Un’onorificenza per Elda e Cesare

Uno degli eventi più sentiti, attesi e partecipati nell’abitato di Laives è sicuramente il Carnevale, al punto che i suoi “genitori artistici”, Cesare Zenorini e Elda Paolazzi, riceveranno un’importante onorificenza istituzionale. Si tratta di una deisione presa all’unanimità nell’ultima seduta del consiglio comunale del 2025.

“Da quasi cinquant’anni ormai, Cesare Zenorini ed Elda Paolazzi sono impegnati nell’organizzare il carnevale, una grande festa che anche quest’anno promette rappresentazioni sgargianti e colori sfavillanti. Un duro lavoro che la città vuole premiare. Perché è la passione a mettere in moto il motore con cui Cesare ed Elda, assieme ad un folto gruppo di collaboratori, hanno contribuito a far crescere e valorizzare il Carnevale come appuntamento di riferimento per l’intera comunità e da ben 47 edizioni.
“Non mi aspettavo una cosa così grande come un’onorificenza – racconta Zenorini -. Organizzo il Carnevale da anni per una pura passione che però ha coinvolto anche le nostre famiglie. Quando i miei figli erano piccoli mi aiutavano persino a modellare la cartapesta”.

Zenorini racconta che questo “impegno” è nato quasi per gioco, perché all’inizio il carnevale era un carretto realizzato dalla scuola materna di Pineta di Laives. Poi nel tempo si è trasformato in un evento strutturato e con sempre più pubblico. “Il figlio di Elda frequentava la scuola materna di Pineta. Lei viene da Altavalle, in Val di Cembra, e lì c’erano anche tanti veneti arrivati dopo l’alluvione del Polesine. Sono due zone con una forte tradizione carnevalesca che si sono messe insieme e da lì è partito tutto”.

Nei primi anni la sfilata si faceva a Pineta. Poi, il crescere dell’evento ha portato a doversi trasferire a Laives. A Pineta però c’è il magazzino – deposito dei carri. 

La proposta di conferire l’onorificenza era stata presentata in giunta prima del penultimo consiglio comunale. Dopo un confronto interno e prima dell’approvazione definitiva, al nome di Zenorini è stato affiancato quello di Elda Paolazzi. 

“Ricevere un riconoscimento del genere è davvero bello – sottolinea Zenorini -. Significa che quello che abbiamo fatto è stato apprezzato”. 

“Ho deciso che dedicherò l’onorificenza che mi verrà assegnata a Gino Coseri – afferma Elda Paolazzi -. Non sono mai salita su un carro, non ho mai preso un microfono in mano, con i miei collaboratori abbiamo sempre lavorato ma dietro le quinte. Faccio, facciamo e basta. Comunque ringrazio vivamente tutti per questo bel pensiero”.

Accanto a loro opera anche Gianni Bergamo, per gli aspetti legati al capannone e alla sicurezza dei carri. Ma come in ogni storia anche qui non sono mancate le difficoltà. 

Zenorini aveva anche presentato le dimissioni per motivi di salute, ma la volontà di non interrompere bruscamente l’esperienza l’ha spinto a cercare altre soluzioni insieme ai Comuni di Laives e Bolzano. “Organizzare un Carnevale richiede tempo, energie e risorse economiche. Ho iniziato a lavorarci a fine ottobre e continuo ancora oggi tra permessi e pratiche burocratiche, che mi accompagneranno fino al giorno della sfilata”. 

Importantissimo però è il lavoro di squadra. “Una persona da sola non può fare tutto. Per questo ci appoggiamo al Centro Servizi Volontariato di Bolzano, che supporta le associazioni con consulenze e assistenza”. 

La particolarità del Carnevale di Laives è la sua capacità di rinnovarsi ogni anno, proponendo carri con tematiche sempre nuove “ad eccezione di quello di apertura, simbolo del Carnevale, con Franz e Bepi – spiega Cesare Zenorini – I gruppi che partecipano sono accompagnati da coreografie curate nei minimi dettagli. Le prove dei ballerini iniziano mesi prima e proseguono fino a pochi giorni dalla sfilata”. 

