La figlia di Dostoevskij riposa a Bolzano

Nel cuore di Bolzano si cela una storia affascinante e poco conosciuta: quella di Ljubov’ Dostoevskaja, figlia del celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Giunta in città negli anni venti per motivi di salute, visse gli ultimi mesi della sua vita quasi dimenticata. Ma chi era realmente? Non solo la custode della memoria paterna, ma anche una scrittrice con una voce propria, autrice di romanzi e racconti che meritano di essere riscoperti. Ne abbiamo parlato con Marina Mascher, vicepresidente dell’Associazione Rus’, che da anni si dedica alla ricerca e alla valorizzazione della sua figura.

Marina Mascher, oggi parliamo di Ljubov’ Dostoevskaja, la figlia di Dostoevskij sepolta a Bolzano. Che storia è la sua?

È una storia affascinante. Parliamo della figlia di uno dei più grandi scrittori non solo della Russia, ma della letteratura mondiale. Ma come è arrivata a Bolzano? Come il padre, soffriva di diverse malattie e nel 1926 venne qui per farsi curare per problemi agli occhi. Si fece visitare alla clinica del dottor Rössler, che si trovava nell’attuale Grieserhof, poi si trasferì a Merano, dove aveva già soggiornato l’inverno precedente. Passò un periodo ad Arco, ma alla fine tornò a Bolzano, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita. Morì quasi dimenticata e venne sepolta nel nuovo cimitero di Gries, appena annesso a Bolzano (prima era un comune autonomo). Questa tomba rischiava di essere dimenticata per sempre, ma nel 1931, in occasione del cinquantenario della morte di Dostoevskij, un quotidiano di Vienna, la Neue Presse, promosse una raccolta fondi per erigere un monumento in sua memoria. Tuttavia, l’Italia si oppose: non dimentichiamo il contesto storico del tempo. Fu allora un giornale locale a organizzare una colletta per darle una sepoltura degna. L’incarico fu affidato a Franz Ehrenhöfer, lo stesso artista che realizzò le due statue ai lati dell’ingresso della stazione di Bolzano.

Dal punto di vista letterario, quanto è importante la figura di Ljubov’ Dostoevskaja?

È una figura interessante, perché non fu solo la figlia di Dostoevskij, ma anche una scrittrice e biografa. Per il centenario della nascita del padre, nel 1921, scrisse una biografia basata sui suoi ricordi personali. Certo, era solo una bambina di undici anni quando lui morì, ma aveva un’intelligenza acuta ed era molto legata a lui. Lo stesso Dostoevskij diceva di aver capito, fin dalla nascita, che Ljubov’ gli somigliava profondamente.

Oltre alla biografia, scrisse tre libri: una raccolta di racconti intitolata Fanciulle malate e due romanzi, L’emigrante e L’avvocata. L’emigrante, ambientato in Italia, nacque da un suo soggiorno romano, mentre L’avvocata è ambientato a Parigi. Come Associazione Rus’, con la presidente Bianca Marabini Zoeggeler e Michail Talalay ci siamo impegnati a recuperare e valorizzare la sua opera, pubblicando proprio la prima edizione in italiano de L’emigrante, con testo originale a fronte.

 oltre a una nuova traduzione della biografia paterna.

La sua vita fu segnata da eventi drammatici. Durante la Prima guerra mondiale si trovava in Europa occidentale, poi la Rivoluzione russa e la guerra civile le impedirono di tornare in patria. I suoi beni vennero confiscati e lei si ritrovò a vivere anni difficili tra Francia, Svizzera e Germania, prima di stabilirsi nella nostra regione.

Un aspetto curioso è il nome. In Europa, spesso si faceva chiamare Aimée, la traduzione francese di Ljubov’, che significa “amata”. Un nome che forse rifletteva un desiderio di affetto e riconoscimento, che però non sempre trovò nella sua vita.

La sua tomba oggi si può visitare?

Sì, ma non si trova più nel cimitero originale di Gries, che nel frattempo è stato smantellato. Molte tombe, compresa la sua, sono state trasferite al cimitero di Oltrisarco.

Trovarla non è difficile: entrando, basta seguire il porticato  a destra della cappella funeraria. A metà percorso c’è un’apertura: attraversandola e proseguendo verso la montagna, si arriva alla sua tomba. È una grande anfora, un segno discreto ma significativo della sua presenza qui. Sulla tomba c’è ancora una vecchia targa con iscrizioni pompose, tipiche dell’epoca, ma un suo lontano parente volle aggiungerne un’altra, più semplice, solo il  nome e la parola “scrittrice”. Perché questo era ciò che sentiva di essere: non solo la figlia di Dostoevskij, ma una voce autonoma.

