Arci Scacchi Bolzano, una storia di crescita e conquiste

Quarant’anni di passione, tornei e amicizia: il circolo fondato nel 1983 festeggia la seconda squadra in Serie A e l’ingresso di due delegati nella Lega Scacchi Alto Adige.

Quella dell’Arci Scacchi Bolzano è una storia di passione e continuità. Nata all’inizio degli anni Ottanta da un gruppo di ragazzi, l’associazione si è inserita con naturalezza nel panorama scacchistico provinciale, in gran parte di lingua tedesca. Oggi il circolo è bilingue e aperto, e accoglie giocatori di varie provenienze uniti dalla passione per gli scacchi. Abbiamo intervistato Arnaldo Brandolese, presidente dell’associazione, che ci ha raccontato come il gioco degli scacchi possa unire generazioni e culture diverse, e perché la loro partita, a Bolzano, è ancora tutta da giocare.

Presidente Brandolese, che cos’è la Lega Scacchi dell’Alto Adige e quale ruolo ha oggi Arci Scacchi?

La Lega Scacchi della Provincia di Bolzano riunisce i rappresentanti dei circoli attivi sul territorio, oggi circa venticinque. Ogni paese ha la sua realtà, e insieme formano un movimento vivace. L’Arci Scacchi è nata nel 1983 e da allora si confronta con questa realtà, inizialmente in sordina: eravamo un gruppo di ragazzi, mentre gli altri circoli erano già strutturati. Ci è voluto tempo perché il nostro lavoro fosse riconosciuto.

Oggi però il riconoscimento è arrivato.

Sì. Ci siamo fatti conoscere organizzando tornei, anche internazionali, e partecipando ai campionati a squadre. Siamo partiti dalla Serie D e siamo saliti, stagione dopo stagione, fino alla Serie A locale.

Da tempo una nostra squadra milita in questa categoria, ma la novità è che da quest’anno ce n’è una seconda: una formazione giovane, cresciuta nel nostro vivaio, che lo scorso anno ha conquistato la promozione dalla B. Ora le due squadre Arci Scacchi giocano fianco a fianco nella massima serie altoatesina.

E non è l’unica novità del 2025.

Già. Da quest’anno siamo presenti nella Lega Scacchi Alto Adige (LSAA) con due nostri delegati, già attivi nel circolo: un segnale di fiducia nei nostri confronti e di integrazione nel contesto provinciale.

Come si colloca la Lega Scacchi rispetto alla Federazione Italiana?

La Federazione Scacchistica Italiana (FSI), riconosciuta dal CONI, è rappresentata a livello regionale dai circoli affiliati. In Alto Adige però solo due circoli risultano iscritti, perciò la provincia vive una situazione particolare, con un referente unico che coincide con Andreas Steger, presidente anche della LSAA. La Lega Scacchi Alto Adige è quindi un organismo autonomo che rappresenta la maggior parte dei circoli e coordina l’attività provinciale.

Chi volesse partecipare alle attività di Arci Scacchi, come può fare?

Ci troviamo a giocare il lunedì, martedì e mercoledì dalle 17.15 alle 18.45 presso l’ex Circolo Nikoletti, in via Nazario Sauro 6. Durante l’anno organizziamo corsi, tornei e incontri informali, perché gli scacchi non sono solo competizione ma anche amicizia e socialità. Tutte le informazioni sono su www.arciscacchi.it o scrivendo a info@arciscacchi.it. Il circolo è presente anche su Facebook e Instagram come Arci Scacchi Bolzano.

Autore: Till Antonio Mola

Spogliatoio: un podcast per guardarsi dentro 

Spogliatoio è il nuovo podcast di Valentina Mazzurana e Luca Merlini di CollettivoMOOD in cui i protagonisti si mettono a nudo e raccontano delle proprie esperienze di salute mentale e di come sono riusciti a risolverle. Valentina, musicoterapeuta, offre le sue orecchie non giudicanti mentre Luca cura la parte tecnica creando una serie di storie coinvolgenti e che riguardano tutti e tutte. 

Com’è nato Spogliatoio? 

L’idea era nata un po’ diversa: un’amica che ha vissuto una depressione profonda, un disturbo bipolare e tante altre cose nella sua vita, ha sempre scritto e raccontato di ciò che affrontava in dei diari. Un giorno ha iniziato a leggerne dei passi su Instagram e noi, rimasti colpiti da quello che scriveva, le abbiamo proposto di trasformare i suoi diari in un podcast in cui avremmo potuto ripercorrere la sua vita. Qquando ci siamo incontrati, abbiamo appurato che la quantità di diari era troppo grande per riuscire a creare qualcosa in poco tempo. Riflettendo abbiamo pensato che avrebbe potuto essere interessante aprire questa cosa a tutti. Così abbiamo deciso: abbiamo registrato i primi tre episodi con lei e poi siamo partiti con altri protagonisti. Quest’evoluzione ci è piaciuta molto: ci permette di trattare svariati temi e permettere a sempre più persone di riconoscersi. Il titolo è stato dato proprio cercando un’immagine che rappresenti una persona che si racconta. Lo spogliatoio è infatti il posto in cui una persona apre l’armadio e tu puoi vederci dentro; il luogo dove si mette a nudo e dove spesso capita di chiacchierare e finire per raccontarsi l’intera vita. 

