una vita che le persone ci danno fiducia e l’affetto. Lo dimostrano entrando dalla porta; nessuno è obbligato ad entrare, il pane si trova anche in altri negozi – questo vuol dire che tengono a noi e scelgono il nostro prodotto, ne apprezzano la qualità. Ci sono molti gesti che mi lasciano stupita perché sono fatti dal cuore.

Autore: Ana Andros COOLtour