Autore: Till Antonio Mola

I gioielli del FAI 2025 sono a San Giacomo e Lagundo

Sabato 22 e domenica 23 marzo si rinnova l’appuntamento con le Giornate FAI di Primavera, il più importante evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico in Italia. Giunte alla loro trentatreesima edizione, le giornate sono la manifestazione di punta del FAI (Fondo per l’Ambiente italiano) che intende raccontare e far riscoprire, insieme alle volontarie e ai volontari della fondazione, tesori di arte, storia e natura spesso poco conosciuti o inaccessibili al pubblico. Abbiamo incontrato Mirko Frainer, il capo delegazione della sezione bolzanina del FAI, per farci raccontare le specificità di questa edizione.

Mirko Frainer, quali sono le proposte del FAI in provincia di Bolzano?

La delegazione FAI di Bolzano aprirà al pubblico la chiesa di San Giacomo, situata a sud del paese e che si vede proprio sul dosso della montagna direttamente sopra la valle. È un’apertura unica anche perché la chiesa solitamente è chiusa, e negli ultimi anni è stata interessata da alcuni restauri, soprattutto  della pala d’altare gotica. 
Si tratta di un’occasione, più unica che rara, per vedere questo luogo fantastico che probabilmente molti vedono passando nel fondovalle, ma che pochi conoscono direttamente. Un’altra apertura molto importante sarà tenuta dagli apprendisti ciceroni, quindi dal FAI Scuola, che mostrerà al pubblico il cimitero militare di San Giacomo. Un’esperienza veramente importante, toccante, perché lì riuniti ci sono i caduti sulle guerre di vari fronti, dalle guerre risorgimentali italiane fino alla seconda guerra mondiale. Infine il gruppo FAI di Merano aprirà la bellissima e moderna chiesa di Lagundo con un campanile spettacolare, alto 70 metri, che si staglia sul fondovalle. Quindi veramente tre aperture davvero interessanti che ci racconteranno la storia del nostro territorio da un punto di vista completamente nuovo.

Chi sono i giovani ciceroni?

Gli Apprendisti Ciceroni sono studenti che partecipano a un progetto di formazione promosso dal FAI, avviato o adottato dall’organizzazione nel 1996 e cresciuto negli anni. Il loro impegno viene riconosciuto con un attestato di partecipazione, che gli studenti possono utilizzare per l’acquisizione di crediti scolastici.
Per questa apertura speciale, la referente FAI Scuola, professoressa Alessandra Braccili del Liceo Classico Linguistico Carducci, insieme alla delegata alla cultura Marina Mascher, ha formato gli studenti del liceo, preparandoli a raccontare la storia del sito. Il loro intervento sarà arricchito anche dal supporto del professor Carlo Romeo, storico di grande fama a livello locale. Durante l’evento, i ragazzi guideranno i visitatori attraverso le vicende belliche legate al cimitero, offrendo una prospettiva inedita sulla storia dell’Alto Adige.

Quindi, oltre agli Apprendisti Ciceroni che guideranno i visitatori al cimitero militare di San Giacomo, chi si occuperà delle visite alla chiesa di San Giacomo e a quella di Lagundo?

L’apertura della chiesa di San Giacomo è a cura del gruppo FAI di Bolzano, quindi della delegazione principale che abbiamo qui in Alto Adige. Saremo tutti i volontari attivi con il gruppo FAI giovani che ci supporterà. L’apertura di Lagundo sarà invece a cura del FAI di Merano e di tutti i volontari che sostengono questo gruppo.

Come partecipare e visitare questi luoghi normalmente difficili da accedere?

Le Giornate FAI di Primavera sono un grande evento diffuso in tutta Italia, con oltre 700 aperture in tutto il Paese. La partecipazione è libera e non richiede iscrizione. Sabato 22 e domenica 23 marzo sarà possibile visitare il cimitero militare di San Giacomo e la chiesa di San Giacomo dalle ore 10 alle ore 17, mentre la chiesa di Lagundo sarà aperta con gli stessi orari, ma solo nella giornata di sabato.
Le Giornate FAI di Primavera rientrano tra le iniziative di raccolta fondi occasionale: chi sceglie di partecipare contribuisce direttamente a sostenere la missione del FAI nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Autore: Till Antono Mola

Una “pensionata attiva”

Qui Intervista a Sissi (Sigrid) Prader che si auto-definisce “pensionata attiva” con un lungo percorso nell’insegnamento e nell’impegno culturale e sociale. È stata direttrice del Museo delle Donne/Frauenmuseum di Merano fino al 2022 e tuttora ne fa parte come membro del consiglio direttivo. Dal 1984 è presidente dello Jugenddienst Meran.o, un ruolo che riflette il suo profondo interesse per i giovani e il loro futuro. Crede in un Alto Adige accogliente e solidale, ma il suo sguardo si spinge spesso oltre confine, coinvolgendola in entusiasmanti progetti di cooperazione internazionale.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia flessibilità e il mio ottimismo.

Il mio momento più felice.

Sono felice ogni volta che faccio un’escursione nella natura.

Da bambina sognavo di diventare…

Un’artista di teatro.

La mia occupazione preferita.

Dare spazio alla mia vena artistica e creativa.

Il luogo dove vorrei vivere.

