Sul ghiaccio tra passione e determinazione

Matteo Remotti Marnini, 25 anni, è un giovane talento del para hockey. Cresciuto a Cornaiano, frazione di Appiano, e ora residente a Bolzano, ha iniziato a giocare a para hockey all’età di 13 anni. Da 4 anni lavora alla Biblioteca Civica di Bolzano, dove unisce la sua carriera culturale con la passione per lo sport. Il ghiaccio è il suo ambiente naturale, un posto dove si sente libero e realizzato. Oggi andremo a conoscere meglio la sua passione su ghiaccio.

Ciao Matteo, quando ti sei avvicinato al para hockey?

Nel 2012, a soli 13 anni, ho visto le Paralimpiadi e ho capito che quel mondo sarebbe stato il mio. È stato un colpo di fulmine, e ho deciso di unirmi a una squadra giovanile che mi ha dato la possibilità di vivere una nuova esperienza, di mettermi in gioco in uno sport che non conoscevo ma che subito mi ha conquistato.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo sport?

Mi ha spinto in particolare Christoph Depaoli, un compagno di squadra che aveva la mia stessa patologia, la spina bifida. Con lui ho capito che il para hockey non è solo un’attività fisica, ma un’opportunità per far parte di una comunità che condivide sfide e passioni. Inoltre, la fondazione della squadra giovanile da parte di Werner Winkler e Rupert Kanestrin ha creato un ambiente perfetto per entrare in questo sport.

Qual è il significato dello sport nella tua vita?

Lo sport è sempre stato un pilastro della mia vita. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato a praticarlo, e grazie a questo ho imparato a non arrendermi, a superare i limiti. Mi ha permesso di mantenere una buona forma fisica, essenziale per gestire la mia condizione, e di affrontare le difficoltà con una mentalità positiva. Lo sport mi ha anche dato la possibilità di crescere come persona, di incontrare amici e di vivere esperienze che mi hanno arricchito.

Cosa ti piace di più di questo sport?

Il para hockey è uno sport di squadra, dove il legame tra compagni è molto forte. Mi piace il fatto che non si tratti solo di un gioco, ma di un’esperienza di vita. Abbiamo la possibilità di confrontarci con atleti di tutto il mondo, conoscere persone con disabilità diverse e imparare tanto da ognuno. Ogni partita è un’opportunità di crescita, non solo sportiva, ma anche personale.

Cosa diresti a chi vuole provare il para hockey, visto che non è molto diffuso in Italia?

In Italia il para hockey è ancora una disciplina di nicchia, praticata principalmente al nord, ma il movimento sta crescendo. A chi vuole provarlo, dico che è uno sport che richiede impegno e sacrificio, ma che dà tantissime soddisfazioni. È una disciplina che ti insegna a non mollare mai e ti aiuta a sviluppare una mentalità positiva. Inoltre, fa parte di una comunità che sa davvero cosa significa lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Quali differenze ci sono tra il para hockey e l’hockey tradizionale?

La principale differenza è che nel para hockey si gioca seduti su uno slittino, con due stecche, una per spingersi e una per colpire il puck. Anche la durata della partita è più breve: 15 minuti per periodo invece dei 20 dell’hockey tradizionale. Nonostante le differenze, il gioco rimane simile, con una grande intensità e un contatto fisico che rende ogni partita emozionante.

Hai partecipato a competizioni internazionali con la maglia azzurra. Come ti senti pensando alle Paralimpiadi 2026 in Italia?

Indossare la maglia della nazionale è sempre un onore. Ma sapere che nel 2026 le Paralimpiadi saranno in Italia dà una motivazione in più. La possibilità di competere davanti al pubblico di casa è un sogno che ogni atleta spera di vivere. Per me, rappresentare l’Italia alle Paralimpiadi di Milano-Cortina sarebbe la realizzazione di un obiettivo che ho da sempre.

Hai altri hobby oltre allo sport?

Oltre ad essere un tifoso dell’Inter, mi piace andare al cinema, fare passeggiate in montagna e viaggiare. D’estate adoro visitare posti al mare, soprattutto con amici e famiglia. Ma la cosa che mi piace di più è stare con le persone che amo, godermi il tempo insieme e fare nuove esperienze.

