Basterebbero i germogli in fiore per regalare un sorriso, ma il Comitato di quartiere Maia – Mais ha voluto comunque abbellire le strade del rione con degli addobbi creati con materiale di riciclo: le campanelle sono state fatte riciclando i volantini dei supermercati, i fiocchi con le retine delle patate, cipolle, limoni. Ecco l’opera negli scatti di Francesca Giabbai.
Autore: Luca Sticcotti
Green Mobility: “L’Alto Adige pedala”
Il Comune di Laives rinnova la sua partecipazione al progetto “L’ Alto Adige Pedala” promosso da Green Mobility per incentivare gli spostamenti quotidiani in bicicletta. Ecologici e sani, saranno un’occasione, per i più fortunati, di vincere i premi in palio.
Green Mobility, il progetto che si occupa di mobilità sostenibile in regione, rilancia anche quest’anno, insieme a STA – Strutture Trasporto Alto Adige, il ciclo-concorso altoatesino. Dopo il successo della prima edizione invernale “L’Alto Adige Pedala con i guanti”, conclusa a gennaio e alla quale hanno partecipato circa mille persone, per un totale di 154.621 km percorsi sfidando le basse temperature, torna, insieme alla bella stagione, il concorso a premi dedicato a chiunque possieda una bicicletta e abbia voglia di fare movimento con un occhio di riguardo all’ambiente. L’iniziativa è parte di una più ampia serie di azioni e misure – unite sotto al nome #AltoAdigesaltainsella – a favore della mobilità ciclistica previste dal Dipartimento di Mobilità provinciale. Per partecipare occorre registrarsi sul sito dedicato (www.altoadigepedala.bz.it) e inserire, on line o tramite applicazione per smartphone, i chilometri percorsi. Tutti coloro i quali avranno pedalato per almeno 100 chilometri nel periodo dal 20 marzo al 30 settembre 2021 parteciperanno all’estrazione finale dei premi del mese di novembre. Ad aderire sono i singoli cittadini, sia come “ciclisti liberi” sia come parte della squadra di organizzatori locali, tra cui Comuni, scuole, università, organizzazioni e associazioni, come FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. Diverse le attività speciali collegate all’iniziativa per continuare a motivare i cittadini a muoversi in bicicletta, come ad esempio: “Vai anche tu in bici al lavoro”, “Pedala coi guanti anche tu” e “Prova una e-bike anche tu”. L’obbiettivo a lungo termine, da percorrere su un piano decennale, è quello di rendere l’Alto Adige una regione modello per la mobilità alpina sostenibile.
Autrice: Ana Andros – COOLtour
Vadena: tra libri e natura
Martine Parise, insegnante di ruolo di lingua italiana nella scuola provinciale tedesca “Istituto Tecnico Agrario Laimburg”, è stata assessora alla cultura e scuola italiana nel Comune di Vadena dal 2015 al 2020 e attualmente è vicesindaca con deleghe alla scuola e alla cultura in lingua italiana, alla biblioteca, alla viabilità, alla sanità e ai servizi sociali. Com’è stato l’ultimo anno per Vadena? Ecco le risposte di Martine Parise.
Come avete affrontato, voi della Biblioteca Comunale di Vadena, le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria?
Il 2020 è stato un anno difficile dettato dalle chiusure e dalle restrizioni forzate che hanno determinato l’annullamento di molte iniziative culturali, come ad esempio l’inaugurazione della nuova biblioteca, le letture performative a cura di Sagapò Teatro con i bimbi delle scuola dell´infanzia o gli incontri di scrittura creativa su argilla nelle scuole a cura della ceramista locale Veronica Muchideni.
Nonostante le evidenti difficoltà, l’Amministrazione comunale di Vadena, in collaborazione con il Consiglio di biblioteca e le scuole, ha sempre cercato soluzioni alternative per valorizzare la biblioteca come polo culturale attivo. Abbiamo dunque promosso il “prestito alla finestra” e le restituzioni tramite book box. Il reading musicale con Barbara Gramegna ed Elisa Venturin in occasione della festa della mamma è stato organizzato a porte chiuse e trasmesso in streaming sulla pagina facebook “Vadena cultura e societá-Pfatten Kultur und Gesellschaft”.

