Che spettacolo il Natale a teatro!

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Ormai manca davvero poco, il Natale è alle porte. Ancora qualche giorno e poi sarà nuovamente tempo di tornare a respirare la magica atmosfera natalizia. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta anche quest’anno a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le Festività, in compagnia di una ricca programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, musical, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio sarà nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 3 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Do(n)ne, storico spettacolo che l’ha vista debuttare come ‘one woman show’ nell’ormai lontano 2000, portando in scena le vicende di tre donne diverse tra loro. Si tratta di un’occasione per festeggiare i prossimi 25 anni di uno tra i lavori di maggior successo dell’attrice e autrice trentina.

Sabato 21 dicembre, invece, all’Auditorium S. Chiara sarà la volta di Walt Disney – Un sogno lungo una vita: un viaggio attraverso le tappe fondamentali della vita di Walt Disney, tra affascinanti narrazioni video e le più famose colonne sonore che hanno reso grande il suo nome; le melodie saranno eseguite dal vivo dalle splendide voci soliste di Giulia Galletti e Mattia Inverni, accompagnate dall’Orchestra delle Alpi e rock band, dirette dal M° Giancarlo Guarino.

Per tutti gli appassionati di danza, invece, dal 21 al 23 dicembre è in programma un trittico di appuntamenti all’insegna dei grandi e intramontabili classici. Si comincia il 21 al Teatro Sociale nel segno dell’irriverenza e del divertimento in danza dei Chicos Mambo con Tutu, spettacolo in cui i danzatori, travestiti da ballerine, rivisiteranno tutti i tipi di danza, prendendosi gioco senza alcun tabù dei codici della coreografia. Il giorno dopo, domenica 22 dicembre, tutti al Teatro Comunale di Pergine per assistere a Lo Schiaccianoci, una favola moderna sulle musiche di Čajkovskij, portata sul palco dal Balletto di Siena, con la regia e il riallestimento coreografico firmato dal M° Marco Batti. Una rilettura fresca, spontanea e giocosa, che riesce a comunicare anche ai più piccoli. (Lo spettacolo verrà replicato anche lunedì 23 dicembre al Teatro Cristallo di Bolzano). Il compito di chiudere questo meraviglioso trittico dedicato al balletto spetterà al Balletto di Mosca, che il 23 dicembre sarà all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) con un’icona dei balletti classici ottocenteschi come Il Lago dei Cigni, storia d’amore, tradimento e trionfo del bene sul male, pronta a deliziare nuovamente il pubblico, tra romanticismo e bellezza.

E arrivati oramai alle porte del Natale, dal 24 al 27 dicembre non perdetevi l’occasione di trascorrere le Feste al Teatro Sociale di Trento in compagnia del grande cabarettista, performer e trasformista Ennio Marchetto e del suo The Living Paper Cartoon, spettacolo nel quale, attraverso costumi di carta, darà vita ad una vera Babilonia di musica, teatro e creatività, portando in scena grandi cantanti e grandi personaggi italiani e stranieri. Si andrà da Tina Turner a Marylin Monroe, da Vasco Rossi a Pavarotti, passando per Lady Gaga, Maria Callas e Edward mani di forbice. Uno spettacolo esilarante, unico nel suo genere.

Ma non finisce qui, visto che sabato 28 e domenica 29 dicembre all’Auditorium S. Chiara ci sarà spazio per Sherlock Holmes – Il musical, con Neri Marcorè nei panni del più celebre detective di tutti i tempi, a capitanare un cast di oltre venti eccezionali performer. La Londra vittoriana fa da sfondo a questo avvincente scontro tra bene e male. Tra amicizia, amori e costanti pericoli, al 221b di Baker Street si decideranno le sorti dell’intera Inghilterra. Un musical ricco di colpi di scena, misteri ed enigmi, capace di combinare tensione, umorismo e azione.

Nell’offerta natalizia ci sarà spazio anche per il pubblico dei più piccoli, che il 29 dicembre potranno trascorre il pomeriggio al Teatro Sociale con Spezie e aromi: ispirato ai contest fra chef dagli esiti imprevedibili. La Compagnia EgriBiancoDanza propone uno spettacolo esilarante, capace di coniugare danza, prosa e musica dal vivo.

La conclusione dell’anno al Teatro Sociale (martedì 31 dicembre e mercoledì 1 gennaio) verrà affidata all’irresistibile duo formato da Tullio Solenghi e Massimo Lopez con Dove eravamo rimasti, il loro nuovo, divertente e imperdibile show tra numeri, sketch, brani musicali, e grande comicità. Ci sarà spazio per una lectio magistralis di Sgarbi/Lopez, un affettuoso omaggio all’avanspettacolo, ed un confronto Mattarella/Papa Bergoglio. Uno spettacolo irresistibile, che vuole stupire ed emozionare. Con la Jazz Company diretta dal M° Gabriele Comeglio.

L’ultimo appuntamento delle Feste sarà il 5 gennaio al Teatro Sociale con Cenerentola – Rossini all’opera, lavoro dedicato al pubblico dei più giovani, portato sul palco dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani.

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In crescita la domanda di mediazione

Il Centro di Mediazione Familiare ASDI di Bolzano, attivo da quasi quarant’anni, è un punto di riferimento fondamentale per le famiglie che affrontano momenti di crisi. In un periodo segnato da cambiamenti sociali, economici e psicologici, il centro ha visto un aumento significativo delle richieste di supporto, sia per la mediazione familiare che per le consulenze psicologiche. Abbiamo intervistato Roberta Cirimbelli, coordinatrice del centro, per comprendere meglio le dinamiche che stanno plasmando il lavoro dell’ASDI e il crescente bisogno di soluzioni pacifiche per le difficoltà familiari.

Come sta evolvendo il lavoro del Centro negli ultimi anni?