In Alto Adige.

Il mio piatto preferito.

Schlutzkrapfen.

Non sopporto…

Il chiacchiericcio e la disonestà.

Per un giorno vorresti essere…

La Sindaca.

Nel mio frigorifero non mancanon mai… 

Verdura e uova.

Se fossi un animale sarei…

Una gatta.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Ho deciso di impegnarmi attivamente in progetti di aiuto allo sviluppo e cooperazione.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Un mix tra lavoro sensato e tempo libero, visto che sono in pensione.

Tre aggettivi per definirmi.

Positiva, flessibile, tollerante.

La mia attrice preferita.

Barbra Streisand.

Il superpotere che vorrei avere.

La capacità di prendere decisioni nelle trattative di pace.

La disgrazia più grande.

Perdere la mia intera famiglia.

Il mio ultimo acquisto.

Un’automobile.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La bellezza e la varietà della natura, oltre alla ricchezza culturale.

La persona che ammiro di più.

Ammiro chi si batte per qualcosa di buono senza lasciarsi influenzare.

Il mio motto.

Essere utile agli altri, cercare di comprendere e, se possibile, agire.

Autore: Marco Valente

La chiesa di San Pancrazio in Val d’Ultimo e la festa di primavera

San Pancrazio, il martire decapitato a Roma per volere di Diocleziano, appartiene alla schiera dei cosiddetti “Santi del ghiaccio”. Ne fanno parte San Mamerzio, San Servazio e San Bonifacio.  Nella tradizione contadina tirolese essi sono santi assai tenuti perché portano con loro un rigurgito di freddo con gelate anche devastanti per il raccolto.  Essi sono al Centro di numerosi detti popolari che esprimono alcuni degli scenari possibili per clima e raccolto. Le notti fra l’11 e il 15 maggio i contadini tradizionalmente vegliavano e scrutavano il cielo. La coltre delle nubi avrebbe impedito un brusco calo delle temperature, mentre un cielo terso avrebbe portato una gelata. Al temuto Pancrazio è dedicato l’omonimo paese in Val d’Ultimo e la sua parrocchiale. 

Posto all’ingresso della valle San Pancrazio è un piccolo insediamento a 763 m d’altitudine circondato da prati e frutteti. In epoca medievale il paese fu centro economico, religioso e giuridico per l’intera vallata. Attraverso la cronaca del convento di Weingarten, che aveva in zona diversi possedimenti, è possibile attestare la presenza di un luogo sacro già a partire dall’XI secolo e la residenza stabile di un parroco fin dal 1268. Per molti illustri la cura d’anime dell’intera vallata fu esplicata dunque dalla parrocchia di San Pancrazio mentre negli altri agglomerati valligiani furono edificate solo chiese filiali e cappelle. Numerose erano le processioni, le rogazioni, i pellegrinaggi, che scandivano il ciclo dell’anno con lo scopo di pregare per il favore degli agenti atmosferici e per propiziare un buon raccolto. Importantissima era la processione che si teneva qui il 12 maggio il giorno di San Pancrazio: un ungo e faticoso cammino vino a Laces in Val Venosta e da lì inerpicarsi fino alla chiesa di San Martino. 

A tutt’oggi l’abitato che è dislocato lungo il lato più soleggiato della valle. Tanto che i suoi numerosi masi contadini sparsi arrivano fin quasi al confine boschivo, è caratterizzato dall’alto campanile gotico della parrocchiale dedicata a San Pancrazio. L’attuale chiesa è il frutto di una ricostruzione ottocentesca ed è in stile neogotico. Della precedente struttura sopravvivono solo alcuni muri della navata centrale. Al suo interno si trovano tre altari a portelle cuspidati. L’altare maggiore, eseguito da August Valentin, mostra figure sacre scolpite e colorate che si stagliano nelle nicchie. Sui lati interni delle portelle, i bassorilievi delle sante Barbara e Caterina prendono vita sugli sfondi dorati. Nello scrigno centrale è visibile una sacra conversazione: nel centro, assisa sul trono, Maria mostra il bambin Gesù mentre ai lati i due santi sono rivolti a lei e sono San Luigi Gonzaga e San Pancrazio con scudo e armatura. Appartengono allo stesso scultore i due altari laterali dedicati alternativamente al “Sacro cuore di Gesù” e alla “Madonna del Rosario”.  

Un altro dettaglio di particolare interesse è l’orologio del campanile, riccamente decorato e splendidamente dipinto. Nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale si trova il cimitero locale con la cappella di San Sebastiano -a due piani- che, come riporta un’iscrizione, venne eretta in memoria delle vittime della peste. Di particolare valore è lo sfarzoso altare barocco.