Come ha risposto la cittadinanza?
Molto bene. Anche grazie alla creatività e all’ottima sinergia tra i membri del Consiglio di Biblioteca. Insieme abbiamo elaborato strategie per non perdere per strada i nostri lettori. Da qui l’idea del concorso “leggi e vinci”. La cittadinanza ha capito che la Biblioteca di Vadena non vuole essere soltanto una sterile sede depositaria di libri e cultura, ma anche un luogo di incontro e confronto, uno spazio in cui poter condividere un sapere da far evolvere in una prospettiva integrativa e partecipativa rivolta a tutta la comunità.
Quali novità si prospettano a Vadena nei prossimi mesi?
In un momento come questo credo fortemente in un approccio programmatico ottimista alle attività culturali. Bisogna guardare avanti mirando al coinvolgimento della cittadinanza, quanto più possibile in iniziative concrete e su vari settori di interesse. Le proposte pianificate per il 2021 spaziano quindi su più fronti: la realizzazione di un’installazione di arte urbana per incentivare il book crossing a opera di outbox con il coordinamento di Egeon (Matteo Picelli), un progetto di supporto scolastico per i nostri piccoli studenti, il reading musicale per la Festa della Mamma e incontri per lavorare la ceramica consultando le riviste a tema presenti in biblioteca. Proponiamo inoltre passeggiate naturalistiche con un esperto di avifauna, un concerto jazz sul lago di Caldaro con un esperimento di lettura, un corso per insegnare ai bambini a costruire aquiloni e l’incontro degli studenti delle nostre scuole primarie con Petra Cola, famosa influencer alpina mondiale. Ce n’è per tutti i gusti, insomma!
Credi che le normative vigenti abbiano cambiato il rapporto dei cittadini con la natura e l’attività motoria?
Mi piace guardare sempre il lato positivo delle cose, anche quando intorno spirano venti di difficoltà. Nell’ultimo anno ho potuto osservare una frequentazione degli spazi aperti del paese di gran lunga superiore al periodo pre-covid. Sono in molti ad aver riscoperto Vadena, penso per esempio all’argine del fiume Adige per passeggiare e correre, per non parlare della nostra strada forestale che conduce a Monticolo. Posso affermare di aver visto in giro persone in quasi ogni angolo del paese a piedi con lo zaino sulle spalle. Credo che questa pagina triste della storia abbia comunque avvicinato i cittadini alla natura e all’attività fisica all’aperto.

Quali credi che saranno i più grandi cambiamenti che rimarranno a livello locale quando si risolverà la crisi sanitaria?
Penso che questo modo di vivere la natura e gli spazi aperti resterà per sempre. Abbiamo riscoperto la bellezza di una semplice passeggiata e abbiamo allenato i nostri occhi a soffermarci sui piccoli dettagli della natura. Il modo diverso di vivere a cui siamo stati costretti ha consentito a molti di riscoprire le bellezze del paese, forse prima un pochino snobbate. Se pensiamo al territorio che spazia dalla frazione Klugghammer sul lago di Caldaro al bellissimo Monte di Mezzo con i suoi innumerevoli sentieri dalla Laimburg ai laghi di Monticolo, possiamo affermare con orgoglio di essere fortunati a Vadena, diciamocelo pure!
Far germogliare il seme della gentilezza
Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.
Quanto bisogno abbiamo di gentilezza? Oggi più che mai. La mancanza di prossimità, la paura della vicinanza fisica, la paura del contagio, il non darsi più la mano ci stanno portando via pezzi di umanità. La gentilezza è come un seme che, se messo a dimora, ci consente di continuare a curare e coltivare la nostra umanità. Ma quale gentilezza?
