Tutte insieme sulla stessa barca, pagaiando sull’acqua al ritmo di un unico respiro: per le Dolomites Pink Ladies la via della ripresa dopo il tumore passa di qui. “Dragon Boat” è infatti il nome di questa nuova terapia, che si è rivelata utilissima nella riabilitazione post operatoria del tumore al seno.
La terapia riprende una disciplina sportiva orientale di antica origine praticata su acque ferme, cioè fiumi o laghi, con imbarcazioni con la testa e la coda a forma di drago, di qui il nome “Dragon Boat”. Non a caso il drago è simbolo di rinascita, quella rinascita che, uscita dopo uscita, ritrovano le tante “Dolomites Pink Ladies”. Il progetto, che ha stabilmente preso il via nel 2019, è arrivato al 39 equipaggio; lo scorso 30 aprile sono ripresi gli allenamenti settimanali sul Lago di Caldaro, che andranno avanti fino a fine ottobre, abitualmente ogni sabato. Una bellissima iniziativa, organizzata da Lilt in collaborazione con Uisp, ideata e coordinata dalla dottoressa Valentina Vecellio, del centro senologico dell’ospedale di Merano. La dottoressa Vecellio è anche la capitana dell’equipaggio, in quanto istruttrice certificata in attività motoria oncologica presso la clinica universitaria di Colonia/Bonn, tecnico Coni per ginnastica finalizzata alla salute e al fitness, oltre ad aver preso il brevetto Coni per il Dragon Boat, e molto ancora. A una solidissima preparazione medica e tecnica, la dottoressa unisce un’energia umana e un entusiasmo incontenibili, quelle di chi sa per esperienza di cosa si sta parlando, essendo passata anche lei attraverso il tumore.
Tanti cuori che battono all’unisono In dialogo, la dottoressa ci spiega il contesto del “Dragon Boat”, che naturalmente non parte dal nulla e rientra in un progetto più ampio della “terapia del movimento”, in corso all’ospedale di Merano. Come noto, dopo gli interventi al seno per via del tumore, le terapie e i trattamenti antiormonali, molte donne hanno ricadute pesanti come fatica, stanchezza infinita e artralgie. Se una volta si consigliava il riposo, gli studi degli ultimi anni dimostrano invece che molti di questi sintomi possono essere ridotti con un’attività fisica mirata – naturalmente personalizzata a misura di ogni singola paziente. In particolare, proprio l’attività fisica “ciclica” come la pagaiata si è rivelata estremante utile per contrastare il linfedema dopo l’operazione al seno. Ma non solo: la dottoressa ci racconta che, grazie al dragon boat, le donne si riscoprono, trovano nuova forza e coraggio dentro di sé per reagire attivamente alla situazione. “è un po’ come quando si va in montagna, dobbiamo concentrarci su ogni singolo passo; questo ci ricarica, porta a un cambio di prospettiva mentale.”- spiega Vecellio. E poi c’è l’aspetto sociale, della condivisione: quelle pagaiate date all’unisono al ritmo del tamburino uniscono le Pink Ladies nel battito di un’anima sola, che scivola sull’acqua. “E’ da brivido sentire questo spirito di corpo, e anche il drago sembra animarsi”, racconta commossa Vecellio.
INSERZIONE PUBBLICITARIA – Anche quest’anno, è possibile destinare il 5 e l’8 per mille delle proprie imposte alla Caritas e alla Chiesa cattolica, per sostenere progetti di solidarietà in favore dei più bisognosi e interventi di contrasto alle emergenze in territorio italiano. Anche se per molti è un gesto di poco conto, con la propria dichiarazione dei redditi ci si può prendere cura del prossimo, garantendo servizi gratuiti soprattutto a chi ne ha più bisogno.