PER VISITARE

Per raggiungere la Parrocchiale di San Pancrazio in auto occorre arrivare fino a Bolzano e  proseguire quindi con la superstrada MeBo in direzione di Merano fino all’uscita Merano Sud (Zona industriale di Lana). Proseguire verso Lana e quindi la segnaletica “Val d’Ultimo”. All’entrata di Lana si svolta a destra verso la Val d’Ultimo. La valle è lunga circa 40 km. Dopo alcuni tornanti si arriva a S. Pancrazio (10º km), 4 tunnel (al km 11,8 lungo 320 metri, al km 12,5, al km 13 lungo 240 metri, ed il quarto lungo 110 metri) quindi a Santa Valburga (18º km), S. Nicolò (27º km) fino ad arrivare a Santa Gertrude (31º km). Gli ultimi tre paesi formano il Comune di Ultimo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada italiana da Trento a Bolzano 

Il turismo è un’invenzione dei tempi moderni. Nel XVIII secolo andavano di moda i cosiddetti Grand Tour, viaggi educativi intrapresi dai giovani aristocratici europei, soprattutto britannici, per visitare le capitali culturali dell’Europa come Parigi, Roma e Firenze. Come fenomeno di massa, il turismo sboccia nel XIX secolo grazie alla Rivoluzione industriale: migliorano i trasporti come ferrovie e funicolari, la popolazione gode di un maggior benessere economico, che permette alla borghesia di viaggiare per piacere e si sviluppano le prime agenzie di viaggio che organizzano viaggi di gruppo.

In Trentino e in Alto Adige il turismo si afferma soprattutto grazie agli alpinisti britannici e tedeschi che iniziano a frequentare le Dolomiti. Accanto ai primi rifugi alpini costruiti per ospitare gli escursionisti, si sviluppano ferrovie e strade. Viaggiano gli aristocratici come l’imperatrice Sissi d’Austria ma viaggiano anche i borghesi e perciò nascono le guide turistiche: inizialmente manoscritte, successivamente stampate e illustrate. Karl Baedeker pubblica la sua famosa guida nel 1835, nel 1876 anche la casa editrice Michelin pubblica guide dettagliate.

Nel 1895 esce a Bassano la Guida del Trentino (orientale) di Ottone Brentari dedicata alla “valle media dell’Adige e dell’Eisack” da Trento a Bolzano, comprese le valli laterali come la Val di Fiemme e il Primiero. In sostanza, è una guida della Bassa Atesina per come veniva percepita in piena epoca asburgica.

Scrive Brentari: “Lo stradone (nome che ha continuato a designare a lungo la via principale di collegamento tra nord e sud) si chiama Strada Italiana, la quale va da Innsbruck al confine austro-italiano sotto Ala.” Sarà sostituito dalla A22 quando negli anni ’60 il traffico turistico di attraversamento dei paesi diventò insostenibile.

Il viaggio di Brentari inizia a Trento e si dirige verso nord. Dopo Gardolo, Lavis, Nave S. Felice e Nave S. Rocco (“paesi da cui ogni anno emigrano diverse famiglie per le Americhe”), arriva a Zambana e S. Michele: “tre scuole con un maestro e due maestre, che sono suore di S. Vincenzo, addette all’Istituto Agrario”. Prossima tappa è la Chiusa d Salorno: “importante sotto l’aspetto geologico, storico, etnografico”.  Salorno, “di nazionalità e architettura mista, è ben fabbricato”. Brentari rifà la storia dai Reti all’occupazione romana e dai Longobardi e Bavari all’arrivo di Carlo Magno, con il quale inizia la lenta germanizzazione della Bassa Atesina “ladina”. Saranno poi i vescovi germanofoni di Sabiona e soprattutto i conti del Tirolo a imprimere il carattere marcatamente tedesco alla Bassa Atesina, che in epoca asburgica prevale nettamente. Tuttavia, scrive Brentari, “in tutta la valle dell’Adige da Salorno a Bolzano è ancora fiorente l’elemento italiano in modo che sembra veramente straordinario se si considera quante circostanze lo osteggiano, mentre nessuna lo sostiene”.  

Il viaggio prosegue verso Magrè e Egna, dove consiglia “la gita a piedi da Salorno a Termeno attraverso la fertile e bella regione d’oltre Adige, considerata come il paradiso del Tirolo”.  

A Egna “gli abitanti parlano tutti anche l’italiano e nei tipi, specialmente in quelli delle donne, l’impronta italiana è predominante”. A Ora “è italiano il tipo di parecchie case”, e da lì si arriva a Vadena con le frazioni di Gmund, Piglon e Stadlhof”. “Il comune è abitato quasi esclusivamente da italiani che lavorano i campi appartenenti a proprietari di Trento e Rovereto. Anche le costruzioni hanno un aspetto completamente italiano.” “Bronzollo, dove molti contadini della Valle Lagarina vennero a stabilirsi (…) le scuole sono completamente tedesche e il clero tedesco”.  Anche a Leifers (Brentari non cita mai il nome Laives), paese di 1848 abitanti,  si “erano stabiliti molti italiani (…) ma essi andarono mano a mano germanizzandosi … grazie al fatto che i bambini, frequentando asilo e scuole tedesche, già in tenera età cominciano ad apprendere il tedesco”. 