Essere gentili è molto più che sorridere ed essere educati. La gentilezza è l’attitudine delle persone che sanno ascoltare e incontrare veramente l’altro. È uno spazio di tenerezza e delicatezza che ha bisogno, prima di tutto, di germogliare dentro di te. La gentilezza comincia dal tuo dialogo interiore. Sì, proprio da quel continuo mormorio che occupa costantemente la tua mente. Prova ad ascoltare il suono della voce con la quale ti parli. Non conta solo quello che ti dici, ma anche come te lo racconti. Ti rivolgi parole cortesi o di biasimo? Il tono della tua voce è gentile o assomiglia al timbro che aveva qualche adulto del passato quando ti rimproverava?
È importante prendere consapevolezza della voce con la quale ti parli e fare in modo che sia gentile, che ti sappia sostenere, dare coraggio. Poi sarai pronto a seminare intorno a te quella gentilezza fatta di gesti “intenzionali e accurati” volti a fare stare bene l’altro. Spesso diamo per scontate alcune relazioni e diamo il meglio di noi con gli estranei e non con chi ci ama. Scegliamo invece di innescare intenzionalmente un “vortice di gentilezza”.
Un gesto gentile scatena per sua natura una risposta gentile, come l’onda che si propaga dopo aver gettato un sasso in un lago. Anche la scienza, che negli ultimi anni ha indagato sempre più sugli effetti fisiologici della gentilezza, ci conferma che essa stimola la produzione di molecole come la serotonina, sostanza capace di indurre calma e felicità. Vengono inoltre prodotte endorfine, antidolorifici naturali, e ossitocina, un ormone che aiuta nelle relazioni sociali, aumenta la fiducia e migliora il funzionamento del sistema immunitario. Straordinaria la scoperta che un gesto di gentilezza produce gli stessi effetti in chi lo fa, in chi lo riceve e in chi lo guarda, creando così un’onda di benessere che si diffonde.
Se poi in famiglia vive una persona con demenza, beneficerà in modo particolare dell’atmosfera accogliente e cordiale che si creerà grazie alla gentilezza. La persona che vive con demenza abita un mondo fatto di emozioni e questo sentimento, fatto di vicinanza e partecipazione, la farà vivere serenamente sentendosi avvolta in un abbraccio che infonde sicurezza.
Quindi? Approfittiamo della primavera e del suo invito alla rinascita e diventiamo seminatori di gentilezza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni, magari proprio lì, in quei luoghi dove ne sentiamo di più la mancanza.
Prendiamoci cura delle persone che amiamo, creiamo “agguati di gentilezza” che sappiano sorprenderli: un regalo inaspettato, dei fiori appena colti in giardino, un bigliettino con una parola gentile. Attenzioni speciali per rendere speciale ogni giorno. Piccoli semi che, se curati e coltivati nel tempo, sapranno far sbocciare all’interno della Comunità la capacità di accogliere realmente l’altro, al di là di qualsiasi fragilità o diagnosi.
Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice
Rete RE.A.DY, l’okay della giunta di Egna
Con una delibera approvata all’unanimità nel pomeriggio di giovedì, la Giunta comunale di Egna ha compiuto un altro, decisivo passo per aderire alla rete RE.A.DY. Assieme alla delibera è stata firmata anche la Carta d’Intenti della rete, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Soddisfazione per l’iniziativa anche da parte di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, che supporta le istituzioni locali aderenti alla rete.
“Tutta la giunta comunale è convinta che questo sia un passo importante verso la tolleranza e l’antidiscriminazione”, afferma la sindaca Karin Jost. Aderire alla rete RE.A.DY, infatti, significa partecipare a uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi per tutelare i Diritti Umani delle persone LGBT+ e promuovere una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze. Entrando nella rete nata nel 2006 a Torino, anche Egna intende rispondere ai bisogni delle persone LGBT+, che spesso vivono situazioni di discriminazione, e promuovere un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi.
