Dentro una Neverland digitale

La Fondazione Haydn presenta la prima assoluta dell’opera Peter Pan – The Dark Side. Non è un’avventura per bambini ispirata al rassicurante immaginario disneyano, ma un crudo racconto sulla solitudine, sul disorientamento e sulle più intime fragilità delle nuove “generazioni digitali”.

Sabato 25 e domenica 26 marzo la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, nell’ambito del suo programma d’opera, porta in scena Peter Pan – The Dark Side, una prima assoluta che trasformerà un classico della letteratura per l’infanzia in un viaggio in terre decisamente più oscure e contemporanee. A dare corpo a quest’avvincente produzione sarà un team artistico internazionale d’eccellenza: il compositore austriaco Wolfgang Mitterer, l’acclamato regista e librettista britannico David Pountney, Daisy Evans, regista d’opera apprezzata per il progetto d’avanguardia Silent Opera, e il direttore d’orchestra Timothy Redmond.

ALLE RADICI DEL “VERO” PETER PAN E RITORNO

La figura di Peter Pan nasce nei primi anni del Novecento dalla penna dello scrittore inglese James M. Barrie. Il racconto delle sue avventure inizia nel cuore di una notte londinese, quando l’eterno ragazzo che non vuole crescere incontra una ragazza, Wendy, e la porta insieme ai fratelli John e Michael sull’Isola che non c’è fra i “bambini perduti”. Il direttore artistico della Fondazione, Matthias Lošek, ha però immaginato un’opera capace di metterne in risalto gli aspetti più oscuri e forse meno noti: “Abbiamo deciso di portare in scena un testo classico che la maggior parte delle persone avesse già incontrato nella propria vita – commenta Lošek – ma lo volevamo fare infrangendo le aspettative, mostrando gli elementi più familiari sotto una luce nuova e più attuale”.

UN TEAM INTERNAZIONALE DI ARTISTI PER UNA PRIMA ASSOLUTA MONDIALE

Il pubblico potrà ritrovare lo stesso desiderio di aderire alla lettura di Barrie anche nel racconto del grande regista teatrale inglese David Pountney che ha scritto il libretto dell’opera: “Le storie possono essere lette come innocenti fantasie, ma tutte, come i miti, incarnano potenti verità umane – commenta Pountney – Le possiamo quindi interpretare scegliendo un registro leggero o molto più oscuro o addirittura una chiave psicologica. Ad esempio, quando si affronta un romanzo in cui dei bambini vengono convinti a saltare da una finestra e a credere che saranno in grado di volare, viene naturale chiedersi che cosa sta realmente accadendo loro. Sono in mani sicure o rischiano di essere sfruttati e danneggiati? Questo è stato il mio punto di partenza per Peter Pan”.

La regista Daisy Evans, che il pubblico in regione ha già conosciuto nel 2019 con la silent opera Vixen, accompagna i passi della giovane Wendy, un’adolescente che vive in una casa-famiglia alle prese con un mondo moderno filtrato da Instagram, Twitter e fake news. Quando incontra un giovane uomo che sembra dirle tutto ciò che lei vuole sentire, viene sedotta, precipitando in una realtà contorta in cui non si sa cosa sia reale e cosa immaginato. Evans abbraccia in pieno lo spirito originario dell’opera e lo porta ai nostri giorni, mettendo in scena una storia di crescita e perdita dell’innocenza: “Peter Pan – sottolinea – parla di quanto è pericolosa la nostalgia che molti adulti hanno della loro gioventù. Ma parla anche del desiderio degli adolescenti di essere il prima possibile grandi: vediamo Wendy, una giovane adolescente, intrappolata in un vortice di influenze che arrivano dai social media. L’opera affronta temi come la pressione a cui i giovani sono oggi sottoposti e il lato pericoloso di questa Neverland digitale”.

La musica di Peter Pan è una creazione del pioniere dell’elettroacustica Wolfgang Mitterer che ha dato vita a un tessuto sonoro capace di percorrere ogni venatura del racconto – dai momenti più oscuri a quelli più umoristici e leggeri – mixando elettronica, orchestra e voce, jazz e classica. Fra echi che riportano alle sonorità di Porgy and Bess di Gil Evans e Salomè di Richard Strauss, ogni personaggio si muove, come dentro un vestito tagliato su misura, all’interno di un proprio mondo sonoro.

Guida l’imponente ensemble musicale composto dall’Orchestra Haydn, dagli otto interpreti che danno voce ai personaggi di Peter Pan e al coro dei pirati e dei “lost boys”, il direttore d’orchestra Timothy Redmond, apprezzato a livello internazionale nella direzione di progetti di musica contemporanea.

PER PETER PAN – THE DARK SIDE: tutte le info

La prima assoluta di Peter Pan – The Dark Side andrà in scena sabato 25 marzo 2023 al Teatro Comunale di Bolzano, con inizio alle ore 20. Lingua dello spettacolo: inglese con sottotitoli in tedesco e italiano. 

Un’ora prima dell’inizio dello spettacolo si terrà un incontro introduttivo all’opera nel foyer del Teatro Comunale. 

La vendita dei biglietti singoli e degli abbonamenti è attiva presso il Teatro Comunale di Bolzano. 