“Da Leifers si può salire su per la valle di Branten a Weissenstein, donde a Cavalese in ore 8. La valle è qui paludosa, ed in estate non sono rare le febbri nelle località più basse”. 

Sulla rupe all’estremità del Mitterberg “torreggiano infine le rovine di Sigmundskron, che prima si chiamava Formicarium”.

Autore: Reinhard Christanell

L’apnea come un vero stile di vita

Leo Sanna, nato nel 2002 a Bolzano, è un giovane atleta che sta conquistando la scena dell’apnea, una disciplina che richiede forza mentale oltre che fisica. Con il suo impegno e la sua passione, sta ottenendo ottimi risultati, sia in competizione che nel suo percorso personale. In questa intervista, ci racconta la sua passione per lo sport, il percorso che lo ha portato a scoprire l’apnea e i suoi traguardi più importanti.

Ciao Leo, raccontaci un po’ di te. Da dove nasce la tua passione per lo sport?

La mia passione per lo sport è nata quando ero bambino. Ho iniziato con il nuoto a soli sei anni e nel corso degli anni ho praticato basket, atletica leggera, calcio, arti marziali e palestra. Ma è stato a 14 anni che ho scoperto l’apnea, una disciplina che mi ha affascinato da subito. La connessione con l’acqua è sempre stata parte della mia vita, grazie alle origini sarde di mio padre e alle estati passate in Sardegna. Mio padre, infatti, è sempre stato un appassionato di pesca, e da piccolo lo osservavo entrare in acqua. Con il tempo ho cominciato a seguirlo, e alla fine ho deciso di intraprendere il percorso per ottenere il brevetto di apnea.

Hai iniziato con il brevetto di primo grado con la società Bolzano Sub. Com’è stato quel momento per te?

Esatto, per motivi di sicurezza ho deciso di intraprendere quel percorso. Dopo il primo brevetto, sono arrivato al terzo, e da circa un anno partecipo alle competizioni. Quella sensazione di entrare in un mondo così affascinante e impegnativo è stata incredibile. Mi ha permesso di unire la passione per l’acqua con la sfida mentale che questa disciplina richiede.

Cosa ti piace di più dell’apnea e quali sfide comporta?

L’aspetto che più mi affascina dell’apnea è l’autocontrollo. Questo sport richiede una grande forza mentale, più che fisica. A mio avviso l’80% della performance dipende dalla testa. Devi essere in grado di ascoltare il tuo corpo, percepire ogni singola sensazione e reagire di conseguenza. Durante le gare, a volte si avverte una sensazione di pericolo, ma è fondamentale mantenere la calma e la lucidità per prendere le decisioni corrette.

Raccontaci un po’ del tuo allenamento.

Mi alleno due sere a settimana nella piscina coperta Karl Dibiasi per l’apnea, e altre due volte alla settimana alla A.S.D. Atenas per la preparazione atletica. Cerco di non spingere troppo durante l’allenamento per evitare lo stress, ma in gara provo sempre a testare i miei limiti. A volte, però, questo può portare a qualche squalifica. È una parte del gioco, e ogni esperienza è utile per crescere.

Hai ottenuto importanti risultati nelle competizioni. Qual è il tuo traguardo più significativo fino a oggi?

Ogni volta che partecipo a una competizione, cerco di raggiungere la vetta della classifica. Fino ad ora, sono riuscito a portare a casa diverse medaglie, ma la più importante per me è quella conquistata all’ultimo Campionato Italiano di Apnea Outdoor a Riva del Garda, dove ho ottenuto il terzo posto nella categoria “Promotion”. Quella medaglia rappresenta davvero un grande risultato per me.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è quello di crescere ulteriormente e ottenere titoli sempre più importanti. Voglio continuare a sfidare me stesso, superare nuovi limiti e raggiungere traguardi ancora più grandi. L’apnea per me è molto più di uno sport: è un vero e proprio stile di vita.

Hai altri hobby “fuori dall’acqua”? 

Sì, nei weekend cerco di dedicarmi al trekking e alle vie ferrate. Mi piace essere all’aria aperta, esplorare nuovi luoghi e godermi la montagna. È un modo per rimanere in contatto con la natura, un po’ come quando pratico l’apnea. Entrambe le attività mi permettono di sentirmi più in sintonia con l’ambiente che mi circonda.

In che modo l’apnea ti ha cambiato, sia come atleta che come persona?

L’apnea mi ha insegnato tantissimo, soprattutto la forza mentale e la resilienza. Ogni giorno mi permette di crescere, sia come atleta che come persona. Ogni competizione è una sfida non solo fisica, ma anche mentale. Voglio continuare questo viaggio e superare sempre nuovi limiti.

Autore: Niccolò Dametto

Nahida Ruth e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano

L’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – vi è un numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce.Nahida Ruth Remy Lazarus era giornalista, critica letteraria, scrittrice di romanzi e di Drammi teatrali, attrice e infine scrittrice di testi fondamentali per e sulle donne ebree e il loro ruolo. Visse a Merano dal 1896 al 1923, un lasso di tempo che le consentì di lavorare attivamente in città partecipando come vedremo a numerose associazioni e creandone lei stessa.  