Autore: Niccolò Dametto

L’educatrice ottimista


Qui Intervista a Adele Aderenti, educatrice appassionata e coordinatrice del centro giovani Tilt di Sinigo, ama il contatto con le persone, ride spesso e ritrova nella natura il suo equilibrio. Crede nel valore del volontariato e nel potere di ciascuno di noi di fare del bene, con uno sguardo fiducioso verso il futuro.

La cosa di me che mi piace di più.

Il mio sorriso.

Il mio principale difetto.

Prendere troppo impegni.

Il mio momento più felice.

L’esperienza di volontariato che ho svolto in Ecuador.

Da bambina sognavo di diventare…

Infermiera.

Il luogo dove vorrei vivere.

Su un’isola, dove ci sono il mare e la natura.

Il mio piatto preferito.

Il tiramisù.

Non sopporto…

L’arroganza, la prepotenza e i disonesti.

Per un giorno vorrei essere…

Una mosca.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La birra.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto. 

Sono stata orgogliosa di me stessa quando…

Mi sono finalmente laureata.

Tre aggettivi per definirmi.

Precisa, sorridente e volenterosa.

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi lavo la faccia.

Il mio film preferito.

Notting Hill.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Il mio sogno ricorrente.

Io sdraiata su un prato in una giornata di sole.

Il mio ultimo acquisto.

Un vassoio di brioches. 

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Il verde e le montagne.

Amo il mio lavoro perché…

Perché mi relaziono con i ragazzi.

L’ultima volta che ho pianto.

Una settimana fa.

Il mio motto.

Lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato. 

L’oggetto a cui sono più legata.

Il mio zaino.

La mia maggiore paura.

Il buio.

Il mio colore preferito.

Il rosso.

Autore: Marco Valente

Trafoi: la chiesetta, la parrocchiale e la casa natale di Gustav Thöni

Trafoi è una frazione del comune di Stelvio, in Alta val Venosta, a 1.570 m s.l.m. lungo la strada che da Prato allo Stelvio sale al passo dello Stelvio. La strada, voluta dall’imperatore Francesco II d’Asburgo fu costruita fra il 1820 e il 1825. Quest’anno ricorrono infatti i 200 anni dalla sua realizzazione. Il toponimo Trafoi fu menzionato per la prima volta nel 1304. E fu a partire dal 1520 che il luogo iniziò ad essere antropizzato. Fu la chiesetta delle Tre Fontane Sacre a dare avvia alla zona. Il santuario mariano delle Tre Fontane Sacre, sito a 1.607 m di altitudine fu eretto nel 1229 e restaurato tra il 1701 e il 1702, per custodire le tre sorgenti che pare abbiano proprietà curative. L’immagine della Madonna che solitamente è custodita nella chiesetta, ogni anno, durante l’inverno viene trasportata in solenne processione alla parrocchiale di Trafoi, dove rimane esposta fino a Pentecoste. La Parrocchiale della Visitazione è a sua volta una chiesa interessante. Ricostruita nel 1903 in stile neogotico e cinta dal cimitero, al suo interno, mostra una navata unica che si sviluppa in senso longitudinale fino a culminare nel ligneo altare maggiore di gusto neogotico. Su lato nord si sviluppa il pulpito laterale. Le vetrate sono colorate e rappresentano numerosi santi. Sotto ad ogni vetrata appare il nome degli offerenti.  

A Trafoi ha sede la casa del parco Nazionale dello Stelvio chiamata “Naturatrafoi”, dove un percorso didattico racconta la geologia, la fauna e la flora del Parco nazionale dello Stelvio. Domina il paesaggio lo splendido massiccio dell’Ortles la vetta raggiunge i 3.902 di altitudine. Fu scalato per la prima volta nel 1804, su pressione dell’arciduca Giovanni d’Austria che aveva promesso una cospicua ricompensa a chi sarebbe riuscito a scalare la vetta il 26 settembre il cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler detto Pseiser Josele riuscì nell’impresa. 

A partire dal XIX secolo Trafoi divenne sempre più una metà turistica, ospitando anche personaggi illustri come Sigmund Freud che vi soggiornò nel 1898. Il periodo della Prima guerra mondiale per il paese che si trovava lungo la cresta di confine si trasformò in un vero e proprio dramma. Tra le due guerre ci fu un ritorno del turismo, soprattutto italiano. 