In Alto Adige fanno già parte della rete RE.A.DY i Comuni di Appiano, Bolzano, Bressanone, Caldaro e Merano e la Provincia, che collaborano in un gruppo di lavoro supportato da Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, l’organizzazione più rappresentativa tra quelle che si impegnano per le pari opportunità delle persone LGBT+. “Un segnale importante per la lotta alle discriminazioni e la valorizzazione delle differenze. In Alto Adige c’è ancora molta invisibilità. Ora alla buona volontà devono seguire azioni concrete. Centaurus mette a disposizione la sua esperienza”, commenta Andreas Unterkircher, presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol.
Nelle scorse settimane l’adesione, proposta dalla consigliera dei Verdi Sadbhavana Pfaffstaller attraverso una mozione in Consiglio comunale, era stata approvata a larghissima maggioranza dalle consigliere e dei consiglieri comunali di Egna ed ora è stata ufficializzata con la delibera della giunta. Allo stesso tempo è stata sottoscritta la carta d’intenti della rete. Documenti alla mano, ora il Comune potrà formalizzare l’adesione presso la Segreteria nazionale a Torino e cominciare a organizzare le prime iniziative che saranno seguite dalla consigliera con delega alle Pari Opportunità, Roberta Decarli, assieme alle consigliere e ai consiglieri della Commissione Pari Opportunità del centro della Bassa Atesina.
Ulteriori informazioni sulla rete RE.A.DY:
http://www.reteready.org/
Nella foto principale: la sindaca Karin Jost e il presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Andreas Unterkircher.
Il sangue è un bene prezioso: doniamolo
Cristina Cristofori è da sempre impegnata nel sociale ed attualmente lavora come operatore socio assistenziale nel “Gruppo casa” a Salorno, presso il settore sociale della residenza Gelmini. Una scelta di vita quella di aiutare il prossimo, che l’ha portata a diventare anche una donatrice di sangue. Da 4 anni è diventata la presidente della sezione AVIS (Associazione volontari italiani del sangue) di Salorno. Le abbiamo posto alcune domande.
A quanti anni hai iniziato a donare il sangue? Raccontaci un po’ la tua storia da donatrice.
Ho iniziato a donare il sangue nel 2004, dopo la nascita di mio figlio. Con la maternità sono maturata e mi sono sentita di poter dare qualcosa in più agli altri in particolar modo qualcosa che per qualcuno poteva essere vita. Ho così cercato AVIS per donare il sangue.
Oggigiorno come si può diventare donatori? Quali sono i vari step da seguire?
Il primo passo per diventare donatore è prenotare una visita per “aspirante donatore” telefonando ad AVIS. Si avrà così un colloquio conoscitivo con un medico del centro trasfusionale, il quale darà anche informazioni sulle varie donazioni che si possono effettuare. Di seguito verrà eseguito un prelievo di sangue e il gioco è fatto. Dopo alcuni giorni, se si risulta idonei, ci sarà la convocazione per la prima donazione.

Come si svolge e quanto dura una donazione?
Una donazione dura circa 20 minuti. All’arrivo presso il centro si fa l’accettazione, si effettua la verifica della pressione sanguigna e della glicemia, si incontra il medico per una anamnesi prima di recarsi alla donazione e infine si accede alla sala prelievi, dove il personale è molto attento ad assistere in ogni momento il donatore.
Nella sezione di Salorno quanti sono attualmente i soci? Tra questi ci sono tanti giovani che hanno deciso di diventare donatori?
La sezione di Salorno conta circa 160 donatori dai 18 ai 65 anni. Siamo sempre alla ricerca di giovani che vogliano aggregarsi alla grande famiglia AVIS per il ricambio generazionale. Va detto che i giovani hanno una grande coscienza sociale anche se a volte non lo sanno. Dobbiamo ringraziare tutti quelli che si sono attivati in questi anni per promuovere la vita. È di questi giorni la notizia che è stato congedato il nostro donatore compaesano con più di 100 donazioni in 39 anni e un giovane di 18 è risultato idoneo alla donazione.
Come si può trasmettere ai giovani l’importanza di diventare un donatore?