Nahida era nata a Berlino nel 1849, era figlia dello storico dell’arte Max Schasler  scrittrice Nahida Sturmhöfel. 

A cinque anni – nel 1854 – con la madre si trasferì da Berlino alla Provenza e da lì a Palermo per fare ritorno a Berlino nel 1864. Era stata educata per affrontare una carriera da artista e il suo primo ingaggio giunse a 22 anni, a Breslavia nel 1866. A Berlino recitò, insegnò e soprattutto, scrisse per quotidiani e riviste. 

Per il suo lavoro di attrice a Berlino conobbe il suo primo marito il critico teatrale Max Remy col quale rimase sposata fino al 1881, quando a quando a 32 anni restò vedova. Rimasta vedova studiò intensamente e per molti anni l’ebraismo e nel 1895, a 46 anni si convertì e sposò Moritz Lazarus.  

L’anno seguente, nel 1896, giunse a Merano con il marito. I due intellettuali avevano scelto Merano per la posizione, il clima e per la presenza in città del Rabbino Aron Tenzer intellettuale assai noto ed ex allievo di Moritz. In quegli anni vivevano in città alcune famiglie di imprenditori, medici e commercianti e si poteva contare su un cimitero ebraico, una sala di preghiera, un ristorante kasher. 

Qui continuarono la loro attività cercando contatti anche con la città. Fino al 1898, Moritz continuò a trascorrere dei periodi a Berlino, dove era professore onorario della cattedra di Psicologia, quando, rientrato definitivamente in città, vi scrisse le ultime opere tutte rivolte a questa nuova disciplina. Morì nel 1903, fu sepolto nel primo cimitero ebraico cittadino. Nahida, autrice di un testo fondamentale sull’analisi della donna nel mondo ebraico, proseguì la sua vita nel ricordo del grande uomo che aveva sposato, inviando spesso ad amici e conoscenti fotografie che lo ritraevano e allegando brevi lettere in cui spiegava che il fotografo Wassermann si occupava anche della riproduzione fotografica del ritratto del marito, oppure commentando: “Trovo questa testa così bella, non ricorda quella di un profeta?” 

Nahida continuò ad interessarsi di cultura, stringendo amicizia con gli intellettuali locali, come il famoso dottor Franz Innerhofer creatore del Museo civico o il dottor Frank. 

Fondò l’Associazione per la protezione degli animali, dotato di un calendario annuale da lei scritto, corredato di disegni, favole, racconti, e riflessioni edificanti e da lei pubblicato e dedicato ai bambini.  

Fu socia onoraria del Museumsverein di Merano, fondato nel 1899, pubblicò numerosi scritti, fra cui un testo di 27 pagine a spiegazione della sua collezione di quadri e della formazione del Museo Civico: donò infatti all’erigendo museo numerosi oggetti e la sua collezione di cento dipinti. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ridiamo troppo poco

Tra gli scopi principali di questo giornale c’è stato fin dall’inizio quello di cercare di concentrarsi sulle buone notizie, uscendo dal meccanismo consolidato che lega il successo della testata soprattutto alla cronaca nera e giudiziaria, agli scandali e alle polemiche, politiche ma non solo. 

Si tratta di un compito non sempre facile, ma che abbiamo cercato di svolgere sempre – i nostri lettori più affezionati lo sanno – anche in periodi drammatici come quello della pandemia di Covid 19. 

Ebbene: anche questo 2025 si sta dimostrando particolarmente ostico, per mille motivi che non sto ad elencarvi, li conoscete bene, fanno parte della quotidianità di ognuno di noi. 

L’incertezza ci circonda e ci condiziona profondamente, sia nella vita di tutti i giorni sia – soprattutto – in prospettiva. Cercando di individuare qualcosa di positivo su cui concentrarmi – come ho fatto nello scorso numero scrivendo di speranza – ho pensato allora di condividere con voi un pensiero che mi ha sempre accompagnato, vivendo finora tutta la mia vita in Alto Adige.

Il pensiero è che nella nostra terra ridiamo troppo poco. Tendiamo a prenderci troppo sul serio e – anche – a drammatizzare, brontolando e lamentandoci. Anche quando ci divertiamo spesso lo facciamo ridendo troppo poco, di noi e non solo. Una conseguenza di ciò è anche il fatto che sono davvero pochi coloro che, nella nostra provincia, si occupano del far ridere in maniera professionale, nei vari settori. Sono pochi infatti i vignettisti satirici, i comici, i cabarettisti, i cantanti che fanno ridere. Così come sono pochi gli umoristi che usano la scrittura, sui giornali ma non solo. La cosa vale anche per i social network: quelli di noi che “postano” per far ridere un testo, un link, un fotomontaggio, sono davvero pochi. Ci perdiamo spesso in un mare di banalità, cattiverie e di battibecchi che solo di rado diventano dialoghi utili, in grado di generare scambi di esperienze ed opinioni, volte ad arricchirci attraverso il confronto civile. 