Trafoi è anche il paese natale di Gustav Thöni, il campione azzurro di sci che qui, con la sua famiglia, gestisce un albergo, un angolo di armonia e tranquillità che nel suo cuore custodisce il piccolo museo delle medaglie, gli sci, le coppe le maglie e tutto ciò che narra la storia-leggenda di questo sciatore prodigioso e indimenticabile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata ad Augusto Righi


Tra i casi in cui una via, nella zona industriale, è collegata ad un’altra via non solo fisicamente ma anche per un legame esistente tra le persone cui il Comune ha voluto dedicare una via, vi è quello di via Augusto Righi, che si trova tra via Antonio Pacinotti e via Innsbruck, costeggiante l’Isarco. Augusto Righi, nato a Bologna il 27 agosto 1850, ebbe come docente Antonio Pacinotti (1841-1912) nel corso di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna. Iscrittosi nel 1867 alla facoltà di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna, Augusto Righi si laureò nel 1872. Quando Pacinotti, nel 1873, lasciò Bologna per insegnare a Cagliari, fu proprio il neo ingegnere Righi a succedergli nella cattedra di fisica presso l’Istituto tecnico, incarico che mantenne fino al 1880, anno in cui passò a Palermo, dove insegnò fino al 1885 per trasferirsi a Padova, dove rimase fino al 1889, anno in cui ritornò alla sua Bologna; nel 1907 vi fondò l’Istituto di Fisica e nel 1897  partecipò alla fondazione della Società Italiana di Fisica. Quale contributo diede Righi alla scienza? Vastissimo fu il campo cui dedicò studi e ricerche, ma la sua fama è in particolare legata allo studio delle radiazioni elettromagnetiche. Proseguiva un cammino fatto da altri, come il fisico-matematico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879) e il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894). Dopo Hertz fu tra altri Augusto Righi a proseguire negli studi e negli esperimenti al fine di poter usare le onde radio per applicazioni pratiche. I risultati delle ricerche di Righi furono esposti nell’opera “L’ottica delle oscillazioni elettriche” (1897); per le sue ricerche sulle onde elettromagnetiche fu tra i precursori di Guglielmo Marconi. Augusto Righi morì nella città natale l’8 giugno 1920.

Autore: Leone Sticcotti

Il sesso nella terza età? Uno spettacolo per sfatare il tabù

C’è un tema di cui si parla poco, eppure riguarda tutti: il desiderio, l’affettività e la sessualità nella terza età. A portarlo in scena con ironia e delicatezza è il gruppo teatrale “Überholspur”  con lo spettacolo trilingue – in tedesco, italiano e ladino – “Inaudito: sesso e terza età – un Tabù?”, un progetto a cura del “Südtiroler Theaterverband”.

Attraverso storie personali, aneddoti e momenti di vita, gli attori – tutti anziani – affrontano senza filtri un argomento spesso considerato imbarazzante, dimostrando che il bisogno di amore e intimità non ha età. Dalle paure legate alla gioventù alla solitudine delle case di riposo, fino alla voglia di vivere emozioni intense, lo spettacolo mescola commedia e riflessione, ottenendo un successo inaspettato in tutta la provincia. QuiBolzano ha intervistato Annamaria Schenk, una delle attrici (n.d.r. che nella foto è la prima da destra), per scoprire come è nata questa idea coraggiosa e perché sta conquistando un pubblico sempre più ampio, dai giovani agli anziani.

Come è nato questo progetto così particolare?

Tutto è iniziato con una proposta dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Bolzano. Ci hanno chiesto di creare uno spettacolo che affrontasse il tema della sessualità nella terza età. All’inizio eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo accettato la sfida. Per un anno intero ci siamo incontrati ogni settimana a Bressanone, raccontandoci le nostre esperienze, dai primi amori alle paure legate alla sessualità quando eravamo giovani.

Com’è stato lavorare su un tema così delicato?