Quest’anno la previsione è di diciannove tra carri e gruppi pronti a riempire di colori e musica Laives e la frazione di Pineta, dove la sfilata si concluderà davanti al parco, proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio quarantasette edizioni fa, e intanto il ricco libretto del programma è già stato distribuito in tutte le case. 

La tradizione, al passaggio dei carri, invita tutte le famiglie a vestirsi in maschera e partecipare, rendendo il Carnevale di Laives una vera e grandissima festa di comunità.

Autore: Daniele Bebber

Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti

Una vita con il motore al limite

Manuela Gostner ha fatto del rombo dei motori la colonna sonora della sua vita: ecco come la pilota è riuscita ad entrare nel mondo dell’automobilismo e a trovare la sua strada, fatta di rispetto, determinazione e passione.

“Chi non è abituato farebbe fatica persino a tenere gli occhi aperti” racconta Manuela Gostner; dalle sue parole si apprende molto chiaramente che nel mondo delle corse, in un certo senso, l’estremo diventa normalità con incidenti che spesso scorrono davanti agli occhi senza essere davvero “visti” e riflessi allenati a reagire ancor prima di pensare. “Siamo così abituati a queste situazioni che non ci soffermiamo sul loro peso. È un altro stato mentale.” Insomma, chi quell’universo lo osserva da fuori può sembrare surreale, forse persino folle.

Manuela Gostner, cosa spinge una donna a entrare in un ambiente storicamente maschile com’è l’automobilismo?

Parlando di me, in realtà è successo tutto per caso. Ho fatto pallavolo per tanti anni, ma in famiglia le corse c’erano già. Mio papà e mio fratello gareggiavano nel Ferrari Challenge. Un giorno ci invitarono a una prova e mio padre mi disse: “Prova anche tu”. Era una Ferrari 458 Challenge, una vettura da pista vera e propria. Sono salita, ho fatto qualche giro e mi ha affascinata subito; sembrava un altro mondo. Il momento decisivo è arrivato poco dopo, quando ero seduta accanto a quello che allora era il mio allenatore e oggi marito. lui mi ha mostrato cosa significa guidare un’auto al limite, sfruttando tutto quello che può dare. Lì è scattata una sfida personale, ho pensato che  se lui poteva imparare, potevo farlo anch’io. Ho fatto sport per tutta la vita, sapevo come si impara. Mi sono detta: “voglio diventare la pilota migliore che posso essere”.

La prima gara non si dimentica mai, giusto?

Esatto: era il 26 giugno del 2014. Avevo una paura enorme, tanto che prima della partenza stavo addirittura malissimo. In realtà quando scatta il verde, entri in una specie di tunnel dove reagisci, sei concentrata, quasi come un robot. Quella tensione prima della partenza non se ne va mai del tutto, in sostanza è rispetto per quello che stai per fare. È uguale anche per i piloti di Formula 1. È una battaglia, la bandiera a scacchi sventola e tutto inizia, ma solo a fine gara realizzi il risultato.

Quali sono le piste che le hanno lasciato maggiormente il segno?

Sicuramente Spa-Francorchamps, con curve leggendarie come Eau Rouge e Blanchimont, e poi la famosa 24Ore di Le Mans, che si corre in gran parte su strade normalmente aperte al traffico. Case, alberi, asfalto irregolare. È la pista con la velocità media più alta al mondo: affascinante e molto esigente.

Ha conosciuto qualche grande nome del motorsport? 

Nel Mondiale Endurance ho corso contro i piloti più importanti. Alla mia prima 24 Ore di Le Mans c’era anche Fernando Alonso. Ma in generale ognuno sta nel proprio box. In gara sei concentrato e gli altri sono avversari, non c’è molto “dietro le quinte”. Anzi, per chi se lo immagina glamour, il weekend di gara è noiosissimo. Si pensa a migliorare, si va a dormire presto, si recuperano energie. Tutti sono stanchi e concentrati.

Nella sua carriera che auto ha guidato? 

Le GT sono derivate da modelli di serie, poi trasformate per la pista. Le GT3, usate nelle gare endurance come Le Mans, sono molto più “racing” rispetto alle Challenge. La macchina più straordinaria che abbia guidato è la 488 GTE: un’astronave.

In questa disciplina come siamo messi con le quote rosa? 