Dobbiamo sempre ricordare che il sangue è un bene prezioso. Non è riproducibile in laboratorio e viene utilizzato anche per produrre medicinali. Inoltre, è indispensabile nei servizi di primo soccorso, nella chirurgia e nella cura delle malattie. AVIS fa parte delle 4A: AIDO associazione italiana donatori organi, ADMO associazione donatori midollo osseo, ADISCO associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale. UN DONO PER LA VITA.
Autrice: Erica Nardin
Caldaro, i figli del Signore
Non è certo un caso se ancora oggi gli 8000 abitanti di Caldaro vengono chiamati “Herrgottskinder”, figli del Signore Iddio. Il singolare quanto epiteto, di cui racconteremo la storia al termine di questo visita, abbraccia un territorio ricchissimo di tradizioni religiose e, di conseguenza, anche di chiese. Ad iniziare da quella di San Pietro, seminascosta tra la vegetazione di Castelvecchio. Stiamo parlando della prima chiesa dell’Alto Adige e, sembra, di uno degli edifici di culto più antichi dell’intero Tirolo. La basilica paleocristiana, eretta verso il trecento, è “sorella” di quelle di Aquileia e Milano e simboleggia l’avvento del Cristianesimo. Non è escluso che sia stata fondata dal vescovo Vigilio che cristianizzò la zona e al quale è intitolata un’altra chiesa. Il sito che comprende la basilica è ricco di altre mirabilie archeologiche: ma ne parleremo in un’altra occasione.
Risalendo il sentiero che conduce al paese, ammiriamo la suggestiva piana della Bassa Atesina fino alla Chiusa di Salorno; ben visibili, dietro il Monte di Mezzo e il Monte Regolo, le cime del Corno Bianco e del Corno Nero. In primo piano, ai nostri piedi, il lago di Caldaro galleggia come una pietra turchese sull’estesa superficie di vigne: a quanto pare testimonianza dell’ultima era glaciale. Da qui si gode di una stupenda vista sui circostanti terrazzamenti dove cresce il rinomato Kalterer See. Nella stagione della vendemmia, lunghe file di trattori (un tempo carri trainati da buoi) carichi d’uva si dirigono verso le storiche cantine situate dietro la vecchia stazione ferroviaria. Alle spalle del lago, gli inconfondibili ruderi dei castelli della nobiltà al servizio dei conti del Tirolo in perenne lotta con il Principe Vescovo trentino, da oltre mille anni vero dominus di queste terre: Laimburg e Leuchtenburg. I primi insediamenti umani, risalenti ad un’epoca precedente l’età del bronzo, sono stati scoperti proprio qui, sulle soleggiate alture a cavallo tra Bassa Atesina e Oltradige.

Alle spalle dell’abitato, la catena della Mendola, raggiungibile anche con la funicolare che parte da S. Antonio, è da sempre “la” montagna di Caldaro: un tempo pascolo estivo, poi, con gli anni, luogo di villeggiatura dei paesani che vi possiedono ancora le caratteristiche casette sparse nei boschi della Val di Non.
Il nome di Caldaro, che al pari di diversi microtoponimi della zona potrebbe avere un’origine preromana, appare per la prima volta nel IX secolo nella famosa lettera di San Vigilio sulla fondazione della Pieve di Caldaro. Allora era attestato come Caldare o Caldar e Caldarium (un paiolo da polenta appare nello stemma del comune – e la polenta ha notoriamente sfamato intere generazioni di caldaresi), per passare a Caltarn e alla forma odierna dopo il 1500. Di quell’epoca è anche il caratteristico centro del paese ricco di edifici nobiliari realizzati nello stile gotico-rinascimentale che unisce le asprezze nordiche alla soavità mediterranea. Dalla Piazza del mercato, con la chiesa di S. Maria Assunta, campanile e municipio, si raggiungono le varie frazioni: Villa di Mezzo, S. Antonio/Pozzo, S. Nicolò, Castelvecchio, S. Giuseppe al Lago, Pianizza di Sotto e di Sopra, Prey-Klavenz: ognuna con il suo bel campanile.