Non è stato facile! All’inizio c’era imbarazzo, ma grazie alla nostra regista Maria Thaler Neuwirth e al fatto che siamo un gruppo affiatato da nove anni, siamo riusciti a superare le resistenze. Ci siamo aperti, abbiamo condiviso storie personali, anche intime. L’importante era trattare tutto con eleganza, senza cadere nella volgarità.

Ci può fare qualche esempio di quello che il pubblico vedrà nello spettacolo?

Ci sono diverse scene che attingono da storie personali. Come quando da giovani credevamo che un semplice bacio potesse far rimanere incinta, per la totale mancanza di educazione sessuale. Ma ci sono scene in cui rappresentiamo la solitudine nelle case di riposo, con un anziano che cerca affetto toccando l’operatrice che lo assiste.

Oppure una scena in cui rappresentiamo la tentazione di mordere la mela, in cui vorrei essere Eva. Il messaggio che vorremmo portare è che non è mai troppo tardi per esprimere i propri sentimenti. A questo proposito nello spettacolo portiamo anche il messaggio  della compianta conduttrice televisiva Nadia Toffa (delle Iene): non rimandate, fate tutto quello che vi sentite, datevi tutti i baci che vi sentite di dare, fatelo prima che sia troppo tardi, perché alle volte la vita ci stravolge i piani.

Com’è stata l’esperienza di portare in giro questo spettacolo? 

Straordinaria! Pensavamo di parlare solo ad altri anziani, invece abbiamo scoperto che interessa a tutti. A Bressanone abbiamo avuto 190 spettatori a spettacolo. Notiamo che sempre più giovani vengono a vederci. Molti ci dicono: “finalmente qualcuno che parla senza tabù!”. L’ultima volta a Laives in un centro anziani, c’erano 70 persone commosse e divertite.

Quali sono i prossimi appuntamenti?

L’11 aprile saremo a Corvara, poi abbiamo tre date in Austria, il 27 aprile siamo a Trodena  e l’8 maggio nella mia Santa Cristina. Il 30 maggio ci troverete a Vipiteno.

Per finire, può raccontarci la storia del gruppo teatrale?

È iniziato tutto dieci anni fa, con un workshop teatrale per anziani tenuto da Maria Thaler Neuwirth. All’inizio eravamo in 25, partecipammo a questo laboratorio alla Lichtenburg di Nalles per cinque fine settimana, e alla fine siamo rimasti in sette. Veniamo un po’ da tutta la provincia: dalla Val Pusteria, dalla Val Gardena, dall’Altipiano dello Sciliar e dalla Val Passiria. Ci troviamo tutti i lunedì a Bressanone per le prove.

Autore: Till Antonio Mola

Come Appiano ottenne la sua scuola

Le vie del Signore sono infinite. Paese che vai, usanze che trovi. Alla fine il bene trionfa sempre. Questi e molti altri detti popolari si adattano perfettamente alla vicenda narrata da un noto storico tirolese dell’Ottocento, padre Justinian Ladurner. Originario di Merano, padre Ladurner ha redatto anche una documentata cronaca di Bolzano. In questo contributo, tanto istruttivo quanto divertente, il padre racconta, non senza ironia, come un’usanza considerata “scandalosa” si sia trasformata in un evento positivo: la fondazione di una scuola pubblica nel comune di Appiano.

Siamo nel 1518. Il potere asburgico è nelle mani dell’ultimo cavaliere, Massimiliano I, ma in Europa si diffondono a macchia d’olio le ribellioni contadine, di cui sarà protagonista il vipitenese Michael Gaismair. Insomma, la società medievale si sta evolvendo e questo mutamento si riflette anche nei costumi spesso discutibili  dei nobili e del clero. In particolare banchetti, bagni scostumati  e danze dionisiache di vecchia tradizione finirono nel mirino dei moralizzatori dell’epoca.

Scrive padre Ladurner nel suo articolo Come nel XVI secolo in Tirolo si trasformò una cattiva usanza in una buona:  “Il 1° dicembre 1518 si riunirono ad Appiano il signor Jacob de Banisi, parroco, il signor Jacob Fuchs von Fuchsberg, cavaliere di Hohenepan e amministratore di Altenburg, consigliere imperiale e vogt (protettore) della chiesa parrocchiale, nonché rappresentante legale di Bartlme e Jörgen von Firmian, Sigmund von Spaur di Hoheneck e i fratelli Hans e Hilprand von Fuchs in rappresentanza della nobiltà, Ulrich Körbler, prevosto della chiesa, e Hans Starf, capomastro della stessa chiesa parrocchiale.