Maggiori informazioni su 

www.haydn.it 

Tel. 0471 053800

info@ticket.bz.it

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON L’OPERA

Peter Pan – The Dark Side è una delle quattro produzioni del programma operistico della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Si parte con Die Winterreise (Teatro Comunale di Bolzano, 19.03.23), interpretazione in chiave pop dell’omonimo ciclo di canzoni di Franz Schubert. Il programma prosegue con l’opera Hanjo del compositore Toshio Hosokawa (Teatro Sociale di Trento, 01 e 02.04.23) che torna in Trentino dopo il successo di The Raven. Tratta da Five Modern Nō Plays di Yukio Mishima, è una struggente e ipnotica opera da camera sul tema dell’attesa, esempio di narrazione giapponese realizzata da uno dei più importanti compositori di musica contemporanea.

Ultimo tassello della programmazione, dopo oltre 18 esecuzioni e numerosi riconoscimenti, approda a Rovereto lo spettacolo-concerto Curon/Graun del Collettivo teatrale OHT (Teatro Zandonai di Rovereto, 04.04.23). L’opera, che ha vinto la prima edizione del concorso di teatro musicale Fringe ed è prodotta dalla Fondazione Haydn, mette in scena in forma di installazione musicale il destino del paese di Curon, allagato nel 1950 dopo la costruzione del lago artificiale di Resia. 

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Zaccaria, il Presidente e l’attestato d’onore

Ha trascorso una giornata nella Casa degli italiani, in Via XX Settembre a Roma, ospite della massima autorità dello Stato, che gli ha conferito un’onorificenza: è da poco tornato a casa con un attestato ed un ricordo indelebile nel cuore, Zaccaria Dellai, il ragazzo di Laives insignito del titolo di Alfiere della Repubblica. “Zaccaria ha dimostrato che i nostri ragazzi, tutti, sono capaci di grandi cose”, spiega Davide, il suo papà, che lo ha accompagnato all’evento assieme alla mamma, alla sorellina Dora e al fratello Emanuele.

La motivazione ufficiale redatta dagli addetti al lavoro è questa: “Per l’attenzione dimostrata nei confronti delle persone anziane anche attraverso l’ideazione di un fumetto che li vede protagonisti. Sul tema dello scambio intergenerazionale ha continuato a impegnarsi, coinvolgendo l’associazione di cui fa parte”. Ma Zaccaria è molto di più: è un lupetto socievole, sensibile, altruista che da sempre mostra attenzione verso le persone anziane, che considera le sue radici, così lo definisce chi lo conosce. Ha inventato il personaggio di un fumetto, “Il vecio tarampa”, che ha reso protagonista di storie raccolte in un sito internet (www.veciotarampa.it). E la sua amicizia con le persone anziane si è espressa anche all’interno degli Scout, dove ha creato una nuova specialità, “Amico degli anziani”; ha scritto poi agli Incaricati nazionali della branca Lupetti e Coccinelle, proponendo di inserire la specialità nel novero di quelle che tutti i lupetti e le coccinelle possono scegliere.

Davide Dellai, non capita tutti i giorni di essere ospiti del Presidente. Come vi siete sentiti?

L’abbiamo vissuto come un onore grandissimo, molto più grande di quanto le parole possano restituire; e soprattutto come una responsabilità, perché Zaccaria ha dimostrato che i giovani sono in grado di costruire grandi cose, di dare una speranza al futuro, e noi adulti dobbiamo dare loro la parola per fare in modo che sfruttino ogni possibilità. 

Come siete venuti a sapere della consegna del titolo di Alfiere proprio a vostro figlio?

Nell’estate scorsa l’Agesci aveva stilato un elenco di candidature per il titolo, e in questo c’era anche il nome di Zaccaria. All’inizio eravamo contrari, in primo luogo perché ci sembrava che quello che aveva fatto fosse una cosa normale, e poi ci spaventava un’eventuale ribalta: in fondo ha solo 11 anni, è un bambino. Poi però abbiamo accettato, e non pensavamo proprio che il suo nome sarebbe arrivato così in alto. E così un giorno, neppure troppo tempo fa, è arrivata una telefonata dall’Agesci, che era stata chamatadal Quirinale per contattare Zaccaria. Ero al lavoro, non sono riuscito a dire niente, ero molto confuso (ride, ndr).

Come è andata al Quirinale? 

Arrivare alle sue porte è stata un’emozione grandissima, per ciò che il Quirinale rappresenta , per ciò che il Presidente rappresenta, anche per l’aura che trasmette: l’uomo saggio, l’uomo anziano. Ha fatto un intervento bellissimo in cui parlava di questi ragazzi, che hanno fatto ciò che per loro è normale, e ha invitato tutti noi a non trasformali in eroi, ma a restituire loro, la loro genuinità. 

Eravate solo voi due, giusto?

Alla cerimonia sì, l’invito era esteso ad un solo membro della famiglia. Però a Roma ci siamo andati tutti assieme, con mia moglie, la sorellina Dora di 9 anni e il fratello Emanuele di 14: anche loro era molto emozionati, e stupiti per l’onore concesso a loro fratello. 

Cosa farà Zaccaria da grande?

Glielo hanno chiesto anche durante la giornata in Quirinale, e lui ha risposto in maniera divertente: “Per ora mi va bene avere 11 anni e voglio vivere pienamente la mia età. Poi vedremo”. Una dichiarazione autentica, ci ha fatto molto sorridere. A noi genitori basta che prosegua per la strada che ha intrapreso. 

L’ATTESTATO D’ONORE

La Presidenza della Repubblica ha istituito dal 2010 un “Attestato d’Onore” per premiare quei giovani minorenni che, per comportamento o attitudini, rappresentano un modello di buon cittadino, e nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani.

I premiati si sono distinti nello studio, in attività culturali, scientifiche, artistiche, sportive, nel volontariato oppure hanno compiuto atti o adottato comportamenti ispirati a senso civico, altruismo e solidarietà.