Caldaro è riuscita a conservare nel tempo le sue caratteristiche paesaggistico-urbane senza cedere alle tentazioni e agli assalti edilizi di altri paesi. Questo aspetto, accanto alla tradizionale economia vinicola, ne rappresenta la principale ricchezza.
Torniamo infine all’aneddoto dei “Figli del Signore”. Un venerdì di un anno imprecisato un forestiero seduto al “Cavallino bianco” udì il suono flebile di una campanella. Chiese all’oste la ragione di quei rintocchi. L’oste spiegò che ogni venerdì a quell’ ora si ricordava il supplizio del Signore. Il forestiero volle sapere perché non si suonasse la campana grande per il figlio di Dio. “Eh no”, disse l’oste, “da noi la campana grande si suona solo quando muore un vero caldarese”. Allora l’uomo allungò alcune banconote all’oste e disse: “Spero che questo denaro sia sufficiente per far avere la cittadinanza caldarese al nostro Signore.” Da quel giorno i caldaresi vengono chiamati, non senza ironia, Herrgottskinder.
Foto dell’articolo: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
Tenacia e solidarietà
Nella vita fa il tributarista libero professionista e nel tempo libero si dedica al volontariato per l’associazione Volontarius ONLUS nella quale ricopre la carica di vicepresidente e coordinatore del progetto “aiuti senza spreco” (cacciatori di briciole, briciole market e farmacia solidale). è anche membro del tavolo di coordinamento provinciale per la lotta allo spreco e nel direttivo del centro aiuti per l’Africa.
La cosa che più mi piace di me stesso.
La tenacia.
La volta in cui sono stato più felice.
Cerco di essere felice ogni giorno (bisogna essere felici tutti i giorni) e lo si può essere sentendosi utili. Vivere per gli altri non è soltanto la legge del dovere, è anche la legge della felicità (Auguste Comte).
La persona che invidio di più.
Quella che riesce a mantenere la calma anche davanti alle più grandi provocazioni.
La persona che ammiro di più.
In realtà sono due: i miei genitori.
Un libro da portare sull’isola deserta.
Il piccolo principe.
L’ultima volta che ho perso la calma…
…mi avevano mancato di rispetto.
La mia occupazione preferita.
Organizzate il salvataggio del cibo che andrebbe buttato e distribuirlo a chi ne ha bisogno.
Il paese dove vorrei vivere.
Un’isola deserta con temperature estive tutto l’anno.
Il mio musicista preferito.
U2.
Il mio pittore preferito
Vincent van Gogh.
Non sopporto…
Le ingiustizie.
La qualità che preferisco in un uomo.
La solidarietà.
La qualità che preferisco in una donna.
L’empatia.
Dico bugie solo…
In presenza del mio avvocato.
La mia paura maggiore.
Che i volontari si facciano male.
L’oggetto a cui sono più legato.
Un anello ricordo, regalato da mia nonna.
Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
…mi sono reso conto che ero riuscito a creare insieme a chi ha creduto in me un gruppo di amici che condividevano lo stesso obiettivo e la speranza in un mondo migliore.
Il mio motto.
Il regalo più grande che tu possa fare a qualcuno è il tuo tempo, perché quando regali a qualcuno il tuo tempo, regali un pezzo della tua vita che non tornerà mai più indietro.
Dove mi vedo tra 10 anni.
A fare quello che sto facendo ora.
Nel mio frigorifero non manca mai…
La verdura.
La famiglia, il lavoro e lo sport
Alessandra Molinari, fisioterapista, mamma e allenatrice meranese di origini calabresi. Lavora all’ospedale nel reparto di riabilitazione dell’età evolutiva, occupandosi di un progetto che le sta molto a cuore con i bambini neonati. Nel tempo libero ama fare sport all’aria aperta, godendosi i paesaggi che la circondano e allena una squadra di piccole atlete di ginnastica artistica.
Il tratto principale del mio carattere.
Vedo sempre il lato positivo delle cose.