Questi uomini, membri del consiglio della comunità, decisero di eliminare alcuni abusi e introdurre al loro posto qualcosa di migliore. Fino ad allora, infatti, era consuetudine che il mercoledì di Pasqua tutta la comunità, sotto la guida della parrocchia e del tribunale di Appiano, venisse con le ancelle e i domestici del villaggio verso il “Widum” (canonica), dove ricevevano dal parroco cibo e bevande. Questo avveniva anche nel giorno dell’Ascensione, dopo che i canti del vespro erano stati intonati. L’intera comunità, accompagnata dal suono dei pifferi, tornava poi alla casa parrocchiale, dove il parroco apriva le danze e, al termine, doveva nuovamente offrire cibo e bevande a tutti.

Inoltre, il parroco ogni anno organizzava un affollato bagno pubblico (Wimmel-Bad) e poi doveva invitare i chierici della chiesa di San Paolo a un banchetto notturno. A Natale, invece, doveva inviare una ciotola di dolci alla casa del sagrestano. Queste usanze gli causavano spese ingenti e, soprattutto il bagno pubblico, era spesso accompagnato da comportamenti indecorosi.

Per porre fine a questa cattiva abitudine e trasformarla in una buona consuetudine, si accordarono affinché tutte le pratiche sopra menzionate cessassero. Tuttavia, anche la comunità non era più obbligata ad onorare i mancati servizi del parroco.

In cambio di questi sacrifici, il parroco si impegnava, per sé e per i suoi successori, a mantenere un maestro di scuola istruito e capace presso il “Widum”, fornendogli vitto e alloggio a proprie spese, oltre a mantenere i sacerdoti ausiliari. Il parroco aveva il diritto di assumere o licenziare arbitrariamente il maestro: se il suo comportamento risultava inadeguato, nobili e comunità avevano il diritto di chiedere al parroco la sua rimozione e la nomina di un insegnante più idoneo.

Il maestro di scuola era inoltre obbligato a partecipare ogni giorno con i sacerdoti assistenti e i cappellani ai canti liturgici di lode e vespro, secondo l’antica tradizione. Inoltre, per le sue mansioni di cantore, doveva prestare servizio anche a Caldaro e Termeno. Per questo riceveva un compenso annuale di 1 fiorino dal parroco e dai tre sacerdoti assistenti, pagato il giorno di San Martino.

Poiché fino ad allora non esisteva una scuola nel villaggio, il parroco mise a disposizione un terreno dietro il “Widum” per la costruzione di un edificio scolastico, il quale sarebbe stato costruito a spese della chiesa, ma sarebbe rimasto di sua proprietà.

Per quanto riguarda il salario del “Junkmeister” (maestro dei giovani) e degli scolari poveri, così come il canto dei salmi durante la Settimana Santa e l’intonazione dei canti, si dovrà seguire la consuetudine vigente a Caldaro e Termeno. Se nobili, comunità o anche stranieri e pellegrini richiedono ai sacerdoti di cantare in occasione di uffici religiosi e veglie, il compenso sarà di 2 kreuzer per una lunga veglia e di 1 kreuzer per una breve. Lo stesso importo sarà pagato per il “Placebo” o la messa per i defunti, mentre per un ufficio di lode si dovranno ricevere 2 kreuzer dai richiedenti, senza pregiudicare la retribuzione del parroco o dei sacerdoti assistenti.

Inoltre, il maestro di scuola riceverà un compenso da ogni alunno che gli viene affidato affinché lo istruisca con disciplina e diligenza. Tale compenso sarà di 15 kreuzer per ogni quadrimestre mentre per il periodo della “Wimmat” (vendemmia) e del Carnevale sarà di 1 “Ausstreichkreuzer”. Durante l’inverno, ogni studente dovrà fornire quotidianamente due pezzi di legna da ardere, oppure pagare un riscatto di 1 pfennig bavarese per l’intero inverno.