Negli ultimi due anni, abbiamo registrato un significativo aumento delle richieste di supporto, con un incremento particolare per la mediazione familiare e le terapie psicologiche. Le richieste di mediazione familiare sono salite del 10% rispetto agli anni precedenti, mentre le consulenze familiari e le psicoterapie hanno visto un aumento ancora più marcato. Sebbene questo fenomeno si sia accelerato dopo la pandemia, la domanda di supporto psicologico era già in crescita prima di quel periodo.

Quali sono i motivi principali che spingono le coppie a rivolgersi a voi?

Le motivazioni per cui le coppie decidono di separarsi o di richiedere un intervento di mediazione possono essere molteplici. Tra le cause principali troviamo il cambiamento nei ruoli di genere, le difficoltà economiche, le aspettative troppo alte nei rapporti, o una trasformazione delle priorità di vita. In molti casi, le coppie non riescono più a trovare un punto di incontro, e la mediazione familiare offre loro uno spazio protetto dove esplorare insieme soluzioni pacifiche, evitando il conflitto.

Ci può dare qualche dato sulle richieste di mediazione familiare negli ultimi mesi?

Nel 2024 abbiamo visto un aumento delle richieste di Mediazione Familiare. A settembre, per esempio, abbiamo registrato 178 richieste, rispetto alle 130 dello stesso periodo nel 2023. Questo dato è significativo e riflette un crescente interesse per le soluzioni di mediazione, soprattutto in un contesto dove il conflitto tra separandi può generare non solo stress emotivo, ma anche implicazioni legali e finanziarie.

Inoltre, si è registrato un forte aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare. Qual è il motivo di questa crescita?

L’aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare è un fenomeno che stiamo osservando da qualche anno. Dopo la pandemia, la domanda è aumentata notevolmente, con un incremento del 70,7% rispetto al 2021. Sebbene questo dato possa sembrare allarmante, in realtà è molto positivo, perché mostra che le persone stanno iniziando a riconoscere l’importanza di affrontare le proprie difficoltà psicologiche e relazionali. A ottobre 2024, ad esempio, abbiamo registrato quasi 500 ore di terapia, il che è un segno che le persone si stanno rivolgendo ai professionisti per migliorare il loro benessere psicologico.

Cosa vorrebbe dire a chi sta pensando di rivolgersi a voi?

A chiunque si trovi ad affrontare un momento di crisi familiare, psicologica o relazionale, vorrei dire di non avere paura di chiedere aiuto. La mediazione familiare, le consulenze psicologiche e le terapie familiari possono davvero fare la differenza, offrendo soluzioni più pacifiche e consapevoli. Non è mai troppo tardi per migliorare la propria vita e quella della propria famiglia. Siamo qui per ascoltare, supportare e guidare chi ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio.

Autore: Niccolò Dametto

San Martino fra San Giacomo e Vadena

È una festa che si ripete da generazioni quella di San Martino, il santo che insegna ai bambini lo spirito di condivisione. Ogni anno, tra il 10 e l’11 novembre, sono centinaia le lanternine create dai bambini che illuminano il buio dell’inverno e che – anche quest’anno – hanno animato, tra le altre, le comunità di San Giacomo e Vadena grazie all’Oratorio Santiago, al Centro Culturale Vadena e al Vke sezione Vadena, in collaborazione con scuole e parrocchie.

L’Oratorio Santiago questa volta ha anticipato la tradizionale festa a domenica 10 novembre, in concomitanza con l’ormai consueto appuntamento novembrino della Castagnata, che si è svolta nel piazzale della parrocchia locale. 

Qui, i volontari dell’Oratorio e i sempre attivissimi alpini della sezione locale hanno accolto la popolazione “vecchia” e “nuova” del paese. 

Un bellissimo pomeriggio accompagnato da strauben, castagne, giochi e indovinelli, che hanno lasciato trascorrere velocemente il tempo fino all’arrivo di San Martino. La chiesa gremita ha assistito alla consueta rappresentazione dell’appassionante storia di questo generoso Santo, per poi raggiungere in processione con le colorate e fantasiose lanterne il grande falò allestito nel piazzale dai pompieri volontari di San Giacomo, dove grandi e piccoli si sono emozionati cantando canzoni e, infine, condividendo il pane simbolo della festa di San Martino.

Anche a Vadena quella del San Martino, grazie al Centro Culturale, al VKE e alla collaborazione di scuola e parrocchia, è una tradizione molto sentita da tutto il paese. La consueta, emozionante, sfilata è stata preceduta da un ritrovo nel piazzale della chiesa, in cui è avvenuta la narrazione della liturgia e della leggenda di San Martino, con tanto di San Martino a cavallo.

Alla sfilata hanno partecipato tantissimi bambini accompagnati da altrettanti adulti che, infine – come da tradizione – si sono ritrovati a cantare canzoni e condividere pane dolce, castagne e cioccolata calda.

I festeggiamenti di questo amato Santo che ogni anno ci rinnova l’insegnamento della condivisione con chi è meno fortunato sono sentiti come il primo di una serie di appuntamenti che piano piano, insieme alle parrocchie locali e alle tante associazioni di volontariato del territorio, accompagnano le comunità locali alla celebrazione del Natale. Sono occasioni importanti per creare coesione all’interno di gruppi di persone che condividono lo stesso luogo ma che spesso, a causa della vita frenetica di oggi, riescono a malapena a incontrarsi in modo sfuggente. 

Autrice: Raffaella Trimarchi

“Bolzano può essere un riferimento per tecnologia e ricerca”


Inserzione pubblicitaria – Con la nuova Facoltà di Ingegneria, unibz è sempre più vicina al mondo delle aziende e delle start-up e diventa il principale attore del NOI Techpark. Tra i focus della Facoltà: automazione, robotica e intelligenza artificiale. 850 giovani studieranno, faranno ricerca e si formeranno a un passo dall’ecosistema dell‘innovazione.