Siamo a Sarnes, poco a sud di Bressanone, in Alto Adige. Qui, in una struttura messa a disposizione gratuitamente dalla diocesi, la Caritas altoatesina ha allestito un centro di accoglienza per i profughi che scappano dalla guerra in Ucraina. Si chiama casa San Giorgio, e vi incontriamo Alona con i suoi 3 figli di 16, 12 e 10 anni. Sono arrivati a fine marzo, dopo un mese di viaggi e colpi di fortuna che hanno permesso loro di mettersi in salvo. Il marito di Alona è invece rimasto a Kurakhove, a oltre 2.500 km di distanza, per difendere il proprio paese dagli attacchi russi, “Anche se forse lo avrebbero fatto passare” racconta tristemente Alona, mentre ci consegna la sua storia. Con la famiglia viveva nella provincia del Donetsk, nell’Ucraina orientale, territorio interessato da combattimenti già dal 2014. Sono circa 8 anni che Alona vive nella paura, per sé e per i propri figli, e forse è stata proprio questa a spingerla subito a scappare, quando il 24 febbraio la sorella le comunica per telefono che è scoppiata la guerra. Le cose precipitano velocemente: gli spostamenti vengono ostacolati, è impossibile recarsi a scuola o al lavoro e le città precipitano nel caos. Gli scoppi delle esplosioni diventato la costante, di giorni come di notti insonni. Presa la decisione di partire, non è stato così semplice metterla in pratica: la strada è disseminata di pericoli, Alona affronta con i propri figli un viaggio di centinaia di chilometri in autobus fino a Kramators’k per poi raggiungere in treno Leopoli, dalla parte opposta dell’Ucraina. Da qui riescono a riparare in Ungheria e poi al seguito di altri connazionali raggiungono la Slovacchia, dove fanno la conoscenza di alcuni volontari che offrono un passaggio verso l’Italia, arrivando finalmente a Bolzano. Alona esprime una profonda gratitudine verso tutte le persone che l’hanno aiutata fin qui, e ci tiene a ringraziare l’Italia per aver offerto un posto sicuro a lei e ai propri figli. Ad accoglierli ci sono stati gli operatori della Caritas e i numerosi volontari da loro coordinati, ma alle spalle di questo intervento ci sono anche i numerosi cittadini che scelgono di sostenere questi progetti, anche solo con una semplice firma. Ognuno infatti, con la propria dichiarazione dei redditi, può decidere di prendersi cura del prossimo, come visto in questo esempio. Ma la Caritas non è attiva solo per progetti che sostengono i profughi delle guerre: “Con i fondi derivanti dal 5 e dall’8 per mille, quest’anno finanziamo il servizio Hospice della Caritas, la consulenza per debitori, il Centro d’Ascolto, la distribuzione pasti Santa Chiara, così come la Caritas parrocchiale e il volontariato, affinché possano offrire gratuitamente i loro servizi alle persone in difficoltà”, spiegano il vescovo Ivo Muser e il direttore della Caritas Franz Kripp, ringraziando per questa importante dimostrazione di umanità. Ci sono le persone come Claudia, giovane madre di due figli, che durante la pandemia ha perso il proprio lavoro nel settore alberghiero, proprio mentre il marito si è ammalato gravemente. Nel suo caso la famiglia si è trovata di colpo a dover colmare la perdita di reddito con i risparmi, vedendoli ben presto esaurire. Grazie alla consulenza per debitori della Caritas, tuttavia, Claudia ha potuto avere la sicurezza di riuscire a pagare l’affitto e le bollette più urgenti, evitando la possibilità di perdere l’intero appartamento. Anche Anna è grata per l’aiuto ricevuto dalla Caritas: aveva solamente 13 anni quando al fratello maggiore Elias venne diagnosticato un tumore maligno all’intestino. La notizia improvvisa rende difficile affrontare tanto le fasi dolorose della chemioterapia che annienta le forze del ragazzo, quanto la morte precoce che getta in una profonda depressione la sorella. Anna però, grazie al sostegno costante del servizio Hospice della Caritas, ha trovato una via d’uscita, e oggi con coraggio trasmette questa voglia di reagire portando la propria testimonianza ai giovani nelle scuole. Oppure Erisa e Drina, due giovanissime sorelle di 19 e 16 anni, giunte a Bolzano dall’Albania con il sogno di studiare e riscattarsi, ma anche con le difficoltà di riuscire a mantenersi, tra affitti costosi e contratti part-time. Come altri, hanno potuto trovare la via verso l’indipendenza grazie al Centro d’Ascolto della Caritas, un servizio che punta a costruire percorsi di “capacitazione” delle persone che vi si rivolgono, valorizzando o riattivando le risorse che queste portano con sé, attraverso una relazione di ascolto e l’elaborazione di progetti individualizzati. Questi interventi, accanto a servizi più classici, come la distribuzione pasti Santa Chiara e il lavoro delle parrocchie e del volontariato, continuano ad essere possibili anche grazie agli stanziamenti del 5 e 8 per mille alla Caritas e alla Chiesa cattolica.
Con un semplice gesto come la tua firma sulla dichiarazione dei redditi, puoi fare in modo che le persone in difficoltà ricevano un aiuto materiale per i bisogni essenziali come l’alimentazione e l’alloggio, ma anche ascolto, fiducia e sostegno per superare crisi e momenti difficili. Scegliendo la Caritas e la Chiesa cattolica come beneficiari del tuo 5 e 8 per mille, puoi sostenere questi progetti sociali e far parte di coloro che coltivano valori di solidarietà per far crescere l’umanità! L’imposta la paghi comunque, ma a chi questo puoi sceglierlo tu.