Quello di ridere un po’ allora dovrebbe essere un impegno giornaliero per tutti noi. Ridere fa bene a noi stessi e anche a coloro che ci stanno intorno. Personalmente posso dire di avere un dono che mi consente di trovare (quasi) sempre un modo per sdrammatizzare, nella mia quotidianità, suscitando un sorriso. Chi di voi condivide questa capacità trovi dunque il modo di condividerla. Oggi più che mai. 

è una cosa semplice, naturale.
E fa stare bene.

Autore: Luca Sticcotti

La lirica come stile di vita

Il belcanto come elisir di lunga vita: si può riassumere così la filosofia artistica di Martina Bortolotti. Cantante lirica residente a Salorno, dopo anni di gavetta si è ritagliata un importante spazio nella scena musicale internazionale.

L’interpretazione canora dell’Ave Maria dell’”Otello” di Giuseppe Verdi e del “Laudate Dominum” di Wolfgang Amadeus Mozart, sotto direzione Christopher Muscat nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta a Malta è solo l’ultimo dei tanti impegni portati a compimento nel 2024 dalla cantante. A questi si aggiungono una serie di concerti di Natale, tra cui uno a Bergamo sotto la direzione di Damiana Natali. “Mi hanno conferito il premio ‘Eccellenze per la lirica’ a Modragone – riferisce -. Mi sono esibita in una serie di concerti con il baritono Luigi Cirillo che sono piaciuti a tal punto che siamo stati invitati negli Stati Uniti per una tournée.”

Martina Bortolotti, com’è iniziata questa avventura nel mondo dell’opera?

Ho sempre amato la musica. Da bambina facevo balletto e c’era una pianista che accompagnava le classi di danza. Lì è nata la passione, dapprima per il pianoforte e poi per il canto. Ho avuto una gran fortuna, perché le maestre delle elementari e delle medie ci facevano cantare tantissimo e si partecipava a molti concorsi di coro.

Erano difficili, gli studi?

È stato difficile trovare degli insegnanti di riferimento. Ho avuto la fortuna a trovare in Vito Maria Brunetti di Bolzano un bravissimo insegnante, che mi ha guidato verso le prime opere importanti, vincendo le selezioni.

Qual è stata la sua prima esibizione pubblica e cosa ricorda di quel giorno?

Il primo ruolo davvero grande lo ho avuto nella Bohème, una delle mie opere preferite, dove interpretavo Mimì. Ero in Corea del sud: è stato un sogno che si realizzava. Dopo aver cantato come corista prima e come Musetta poi, finalmente ero la protagonista.

Cosa le piace di più della sua professione di insegnante? 

Insegno in Conservatorio e mi piace condividere, soprattutto alle nuove generazioni, le competenze che ho acquisito in questi anni. Cerco di trasmettere emozioni ed armonia agli allievi.

Pensa di riuscirci?

Penso di si, perché tra i più bei complimenti del pubblico mi è stato detto che la mia voce ha un potere curativo, fa star bene le persone anche fisicamente. In tanti mi hanno detto che ho trasmesso coraggio, energie positive. Ho ricevuto anche il premio “Books for Peace”.

Quali sono i ricordi più significativi della sua carriera?

È stato bellissimo cantare alla Fenice di Venezia durante il carnevale. Un altro sogno avverato, perché trovo che quello sia uno dei più bei teatri al mondo e in una delle più belle città del mondo. Anche aver potuto cantare al San Carlo di Napoli per gli 800 anni dalla nascita dell’università Federico II è stato favoloso. 

Qualche episodio divertente?

La prima volta che feci il ruolo da solista ero così emozionata che mi sono dimenticata di uscire per i singoli applausi. Mi è stato fatto notare e mi sono rivestita, perché mi ero già cambiata. All’inizio ero molto timida, ma poi ho imparato a relazionarmi a tal punto che adesso ho anche un fans club.

Qual è la giornata tipo di Martina Bortolotti?

Gran parte della giornata la passo a fare allenamento e memorizzare i brani da cantare. Il resto del tempo lo passo a fare fitness per tenermi in forma, a insegnare agli allievi, e a fare la segretaria di me stessa.

Quali gli impegni e le ambizioni per questo 2025?

Soprattutto la tournée negli States. Poi il ritorno a Malta, a Napoli e qui in Alto Adige.

A proposito di ambizioni, le sue pensa d’averle raggiunte?

Volevo vivere di canto e ci sono riuscita. Volevo trasmettere emozioni e ogni volta sembra che ci riesca. Ho trasformato una passione in un lavoro. Quindi sono grata, felice ed orgogliosa.

Come vede il moderno mondo della lirica?