Autore: Luca Masiello

L’omaggio del Live Muse a David Crosby

A poco meno di un mese dalla scomparsa di David Crosby,  il direttivo del live Muse ha organizzato un concerto che senza dubbio riuscirà ad accontentare i tanti “orfani” del gruppo Crosby, Stills, Nash & Young. L’appuntamento è per sabato 18 marzo alle ore 21 al Teatro delle Muse di Pineta. E anche in questa occasione il ricavato verrà devoluto in beneficienza, per supportare i vigili del fuoco di Vadena.

Era il 1969, il mondo del rock sentiva stridere la Stratocaster di Hendrix, si cullava con il sound lisergico dei Doors, viveva le allucinazioni di Pete Townsend e si muoveva sui riff dei Led Zeppelin; e mentre nel Vietnam la morte era la compagna di migliaia di soldati, l’Occidente si preparava al più grande festival della storia, Woodstock. È in questa occasione, che sul palco della nella cittadina di Bethel, il trio Crosby, Stills & Nash incontrò artisticamente Neil Young, con il quale diede vita ad un supergruppo che sconvolse le regole del Folk Rock. 

Introdotte da Paolo “Crazy” Carnevale, sabato 18 dalle ore 21 sul palco si rivivranno queste sonorità con tre band che si slterneranno sul palco. La prima sarà quella che fa capo alla cantante Chiara Veronese con Bobbi Gualtirolo alla chitarra e voce, Dominique Panizza (tastiere), Fabrizio Bolognani (basso) e Flavio Delladio (chitarra). Seguirà poi la squadra del tastierista Marco Casarin con Camilla Guerrini (voce), Sonia Tripodi (voce), Stefano Licio (chitarra elettrica e voce), Andrea Piazza (chitarra acustica e voce), Alex Bosio (basso) e Mario Cosentino (batteria).

E infine ci sarà la band guidata dal bassista Giorgio Fait (basso): Giorgio Tornarolli (voce), Giordano Tassotti (chitarra), Andreas Gozzi (chitarra), Alex Busato (tastiere), Giorgio Fait (basso) e Pilo Berton (batteria).

Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca ai volontari dei Vigili del fuoco di Vadena. Per informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedì al venerdì, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it

Autore: Luca Masiello

La difesa della Bassa Atesina nel 1796

Anni terribili, per la Bassa Atesina, il 1796 e 1797. Francesi in ogni dove, combattimenti, morte, carestie. I tetri rituali della guerra si ripetono dalla notte dei tempi, tanto che di questi “momenti di gloria” ne sono piene le pagine della storia e ogni popolo ha le sue da raccontare. Risale proprio al luglio 1796 la tradizione dei Sacri Cuori di Gesù arrivata fino ai nostri giorni.

Quando quell’anno il ventisettenne Napoleone Bonaparte assunse il comando dell’armata impiegata nella campagna d’Italia, il cuore d’Europa subì un tremendo scossone. Il Tirolo doveva restare estraneo alla contesa tanto che nel suo primo proclama “Aux habitants du Tyrol” Bonaparte promise il massimo rispetto per “gli abitanti semplici e virtuosi delle montagne”: a patto che lo lasciassero transitare indisturbato verso Vienna. Ma quando i cocciuti montanari disobbedirono, anche questa regione fu pesantemente coinvolta negli scontri. La difesa dei confini divenne il bene supremo e i paesi della Bassa Atesina si mobilitarono.

Ai primi di giugno 1796 Napoleone si presentò alle porte del Tirolo. Era sua ferma intenzione attraversare la valle dell’Adige per ricongiungersi alle truppe stanziate in Germania. La parola d’ordine in Bassa Atesina era “Fermare Napoleone!”. Salorno, Termeno e Cortaccia fornirono un battaglione di 140 uomini, Egna e Königsberg altri 100. C’era grande carenza di armi ma ciò nonostante i volontari si mostrarono battaglieri. Gli uomini della Bassa furono dapprima sistemati in Val di Ledro con il compito di controllare i passaggi verso l’Italia. Dopo gli scontri tra francesi e austriaci presso Mantova, un fiume di soldati in fuga, feriti e malati attraversò le strade polverose della Bassa Atesina. Scoppiò un’epidemia di tifo, che colpì anche parte della popolazione locale. Due soldati morirono tra Montagna e Pinzon, due vagabondi furono trovati senza vita a Montagna. 

Alla fine dell’estate, per la difesa dei confini furono mobilitati altri uomini di Salorno, Egna, Termeno, Cortaccia. La sola Egna ne fornì oltre 200, Montagna una cinquantina. Gli austriaci sotto il generale Wurmser provarono a liberare Mantova e la Lombardia ma furono nuovamente respinti da Napoleone, che il 3 settembre prese quartiere a Rovereto. Era sua intenzione marciare verso Nord ma fu costretto a inseguire Wurmser fino a Bassano. Pochi giorni dopo i Francesi penetrarono in Tirolo attraverso la Val di Cembra. Schützen di molte compagnie cercarono di sbarrargli il passaggio. Tra Salorno e Egna avvennero le prime scaramucce, successivamente altri scontri ebbero luogo in Val di Fiemme. Il 2 novembre Napoleone tentò nuovamente di avanzare fino a Caldaro per occupare l’Oltradige ma fu respinto. Un magliaio di prigionieri fu condotto a Egna. Dopo alcuni giorni, gli Schützen della Bassa Atesina attaccarono su tre fronti i Francesi nei pressi di Bedollo. 40 Francesi furono catturati. Altri 74 furono catturati tra Pergine e Civezzano. Tra il 4 e il 5 novembre i Francesi di Vaubois si ritirarono da Trento, gli austroungarici li inseguirono lungo l’Adige. Il giorno seguente i Francesi furono respinti oltre il ponte di Calliano. L’8 novembre “nessun nemico si trovavo più sul territorio tirolese”.