Una facoltà universitaria che è nata con l’obiettivo di trasformare l’Alto Adige – territorio che è delizia dei milioni di turisti che lo visitano ogni anno per le sue bellezze paesaggistiche e naturalistiche – in una sorta di Silicon Valley della tecnologia, bilingue e a cavallo tra mondo culturale e produttivo mediterraneo e dell’Europa centrale. “Vogliamo che l’Alto Adige sia riconosciuto come un punto di riferimento a livello nazionale non solo per qualità della vita e dei servizi turistici ma anche per l’innovazione tecnologica e la ricerca al servizio di questo valori. La nuova collocazione della Facoltà nel Parco Tecnologico è la premessa ideale”, afferma il preside della Facoltà di Ingegneria, prof. Andrea Gasparella. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio le ambizioni della comunità scientifica che da poche settimane ha iniziato a lavorare nella nuova struttura didattica e di ricerca a Bolzano Sud. 

Preside Gasparella, la Facoltà di Ingegneria ora avrà sede in un nuovo campus a Bolzano Sud. Cosa rappresenta questo passo per la Facoltà stessa, per l’università di Bolzano e anche per il territorio?

La Facoltà, che già era un interlocutore per il territorio sia dal punto di vista dell’offerta formativa, sia dal punto di vista delle attività di ricerca e di terza missione (le attività di trasferimento del sapere accademico alla popolazione e al tessuto economico del territorio di riferimento, ndr.), ora è immediatamente e fisicamente associabile a un luogo e a un edificio “iconico”, se così possiamo definire l’avveniristica costruzione che ci ha accolto. Ci aspettiamo che adesso l’interazione con i portatori di interesse sia più facile perché il campus aiuterà la percezione che ci sia un interlocutore in grado di occuparsi di tutte le tematiche in ambito ingegneristico. 

I vostri portatori di interesse sono solo le aziende o anche l’amministrazione pubblica?

Abbiamo percepito una grande attenzione da parte dell’amministrazione pubblica che ha voluto e  stimolato l’istituzione di questa Facoltà. Lo si comprende anche dalla dotazione infrastrutturale e di risorse economiche messe a disposizione. Ovviamente le aziende, in primis quelle del territorio che chiedono di essere accompagnate e avviare progetti per restare competitive, così come tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nello sviluppo tecnologico, rappresentano il partner naturale per una Facoltà di Ingegneria. 

Ci può fornire alcuni esempi?

Ce ne sarebbero tanti ma sicuramente le collaborazioni con il Covision Lab – che si occupa di computer vision e machine learning – o quelle con la rete di imprese associate nella Automotive Excellence Südtirol o, ancora, con Alperia o con l’Azienda Sanitaria per restare in ambito pubblico, sono emblematiche della natura delle interazioni che stiamo ricercando. Infatti queste ed altre forme di collaborazione hanno reso possibile l’istituzione e il finanziamento di alcune cattedre straordinarie, oppure hanno il potenziale per sviluppare iniziative di ricerca di lungo termine a servizio del territorio. Assoimprenditori e le associazioni di categoria (Artigiani) o delle professioni (Ingegneri, ma anche architetti, periti e geometri) sono partner importanti che hanno seguito e sostenuto le nostre iniziative e ai quali vorremmo poter restituire ancora molto. 

Nell’Euregio, esistevano già la Facoltà di Scienze tecniche a Innsbruck e quella di Ingegneria a Trento che garantivano un’ottima formazione. Perché i figli delle famiglie altoatesine interessati alle materie tecniche dovrebbero iscriversi alla locale Facoltà di Ingegneria?

Siamo fortemente convinti che la formazione trilingue sia un valore aggiunto per ogni laureato e lo renda, assieme alle competenze tecniche accumulate, assolutamente competitivo su un mercato del lavoro che si estende, praticamente, dal confine con la Danimarca al Mediterraneo. Molti dei docenti di unibz vengono da altre università e quindi hanno portato qui anche l’esperienza maturata altrove, ma esiste anche una generazione di ricercatori e docenti cresciuti accademicamente qui, che in parte ci faranno conoscere altrove, in parte continueranno a rafforzarci. Ci stiamo sviluppando in direzioni diverse dalle università vicine specializzandoci in settori che ci caratterizzano andando a coprire ambiti di competenza che non sono rappresentati vicino a noi. Ma stiamo anche investendo su formati didattici esperienziali, anche grazie a infrastrutture di laboratorio uniche per dotazioni e varietà, che prepareranno in maniera molto più efficace e versatile i nostri laureati alle sfide che li aspettano. Siamo certi che saranno i protagonisti del futuro della regione e non solo. 

Quali sono le “anime” della nuova Facoltà?

Sono quella informatica, con un focus significativo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale, quella dell’ingegneria elettronica e dell’informazione, con un focus sulle tecnologie digitali e le applicazioni dell’AI, e quella dell’ingegneria industriale ed energetica, con un focus sui processi industriali e sull’efficienza nell’uso delle risorse e sulle rinnovabili, e quindi sulla sostenibilità. In queste aree cerchiamo di definire una nostra connotazione, perché siamo convinti che ciò che possiamo offrire sia diverso da quello che si trova nelle università vicine.

Il nuovo edificio quali opportunità in più offrirà agli studenti?

Il campus riunisce tanti laboratori sotto uno stesso tetto e ciò facilità le collaborazioni tra discipline diverse oltre al fatto che questi laboratori non vengono usati solo per la ricerca ma anche dagli studenti. Contiamo di proseguire nello sviluppo di un’offerta didattica sempre più orientata alla formazione di tipo esperienziale, organizzando l’attività educativa in maniera tale che la parte di apprendimento teorico e quella di applicazione pratica convivano e confluiscano in un percorso coerente e ciclico fatto non solo di “sapere”, ma anche di “saper fare”.