Siamo poche, quindi ci conosciamo tutte ma stiamo aumentando in ogni ruolo: pilota, meccanica, ingegnera, team principal. Però il motorsport rimarrà più maschile, come il balletto resterà più femminile. È una questione d’interessi: poche sentono davvero questa passione così forte da iniziare un percorso.

Corrisponde al vero l’idea che uomini e donne guidano in realtà in modo diverso? 

Non siamo uguali, nello sport come nella vita. In generale gli uomini sono più portati al rischio immediato, noi siamo più prudenti, partiamo in sicurezza, poi ci avviciniamo gradualmente al limite. Alla fine si arriva allo stesso punto ma con un percorso diverso.

Personalmente, cosa le ha dato il motorsport?

È molto formativo. Ti insegna a cadere e a rialzarti tante volte. Ti dà carattere, ti rende più solida.

Ci racconta come è una giornata tipo di una pilota in gara.?

Sveglia, colazione, briefing con ingegnere e coach, ultimi consigli, concentrazione prima della partenza. Nelle gare sprint la strategia è più semplice ma l’ansia c’è sempre. Cerchi delle distrazioni, parli, respiri. L’importante è rimanere centrati.

E la sua famiglia che cosa dice? Come si rapporta con questa sua passione?

All’inizio le mie figlie soffrivano la mia assenza, mi vedevano come la mamma rompiscatole. Oggi sono più grandi e sono orgogliose. E questo ripaga di tutto.

Può lasciarci un suo consiglio personale per chi sogna di entrare a far parte di questo mondo? 

Fidarsi del proprio istinto, seguire la passione e non farsi condizionare troppo dalle opinioni altrui.

Autore: Daniele Bebber

Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Al “Point” una sfilata di moda sostenibile

Quello realizzato nel Laboratorio di Cucito di via Stazione a Egna al Centro Giovanile Culturale “Point”, è stato un pomeriggio di moda sostenibile, artigianato e creatività condivisa. Lo hanno chiamato “Sfilasta” ed è un progetto dell’associazione JoyENJoy nell’ambito del progetto “Rigenera”.

Ideato dopo nove anni d’attività, nei giorni scorsi è stata per la prima volta portato fuori dalle mura del laboratorio per essere mostrato alla comunità. Sibylle Bazzanella, referente di JoyENJoy, ha presentato il progetto “Rigenera”, realizzato in collaborazione con Jugend Cultura e Alkemilla. 

Per un’intera giornata, dunque, il laboratorio di cucito interculturale è stato aperto al pubblico, che ha dimostrato di apprezzare come certi capi recuperati, riciclati, rimodernati e indossati dalle modelle,  possano trasformars nei protagonisti di una sfilata. 

Il risultato di mesi di lavoro si è tradotto in una passerella all’insegna della creatività e della moda responsabile, e a conclusione gli abiti sono stati messi all’asta e il pubblico ha potuto aggiudicarsi i vari outfit, con il rilancio più alto a decretare ciascun vincitore. 

Circa un centinaio di persone ha gremito il centro giovanile Point per l’evento, e quasi tutti i circa venti capi proposti sono stati venduti. Il pubblico, molto vario ed entusiasta, ha potuto inoltre gustare un apprezzatissimo buffet interculturale, con piatti come riso afghano e dolci mediorientali. 

Numerose sono state anche le persone impegnate dietro le quinte nei diversi ruoli organizzativi. 

“Secondo me è stata un’ottima iniziativa di sostenibilità, riciclo, interculturalità e coesione sociale – ha commentato Elena Barbiero, collaboratrice ai progetti di Jugend Cultura – La sfilata è stata il momento centrale di un pomeriggio dedicato alla sostenibilità, arricchito da spazi espositivi con oggetti eco-friendly. Il sostegno del Bando Rigenera, ottenuto nell’ambito del programma “Generazioni”, ha dato nuovo impulso al laboratorio, che quest’anno ha inaugurato anche il Second Hand Point, uno spazio adiacente dov’è possibile portare capi usati in cambio di punti da utilizzare per altri indumenti o per servizi di sartoria. 

Il progetto, nato per contrastare lo spreco tessile e promuovere il riuso, ha trovato nella sfilata il proprio momento più rappresentativo, cioè il culmine di un percorso condiviso e l’invito a scoprire una moda più consapevole, creativa e solidale.