La libertà, provvisoria, era riconquistata ma la Lombardia rimase in mano ai Francesi. Il Kaiser di Vienna insistette per un nuovo tentativo di liberazione di Mantova. Sulle strade della Bassa Atesina regnava il caos più completo. Mancava tutto, dai generi alimentari alla legna per scaldarsi, dal fieno per gli animali ai medicinali. Specialmente il Welschtirol trentino era in ginocchio. La Bassa Atesina dovette sobbarcarsi l’onere di sistemazione dei soldati e i trasporti dei generi di prima necessità. Mancavano i buoi e anche i cavalli erano stremati. Un’eccezionale ondata di freddo interruppe anche i collegamenti sul fiume Adige. Nel comune di Egna si trovarono rappresentanti di tutti i paesi della Bassa per riorganizzare la distribuzione dei viveri. In febbraio scoppiò una nuova epidemia di tifo e migliaia di soldati e civili morirono. 

L’anno successivo, dopo una serie di cruenti conflitti, il 7 aprile fu finalmente raggiunto un accordo per una tregua e il 17 ottobre fu firmato un trattato di pace a Campoformio presso Udine.

Autore: Reinhard Christanell

Un ritorno alla terra per i diversamente abili

“Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”: Questo l’annuncio giunto nella redazione del QuiBassaAtesina qualche giorno fa. Un testo che nella sua semplicità racchiude un nobile intento, quello di avvicinare gli ospiti del Gruppo Natura della Comunità comprensoriale alla coltivazione della terra e compiere un passo in più verso l’indipendenza dei diversamente abili.

“In questi ultimi anni si sente sempre di più il bisogno di tornare a vivere la natura, specialmente nell’ambito del sociale. Così abbiamo pensato di lanciare un appello per trovare un angolo del nostro paese da coltivare come un orto, magari rivalutandolo per il bene della comunità e dei nostri ospiti”. A parlare è Filippo Manara, educatore responsabile del Gruppo Natura,un centro diurno per persone con disabilità medio – lieve. È sua l’idea, concordata con i vertici della struttura, di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto.

Filippo Manara, da cosa parte questa iniziativa?

Il nostro gruppo è stato fondato una decina di anni fa, e – come spiega eloquentemente il nome – ha a che fare con il verde: è uno dei laboratori del Comprensorio Oltradige – Bassa Atesina che un tempo aveva in gestione parco Marconi ed altri spazi pubblici. Oggi stiamo aiutando il Comune gestendo gli spazi verdi di cinque asili; tagliamo l’erba, raccogliamo le foglie, svolgiamo compiti di manutenzione ordinaria. Negli ultimi tempi abbiamo notato che molti dei nostri utenti hanno manifestato l’intenzione di coltivare la terra: alcuni di essi hanno frequentato la scuola agraria di Laimburg o di Ora, così ho pensato che potrebbe essere interessante avviare un progetto di orticoltura da affiancare a quello che stiamo svolgendo al fianco del Comune. 

In quanti siete?

Questo gruppo ospita oggi tre persone seguite da due operatrici socio-assistenziali e da me, ma la Comunità comprensoriale riesce a creare una grande rete fra le varie realtà, per cui abbiamo un gruppo molto ben più ampio con cui collaborare. Il numero del Gruppo Natura si è sfoltito solo ultimamente, perché molti dei nostri ospiti sono riusciti ad integrarsi nel mondo del lavoro.

È questo uno dei vostri intenti?

Anche, certo. Nel nostro gruppo arrivano persone giovani intenzionate ad entrare nel mondo del lavoro, anche se spesso mancano loro alcune competenze: li seguiamo con l’intento di spingerli verso un lavoro integrativo. Molti restano con noi un anno o due, poi trovano un impiego come magazziniere in un supermercato o come bidello nelle scuole, giusto per fare degli esempi.

Torniamo al progetto dell’orto. I tempi stringono, fra un po’ è già periodo di semina…

Non abbiamo fretta, non vogliamo averne: noi saremmo felici anche se riuscissimo ad avere un pezzetto di terra a luglio, vorrà dire che semineremo ortaggi estivi. Coltivare la terra è sano, si sta a contatto con la natura, è salutare per il corpo e per lo spirito. Il mio sogno sarebbe partire con un progetto di integrazione, trovare una sorta di sinergia con qualche altro ente o associazione. Un progetto che non sia solo con i diversamente abili, ma che faccia entrare in relazione diverse sfere della società di Laives. E la mia speranza è di riuscire a creare questo orto in uno spazio magari abbandonato a se stesso, non un terreno già coltivato da affittare, ma uno spazio abbandonato da rivalutare, che possa essere utile a tutto il paese.

E cosa pensate di fare con il raccolto, in futuro?

Il Gruppo Natura ha già la sua bancarella al mercato del giovedì di Laives, vende degli accendifuoco che vengono realizzati con il legname di scarto delle falegnamerie: sarebbe bello riuscire ad ottenere una produzione sufficiente da portare al mercato. Nel frattempo l’idea è di utilizzare la verdura all’interno dei Gruppi Abitativi della Comunità comprensoriale. Gli ospiti sono autosufficienti, fanno la spesa da soli, si fanno da mangiare, quindi avere frutta e verdura di stagione e a chilometro zero potrebbe essere una marcia in più. 