La cosa che più mi piace di me.
L’autoironia.
Il mio principale difetto.
Mi preoccupo troppo di ciò che pensa la gente.
L’incontro che mi ha cambiato la vita.
L’incontro con lo scoutismo con cui ho vissuto mille avventure e momenti unici, e grazie al quale ho imparato il vero valore dell’amicizia e dell’accoglienza.
La mia gioia più grande.
Sono tre: i miei bambini.
Da bambina sognavo di diventare…
Parrucchiera.
Non sopporto…
La pigrizia e l’indifferenza delle persone.
La qualità preferita in un uomo.
La simpatia: deve farmi sorridere e divertire in ogni momento.
… e in una donna.
La tenacia e la coerenza.
La mia paura maggiore.
Veder soffrire i miei figli.
Il giocattolo da me più amato.
Un orso di peluche, che si chiamava Bobby.
Il mio cantante preferito.
Sono una fan sfegatata di Vasco Rossi.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
In questo periodo sto sopravvivendo alla Dad con i miei figli, diventando quasi un tecnico informatico (quasi!).
Dove mi vedo tra dieci anni.
In giro…
Il paese dove vorrei vivere.
In Italia, è un paese stupendo.
La persona che ammiro di più.
Mio padre.
Il mio piatto preferito.
Linguine allo scoglio.
Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio con le amiche.
Il mio primo ricordo.
A casa dei miei nonni materni in Calabria.
Il mio più grande rimpianto.
Aver viaggiato troppo poco, ma magari lo farò in futuro in sella a una moto.
Nel mio frigo non manca mai…
La birra.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Quando la Juve è uscita dalla Champions.
Un sogno nel cassetto.
Creare un centro di fisioterapia per bambini con patologie invalidanti immerso nella natura, con animali, piscine e parchi giochi.
L’errore che non rifarei.
Penso che dagli errori s’impari, quindi rifarei tutto.
Il dono di natura che vorrei avere.
Essere ordinata.
Autrice: Chiara Caobelli
“Ammiro chi si presta ad aiutare”
Ivan Sgarbossa è nato e cresciuto a Ora. È cresciuto in una famiglia felice e fin da piccolo ha respirato l’aria del volontariato. Da ragazzo ha praticato sport e frequentato il teatro. Da 34 anni fa parte della Filo di Ora, e per diversi anni ha collaborato con la sezione calcio e lo sport club di Ora. Per Ivan la famiglia ha un’importanza fondamentale, e pensa anche che l’impegno nel sociale aiuti a creare il clima giusto per farla crescere. Ha compiuto 50 anni pochi giorni fa, e ha aggiunto: “ma ho ancora voglia di fare”.
La cosa che mi piace di più di me.
Il mio carattere gioviale.
Il mio principale difetto.
Non dire qualche no.
La volta che sono stato più felice.
Quando è nato mio figlio Luca.
Da bambino sognavo di diventare…
Da piccolo sognavo di poter un giorno risolvere i problemi del mondo ma poi crescendo…
La persona che invidio di più.
Penso che bisogna essere felici di quello che si ha e di quello che si è, l’invidia è tempo perso.
La persona che ammiro di più.
Le persone che si prestano ad aiutare.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Ho imparato a contare fino a 10…
La mia occupazione preferita.
Lavori all’aria aperta.
Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Vivo molto bene qui a Ora.
Il colore che preferisco.
Il blu, da sempre.
Il piatto preferito.
Diciamo che sono una buona forchetta.
Il mio musicista preferito.
Amo molto la musica blues.
L’ultima volta che ho pregato.
Diciamo che Gli parlo di frequente.
Il giocattolo che ho amato di più.
Il pallone.
Il mio più grande rimpianto.
Non ho grossi rimpianti, sono contento delle scelte fatte.
Dove mi vedo fra dieci anni.
Sarò ancora qui ad Ora a dare una mano…
Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Quando ho visto realizzarsi le cose per cui mi sono impegnato .
Il mio motto:
Vivi e lascia vivere.