Che spinta può dare l’integrazione del campus nel parco tecnologico agli studenti e ai laureati?

Per una Facoltà come la nostra, la collocazione nel NOI è un’opportunità davvero unica perché avvicina le attività di ricerca e le attività didattiche con gli studenti alle aziende. Credo che poi costituisca un impulso anche allo sviluppo del parco tecnologico stesso perché gli studenti possono collaborare con le startup e, una volta terminati gli studi, diventare loro stessi fondatori di nuove iniziative e, così, essere protagonisti del futuro imprenditoriale del territorio. La sinergia farà bene ad entrambe le comunità: quella di unibz e quella del NOI Techpark. 

Ci sarà spazio anche per iniziative di formazione continua e di diffusione della cultura scientifica tra la popolazione?

Sì, ci sono alcune iniziative che ci vedono già attivi. Sul versante della formazione, i master universitari orientati ai professionisti, come quello in Fire Safety Engineering, che riscuotono un ottimo successo. Riteniamo che la Facoltà possa diventare un riferimento non solo per chi inizia l’università ma anche per chi, una volta laureato, ha bisogno di aggiornare e perfezionare le proprie competenze e quindi può ritornare all’università portando già un certo bagaglio di esperienze e, al tempo stesso, acquisirne di nuove, più specialistiche. Sabato 11 gennaio, infine, prevediamo una mattinata di porte aperte per la cittadinanza per scoprire il nuovo edificio e le aree di ricerca della Facoltà.

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“Peripherica”: il lato nascosto dell’Alto Adige 

Il titolo è “Peripherica”, e si annuncia come un viaggio alla scoperta dello spazio suburbano: è la mostra d’arte organizzata nella sala espositiva di via Pietralba 29 a Laives dai centri giovanili Fly di Laives e Aslago di Bolzano, che porta i visitatori da Bronzolo a Laives passando per Pineta San Giacomo fino ad Aslago, rivelando un agglomerato urbano caratterizzato da fascino industriale, architettura urbana, un’intensa rete di trasporti e una società multiculturale. 

// Di Luca Masiello

L’esposizione è il risultato di una collaborazione tra i due centri giovanili ed è stata promossa da Andreas Bertagnoll (centro giovanile Fly) e coordinata insieme a Peter Holzknecht (centro giovanile e culturale Bunker) e Francesca Cantele (Hospiz). 

“Peripherica” si concentra sulla città satellite di Laives e sui suoi dintorni comprendendo l’intero bacino d’utenza periferico a sud di Bolzano. 

L’obiettivo è quello di creare un’immagine non convenzionale dell’Alto Adige, lontana dal verde dei prati alpini, dai laghi turchesi, dalle colline ondulate e dalle pareti calcaree verticali. 

Otto artisti visivi utilizzano varie forme espressive come la fotografia, la pittura, il disegno, il video, il suono, l’installazione e la letteratura ed esplorano nelle loro opere lo spazio abitativo suburbano. I visitatori possono aspettarsi una performance, un’installazione sonora e una lettura che completeranno l’esperienza dell’esibizione in modo speciale.

Il finissage avrà luogo il 23 novembre, giorno in cui sarà possibile vivere la mostra un’ultima volta. Si aprirà con una passeggiata urbana ad anello intorno alla galleria e si concluderà con un evento di serigrafia dal vivo. Quest’ultimo evento produrrà dei souvenir che i visitatori potranno  portare con loro come ricordo. Nella serata dello stesso giorno, il collettivo “Urbanospective”, proporrà una serata di musica elettronica nel centro giovanile Fly, situato di fronte: qui, arte, musica e comunità si fonderanno insieme. La mostra “Peripherica” promette dunque un esame multistrato e sfaccettato dei cambiamenti dinamici e delle sfide dello spazio suburbano di Laives e dintorni. Il tema sarà presentato e interpretato in modi diversi, particolari, non certo consueti. Tutti gli interessati all’arte e i visitatori curiosi sono caldamente benvenuti ad intraprendere questo viaggio artistico di scoperta. Per farlo, possono recarsi alla sala espositiva di via Pietralba 29 il mercoledì ed il venerdì dalle ore 16 alle 19, ed il sabato dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 16 alle 19. L’entrata è libera.

Ecco i nomi degli artisti che prendono parte alla esposizione “Peripherica”:
Moritz Brunner (serigrafia – pittura di paesaggio);
Francesca Cantele – Sir Gulliver (installazione video interattiva);
Peter “Kompripiotr” Holzknecht (viaggio audio interattivo);
Silvestro Geier (pittura);
Sophie Morelli (fotografia);
Max Silbernagl (letteratura);
Jörg Zemmler (installazione letteraria).

Autore: Luca Masiello

Davide e le acrobazie in monopattino

Davide Marasca, diciannovenne di Bolzano, è uno dei rider emergenti nel monopattino freestyle. Sebbene abbia iniziato a praticare questo sport solo a quattordici anni, in poco tempo è riuscito a farsi notare, partecipando ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma nel settembre 2024. Con una passione in continua crescita, Davide sta portando il nome di Bolzano sulla scena internazionale.

L’avventura di Davide nel monopattino freestyle è iniziata quasi per caso. “Ho visto alcuni ragazzi fare acrobazie nello skatepark di Bolzano e ho deciso di provarci anch’io”, racconta. Quella che inizialmente era una curiosità è diventata una vera passione. Partecipare alle prime gare locali è stato il suo primo passo, ma è stato con competizioni più impegnative che ha davvero iniziato a mettersi alla prova.