Qual è il tono del podcast?

è come una chiacchierata tra amici al bar, senza giudizio. Siamo liberi di dire tutto quello che vogliamo e cerchiamo di farlo nel non giudizio più totale. È veramente coraggioso da parte di chi viene raccontarsi. Entrare nei dettagli – per quanto a volte siano dolorosi e aprirsi – può essere destabilizzante, però abbiamo visto che funziona e speriamo che possa effettivamente aiutare chi magari sta affrontando problemi simili. I temi sono davvero svariati, ad esempio un episodio parla di chi vive accanto a una persona che sta affrontando delle problematiche ed è un aspetto che spesso e volentieri resta in ombra. 

Quali sono gli aspetti più difficili del raccontare queste esperienze? 

Sicuramente il ripercorrere un dolore che ci ha toccato profondamente e anche la paura del giudizio o delle reazioni di chi ascolterà la puntata. Noi permettiamo di parlare nell’anonimato e cerchiamo di far sentire gli ospiti a proprio agio e non giudicati, in un posto sicuro. Valentina è molto brava in questo e a guidare gli ospiti nel proprio racconto così da creare una storia che sia coinvolgente. 

Qual è il vostro obiettivo?

Destigmatizzare la salute mentale, riuscire a superare certi tabù. Le cose belle si raccontano, ma quelle brutte non come se fossero un errore. Non è così: se tu sei una persona sofferente, dovresti sentirti libero di raccontare la sofferenza. Un’esperienza che ti ha fatto stare male è comunque una cosa da raccontare. Fa tutto parte della vita. Perchè bisogna sentirsi in dovere di nascondersi quando si affronta un periodo buio? Raccontiamolo! Forse questo è anche il modo migliore per poterlo proprio superare, il periodo buio.

Cosa vi ha fatto dire “c’è bisogno di un altro podcast sulla salute mentale”?  

In realtà non ci siamo posti il problema, è stata la passione a trainarci. Noi non ci guadagniamo, amiamo creare e quest’idea ci ha appassionato subito. È bellissimo creare i podcast, avere il microfono davanti e cuffie sulla testa. È una bella sensazione, si è concentrati solo su quello che si sta facendo. 

Cercate altri protagonisti?

Sì! Se c’è qualcuno che ha voglia di raccontarsi noi siamo qui. Non bisogna pensare di non avere nulla da raccontare perchè non è mai così, ognuno di noi ha un’esperienza che ci ha cambiato oppure è lì che fluttua sempre, è un’occasione per mettersi in gioco e imparare a parlare delle nostre debolezze. Questa cosa può far bene a tutti.

Dove vi si può ascoltare e contattare?

Per ascoltarci ci trovate su tutte le piattaforme mentre per contattarci potete scrivere una mail a Valentina: mazzurana.mt@gmail.com, vi aspettiamo in tanti e tante! 

Autrice: Anna Michelazzi

Un’oasi di fiori lungo le strade della città

Arriverà l’inverno, che coprirà la terra con la neve ed il ghiaccio. Poi tornerà la primavera, e la sorpresa sarà enorme, quell’area splenderà di luce propria da un manto di fiorellini colorati: anche la città di Laives partecipa al progetto “Prati fioriti” che aiuta i comuni dell’Alto Adige a creare e mantenere prati fioriti con semi di piante locali.

Le farfalle, le api selvatiche, i sirfidi e i coleotteri sono responsabili dell’impollinazione di circa due terzi di tutte le specie vegetali del mondo e garantiscono così un terzo della produzione alimentare globale. Tuttavia, questi insetti non possono sopravvivere nelle nostre città e nei nostri paesi fortemente sigillati o sui prati all’inglese. La popolazione di molte specie di insetti è diminuita drasticamente negli ultimi anni e decenni. È quindi fondamentale proteggere gli impollinatori, non solo per gli insetti stessi ma anche per gli esseri umani.

Per garantire che tutti gli altri impollinatori trovino un posto dove vivere nel paesaggio urbanizzato e utilizzato in modo intensivo, in molte comunità altoatesine si stanno piantando prati fioriti di alto valore ecologico, con semi di specie vegetali autoctone che si adattano alle condizioni locali. Nessun altro habitat al mondo ospita così tante specie vegetali in uno spazio così ridotto: oggi i prati fioriti sono minacciati dall’agricoltura intensiva, dall’uso eccessivo di fertilizzanti organici (letame, liquami) e dalla risemina dei prati, oltre che dallo sfalcio troppo frequente e precoce. Per questo motivo, i prati fioriti devono essere preservati o addirittura creati ex novo attraverso misure specifiche. 