Qual è il suo sogno, a riguardo del progetto?

La mia utopia sarebbe quello di creare una fattoria sociale. È difficile, lo so, ma bisogna anche sognare, ogni tanto, no?

Autore: Luca Masiello

Laives nel gotha dei carnevali

Laives come Viareggio, Cento e Venezia: la tradizionale kermesse carnevalesca che da 44 anni è diventato un simbolo per tutta la provincia potrebbe ottenere il riconoscimento di “Carnevale Storico” previsto dal Ministero della cultura, introdotto dalla Legge di Bilancio 2022 e finalizzato alla tutela e alla valorizzazione della funzione svolta dai carnevali storici. “Sarebbe bello, anche se non ce la sentiamo di confrontarci con i grandi carnevali italiani: noi diamo il massimo con i mezzi che abbiamo ovvero fantasia, manualità e pochi soldi”, commenta il presidente del gruppo organizzatore, Cesare Zenorini.

La notizia ha fatto il giro della provincia in un attimo, un po’ perché l’edizione 2023, la numero 44, ha registrato un boom di presenze impressionante, un po’ perché il carnevale di Laives è nel cuore di tutti gli altoatesini, da Brennero a Salorno. Ciò che fa nascere una certa ilarità è che neanche i responsabili dell’organizzazione ne sapevano nulla, e si sono lasciati sorprendere pochi giorni prima di domenica 12 febbraio, quando un fiume di maschere ha attraversato la zona della Bassa; un corteo festoso di cui pubblichiamo alcuni scatti a pagina 17 di questo giornale.

Presidente Zenorini, come ci si sente ad essere affiancati a grandi realtà quali il carnevale di Venezia?

Io non mi immagino neanche che cosa possa voler dire confrontarsi con quelle grandi realtà (ride, ndr). La nostra è una grande passione che ci portiamo nel cuore da quasi mezzo secolo, e tutto quello che facciamo viene realizzato da persone normali che utilizzano la propria manualità e fantasia per portare della gioia in paese. E lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, con le nostre mani e spendendo meno possibile. Venezia e Viareggio, per fare due esempi, hanno più mezzi a disposizione, anche e soprattutto economici.

Eppure potreste entrare a far parte del gotha dei carnevali italiani. Come è successo?

A sorpresa, ecco, potremmo dire così: mentre stavanmo sbrigando le pratiche burocratiche per l’organizzazione della manifestazione ci siamo incontrati a Bolzano con i vertici dell’Ufficio cultura in lingua italiana. Ed è stato il direttore Antonio Lampis a lanciare l’idea. Noi non sapevamo neppure che avremmo potuto avere i requisiti, e infatti saranno loro a raccogliere tutte le informazioni e le documentazioni da sottoporre al Ministero per avviare l’iter. 

Questo sarebbe il secondo riconoscimento nazionale…

Esatto, qualche anno fa siamo stati inseriti fra le “Mille meraviglie italiane”; ma anche in quell’occasine noi non abbiamo fatto niente. Era stato l’allora assessore comunale Volani a proporci al Forum nazionale dei giovani: con i ragazzi delle scuole medie aveva scritto agli uffici competenti e poi ci hanno insignito a sorpresa di questo riconoscimento. 

Quest’anno pare sia andata addirittura meglio degli altri anni. Che cosa avete cambiato?

In realtà nulla, ma è vero che c’è stata davvero una grande adesione; credo che sia l’effetto del post pandemia. Ho avuto la possibilità di vedere dall’alto tutta la manifestazione, perché sono stato su un carro con gli amici Franz e Bepi e ho notato il desiderio e la necessità delle persone di potersi finalmente riappropriare della libertà che da due anni era stata negata. Un desiderio semplice, ma che credo sia alla base della nostra esistenza, poter godere della vicinanza di famigliari ed  amici, il rivedere persone care o semplici conoscenti in un contesto gioioso e spensierato come la sfilata dei carri. E lo spettacolo dei bimbi mascherati che ci hanno accompagnato durante tutto il tragitto, fatine, gnomi, streghe, uomo ragno, maghi, cowboys, indiani, tutti desiderosi di lanciare i coriandoli e di riceverne una manciata in cambio ha riempito i cuori di tutti. 

C’era anche una nutrita schiera di personalità…

Per noi non è una grande novità: l’ex presidente Luis Durnwalder è un ospite fisso, come l’onorevole Luisa Gnecchi, che però quest’anno non è potuta venire a causa di un impegno a Roma. Noi mandiamo l’invito a tutti, e ogni volta sottolineiamo che la loro presenza deve essere alla pari del semplice cittadino, fuori dai canoni di ufficialità e formalità. E infatti ho scorto un presidente Kompatscher rilassato e felice, mi ha fatto piacere e mi piace pensare che abbia potuto trascorrere una giornata di svago.

Autore: Luca Masiello

Appiano all’epoca dei Franchi

Come riferisce lo storico longobardo Paolo Diacono, tra il 575 e il 590 l’esercito dei Franchi attraversò più volte la valle dell’Adige. Diversi “castra” di origine romana, in quel periodo presidiati da arimanni longobardi, furono distrutti, la popolazione in gran parte schiavizzata. Solo grazie all’intervento dei vescovi Ingenuino di Sabiona / Bressanone e Agnello di Trento fu possibile liberare molti prigionieri dietro pagamento, si vocifera, di un’ingente somma di denaro. 