Oggi Davide si allena regolarmente allo skatepark di Bolzano, il suo punto di riferimento per allenamenti e sfide con altri rider. Le sue sessioni durano dalle due alle tre ore, durante le quali si concentra sul perfezionamento dei trick e sul miglioramento della tecnica. “Mi alleno duramente per migliorare la mia tecnica e superare i miei limiti. Lo skatepark è il posto dove posso davvero esprimermi”, afferma.

Settembre 2024 è stato un mese cruciale per Davide, che ha partecipato ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma. Nonostante non sia riuscito a salire sul podio, l’esperienza è stata fondamentale. “Confrontarsi con i migliori rider del mondo è stato un sogno che si è avverato. Anche se non ho vinto, ho imparato tantissimo e mi ha dato la spinta per migliorare ancora di più”, dice con entusiasmo.

Nel monopattino freestyle, la concentrazione è essenziale. Ogni errore può compromettere l’intera performance, quindi la capacità di mantenere calma e focalizzarsi sui trick è fondamentale. Il “Barspin”, una rotazione del monopattino a trecentosessanta gradi durante un salto, è uno dei trick più complessi e appaganti per Davide. “Quando riesco a fare un Barspin perfetto, mi sento soddisfatto del mio progresso”, racconta con un sorriso.

Davide Marasca ha le idee chiare sul suo futuro nel monopattino freestyle. Il suo obiettivo principale è partecipare a competizioni internazionali e conquistare un posto sul podio dei Campionati Mondiali. Oltre alla carriera agonistica, Davide aspira a entrare nel mondo del marketing sportivo, con l’intenzione di collaborare con marchi di monopattini per contribuire alla crescita di questo sport che tanto ama.

Per lui, il monopattino freestyle è molto più di un semplice sport: è una forma di espressione personale e creativa. Ogni acrobazia rappresenta una sfida contro sé stesso, e ogni trick che riesce a eseguire con successo è una conquista tecnica e emotiva.

Anche se Bolzano non è ancora un punto di riferimento per il monopattino freestyle in Italia, Davide è ottimista riguardo al futuro. Lo skatepark della città è già un ottimo punto di partenza, ma crede che ci sia un grande potenziale per far crescere questo sport anche in città. Il suo sogno è coinvolgere sempre più giovani e contribuire a dare maggiore visibilità al freestyle a Bolzano, con l’obiettivo di fare della città un centro di riferimento per gli appassionati di monopattino.

Con talento, determinazione e una visione chiara del futuro, Davide Marasca ha tutte le carte in regola per diventare una delle stelle del monopattino freestyle. Il suo percorso è appena iniziato e, con i suoi sogni e la sua passione, la strada verso il successo è senz’altro segnata.

Autore: Niccolò Dametto

Volontari cercansi per aiutare i neogenitori

Un aiuto concreto ai neo genitori, una sostegno concreto alle famiglie nei l primo periodo dopo la nascita del bimbo: si chiama “Una mano nei primi 1000 giorni”, ed è un progetto dell’associazione il Melograno, che però è alla ricerca di volontari.

L’antico proverbio africano per cui “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” racchiude una grande verità, tanto più evidente quando invece, nella società moderna, le famiglie si ritrovano completamente sole di fronte al grande impegno di crescere un figlio.

In Alto Adige sono partiti negli anni passati alcuni progetti di sostegno concreto alle famiglie in questo senso, ma finora nessuno nel territorio di Laives, Bronzolo e Vadena. È quindi con grande aspettativa che viene accolto il progetto “Una mano nei primi 1000 giorni” del Melograno – Centro Informazione maternità e nascita – che proprio in questo periodo ha lanciato la campagna di ricerca di volontari. Ne abbiamo parlato con Daniela Radicchi, operatrice del Melograno e da quasi quattro anni volontaria dello stesso.

Daniela, in cosa consiste questo progetto? 

Si tratta di un progetto in stretta collaborazione con il distretto sanitario operante sul territorio di Laives, Bronzolo e Vadena e sostenuto dall’Ufficio famiglia della Provincia che, in sostanza, mira a fornire assistenza pratica e quotidiana alle famiglie con bambini fino ai 3 anni di età, attraverso gruppi di volontari e volontarie appositamente formati.

Qual è il tuo ruolo in questo progetto? 

Come operatrice del Melograno mi occuperò della coordinazione tra i volontari, il Centro, il distretto e le famiglie.

Quindi in pratica come funziona? 

In pratica, la famiglia che ha bisogno contatta il distretto, oppure è il distretto stesso, che magari segue già la famiglia per altre necessità, a fare la proposta, e mi contatta spiegandomi i bisogni di quella particolare famiglia. A quel punto io mi occupo di cercare tra i volontari la persona che possa prendersi cura delle esigenze di quella famiglia. Poi, dopo 3 mesi, facciamo una valutazione per capire se la famiglia ha ancora delle necessità o se il percorso si può concludere.

Che tipo di aiuto verrà dato dai volontari e, di conseguenza, che tipo di genitori/famiglie si rivolgono al progetto? 

Si tratta veramente di un aiuto pratico, che però non va confuso con un servizio di babysitting o di domestica. Si va dalla mamma straniera arrivata da poco nella comunità che cerca aiuto per integrarsi o anche solo per sapere dove può trovare determinati bisogni o servizi, al genitore bloccato magari da un infortunio o una malattia che non sa come prendere e portare il figlio all’asilo o, ancora, anche solo fare compagnia a una neomamma che cerca un po’ di conforto in una chiacchierata. Si tratta di compiti semplici e soprattutto, come detto, pratici per cui i volontari non devono avere una formazione specifica nel settore della cura e della salute ma semplicemente seguire una piccola formazione che fornisce il Melograno oltre – naturalmente – a possedere empatia, attitudine all’ascolto e, non da ultimo, tempo sufficiente a disposizione con il desiderio di donarlo agli altri. Il primo appuntamento di formazione sarà il 29 novembre e, al momento, le persone che si sono offerte volontarie sono tre, ma contiamo di ricevere altre chiamate.