Così, proprio nell’ambito del progetto “prati fioriti”, i tecnici del Comune, in collaborazione con la Giardineria comunale, hanno individuato alcuni punti strategici per realizzare il progetto nel capoluogo della Bassa Atesina: lungo la ciclabile fra Pineta e la rotatoria nord, all’interno del nuovo anello ciclabile in zona Galizia e verso il confine con Bronzolo sono zone che verranno trasformate in prati con fiori colorati e di diverse specie proprio per creare un habitat per gli insetti impollinatori e promuovere la biodiversità in città.
Il progetto è supportato da: Dachwerband, Stiftung Südtiroler Sparkasse, Versuchszentrum Laimburg, Vereine Sortenarten Südtirol e Filiera Futura. 

Autore: Luca Masiello

Umberto Volante: un artista e il suo quartiere

Nel centenario della nascita di Umberto Volante, celebre artista meranese, il “Quartiere Musicisti” nel quale egli abitò e tenne il proprio atelier, intende ricordarlo con una mostra a cielo aperto. Per le vie dell’intero quartiere verranno affissi sugli appositi pannelli le gigantografie dei suoi “strappi d’affresco”, una delle numerose tecniche che lo scultore dominava e per le quali divenne famoso. In questo modo si è voluto dare valore alla sua storia umana, alla sua carriera artistica ma anche dare seguito a quel suo desiderio di avvicinare l’arte alle persone che, fin dalla fine degli anni Sessanta, l’aveva indotto a portare l’arte nelle case.

Con il sostegno di costruttori aperti come ad esempio i Calligione, Volante inizio a creare opere d’arte sulle facciate o negli ingressi dei condomini che andavano via via nascendo e trasformando in zone abitative intere aree della città. Così a partire dal 4 novembre e per 15 giorni, il quartiere sarà una galleria d’arte dando a tutti l’occasione di conoscere alcune delle opere che nel corso degli anni Volante realizzò. 

La mostra sarà inaugurata il 6 novembre alle ore 15, l’appuntamento è nell’atrio del liceo delle Scienze umane in lingua tedesca Gymme, in via Verdi 8. Saranno offerte visite guidate il 6 novembre e l’8 novembre ore 15. 

Nato a Cona, in provincia di Venezia, nel 1925, Umberto Volante si trasferì con la famiglia all’età di tre anni a Merano. 

Dopo la scuola primaria, frequentò l’Istituto statale d’arte a Ortisei, diventando maestro d’arte sotto la guida di Ludwig Moroder (Bera Ludwig). 

In questo periodo di formazione fu a stretto contatto con artisti come Augusto Murer, Bruno Visentin e Claudio Trevi. Si trasferì poi a Venezia dove frequentò e si diplomò all’Istituto d’arte, allora diretto dal prof. Giorgio Wenter Marini. Sempre a Venezia frequentò il Magistero d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Alberto Viani.

Nel 1948 rientrò a Merano, aprì il suo atelier e iniziò l’attività di scultore. Iniziò anche ad insegnare intaglio presso l’Istituto d’arte di Venezia dove era stato allievo. Vi insegnò fino al 1965. In questi anni egli stesso sperimentò ed approfondì tutte le tecniche plastiche, come maiolica, mosaico, bronzo, metallo sbalzato, nonché le tecniche pittoriche dell’affresco, del graffito, e le tecniche grafiche della xilografia. 

Nell’intervallo tra il 1950 e il 1956 visse nuovamente a Merano, dove frequentò l’ambiente artistico e strinse amicizia con altri artisti, come Ugo Claus, Oswald Kofler, Oskar Müller, Peter Fellin, Anton Frühauf, Emilio Dall’Oglio. Partì poi per un lungo periodo di viaggio e soggiorno in numerose città europee per poi stabilirsi definitivamente a Merano. Qui iniziò a insegnare educazione artistica presso la Scuola Media G. Segantini e continuando anche la sua attività artistica, esponendo a numerose mostre, offrendo corsi d’arte ai cittadini interessati, realizzando le opere commissionate tanto dalla città che dalla chiesa. Fu infatti chiamato a realizzare affreschi e graffiti decorativi per numerosi edifici a Merano e in altre città del Trentino Alto Adige. La sua produzione continuò inesausta fino agli ultimi mesi prima della sua scomparsa.