I Franchi, che sotto Carlo Magno avrebbero sconfitto definitivamente i Longobardi di Desiderio nel 774, penetrarono in Trentino per “vendicare” i continui sconfinamenti dei Longobardi nelle Gallie e, soprattutto, per contrastare sul nascere la pericolosa alleanza tra Longobardi e Bavari, questi ultimi stanziati nella piana di Bolzano fino a Laives. Per primo occuparono il castello di Anagni, eretto, secondo la leggenda, da Teodorico, re dei Goti. Da questo castello prese nome l’intera valle chiamata prima di Nan e successivamente di Non. Cramnichis, il condottiero dei Franchi, sconfisse poi il conte di Lagare (Val Lagarina) Ragilo  in una sanguinosa battaglia nella piana Rotaliana. 

Nella cruenta guerra del 590, i Franchi imperversarono nuovamente in Bassa Atesina. Distrussero diversi castra: Tesana (Tesimo), Maletum (Meltina), Sermiana (Sirmiano), Appianum (Appiano), Fagitana (Fàdana di Cembra), Cimbra (Cembra), Vitianum (Vezzano), Bremtonicum (Brentonico), Voalenses (Voleno), Ennemase (Egna/Castelfeder) “et duo in Alsuva” (Valsugana). Terminata la guerra, nell’anno 591 una nuova calamità colpì la Val d’Adige: non piovve da gennaio a settembre e non vi furono raccolti. Perfino l’erba da foraggio si seccò nei campi.  Come non bastasse, sia quell’anno sia quello seguente l’intera valle fu invasa dalle cavallette. La Bassa Atesina era in ginocchio, affamata e decimata come mai negli ultimi secoli.

Questi castra o castella non vanno però intesi come castelli medievali ma bensì come veri e propri villaggi fortificati, occupati da una vasta popolazione dedita all’agricoltura, all’artigianato e ai commerci. Si presume che in epoca romana il fondovalle fosse ancora poco popolato e gli abitanti privilegiassero questi insediamenti collinari o di mezza costa. Non se ne sa ancora molto perché – a parte Castelfeder – pochi sono stati esplorati a sufficienza. La stessa Appianum, come sappiamo, risale certamente alla precedente epoca romana, durata mezzo millennio e terminata da poco più di mezzo secolo. In quel periodo di occupazione longobarda – si presume vi fosse stanziata una guarnigione di arimanni – rivestì certamente una notevole importanza sullo scacchiere del duca di Trento Evino. Da qui controllava le mosse di nemici e alleati lungo tutta la valle dell’Adige. Si spiega così la veemenza con cui fu attaccata dai guerrieri franchi che di fatto rasero al suolo il vecchio centro abitato romano. 

Da quel momento in poi, il territorio di Appiano fu di fatto occupato sistematicamente da coloni e “signori” di stirpe longobarda e bavara che si affiancarono all’antica e residua popolazione romana. Il processo di assimilazione fu lento e la convivenza tutt’altro che semplice. Le genti romaniche e germaniche vivevano una accanto all’altra e continuarono a osservare proprie leggi, a praticare propri culti., a seguire proprie tradizioni. 

Anche negli altri paesi e villaggi della Bassa Atesina della destra Adige successe la stessa cosa. Sul lato opposto della valle il processo di assimilazione fu ancora più lento e si concluse soltanto dopo l’anno 1000. In epoca carolingia, nell’845, un atto giudiziario ci permette di conoscere i nomi di tre scabini attivi ad Appiano: Hagilo de Prissianum, Launulfus de Bavarius e Fritari de Apiano. Gli scabini erano giudici introdotti e nominati da Carlo Magno e di fatto “suggerivano” la sentenza al conte che presiedeva il tribunale e formalmente pronunciava il verdetto. Il fatto che tre alto funzionari di stirpe germanica occupassero cariche di quel livello potrebbe dimostrare che nel IX secolo gli “immigrati” bavari e longobardi si erano già ampiamente stabilizzati nella zona settentrionale del ducato di Trento. Nel documento, i tre vengono definiti “Teutisci” ovvero todeschi, per distinguerli dai longobardi. Possiamo dunque supporre che la definitiva stabilizzazione dei nuovi arrivati bavari e longobardi nella zona di Appiano (in precedenza vero e proprio feudo romanico) risalga perlomeno all’epoca di Carlo Magno. Gli stessi nomi delle principali località del territorio, tutte di chiara origine romana, vengono tedeschizzate proprio in quel periodo: da Appiano a Eppan (con la E al posto della A e l’accento spostato sulla prima sillaba), da Cornaianum a Girlan, da Missianum a Missian. 

Poi per alcuni secoli cala il silenzio su Appiano: finché nel XII secolo riappaiono testimonianze che confermano la completa “metamorfosi” germanica del luogo: accanto a Ebpan o Eppan compaiono anche Screbuhilen / Schreckbichl (Colterenzio), Routa (Reit), Gurlan, Missen o Missian: dove la conservazione della desinenza rimane a perenne ricordo dei trascorsi romanici.

Autore: Reinhard Christanell

Salorno e Roveré: un confine invisibile

L’altoatesina Salorno e la trentina Roveré della Luna: due paesi a poca distanza, circa quattro chilometri, divisi da una sottile linea di confine dettata dall’appartenenza a due diverse province. Linea che nella realtà storica non c’è mai stata, come si tende invece a far passare in tempi moderni sulla scia del cosiddetto “confine linguistico”.