Quindi, chi volesse proporsi volontario o almeno ricevere informazioni in merito, cosa deve fare? 

Può contattare direttamente me al numero 339 8186197 o inviare una mail a: info@melogranoaltoadige.org. Speriamo che i volontari siano numerosi, proprio per provare a riportare in vita una rete di sostegno e aiuto che ricordi un po’ quella che c’era nelle comunità di un tempo.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Prisca, la “mamma” del mercatino

La settimana scorsa si è registrato in incredibile boom di iscritti alle vendite e di compratori da ogni angolo della regione, per l’edizione invernale dell’ormai famoso e attesissimo “Mercatino delle Mamme” di Laives, un evento nato solo due anni fa dalla fantasia di Prisca Schievenin, che ci parla della genesi di questa fortunata iniziativa.

È un mercatino dell’usato dedicato agli articoli per bambini e ragazzi, ma è ormai conosciuto ovunque come il “Mercatino delle Mamme”. Già, perché quello che ormai va in scena regolarmente due volte l’anno negli spazi del Centro Don Bosco di Laives è un mercatino che soprattutto nasce dall’idea di una mamma. 
Ed è proprio a lei, Prisca Schievenin, che abbiamo voluto fare qualche domanda per saperne di più di quello che è ormai a tutti gli effetti uno degli appuntamenti più attesi dalle famiglie nel calendario laivesotto.

Prisca, innanzitutto: come è andata l’ultima edizione, che si è svolta nel week end del 12 e 13 ottobre appena trascorsi, dedicata in particolare agli articoli per l’inverno?

È stato un successone, con ben 180 iscritti alle vendite e addirittura una lista d’attesa per ottenere uno spazio. E, al sabato, perfino alla cassa si è formata una fila costante. Il fatto che più ci ha stupiti e soddisfatti, però, è stata la provenienza dei compratori: sono arrivati acquirenti da Renon, Val d’Ega, Merano, e addirittura da Vipiteno e Trento.

Si tratta di un successo che, a distanza di due anni dalla prima edizione targata ottobre 2022, forse nemmeno lei e gli altri collaboratori si aspettavano. Ma da dove è partita l’idea di questo fortunato mercatino? 

A dire il vero io frequentavo da anni altri mercatini, come quello di Ora, per esempio. E a un certo punto ho pensato: ma perché non provarci a Laives? Così un giorno ne ho parlato con Giancarlo Schiavon, l’attuale presidente del Don Bosco, allora membro del direttivo, e lui ha da subito appoggiato l’idea. Così, grazie al patrocinio del Centro Don Bosco, abbiamo anche da subito ottenuto degli spazi adeguati al progetto. All’inizio le idee non erano molto chiare e infatti la prima edizione – che aveva comunque registrato un successo con 150 venditori – è stata una faticaccia, perché il mercatino durò tre giorni in cui i volontari, pochi, erano sempre gli stessi, senza possibilità di darsi il cambio. Inoltre avevo grandi idee, come la proposta di lasciare l’invenduto per fare beneficenza, ma senza tenere conto degli spazi che richiedeva stivare tutta quella merce ingombrante fino allo smaltimento. Ma l’esperienza è servita a capire dove migliorare, e infatti già dall’edizione successiva il cammino è stato in discesa.

Oggi c’è una folta schiera di collaboratori che permettono che tutto fili liscio: dal gruppo di uomini che si occupa di montare e smontare tavoli e stand, fino al banco del mercato di Bolzano che ad ogni edizione fornisce i supporti necessari a esporre la merce. E’ un team affiatato, che consente a Prisca e tutto il gruppo di valutare importanti progetti per il futuro.

Ogni volta cerchiamo di trovare spunti e migliorare. La nostra speranza è quella di poter rimanere a Laives, e nello specifico al Don Bosco, dove ci sentiamo a casa. Qui conosciamo gli spazi, le persone, e questo ci consente di fare progetti di miglioramento.

Quali sono questi progetti per l’edizione primavera – estate prevista per il week end del 29 e 30 marzo del prossimo anno?

In effetti sto cercando di mettere in piedi uno spazio sorvegliato da persone qualificate per poter lasciare i bambini a giocare e permettere ai genitori di fare shopping in tranquillità o di fare la fila alla cassa senza lo stress di bimbi annoiati dall’attesa. Questa idea spero di poterla concretizzare per la prossima edizione. E poi ci sono altre idee che ronzano in testa, come un mercatino dell’usato dedicato agli adulti, oppure solo ai costumi di carnevale. Insomma, carne al fuoco ce n’è, e l’interesse e la partecipazione delle persone ci stimola a portare avanti questi progetti.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Johanna: una donna impegnata a fianco delle donne e dei minori

Johanna Herbst è nativa di Nova Ponente, ha studiato Legge a Trento e Innsbruck e nel 2004 ha aperto il suo studio legale a Egna. Con tenacia ha cercato e trovato la sua strada ed è riuscita ad affermarsi. Si batte per i diritti delle donne e dei minori, svolge anche attività di volontariato riguardanti i diritti delle donne, come ad esempio la consulenza legale per l’Ufficio Donne. 

Quando nacque in lei l’aspirazione di diventare avvocata?

In realtà, fin dall’inizio avevo un chiaro desiderio di studiare legge e, come molti altri, durante il percorso di studi avevo desiderato di diventare giudice. Dopo la laurea, però si conosce per la prima volta la realtà, cioè si inizia in piccolo, ci si rende conto che bisogna aspettare che vengano banditi i concorsi, ma nel frattempo si vuole/deve fare esperienza pratica e guadagnare allo stesso tempo. Così ho iniziato con un tirocinio presso un legale, poi ho insegnato diritto nelle classi quarta e quinta della scuola professionale Kaiserhof di Merano. Poi ho ricoperto l’incarico di giudice onorario presso il Tribunale di Bolzano, Sezione Distaccata di Merano, per poi rendermi conto col tempo che mi sentivo più a mio agio nella professione legale.  