La tecnica dello strappo d’affresco, legata soprattutto al lavoro dei restauratori per mettere in salvo affreschi antichi, è stata una felice intuizione che gli ha consentito di restare scultore pur accostandosi alla pittura con grande bravura e competenza. Ciò gli permise di incontrare numerosi acquirenti e veri e propri collezionisti. Le sue opere, generalmente di media dimensione, potevano trovare spazio nei salotti e dar vita ad un fiorente mercato. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Me stessa senza obblighi

E’ nata a Cortina d’Ampezzo, ma vive in Alto Adige dall’età di 19 anni. Di mestiere fa la sindacalista: dall’1 aprile di quest’anno ricopre la carica di Segretaria Generale della FLAEI SGB-CISL di Bolzano e segue il settore elettrico. Ma la sua più grande passione è la musica: è qui che ritrova se stessa, è qui che trova la sua cura e la sua forza. Attualmente ha due progetti. Il primo è di cantautorato fondato da lei e Attilio Rovai, mentre il secondo è denominato Donn’è ed è costituito da una piccola orchestra formata quasi tutta da musiciste donne che porta in scena uno spettacolo incentrato sul mondo muliebre.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia tenacia a non mollare mai.

Il miei principali difetti. 

La pigrizia e l’irascibilità.

Il mio momento più felice.

La nascita delle mie figlie.

Da bambina sognavo di diventare…

L’emulazione femminile dei Beatles (modesta).

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Studiare uno strumento musicale.

La mia occupazione preferita.

Cantare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Un luogo dove il tempo scorre lentamente.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto.

L’arroganza e la supponenza, accompagnate dall’ignoranza.

Per un giorno vorrei essere…

Me stessa senza obblighi.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Uova e birra.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Lo sono stata ogni volta che tutto sembrava perduto e sono riuscita a rialzarmi con grande forza.

Il mio film preferito.

C’è ancora domani.

Il mio attore preferito.

Johnny Depp, è davvero un trasformista.

Il mio sogno ricorrente.

Volare.

Le cose che apprezzo di più del luogo in cui vivo.

Poter ammirare da ogni lato di questa città la meravigliosa natura circostante e il cielo blu accecante.

L’errore che non rifarei.

Non laurearmi.

Il mio motto.

è una frase di Alessandro Baricco, tratta da” Castelli di rabbia”: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”.

Il mio primo ricordo.

Avrò avuto forse due anni: ricordo il sole che attraverso la finestra, mi scaldava la faccia nel tinello di casa.

Il sindaco con il ghiaccio sotto i piedi

Nella vita dell’attuale sindaco di Salorno, Roland Lazzeri, c’è una pagina la cui lettura ha il freddo sotto i piedi e una scopa tra le mani. È la lunga storia di passione per il broomball, sport di squadra praticato sul ghiaccio senza pattini, che per anni ha infiammato i cuori e le gelate invernali della Bassa Atesina, e non solo, tra amicizia, trasferte internazionali, trofei e pure… qualche costume da Spider-Man.

Roland Lazzeri, com’è iniziata per lei l’avventura nel broomball?

Come un po’ per tutti da queste parti, direi. Il broomball è nato proprio qui nella nostra zona, grazie all’iniziativa di don Andrea, l’allora parroco. Era un uomo molto sportivo e, venuto a conoscenza di questo sport che si gioca sul ghiaccio ma senza pattini, ha pensato che potesse essere un’attività accessibile a tutti. Così, con un gruppo di ragazzi del paese, ha investito qualche soldo per comprare le prime attrezzature: scope rudimentali, qualche vecchia soldatella e si è iniziato a giocare. Il campo da tennis dietro la chiesa diventava una pista di ghiaccio d’inverno. Da lì è partito tutto.

Poi è arrivata la squadra…

Sì, pian piano si sono formate le prime squadre anche in Val di Non. A Pochi, nel 1989, è nata l’associazione “Pochi 89”, da cui anche il nome. Io sono entrato in quegli anni, un po’ dopo i fondatori. Nel 1990 giocavamo già i primi tornei e campionati, come il celebre Torneo dei Bar qui a Salorno, dove ogni bar metteva insieme una squadra. Era un evento bellissimo, partecipava tutto il paese.

Una realtà che poi si è evoluta, fino ad arrivare a competere a livello internazionale…

Esatto. Dalle prime scope siamo passati a un’organizzazione più seria. Abbiamo iniziato a comprare attrezzature vere, a crescere come squadra e come società. Nel 1996 siamo andati ai primi Mondiali, a Victoria, in Canada. Ma abbiamo sempre approfittato anche per farci un po’ di vacanza: Los Angeles, Las Vegas, New York, Chicago, St. John’s, Corner Brook… Siamo stati dappertutto, anche in Giappone. E nel 1998 abbiamo persino organizzato un mondiale a Bolzano.

Il movimento è cresciuto anche a livello locale, con giovani e donne coinvolti…

Sì, abbiamo creato un settore giovanile che ha funzionato molto bene per anni. Al culmine, avevamo due maschili in Golden e Silver League, una femminile e una giovanile. Il periodo d’oro è stato dal 2000 al 2020. Purtroppo, oggi il movimento del broomball sta pian piano calando. Le squadre sono sempre meno.