Per quanto riguarda l’usanza del parroco di invitare a pranzo nei giorni festivi i nobili appartenenti alla comunità e di servire una zuppa ai loro domestici nei giorni di festa, questa tradizione – conclude non senza sarcasmo padre Ladurner –  dovrà continuare.”

Autore: Reinhard Christanell

Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Laura: dalle Dolomiti ai Tropici

Laura è nata e cresciuta a Bolzano e mentre completava gli studi in ambito sportivo ha iniziato a insegnare educazione fisica nelle scuole tedesche, soprattutto nelle valli intorno a Bolzano. La montagna rifletteva perfettamente il suo amore per la natura e il movimento. Il viaggio ha sempre fatto parte della sua vita ed è sempre stato una sua grande passione, la quale, unita alla curiosità, l’ha portata ad approdare in Australia per poi restarci. 

Come sei finita in Australia?

Sentivo il bisogno di un cambiamento. Dopo due anni in Val di Fassa, ho capito che era il momento di mettermi alla prova e ampliare i miei orizzonti. L’Australia, un sogno che mi accompagnava dal liceo, mi ha sempre affascinata. Così, sono partita come ragazza alla pari, sono finita ai tropici e sono ancora qui. Ho deciso di restare perché, forse per la prima volta, sento di essere nel posto giusto. Qui ho trovato una pace che non pensavo fosse possibile e, lontana da casa, ho imparato a fidarmi di me stessa come mai prima. Ogni giorno è un’opportunità per reinventarmi e crescere. In Australia, mi sento più vicina a me stessa che mai.

Te la immaginavi così?

Sì: vasta, ricca di natura e paesaggi mozzafiato, con spiagge infinite e infinite opportunità. Ma è anche molto di più. Ogni angolo ti sorprende e invita a scoprire qualcosa di nuovo, la vita scorre a un ritmo diverso, facendoti sentire libero. È una terra che ti offre spazio per crescere e che ti insegna a valorizzare le piccole cose, come un tramonto o un incontro improvviso con un animale selvatico (giuro che non ci sono solo ragni enormi!). È un luogo che ti accoglie con mentalità aperta e che celebra la diversità, facendoti sentire parte di qualcosa di più grande.

Cos’è stato più difficile e bello nel cambiare vita?

La burocrazia è la parte più difficile: visti, sistema medico, assicurazione e voli! Ogni passo sembra una nuova montagna da scalare. Poi c’è la distanza da casa che, a volte, si fa sentire più di quanto vorrei ammettere. Non è facile avere la famiglia e gli amici lontani, soprattutto nei momenti più difficili, ma le cose più belle del cambiare vita sono tantissime. Prima di tutto, mettersi alla prova, uscire dalla propria comfort zone e scoprire di cosa si è veramente capaci. È incredibile vedere dove si può arrivare quando si può contare solo sulle proprie forze. Inoltre conoscere culture e idee diverse è un’esperienza che arricchisce profondamente.

E le differenze più grandi con casa?

Alto Adige vs Tropici… le differenze sono enormi! Sono passata dalla neve ai cicloni, dallo snowboard allo snorkeling, dall’italiano all’inglese, dalla guida a destra a quella a sinistra, dai pini alla foresta tropicale. Sono una persona che si adatta, ma la cosa più difficile è stata comprendere l’umorismo e il comportamento degli australiani. La loro cultura, più diretta e spensierata, è diversa da ciò a cui ero abituata. Come per il concetto di “tutto a posto”: qui la gente è più rilassata e non si preoccupa troppo per ciò che in Italia sarebbe urgente. All’inizio mi spiazzava, ma ho imparato ad apprezzarlo.

L’Australia è diventata la tua casa a lungo termine?

Questa è una domanda difficilissima e che mi emoziona sempre. Ho imparato che nulla è certo e che ci si può reinventare sempre, chiudendo capitoli e aprendone nuovi. L’Italia, le Dolomiti, la mia famiglia, sono sempre nel mio cuore e un giorno la nostalgia potrebbe diventare più forte della voglia di mettermi in gioco. Il mondo è grande, la vita lunga e io evolvo con essa. Per ora, sono dove dovrei essere. Una cosa è certa: mi sento in sintonia con il mio cammino, anche se il futuro è incerto. Ogni passo che compio mi fa sentire che sono nel posto giusto, anche se non so ancora cosa mi riserverà la vita. In fondo, mi fa anche un po’ paura, ma è ciò che mi motiva e mi spinge a non fermarmi. Come diceva Frida Kahlo “Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta…Io vedo orizzonti dove tu disegni confini.”