“In tremila anni di storia, a Salorno non c’è mai stato un confine” afferma l’architetto Franz Kosta, facendo presente che se un “confine” c’era in ogni caso era “più in giù”. Con l’andare dei decenni il confine si è poi spostato, ma Salorno ancora oggi non si può definire ad un paese di confine. E men che meno il confine è linguistico, proprio perché ci sono stati sempre continui scambi fra popolazioni. “Le lingue non sono mani state importanti, noi parlavamo uno con l’altro senza nessun problema” spiega Kosta, portando molti esempi in questo senso di parole di derivazione tedesca, latina, italiana e di altri dialetti più antichi, ancor oggi utilizzate. “Per dire, Cauril e ugualmente Gfrill sono solo lo storpiamento della parola latina con cui è stata nominata Cauria (frazione del Comune di Salorno) – rivela – Lo stesso vale per la frazione dei Pochi, con la differenza che è lo storpiamento della parola “Buchholz”, dal tedesco medievale attribuita dai Baiuvari, perché in latino sarebbe “fagitana”, in quanto c’erano gli abeti, i faggi”. Ma come questi, ci sono molti altri esempi di questo genere anche nel vicino Trentino. “Faedo ha la stessa etimologia della tedesca Pochi. Salorno invece è una parola reta, quindi pre-latina”.

Stesso discorso per i cognomi. Molte persone residenti qui in Alto Adige hanno il cognome italiano e parlano più volentieri il tedesco. Come, per contro, nel vicino trentino è altrettanto normale trovare persone che parlino soltanto dialetto ed italiano, nonostante abbiano cognomi di evidente radice germanica. “Da questo si capisce la loro storia, ovvero di quale realtà hanno fatto parte per 500 anni”, ricoda Kosta. Spesso i cognomi sono spesso accomunati dall’essere associati ad una professione o ad un luogo di provenienza, o di abitazione. E n pratica tutto è un po’ influenzato dal ladino, dall’italiano e dal tedesco. 

“Non si può tracciare una linea – commenta Kosta – C’è ben un confine, ma è più sulla carta e nella nostra mente che non nella realtà. Infatti fra i contadini se uno parla tedesco e uno italiano è uguale, si capiscono.In tutte le parole di campagna, ad esempio per identificare gli oggetti, è solo l’accento che cambia”. Lo stesso vale per molte vie e strade, anche in Trentino, solamente ci si è dimenticato da dove arrivano questi nomi. Va ricordato anche che latini e reti non hanno abitato tutte le valli, infatti molte terminologie non hanno subìto alcuna influenza linguistica.

Ma allora, come mai a Roveré della Luna si parla solo italiano e a Salorno c’è il bilinguismo? “Roverè è stata tedesca fino al 1918 – prosegue -. Gli italiani che abitavano qua erano il 20% ed erano tutti fieri pdel loro l’imperatore, non c’erano problemi. Nessuno vuole ritornare lì dove eravamo. Nessuno parla di questa cosa qua. Stiamo analizzando qual è l’origine di certe parole e tradizioni, scoprendo che accomunano davvero tanto”.

I sindaci di Roveré (Luca Ferrari) e di Salorno (Roland Lazzeri) hanno un buonissimo rapporto di vicinato e si sentono spesso per scambiare idee. Come vicini di casa, che però fanno riferimento a realtà diverse, da punto di vista amministrativo.

Autore: Daniele Bebber

AIED: la sezione Andreina Emeri di Bolzano compie 50 anni

Nel 2023 l’Aied di Bolzano, sezione Andreina Emeri, festeggerà i 50 anni e per questo momento così importante, ha deciso di organizzare una serie di attività ed eventi durante tutto l’arco dell’anno, volti alla promozione della consapevolezza e dell’autonomia economica delle donne, filo rosso che lega tutte le iniziative. Tre le iniziative organizzate per l’occasione: dal 2 marzo al 17 aprile 4 workshop in sede; il 10 giugno la festa dei 50 anni presso il Bocciodromo di Bolzano e il 30 settembre il convegno “Donne e denaro” al Teatro Cristallo. Tutti gli eventi sono liberi e gratuiti, aperti alla popolazione previa iscrizione.

A dare il via al progetto dei festeggiamenti sarà il primo dei quattro workshop, durante i quali si tratteranno i temi come il lavoro, il conto corrente e la gestione delle risorse finanziarie proprie e familiari.  

Primo appuntamento il 2 marzo con la Commercialista e revisora dei conti Bruna Micheletto sul tema Educazione economica e finanziaria. L’autonomia nelle scelte economico-finanziarie, lavorative, familiari e previdenziali anche per favorire la libertà delle donne. 

Durante il secondo laboratorio, il 16 marzo, l’avvocata Lorna Ciacci affronterà il tema della Gestione economica familiare, divisione delle spese, conto corrente cointestato e possibili strategie. 

Il 23 marzo l’appuntamento sarà con la cooperativa Gea e la Prevenzione della violenza economica. Le operatrici del Centro Antiviolenza Mirca Zanoni e Stefania De Cicco parleranno di gestione delle finanze familiari e di come la violenza economica privi la donna della propria autonomia e non le permetta di godere e partecipare alla gestione delle comuni finanze domestiche provocando sentimenti di dipendenza, ansia, stress e depressione che ne limitano le libere scelte. 

L’ultimo appuntamento, per questa parte “formativa”, sarà il 17 aprile con la Vicepresidente dell’Inps Luisa Gnecchi sul tema dell’Indipendenza economica anche da pensionate. Imparare a parlare di soldi e avere il coraggio di gestirli fin da giovani è una questione di sopravvivenza in particolare per le donne che vivono più a lungo, spesso con la prospettiva di pensioni più basse a causa del gap salariale, delle assenze dal lavoro per maternità o assistenza ai familiari e di cura in generale. 