E Roland Lazzeri che ruolo ha avuto in tutto questo?

All’inizio ero un semplice giocatore, poi sono diventato capitano e successivamente presidente della società. Quando sono entrato in politica ho lasciato il ruolo dirigenziale, ma ho continuato a giocare per un po’. Poi, qualche infortunio mi ha fatto smettere del tutto. Ma il broomball mi ha lasciato tantissimo: prima di tutto un gruppo di amici che frequento ancor oggi. Lo sport di squadra ti insegna valori importanti. Poi le trasferte con la squadra sono esperienze che ti restano dentro.

Ci racconta un aneddoto divertente?

Durante un torneo a New York, avevamo l’albergo vicino a Central Park. Una sera, un nostro compagno si è vestito da Spider-Man e abbiamo fatto un po’ di… movimento diciamo, nei corridoi dell’hotel. I vicini di stanza forse si sono divertiti meno, ma per noi è stato indimenticabile. Quando eravamo in campo eravamo serissimi, ma fuori… ci sapevamo divertire.

Tra i tanti riconoscimenti, lei è entrato anche nella Hall of Fame del broomball…

Sì, l’anno scorso in Francia. È stato un grande onore, insieme a Elisa Dallago. Un riconoscimento che premia tanti anni di lavoro, impegno e passione.

Chi erano i protagonisti di questa storia?

La base era composta da ragazzi di Pochi, Cauria e Salorno, ma come tutte le squadre abbiamo avuto anche innesti da fuori: Val di Non, Bolzano, perfino da Egna ogni tanto. La fortuna è stata avere un gruppo di altissimo livello proprio di qui. Anche grazie a loro siamo diventati una delle squadre più titolate del broomball italiano, con numerosi successi anche all’estero.

Un’immagine che si porta nel cuore?

Ce ne sono tante. Ma forse la più simbolica è quella scattata a Losanna, al centro olimpico, durante il torneo 24 ore. Giocavamo a tutte le ore del giorno e della notte, anche alle 3 del mattino con la nebbia d’agosto. Una follia, ma che emozioni! Il broomball è stato davvero una parte importantissima della mia vita.

Autore: Daniele Bebber

I volti caratterizzanti di Beatrice Mattei

Colori tenui appena sfumati a dare una nota di colore ad un bianco-nero carico di patos, frasi scritte in corsivo a completare le suggestioni, queste sono le opere su matrici fotografiche dell’artista Beatrice Mattei. 

Nata a Vipiteno nel 1959 è bolzanina di adozione. Pur senza aver frequentato l’Accademia di belle arti o una Scuola d’arte, Beatrice Mattei raggiunge il fruitore con intensità e lascia il segno. Ha iniziato ad esporre fin dagli anni Ottanta e nel corso degli anni ha sviluppato la propria arte modificandola e passando dall’ astrazione alla figurazione e poi alla figurazione corredata di testi che sono citazioni, ricordi, desideri, sogni.  

Ogni opera deve essere guardata prendendosi un po’ di tempo, perché le varie parti che vanno a comporre l’insieme risaltano ai nostri occhi anche singolarmente per poi riunirsi all’insieme dando profondità alla visione e al messaggio. Sfilano così immagini di donne dai tratti rassicuranti, dolci, trasognati romantici, oppure all’opposto sguardi ammaliatori, duri, di sfida, oppure disillusi. Altre ancora con gli occhi chiusi forse per non tradire i propri sentimenti, le proprie angosce, le proprie paure. 

I colori usati da Beatrice Mattei per creare sfumature sono molto particolari, si tratta di tonalità inusuali quali le tonalità del lavanda, della salvia, del rosa pallido, del grigio polvere. Tonalità queste che riescono a donare alle raffigurazioni alterità e mistero ma anche ad infondere una magica atmosfera.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

San Martino in Passiria: Masi dello Scudo

I cosiddetti Masi dello Scudo rappresentano una particolarità e soprattutto un motivo di grande orgoglio per l’intera val Passiria. Una realtà storico-architettonico da conoscere. Come spiega Tiziano Rosani nel suo saggio pubblicato in Alto Adige Angoli da scoprire. Bolzano 2001, esteticamente abbinano le caratteristiche architettoniche del maso agricolo a quelle di una struttura con finalità marcatamente difensivo-militari. Il maso si abbina talvolta addirittura ad un mastio, le aperture di alcune finestre paiono quasi feritoie di un castello, la posizione prescelta sembra avere finalità strategiche e così di seguito.