Autrice: Anna Michelazzi

La presenza di Kafka a Merano nei frammenti delle sue lettere

Inizia in febbraio per Franz Kafka quell’andirivieni di considerazioni, dubbi, ripensamenti, riguardanti la meta da scegliere per quello che sarebbe dovuto essere “solamente” un soggiorno fra sole e vitto vegetariano, come lo aveva descritto nella lettera all’editore di Lipsia Kurt Wolff. Del turbinio di pensieri che il viaggio gli stava procurando erano testimoni tanto Minze Eisner che l’editore Wolff ai quali scrisse tra fine gennaio e i primi di aprile 1920. 

I frammenti di quelle lettere, che riporto, ben spiegano sia lo stato di incertezza vissuto dallo scrittore sia le difficoltà burocratiche cui erano sottoposti i turisti in tutta Europa nella prima fase post-bellica: “A Merano andrò forse tra un mese. È stata anche Lei a Merano?”, “La Baviera continua a fare la ritrosa”, e ancora “Avevo la camera ma senza il permesso d’entrata nel comune bavarese mi si negava il visto per una lunga degenza in sanatorio. […]mi fu telegrafato che a partire dal 15 corr. non si accettano forestieri […]”. Dall’accenno fatto invece nella lettera inviata a Felix Weltsch si intuisce, da un lato, che Merano fosse stata argomento di conversazione nella cerchia amicale ma pure che Kafka nutrisse un certo scetticismo per come il luogo veniva pubblicizzato: “Caro Felix, le mie piccole novità sono anche per te. In quanto al sole non avevo mai creduto, mai creduto in fondo, che qui ci fossero continue giornate di sole, limpide, e infatti non è vero, finora (siamo a giovedì sera) ho avuto bello un giorno e mezzo […] Come si può aspettarsi che sia diverso così vicino a Praga? […]”. 

Per Kafka, Merano doveva costituire un intrico di pro e contra: aria pulita, possibilità di lunghe passeggiate e, infine, la presenza di un piccolo ma operoso gruppo ebraico con medici specialisti, alberghi, sanatori e il Genesungsheim per non abbienti. Il tessuto comunitario meranese, infatti, era sicuramente noto negli ambienti ebraici di Praga non solo per la messe di pubblicazioni apparse ma anche perché molti dei turisti di cura e alcuni dei residenti erano praghesi. 

I contra erano invece costituiti dai costi non facilmente gestibili, come aveva confessato un sabato fra gennaio e febbraio nella lettera a Minze Eisner: “Cara Minze, […] probabilmente non andrò a Merano, è un po’ troppo costosa, andrò forse sulle Alpi bavaresi. […]”. Tuttavia -oltre alle difficoltà create dalla Baviera- per Kafka le valutazioni a favore della città di cura in riva al Passirio dovevano aver vinto sugli aspetti economici. Nei primi giorni di aprile è ancora una lettera a Minze a segnare la svolta: “Cara Minze, […] domani parto per Merano. […] Le scriverò da Merano.” 

Per un uomo come lui, i cui amici erano essenzialmente ebrei, abituato a muoversi soprattutto in ambienti ebraici, le riflessioni potevano forse essere state anche di natura più intima e personale; legate cioè ad un sentimento di appartenenza identitaria che le opere, le Lettere e i Diari giunti sino a noi non restituiscono se non in modo frammentario. 

Forse si potrebbe delineare la sua complessa identità come quella di un uomo in bilico fra due aneliti: da un lato il desiderio di vivere appieno quell’ Emancipazione che aveva permesso alla sua famiglia quel vivere borghese nel centro di Praga vendendo “Galanteriewaren” e che a lui aveva offerto la possibilità – impensabile per un ebreo prima di quel fatidico 1867- di frequentare il liceo classico ed iscriversi all’Università; dall’altro quella vera e propria passione carsica per lo sfaccettato universo ebraico che lo attraeva e lo respingeva in un eterna dicotomia. Nel corso dei decenni studi autorevoli hanno affrontato il tema identitario dello scrittore con esiti spesso opposti. È però lo studio di Giuliano Baioni a spiegare al meglio quanto l’ambiente ebraico praghese avesse sempre guidato, e forse condizionato, le scelte dello scrittore.