I workshop avranno luogo dalle ore 18 alle 20 presso la sede dell’Aied in Corso Italia 13 M. La partecipazione è gratuita e limitata a un massimo di 20 persone. Iscrizione presso la segreteria del Consultorio, telefonicamente al numero 0471 910586 oppure scrivendo a info@aiedbz.it

Il 10 giugno dalle ore 18 alle 24 presso il Bar Bocciodromo di viale Trieste 17 a Bolzano ci sarà poi la festa per i 50 ANNI del Consultorio Aied. Un’occasione di incontro e condivisione, aperta a tutte e tutti, proprio nei giorni in cui ricorrono i 50 anni dall’atto costitutivo dell’associazione. 

La musica della serata sarà a cura delle Dj Rol&Pi@ e Shanti Baba. Negli spazi del Bocciodromo verrà organizzata un’esposizione frutto di un lavoro artistico delle studentesse e studenti di due classi del Liceo Pascoli di Bolzano sulla storia e l’attività dell’Aied a Bolzano, il contributo e lo sguardo delle nuove generazioni sul consultorio e l’associazione.  

Il 30 settembre dalle ore 9 alle 18 presso il Teatro Cristallo si terrà la giornata di approfondimento “Donne e denaro”. La partecipazione sarà ad ingresso libero su prenotazione direttamente sul sito del Cristallo www.teatrocristallo.it  

“Droga. Un rischio sempre più alto per tanti giovanissimi”

A buon mercato e in grado di provocare dipendenza nel giro di pochissimo. Le sostanze, come il crack, che circolano sul mercato bolzanino sono un pericolo concreto per giovani e giovanissimi. L’attività terapeutica del SerD.  

L’allarme lo lancia Tanja Umari, psichiatra del SerD, il Servizio per le Dipendenza della ASL, ed è un invito a tutta la società altoatesina, non solo alle famiglie della città di Bolzano. “Negli ultimi tempi abbiamo visto un aumento della quota di ragazzi in cura da noi. Bisogna capire che si tratta di una realtà – quella della tossicodipendenza giovanile – che non è solo un problema lontano, di qualche metropoli ma che può potenzialmente toccare tutti, sia nel capoluogo che nelle valli” afferma la dottoressa che, dopo una decennale esperienza al SerD giovani di Trieste, adesso guida il gruppo di specialisti che nel SerD di Bolzano si occupano delle dipendenze da sostanze psicotrope dei giovani sotto ai 25 anni. 

Negli ultimi anni, il profilo dell’utente che si rivolge al servizio per problemi di tossicodipendenza si è modificato profondamente. Nel biennio 2019/20, sono arrivati al SerD 158 nuovi utenti under 25, di cui 60 minorenni e nell’ultimo anno, le persone seguite dal servizio e minori di 25 anni sono state costantemente attorno ai 100. “Si è passati dall’utente eroinomane con una dipendenza per così dire “storica” a ragazze e ragazzi adolescenti”, spiega la psichiatra, “sono questi il target degli spacciatori. Hanno il cervello ricettivo alle sostanze e – è triste ammetterlo – sono degli ottimi clienti. Inoltre l’offerta di droga si adatta alle tasche dei più giovani. Con pochi euro è possibile comprarla”.  

È soprattutto la tipologia di sostanze a destare grande preoccupazione. La sostanza maledetta, che ultimamente si sta diffondendo e che maggiormente preoccupa gli addetti ai lavori, è il crack, una droga che ha fatto strage di vite e che siamo abituati a conoscere dai documentari e dai film a stelle e strisce ma che ora circola anche nelle vallate alpine. A buon mercato, il crack è costituito da cristalli di cocaina che vengono fumati per mezzo di una pipetta di vetro e che, dopo pochissime assunzioni, rende schiava la persona che lo inala. Il crack rende dipendenti quasi da subito e l’assunzione nei giovani è una vera e propria bomba che può dare origine a psicosi, schizofrenia fino a ictus o infarto e overdose. Ad esso si aggiunge il policonsumo e l’eroina, in un primo tempo solo fumata e non iniettata, il cui potenziale di dipendenza viene pericolosamente sottostimato dai giovani.  

Il metodo per contenere e contrastare questa nuova piaga non è solamente la repressione ma anche la prevenzione e il lavoro di strada, una direzione verso cui si sta muovendo anche il servizio locale. “Avremmo bisogno di avere un maggior numero di persone che parlino la lingua dei giovani, che lavorino sul campo come street worker ed educatori per orientarli. Ci stiamo attrezzando in questo senso ma la strada da fare è ancora lunga”. Importante, come sempre è intercettare il giovane prima che il problema si sia cronicizzato e che questi abbia tagliato i ponti con la vita “normale”. “Nei primi tempi i ragazzi hanno relazioni sia con amici che non hanno contatti con la droga sia con il mondo della dipendenza e dello spaccio”, sostiene Umari, “in questa fase risulta più facile ed efficace il percorso terapeutico”. Un ultimo appello è rivolto alle famiglie. “Spesso abbiamo riscontrato nei genitori una certa sottovalutazione quando li informiamo che i figli consumano sostanze come la cannabis”, conclude la psichiatra, “così non dovrebbe essere. Queste possono comunque provocare gravi danni allo sviluppo del cervello dei figli e preparare il terreno a sostanze più dannose. Oggi seguiamo molti giovani che devono affrancarsi dai cannabinoidi”.  

Molto spesso, le famiglie sono impreparate ad affrontare una situazione di tossicodipendenza o si sentono sole. La raccomandazione della psichiatra del SerD è chiara. “Invitiamo a rivolgersi a noi per farsi consigliare e seguire con terapie per ragazzi e famiglie”. 

Autore: Nilo Ruggeri