Vi è un documento che viene comunemente ritenuto la pietra miliare di questa situazione: “Noi Enrico di Tirolo […] annunciamo agli astanti e a tutti coloro che leggeranno il presente testo che abbiamo fatto grazia a Egno de Saltus di un nostro particolare privilegio, poiché egli sarà liberato ed esentato, per tutto il corso della sua vita, dal pagamento di tasse e tributi, si tratti di tributi ordinari o straordinari, siano essi vecchi o nuovi, temporanei o altro […]. Il medesimo Egno, in cambio di tali esenzioni, deve impegnarsi a svolgere per noi, entro i confini della contea tirolese, il servizio militare armato a cavallo, dotandosi di armamento nell’ordine di sette o otto marche, impegnandosi altresì a mantenerlo sempre a disposizione. […]”. Il documento, qui riportato in libera traduzione dal latino, data al 1. marzo 1317 e fu concesso nella sua residenza di Castel San Zeno presso Merano dall’allora principe tirolese Enrico di Tirolo, figlio di Mainardo II. Nel medesimo giorno furono fatti oggetto di simili esenzioni altre cinque persone: Fridrich von Gereut, Hainold von Passeier, Fridrich von Weingart (Fridericus de vineis), Berchtold von Steinhaus, Heinrich von Puchach. I loro nomi corrispondono agli attuali nomi di alcuni fra i Masi dello Scudo.

Gli abitanti di questi edifici, assieme ad altri aggiuntisi in seguito, hanno goduto nel passato di alcune particolari libertà: esenzioni fiscali, diritto di portare le armi, posizione giuridica particolare, diritti di caccia e pesca ecc. Si tratta di prerogative tipicamente nobiliari, tradizionalmente interdette alle classi inferiori e ai contadini, e ciò ha spesso fatto sì che nella interpretazione storiografica locale si identificasse in questi masi la tradizione di una sorta di milizia contadina al servizio dei principi territoriali tirolesi.

Tuttavia il dibattito storiografico attorno alla posizione di questi masi è piuttosto articolato e non trova tutti gli studiosi fra loro concordi. Heinz Moser, ad esempio, ha di recente rimarcato come i nomi sopracitati appartenessero in realtà a ministeriali e funzionari legati al principe territoriale che allora risiedeva nel vicino paese di Tirolo. Simili argomenti aveva portato anche lo studioso Josef Weingartner. Secondo il Moser, il documento in questione non sarebbe dunque l’atto di nascita di una sorta di casta di contadini-nobili, quanto piuttosto l’elevazione di fidati funzionari della burocrazia tirolese al primo gradino della scala nobiliare (Schildmann = uomo dello scudo, cavaliere). Di conseguenza i Masi dello Scudo andrebbero interpretati, secondo lui, non come masi contadini con prerogative in parte nobiliari ma come vere e proprie residenze nobiliari medievali, abbandonate però nel corso dei secoli successivi dalla medesima nobiltà anche in seguito allo spostamento nel XV secolo del capoluogo tirolese da Merano-Tirolo ad Innsbruck, e divenute a tutti gli effetti abitazioni contadine. È un’interpretazione che altri storici hanno contrastato.

Il numero dei Masi dello Scudo è stato variabile nel corso dei secoli. Nei documenti l’elenco varia non solo nel numero ma altresì anche nella identificazione dei singoli masi. Attualmente undici di essi vengono definiti come Masi dello Scudo. Sette sono posti sul lato orografico sinistro, lungo la strada che penetrava nella valle e che quindi univa Tirolo ad Innsbruck, tutti all’interno del comune di San Martino: Saltaus (al centro del paese di Saltusio, successivamente ristrutturato), Haupold, Weingart, Kalb (quest’ultimo in posizione suggestiva e dominante sulla strada, presso il rio della Clava / Kalmbach), Baumkirch, Gereuth, Steinhaus (dominante sull’abitato di San Martino, ristrutturato nel corso del Seicento). Quattro sono sull’altro versante della valle, tutti nel comune di San Leonardo, ma hanno subito ristrutturazioni tali che ne hanno quasi completamente alterato l’aspetto originario: Erbion, Buchenegg, Happerg, Gomion.

Dei diritti di cui erano originariamente dotate queste strutture rimane solo il diritto di pesca in valle, ancora oggi regolato dalla Interessenza Masi dello Scudo di Passiria. Gli abitanti dei masi sono molto fieri di questa tradizione. Una loro rappresentanza sfila ancora oggi in occasioni particolari con alabarda e scudo – queste peraltro risalenti solo all’inizio del XX secolo – in occasione di Pentecoste o di ricorrenze particolari. Nel cimitero di San Martino le tombe delle famiglie che abitano i Masi dello Scudo riportano l’unitario stemma caratteristico. 