Le lettere scritte da Merano sono assai parche di informazioni sui luoghi e gli incontri meranesi d’ambito ebraico che avrebbe potuto fare e che forse fece. Viene spontaneo anche chiedersi come mai non scelse di alloggiare in una delle strutture ebraiche. 

Fu un suo precipuo desiderio di “lontananza” o un fatto legato alla lenta ripartenza della vita economico-turistica del Kurort e degli alberghi di proprietà israelita?  Va ricordato infatti, che la maggior parte degli imprenditori ebrei meranesi possedevano una doppia attività: quella a Merano per le stagioni turistiche tipiche di questa Kurstadt, ossia l’inverno, la primavera e l’autunno, e una nelle città di origine o comunque in un altro dei luoghi dell’Impero cislaitano dove la stagione fosse estiva. Non va poi dimenticato che, per quanto la città non fosse stata bombardata, la conversione di alberghi e sanatori in lazzaretti e acquartieramento truppe aveva nuociuto non poco agli eleganti hotel meranesi. Ricordiamo -a titolo di esempio- che allo Starkenhof, l’albergo e il ristorante casher di Jakob Bermann, era stato allestito il Feldpost Amt. Il Sanatorio Königswarter potè riprendere la sua normale attività di accoglienza dei malati indigenti, solo nel giugno del 1920. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Quali priorità?

Che fine ha fatto la comunità internazionale? A molti oggi questa potrà sembrare una domanda ingenua, banale, inutile, e assurda. Specie a chi innanzitutto pensa che quanto sta succedendo in questi mesi nel mondo di fatto non abbia delle conseguenze dirette su quanto avviene nella nostra vita di tutti i giorni, qui nella nostra provincia in mezzo alle Alpi. Ma anche in secondo luogo a coloro che ormai stanno dando per scontata la fine dell’equilibrio di forze scaturito dalla fine della seconda guerra mondiale, basato sull’ampia diffusione della democrazia nell’occidente e con gli Stati Uniti a fare da garanti. Come sappiamo molta è stata l’ipocrisia e molti hanno fatto soprattutto i loro interessi, in questo equilibrio precario. Ma di fatto la democrazia in Italia, l’autonomia altoatesina concordata tra Roma e Vienna sotto l’egida dell’ONU, e poi la nascita e il progressivo sviluppo dell’Unione Europea sono stati orizzonti sicuri sui quali abbiamo basato il nostro benessere e le nostre libertà.

Negli ultimi anni e – soprattutto – negli ultimi mesi abbiamo invece percepito un cambiamento radicale di questo scenario. Con l’organizzazione delle Nazioni Unite ormai degradata a semplice spettatrice di un braccio di forza inedito che vede protagonisti tre membri permanenti del consiglio di sicurezza (Russia, Stati Uniti e Cina), che è poco definire inadempienti nel loro ruolo originale di garanti, della pace faticosamente raggiunta dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Personalmente sto provando una grande amarezza per il fatto che il riarmo si stia affermando in questi ultimi giorni come principale priorità europea. Mi sembra un fallimento. Penso che invece per tutti i 446 milioni di europei, noi compresi, la priorità dovrebbe essere invece quella di riaffermare da protagonisti – oggi come non mai – il concetto di comunità internazionale, come “l’insieme degli Stati e delle altre organizzazioni o istituzioni le cui relazioni reciproche si basano sull’osservanza delle norme espresse dal diritto internazionale”. 

Diritto internazionale, sì. Perché oggi in pericolo non è solo la pace in alcune zone del mondo (nel giorno in cui scrivo sono morti centinaia di civili nella ripresa dei bombardamenti a Gaza), ma la nostra stessa idea di futuro che ci siamo costruiti all’insegna della pace e che vorremmo trasmettere ai nostri figli. Quindi: informiamoci, riflettiamo e troviamo il modo di agire, in un modo o nell’altro.

Autore: Luca Sticcotti