Secondo me serve insistere per mantenere la tecnica, senza spacciare per bel canto altri prodotti che nulla hanno a che vedere con questa realtà. La lirica va fruita dal vivo e deve trasmettere delle vibrazioni, oltre a conservare la tecnica all’italiana; che adesso è patrimonio Unesco.

Cosa si sente di dire ai giovani e alle giovani aspiranti cantanti liriche?

Di stare molto attenti alla scelta dell’insegnante: serve tempo ed allenamento, ma se dopo due o tre anni non si vedono miglioramenti è meglio cambiarlo.

Autore: Daniele Bebber

Tutti gli scout uniti nel nome della convivenza


“Allzeit bereit! Sii preparato!”: non importa in quale lingua venga pronunciato, il motto rimane lo stesso. Sabato 22 febbraio, scout di tre diverse associazioni – la Südtiroler Pfadfinderschaft (Sp), l’Agesci ed il Cngei – hanno celebrato assieme la “Giornata del Pensiero”. Si è trattata di un’occasione di scoperta reciproca in un Alto Adige dove la convivenza tra gruppi linguistici è ancora un sentiero scosceso che si perde tra montagne, timori e parole che si fermano prima di diventare dialogo.

Bolzano, 22 febbraio. 

Durante la Giornata del Pensiero, gli scout di tutto il mondo ricordano la nascita del fondatore dello scoutismo, Robert Baden-Powell e di sua moglie Olave. 

Ma le coincidenze non finiscono qui: è anche la data di nascita di Alex Langer, fautore dell’”arte del vivere insieme”. 

A Monaco, lo stesso giorno del 1943, i giovani attivisti della Rosa Bianca Sophie e Hans Scholl e Christoph Probst, pagavano con la vita la coraggiosa resistenza all’orrore nazista. 

Si tratta di una giornata, quindi, che richiama in maniera evidente la responsabilità di non restare spettatori di fronte alle sfide della società.

SI PARTE DAI GRUPPI

“Non è sufficiente vivere l’uno accanto all’altro per parlare di convivenza. Bisogna avere il desiderio di conoscere e di conoscersi. Purtroppo siamo impigriti e troppo spesso preferiamo vivere nella nostra bolla” racconta Emma (20 anni) del gruppo Agesci Bolzano 4. “La giornata di oggi è un buon input per mostrare che è possibile fare cose insieme, partendo dai gruppi scout” – continua Corinna (19 anni) del gruppo SP di Bressanone – “tra noi ci sono sicuramente usi differenti, ma ciò che ci unisce è un codice comune’ che non ha bisogno di traduzioni, la strada, la promessa pronunciata con lo stesso intento…”

Per Ilaria (17 anni) del gruppo Cngei Bolzano 3 l’esperienza è stata utile ma anche una conferma: “Utile perché ci ha dimostrato che tutti partiamo con gli stessi timori, che però si sgretolano nel momento in cui si condividono. Una conferma perché è stato bello ascoltare pensieri diversi dai miei, una costante nello scoutismo in cui il rispetto verso le opinioni altrui è un valore.”

Sulla stessa linea si esprime Gaia (17 anni) del gruppo Agesci Merano 1: “Nella vita di tutti i giorni è più raro e difficile realizzare incontri come quello di oggi. Un modo per andare oltre la ‘convivenza’ e passare a una ‘conoscenza’. Auguro alle tre associazioni di continuare, nei prossimi anni, a organizzare momenti e incontri simili perché ritengo che possano essere un primo passo verso uno scoutismo e – perché no? – verso una società più unita e consapevole.”

L’EDUCAZIONE ALLA DIFFERENZA

Un incontro che non è stato solo un evento, ma una ‘semina’, ritengono gli organizzatori: “Se crediamo che sia importante conoscersi, collaborare, condividere e non solo co-esistere, dobbiamo essere noi i primi a sperimentarlo, proporlo e testimoniarlo” suggerisce Giulia Salvi dell’Agesci, ideatrice di questa iniziativa. “Conoscersi meglio, facendo cose insieme, è il modo più efficace per superare le distanze, perché alla fine ci accorgiamo che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” – sottolinea Maximilian Maniacco del Cngei, che già rilancia per altri incontri di confronto tra educatori ed educatrici.

Un augurio condiviso anche da Sara Schena, del gruppo Agesci Merano 1: “Che le associazioni possano continuare a lavorare in questa direzione. È stato molto bello vedere giovani lavorare insieme, cercando di superare le barriere linguistiche e culturali, per immaginarsi un futuro in cui i muri della diffidenza possano essere abbattuti e le diversità possano essere finalmente considerate una ricchezza.”

Felix Irsara, responsabile provinciale della Südtiroler Pfadfinderschaft, invece, pone l’accento sulla ricchezza della diversità: “Se tutti fossimo uguali, il mondo sarebbe monotono. Questi eventi sono occasioni di crescita. Ci sperimentiamo come compagni di strada.”

E chissà, forse non basta un giorno per cambiare tutto. Ma se basta una promessa per unire, allora la strada è quella giusta.

Autore: Marco Valente