COME ARRIVARCI

Non esiste una vera e propria passeggiata che unisca fra loro tutti i Masi dello Scudo. Solo quelli posti nelle vicinanze del paese di San Martino permettono di recarsi comodamente dall’uno all’altro. Un stretto sentiero pianeggiante unisce San Martino al discosto Kalmbauer, passando per i Masi dello Scudo Gereuth (Ober-, Untergereut) e Baumkirch. Il Maso Steinhaus, invece, domina il paese da una altura e viene raggiunto in un quarto d’ora di salita a piedi. I masi Saltaus, Haupold, Granstein si raggiungono più rapidamente facendo capo a Saltusio. Si consiglia l’utilizzo di una carta topografica, ad esempio la cartina Tabacco 039 (Val Passiria).

Autrice: Rosanna Pruccoli

La pace è una cosa seria

Negli ultimi giorni come tutti voi ho seguito l’accelerazione degli eventi che ha portato all’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Quella a cui abbiamo assistito è la prima fase di un’intesa più ampia che, nelle intenzioni del presidente statunitense Trump, dovrebbe portare in futuro alla pacificazione di questa area del mondo martoriata da più di cent’anni. A dire il vero i toni con cui l’accordo è stato celebrato dal presidente Trump e dal parlamento israeliano sono stati sopra le righe e discutibili, molto più vicini alla proclamazione di una vittoria sul nemico che all’oculata considerazione di quanto delicati saranno i passi futuri per fare in modo che una pace vera venga resa possibile. Già nel giro di poche ore in Egitto, dove ha avuto luogo un summit di capi di stato – con l’Onu e il presidente palestinese Abu Mazen solo “ospiti” a giochi fatti – per fortuna qualche leader ha ricordato che il percorso di pace non vede protagonista solo il governo israeliano ma anche il popolo palestinese. 

A questo proposito, seguendo sui media le vicende di questo conflitto, mi è sorta una curiosità. Sulla scia delle notizie provenienti dagli organi d’informazione italiani e occidentali, mi ero fatto un’idea sulla consistenza numerica dei due popoli, ebraico e palestinese, che sono voluto andare a verificare. Ebbene: con mia sorpresa ho constatato che di fatto i numeri quasi coincidono. 

Oggi nel mondo ci sono infatti circa 15 milioni di ebrei, di cui la maggioranza vive in Israele (circa 7,2 milioni) e negli Stati Uniti (circa 6,3 milioni). Altre comunità significative si trovano in Francia (440.000) e in Canada (circa 393.000). 

I palestinesi invece sono complessivamente quasi 13 milioni, e la loro distribuzione è molto interessante e significativa. 4,75 milioni di loro vivono nel cosiddetto “Stato di Palestina” (di cui 2,9 milioni in Cisgiordania e 1,85 milioni nella Striscia di Gaza). 1,47 milioni vivono invece nel resto del territorio di Israele (dove sono detti cittadini arabi di Israele). Altri 6 milioni di palestinesi si trovano da esuli in Paesi arabi (soprattutto in Giordania, Siria e Libano) e di questi 685.000 nel resto del mondo. Impossibile al momento è la stima di quanti di loro vivano nei campi profughi, ma stiamo parlando di circa 5 milioni.

Non c’è dubbio: è davvero interesse di tutti che – finalmente – questi due popoli avviino ora un percorso che li porti a costruire una convivenza. All’insegna di una libertà e di una democrazia in grado di metta ai margini chi predica odio e di una giustizia che imponga a chi si è macchiato di crimini di pagare per le proprie colpe. 

Autore: Luca Sticcotti

“Lavoriamo per la vita” 

Riflettiamo sul valore delle cure palliative attraverso le parole del dott. Massimo Bernardo e l’azione dell’associazione Il Papavero / der Mohn.

“Se non posso morire a casa, allora vorrei farlo qui.”

Lo disse mia madre un giorno, durante una visita al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, mentre aspettava di incontrare il dottor Bernardo. Era in cura, ma non ricoverata. Eppure, le bastò entrare in quel luogo per percepirne l’energia profonda: un clima fatto di ascolto, rispetto e umanità. Parole semplici, nate da un’impressione sincera, che ancora oggi porto con me.

Negli ultimi anni sono stato un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita. Partendo da quel vissuto, sento oggi l’urgenza di raccontare il tema della cura delle persone anziane e, più in generale, del sistema cura, con una narrazione che non sempre coincide con l’immagine che i servizi – e chi li gestisce – propongono di sé.

Questo è il primo passo di un percorso che darà voce a professionisti, volontari, pazienti e familiari, per restituire complessità e profondità al tema delle cure.

Il desiderio di restituire uno sguardo più profondo sulla cura mi ha portato a incontrare due voci autorevoli che da anni si muovono in questo ambito: Mara Zussa, presidente dell’associazione Il Papavero / der Mohn, e il dottor Massimo Bernardo, fondatore e per lungo tempo primario del reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano.

L’incontro si è svolto nella sede dell’associazione, in piazza Firmian: uno spazio che, come il lavoro che vi si svolge, è dedicato all’ascolto, alla presenza, alla relazione.