Quale il caso che la scosse e la tenne in ansia?

I casi peggiori per me sono quelli che riguardano abusi e violenze. Di recente sono rimasta sconvolta dagli abusi sessuali su bambini minorenni da parte dei loro stessi zii e nonni, così come dagli abusi sui bambini da parte dei loro stessi genitori e parenti. In casi come questi, ci si interroga sulla specie umana.

Quando respirò per la prima volta il senso di aver contribuito a che giustizia fosse fatta?

È una domanda molto difficile e delicata, perché “avere ragione” e “ottenere la ragione” sono due aspetti diversi. Per esempio, posso avere ragione ma non ottenere giustizia perché non ci sono prove sufficienti. Il nostro sistema giuridico non ha nulla a che fare con la giustizia. Le leggi sono fatte dai politici. Esistono quindi principi, regole e norme giuridiche che devono essere attuate e applicate dal giudice secondo un ordine procedurale definito e nel modo già stabilito. In questo sistema, l’avvocato cerca di aiutare il cliente a realizzare le sue richieste scegliendo le opzioni migliori, spiegando il sistema e la legislazione e valutando i rischi e gli effetti collaterali. Ciò significa che, a prescindere dal fatto che si ritenga una cosa giusta o ingiusta, il senso di giustizia non gioca alcun ruolo nel procedimento. Così si impara rapidamente che l’atteggiamento idealistico nei confronti della giustizia con cui si è iniziato a studiare deve essere riconsiderato nella pratica.  Solo nel migliore dei casi si ha la sensazione di aver non solo vinto la causa, ma anche di aver assicurato la giustizia. 

Se non sbaglio lei ricopre un ruolo nel tribunale minorile… 

Un ruolo non è forse il termine giusto. Lavoro come curatrice speciale per i minori e sono iscritta in un apposito registro. Il curatore speciale può essere nominato dal Tribunale per i minori, ma anche dal Tribunale ordinario, quando il minore è in conflitto con i propri genitori o i suoi interessi non coincidono con quelli dei genitori. In altre parole, ogni volta che il minore ha bisogno di far sentire la propria voce e cioè di propria rappresentanza legale. Sono quindi, per così dire, l’avvocato del minore e rappresento solo il minore, indipendentemente da ciò che i genitori vogliono o non vogliono.

Come donna come si trova nel mondo dell’avvocatura altoatesina?

Nel frattempo, ho lavorato a lungo, sono stata accettata, integrata, e affermata. Con il passare degli anni, se non ti arrendi, trovi la tua strada e il tuo stile personale. Ma come donna, devi ancora superare più di un ostacolo, e aspettarti tempi di avviamento più lunghi. La parità di diritti non è ancora stata raggiunta.      

Come donna cosa vorrebbe fosse migliorato nel suo ambiente professionale?

Migliore compatibilità della professione con la vita familiare. Inoltre, le donne avvocato non possono sempre scegliere i settori in cui lavorare. In quanto donna, devi occuparti dei casi che ti vengono sottoposti o che ti vengono affidati e, a causa dei casi che devi trattare, cresci in una specializzazione. Ecco perché molte colleghe lavorano nel Diritto di famiglia, ad esempio, perché in quanto donna è più probabile che venga loro affidato questo settore. Se per esempio, come avvocato donna, volessi specializzarmi in Diritto societario, ma non riuscissi a trovare un impiego in uno studio legale e quindi diventassi una libera professionista senza però essere incaricata di trattare casi di questo tipo, non avrei scelta. Purtroppo in alcuni settori, i clienti credono ancora che un avvocato uomo possa gestire meglio il caso. Questi settori sono ancora dominati dagli uomini, cioè le grandi e importanti aziende sono ancora prevalentemente o esclusivamente gestite da maschi a livello decisionale, e per questo si rivolgono ad avvocati uomini. Secondo un recente studio commissionato dall’Ordine degli Avvocati di Bolzano, esistono ancora forti differenze di reddito. In media le donne avvocato guadagnano meno dei loro colleghi uomini. C’è ancora molto da fare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Melissa: “ecco cos’è l’emigrazione”

Questa è la storia di Melissa De la Caridad Rodriguez Ortiz, donna che è dovuta scappare da Cuba a ventitré anni con il piccolo bambino, verso l’Italia. Dalla Russia alla rotta Balcanica con il pensiero costante di dover portare suo figlio al sicuro e con la paura di non riuscire a sopravvivere, lasciando dietro di sé le persone care senza sapere se un giorno le potrà rivedere.

Quando si parla di emigrazione e immigrazione a livello di opinione pubblica spesso ci si ferma alle problematiche relative alla sicurezza e all’impossibilità di gestire questi flussi che diventano incontrollati nella maggior parte dei casi solo a causa di precise scelte (o non scelte) politiche.
Abbiamo dunque pensato che potesse essere interessante raccontare la storia vera di una giovane donna che lavora come badante in Alto Adige e che è arrivata qui in maniera a dir poco rocambolesca (e pericolosa) assieme a suo figlio di tre anni. Interessante è anche la sua provenienza: non si tratta né di Africa né di Medio Oriente, ma del Centro America.

L’INTERVISTA

Melissa, ci dice in breve la sua origine?
Sono di L’Avana. Io e mio figlio Adriano siamo in Italia da due anni. A Cuba mi sono laureata in infermieristica e lavoravo in terapia intensiva pediatrica. Qui invece, a causa di problemi di equiparazione dei titoli, faccio la badante.