Per maggiori informazioni: Diocesi di Bolzano – Bressanone: www.bz-bx.net/it – tel. 0471 306 300 Caritas Diocesi Bolzano – Bressanone: info@caritas.bz.it – tel. 0471 304 300
Inaugura venerdì 22 aprile alle ore 18 a Lasecondaluna di Laives la mostra “Enrico Pedrotti. Presenze”. Pedrotti è stato un importante fotografo e ha attraversato un secolo: nato nel 1905, è stato attivo in Trentino Alto Adige fino alla sua morte, nel 1965. Molti ricorderanno il suo studio in via della Mostra a Bolzano, in cui si dedicava ai ritratti, ma anche alla fotografia industriale e alla pubblicità. La sua specializzazione erano le immagini di montagna e gli sport alpini. Ma Pedrotti è stato anche uno sperimentatore; nella sua carriera si era avvicinato alla corrente artistica del “futurismo” e aveva collaborato con l’artista Fortunato Depero. E proprio su questo aspetto più sperimentale di Pedrotti che si concentra la mostra a Laives. “Si è volutamente scelto di indagare il mondo introspettivo, quello sperimentale e d’avanguardia, da lui percorso in maniera più o meno consapevole.” spiega la curatrice Valentina Cramerotti. In questo senso, la selezione di opere in mostra, provenienti dall’archivio privato del figlio Luca Pedrotti e dalla Cineteca CAI Milano, invita ad osservare la produzione fotografica dell’artista da un punto di vista inedito. Per approfondire: venerdì 6 maggio alle ore 18 si svolge una visita guidata alla mostra con Valentina Cramerotti e Luca Pedrotti, mentre mercoledì 11 maggio alle ore 17 si terrà un laboratorio di cianotipia con Claudia Corrent. Entrambi gli appuntamenti sono a ingresso libero con prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu. La mostra rimane visibile fino al 14.05.2022 (ingresso libero) presso la Sala Espositiva in via Pietralba 29, Laives, mar- giov 16 – 19, ven- sa 10 – 12 e 16 – 19.
Sorgerà nello spazio abbandonato tra Pineta e il ponte pedociclabile di Laives, la nuova serra didattica che sarà messa a disposizione delle scuole locali e pensata per trasmettere una corretta educazione ambientale a tutti gli studenti. Un progetto ideato dal Comitato Civico di Pineta e che ha ricevuto il via libera dall’amministrazione comunale di Laives, grazie anche all’intervento dell’assessore provinciale Giuliano Vettorato che ha deciso di scommettere su questa interessante iniziativa. Si tratta di un progetto che permetterà di valorizzare un’area momentaneamente trascurata, favorendo al tempo stesso un apprendimento attivo attraverso l’uso di un vero e proprio orto. “Si tratta di un programma che si prefigge di dare alla scuola e agli insegnanti gli strumenti necessari per indirizzare i nostri ragazzi a vivere la quotidianità, avendo come prospettiva naturale il rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Un dovuto impegno per gli adulti di domani”, precisa Franco Magagna, del Comitato Civico di Pineta. All’interno dell’area – scelta sia per motivi logistici grazie alla sua facile raggiungibilità che per motivi paesaggistici vista la vicinanza alla bella struttura del ponte – sorgerà come detto una serra didattica fotovoltaica, che potrà essere sfruttata tutto l’anno dagli istituti sia all’interno, grazie ad un ambiente tecnologico protetto e confortevole, che all’esterno, vista la presenza di alcune aiuole con cui si potrà completare il ciclo d’insegnamento. Qui i ragazzi potranno capire e toccare con mano quella che è l’importanza del verde sul nostro territorio, piantando semi e vedendo crescere le piante, ponendosi domande, cercando risposte e scoprendo i processi che regolano l’ambiente attorno a noi. Ma non solo: studieranno i cicli naturali, verranno sensibilizzati sul tema del risparmio energetico, comprenderanno l’importanza della raccolta dell’acqua e rifletteranno sugli sprechi alimentari. Il tutto in maniera completamente inclusiva: “All’interno della serra ci saranno cinque aiuole che tra semina e germinazione trasmetteranno agli alunni l’importanza della terra coltivabile che ricopre parte del nostro pianeta e da cui dipende la sopravvivenza di tutta l’umanità e pertanto il rispetto che dobbiamo ad essa. Sul lato opposto, con la centralina del fotovoltaico, si parlerà del risparmio energetico e di tutto quello che ne consegue a favore dell’ambiente”, continua Magagna. Ci sarà poi una zona dedicata alla raccolta dell’acqua piovana che potrà essere riutilizzata per l’annaffiatura delle aiuole, ed anche un angolo dove gli alunni potranno vedere dal vivo la procedura del compostaggio e come avviene il processo di trasformazione della sostanza organica in terriccio fertilizzante. È poi in programma la realizzazione di una struttura per la raccolta differenziata e un tavolo con delle panche dove poter fare lezione, dialogare e scambiarsi opinioni e idee. A fare da contorno alberi, panchine e, forse, anche un piccolo laghetto. Un progetto apprezzato e condiviso da tutti, grazie al suo imprinting sostenibile che ben si sposa con la visione provinciale in tema ambientale. La giunta ha attuato una strategia in linea con gli obiettivi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite, e si è impegnata a rispettarli nel suo programma di governo. Il progetto della serra didattica rientra quindi pienamente nella campagna Everyday for future, “Insieme per la sostenibilità”.