L‘INTERVISTA

Come nasce l’associazione Il Papavero / der Mohn?

Mara Zussa – Dopo un’esperienza personale, volevo fare qualcosa per il reparto. All’inizio pensavo di donare libri. Ma fu il dottor Bernardo a propormi qualcosa di più: creare un’associazione per far conoscere le cure palliative. Così, nel 2005, è nato Il Papavero.

Qual è oggi il vostro ruolo?

Mara Zussa – Siamo presenti ogni giorno nel reparto di cure palliative con i nostri volontari, che offrono ascolto, compagnia e normalità. Non svolgiamo attività sanitarie. A volte basta poco: un tè, una parola, una presenza silenziosa. È un lavoro relazionale, delicato, che parte dall’ascolto.

Avete anche un servizio domiciliare?

Mara Zussa – No. L’assistenza domiciliare è garantita dall’Azienda Sanitaria attraverso le proprie équipe. Noi operiamo solo all’interno del reparto, dove possiamo organizzare turni stabili. A domicilio servirebbero numeri e risorse che oggi non abbiamo. E poi, è bene ricordarlo: il volontario non è un operatore sanitario, ma una figura di supporto umano, non clinico.

Massimo Bernardo – Va detto però che il domicilio è parte integrante delle cure palliative, non un’alternativa. La legge 38 del 2010 garantisce a ogni persona il diritto a riceverle nel luogo che preferisce, casa compresa. Ma perché questo funzioni, serve tempo, organizzazione, e una rete strutturata. Non si può improvvisare un accompagnamento in 48 ore.

Dottor Bernardo, dopo tanti anni nel reparto lei oggi è in pensione ma resta nell’associazione. Perché?

Mssimo Bernardo – Perché è qui che posso continuare a fare ciò in cui credo. Dopo il pensionamento ho ricevuto proposte da strutture private, ma il mio posto è accanto a chi porta avanti una visione di cura fondata sull’ascolto e sulla relazione. All’interno dell’associazione collaboro sul piano scientifico e formativo, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in anni di reparto, in un contesto dove la centralità della persona resta il primo valore. Le cure palliative non sono la fine. Sono un modo per vivere bene, anche nella fragilità. 

Come spiegherebbe le cure palliative a chi non le conosce?

Massimo Bernardo – Dico spesso che non lavoriamo per la morte, ma per la vita. Il nostro compito non è “far morire bene”, ma far vivere bene fino all’ultimo.

C’è un’immagine che uso spesso: quella dell’uomo che cade da un grattacielo. A ogni piano qualcuno gli dice “fin qui tutto bene”, ma lui sta precipitando. Ecco: il nostro lavoro è aiutarlo ad atterrare il più dolcemente possibile.

Quando dovrebbero iniziare le cure palliative?

Massimo Bernardo – Molto prima. Spesso arrivano solo negli ultimi giorni. Ma dovrebbero iniziare già alla diagnosi di una malattia inguaribile, anche se mancano anni. Solo così possiamo costruire un percorso. Altrimenti, la persona non ha tempo per capire, scegliere, vivere con consapevolezza. E poi ci sentiamo dire: “Se l’avessimo saputo prima…”

Il reparto è spesso visto come un luogo triste. Ma chi lo conosce racconta altro…

Mara Zussa – Sì, molti parlano di leggerezza, perfino di serenità. Noi cerchiamo di dare valore a ogni istante. Una poesia, un gesto, un ricordo. Non possiamo cambiare il destino, ma possiamo rendere più leggero il cammino.

Perché è importante che esista un’associazione come la vostra?

Massimo Bernardo – Perché restituisce umanità alla cura. È un ponte tra il sistema sanitario e la persona. Curare non è solo somministrare farmaci, ma anche esserci, accompagnare, restare vicini. Ed è questo che cerchiamo di fare, ogni giorno.

L’ASSOCIAZIONE

Associazione di volontari che opera accanto al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, con presenza quotidiana e attività di ascolto e supporto rivolte a pazienti e familiari.

Tra le iniziative: “A disposizione”, sportello settimanale di consulenza su cure palliative e Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), e “I martedì del Papavero”, incontri pubblici di approfondimento su temi legati alla fine della vita.

L’associazione si sostiene grazie a donazioni, che rappresentano la sua unica fonte di sostentamento. I fondi raccolti vengono utilizzati per acquisti importanti per il reparto, tra cui arredi, veicoli e strumentazione medica.

Il Papavero / der Mohn

Piazza Firmian 1/a – Bolzano

Tel. 0471 913337 

info@ilpapaverodermohn.org

ilpapaverodermohn@pec.it 

www.ilpapaverodermohn.it

IBAN: IT11 P058 5611 6010 5057 1306 523 – CF: 94100310211

Autore: Till Antonio Mola