Perché è scappata da Cuba?
A Cuba mancava quasi tutto, ma dopo la pandemia anche beni di prima necessità, come medicine e alimenti per i bambini che sono diventati introvabili. L’11 luglio 2021 le persone hanno iniziato a manifestare prendendo di mira tutto ciò che potesse far pressione sullo Stato. In ospedale sentivamo le persone che lanciavano i sassi alle finestre e sono iniziati ad arrivare molti bambini feriti. Il governo ha attuato una repressione violenta. Ho smesso di sentirmi sicura, ho iniziato a pensare a mio figlio che doveva crescere e, in novembre, ho deciso di andare via. Ho venduto tutto per comprare i biglietti aerei per la Russia: l’unico Paese per il quale non avremmo dovuto aspettare costosi visti. Sono partita con il mio allora marito e Adriano.

Com’è arrivata in Italia?
Ho viaggiato per sette mesi. Come detto la prima tappa è stata la Russia. Da lì abbiamo preso un aereo per la Serbia. In seguito siamo arrivati in Bosnia pagando 300€ a persona per un trasporto in barca. Arrivati lì, ci siamo spostati nella capitale Sarajevo, nel centro di accoglienza Ušival, che si trova sulla rotta Balcanica. Lì le persone sono state bravissime con noi. Poi abbiamo preso un bus per il confine croato da cui abbiamo continuato a piedi in montagna lungo la rotta che molti conoscono perché su di essa è stato creato il videogioco “The Game”. Mi ricordo benissimo, siamo partiti alle 23 e siamo arrivati alle 6 di mattina. Mio figlio per tutto quel tempo non ha potuto mangiare o bere ed era impaurito dal buio totale. Non potevamo farci vedere mentre attraversavamo il confine: c’erano i poliziotti con i cani. In Croazia un’associazione ha mandato un minivan per portarci in un hotel a Zagabria, dove ho dovuto richiedere Protezione Internazionale per poter restare. Per arrivare al confine sloveno abbiamo quindi preso un bus. Alle 18 abbiamo iniziato a camminare e abbiamo dormito in un bosco fino alle 6 del mattino. Sentivamo i lupi e vedevamo le impronte degli orsi. Avevamo molta paura. Abbiamo dormito in un buco con delle pietre appuntite sperando che avrebbero tenuto lontani gli animali. La mattina abbiamo iniziato a scendere da una collina. Era così ripida che scivolavamo e l’unico freno erano gli alberi. Il bambino mi preoccupava tantissimo, ma mi ripetevo che eravamo lì per il suo bene. In Slovenia eravamo finalmente nell’Unione Europea e allora abbiamo chiamato i poliziotti che ci hanno portato in un centro di accoglienza dove siamo rimasti in attesa di un documento per poter uscire. Una volta ottenuto il documento abbiamo raggiunto il confine italiano e mio fratello è venuto a prenderci per portarci a Bolzano. Mi ha fatto sentire benissimo vedere il confine italo-sloveno: c’era solo un binario, lo passavi ed eri arrivata.

Qual è stato il momento più difficile?
In Russia. È un Paese molto freddo, le persone sono denigranti e razziste. Un giorno mi è stato richiesto di pagare per dormire la notte: sono andata a un bancomat, ma al ritorno mi sono persa e mi si è spento il cellulare. Due poliziotti allora mi hanno fermata e chiesto cosa stessi facendo; non parlando la lingua ho risposto in spagnolo dicendo che mi ero persa. Allora loro hanno utilizzato il telefono per usare il traduttore e così ho potuto spiegare chi ero e che mi ero persa. Loro si sono messi a ridere e a prendermi in giro, si sono accesi una sigaretta e mi hanno ordinato di spogliarmi. La temperatura segnava -28°. Mi hanno anche fatto togliere le scarpe e mettere i piedi nella neve. È stata una delle esperienze più traumatiche della mia vita. Ma ora tutto è passato, mi sento meglio. Tutto ciò che sono riuscita a fare, anche da sola, mi rende orgogliosa: ho iniziato a lavorare, ho sempre lavorato senza sosta, ho trovato casa e mio figlio va a scuola.

Qual è stato il suo pensiero più costante?
Il mio pensiero più costante è stato se sarei arrivata e se sarei arrivata viva. Anche perché scendendo dalla collina in Slovenia ho visto alcune mamme che si buttavano con i figli e che quindi morivano. Con mio figlio sulle spalle vedevo questo e mi chiedevo se, invece, io ce l’avrei fatta.

L’accoglienza a Bolzano com’è stata?
Negli uffici dove sono dovuta andare non sono riuscita a ricevere tutte le informazioni necessarie e mi sono sentita emarginata. Nel centro di accoglienza i bagni non erano divisi e le persone aprivano la tenda quando mi lavavo, è stato traumatico. La Caritas invece mi ha aiutato tantissimo. Così come l’associazione GEA che quando sono stata vittima di violenza domestica mi ha fornito supporto psicologico, un appartamento e assistenza legale nel caso avessi voluto denunciare. Tra le persone “comuni” invece ho incontrato sia persone razziste che persone molto belle.

Suo figlio Andriano come ha vissuto tutte queste cose?
Adriano è stato bravissimo, ogni tanto mi chiedeva dove fossimo e quanto mancava alla destinazione, ma in generale non mi chiedeva niente di più di quanto non gli dessi. Aveva molta paura del buio, non mangiava e non beveva come avrebbe dovuto, io mi preoccupavo, ma lui mi abbracciava. Per tutta quella strada lui mi ha sempre abbracciato. Non so se gli sia rimasto qualcosa di indelebile nella sua memoria. La paura di stare da solo gli è passata, ma quella di dover “tornare lì in montagna” ancora torna. Ciò che mi ha fatto soffrire di più è stato fargli attraversare queste difficoltà, ma so che l’ho fatto per lui. Non avevo altra scelta.

Autrice: Anna Michelazzi