Autore: Daniele Bebber

Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

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Penne nere di Ora: cuore in servizio in Emilia Romagna

Nel silenzio di un piccolo abitato emiliano, dove la natura ha fatto la voce grossa, il canto della solidarietà ha riecheggiato dall’Alto Adige grazie agli Alpini di Ora, ancora una volta in grado di ricordare che la vera grandezza umana sta nella volontà di tendere la mano a chi ha bisogno.

Ci sono gesti che riescono ancora a restituire fiducia nell’umanità. È il caso di questa storia, in cui un atto di concreta solidarietà è stato in grado di portare un raggio di speranza ad una famiglia colpita dalla devastazione. 

Ripercorrendo quanto raccontato da Giorgio Cavalli, socio e interlocutore del Gruppo alpini di Ora, la storia ha origine fra il 17 e il 20 ottobre dell’anno scorso, giorni in cui una violenta ondata di maltempo si è abbattuta sull’Emilia Romagna. 

Le piogge incessanti hanno causato frane ed esondazioni, lasciando dietro a sé dei danni considerevoli, oltre ad una buona e comprensibile dose di paura. Tra chi si è trovato nell’epicentro dei colpiti nel corso di quelle giornate, c’è la famiglia Rossi, residente in un paesino alle porte di Bologna. “La sera del 19 ottobre 2024 io e mio figlio eravamo in casa – racconta Norma Rossi, madre del piccolo Enea di appena un anno e mezzo agli alpini e ai presenti sulla soglia di casa sua, ancora danneggiata dal maltempo – Fuori pioveva a dirotto, ma sembrava tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, la montagna ha ceduto. Fango e alberi hanno distrutto una nostra parete al piano terra e hanno raggiunto anche il primo piano, sfondando i vetri. Siamo riusciti a uscire giusto in tempo. Pensavamo che tutto ci crollasse addosso”. In altre parole si è trattato di una tragedia sfiorata e d i un evento che comunque ha lasciato la famiglia con una casa e una vita da ricostruire. 

Ma il karma ha voluto che a un anno di distanza, quello stesso destino abbia voluto intrecciare questa storia a quella degli Alpini di Ora, gruppo fondato nel 1932, costituito da oltre un centinaio di membri attivi e guidato da Andrea Tava. “Chiedevamo solo un piccolo aiuto, un gesto d’amore per poter ricominciare – le parole commosse di Norma -. Quello che abbiamo ricevuto è molto di più, è stato un segno che ci dà forza. Quindi grazie di cuore a tutti gli Alpini e a chi ha creduto in noi”.

L’INTERVISTA

Presidente Tava, ci può raccontare qualcosa in più sulla consegna fatta? 

Durante l’evento “Militari alla Torre” abbiamo consegnato alla famiglia Rossi un assegno, simbolo tangibile della vicinanza del nostro gruppo. Parte dei fondi proveniva dalla tradizionale “Maccheronata in Piazza”, che organizziamo ogni anno con il contributo volontario di cittadini e sostenitori.

Oltre voi ha contribuito qualche altro ente a questa buona causa?

Si, la società Viaggi Markus Reisen di Egna ha voluto dare il proprio contributo, mettendo gratuitamente a disposizione il pulmino per la trasferta e poi partecipando alla donazione. Voremmo sottolineare un ringraziamento alla famiglia Ansaloni, promotrice dell’evento “Militari alla Torre” che ha fattoo sì che questo incontro fosse possibile.

Come avete appreso della richiesta d’aiuto lanciata da questa mamma per la sua famiglia?

Abbiamo saputo di questa situazione attraverso una rete di contatti e ci è sembrato abbastanza naturale intervenire. Del resto la solidarietà fa parte del nostro Dna. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a chi, come loro, ha perso tutto.

Come siete entrati in contatto con lei?

è stato grazie a un nostro socio appassionato di collezionismo. Era ad una fiera a Bologna e – penso tramite contatti che ha giù – è venuto a conoscenza della situazione di questa famiglia. Ha portato la storia in direttivo e ci siamo mobilitati.

Parlando della maccheronata, è l’unico evento solidale che promuovete?

No, ne facciamo tante, ma la maccheronata è la nostra iniziativa di punta!

Autore: Daniele Bebber