“È semplice, immediato e possono farlo tutti e a tutte le età: pensi che l’altro giorno ha giocato anche mia madre, che ha 73 anni!”, così risponde David Rossi, presidente del Tennis Club Laghetti, quando gli chiediamo come mai il padel piaccia così tanto. Un successo tale che diversi comuni della Bassa si stanno attrezzando: a breve è prevista l’apertura del campo di padel a Pineta, ma Laghetti ha battuto tutti sul tempo e lo scorso 26 marzo ha inaugurato il nuovo campo di Padel, presso il Tennis Club. Per chi ancora non lo conoscesse: potremmo definire il padel un cugino del tennis, perchè si gioca con palla e racchetta, ma ha molte meno pretese ed è molto più approcciabile. Ne abbiamo parlato con Rossi.
Da dove arriva il padel? È uno sport originario del Sud America, che ha preso poi piede in Spagna e adesso è diffussisimo nel Norditalia; in città come Milano o Bologna ci sono centinaia di campi da padel… tutti impazziscono per questo gioco.
Come mai? Perché è semplice; non è come il tennis, per cui devi essere coordinato nei movimenti e allenarti molte ore prima di cominciare a divertirti veramente. Il padel è intuitivo e per praticarlo basta essere mobili.
Per chi non ha mai giocato a padel: come dobbiamo immaginarcelo? Un po’ come i racchettoni da spiaggia… un mix tra tennis, squash, ping pong e, appunto, racchettoni da spiaggia. Ma, come detto, non serve fare chissà che tiro o avere chissà che doti, basta un po’ di occhio sulla pallina e colpire, non star li “come un cucco” !
Come mai l’idea del campo a Laghetti? Avevamo uno spazio vicino ai campi da tennis qui al Tennis Club e abbiamo pensato che poteva essere una bella occasione per essere più attrativi. Il Comune ci ha dato il permesso e ha messo a disposizione circa 25 mila euro per le opere preparatorie, mentre gli altri 40 mila euro per la realizzazione li ha messi la società come Tennis Club.
Insomma il campo è costato un po’ e non è “piovuto dal cielo”… Certo, ma in confronto ad altri impianti non è molto costoso. Le faccio un paragone: basti pensare che per un campo da tennis, se si ha il terreno vuoto, costa almeno 200 mila euro.
A proposito: quali sono le differenze rispetto al campo da tennis? La grandezza, che per il tennis è 36 per 18 metri, per il padel si riduce a 20 metri per 10. Intorno al campo di padel ci sono delle pareti – il senso è che la pallina resti dentro. Nel nostro caso abbiamo inserito delle pareti di vetro. Si gioca un’ ora e mezza, e natualmente qui si possono nolleggiare racchette e palline.
Il campo è fresco di inaugurazione: come stanno andando questi primi giorni? Certo qui non è come nelle altre città d’Italia in cui si litiga per trovare un’ora libera, ma abbiamo diverse ore prenotate ogni giorno e con la bella stagione verrà preso d’assalto.
E come procede al Tennis Club? Grazie anche alla gloria locale Sinner, il tennis negli ultimi due anni ha avuto nuovo slancio; ogni anno aumentiamo il numero dei soci, ora siamo ad oltre i 130 iscritti. Molti provengono anche da altri comuni come Salorno, Cortina, Laives Bronzolo, ma anche Bolzano. Da noi c’è un ambiente familiare, un clima rilassato e non agonistico.
Avete anche giovani tennisti? Il tennis è uno sport che si pratica in genere da bambini, poi spesso in età giovanile si smette, per tornare sul campo più tardi, tra i 30 e i 35 anni, magari dopo che si è giocato a calcio. Comunque nella prima settimana di chiusura scolastica faremo un camp in cui si potrà giocare a tennis e padel e con vicino anche un campo di calcetto e dei canestri: crediamo sia una buona strada per far assaggiare un po’ tutti gli sport ai ragazzi e condividere dei momenti di divertimento insieme.
Continuano senza sosta in tutta la Bassa le iniziative dei cittadini per ripulire i territori comunali. Nella mattinata dello scorso sabato 26 marzo è stata la volta di Egna. Un gran numero di persone ha aderito infatti all’iniziativa annuale “Paese Pulito-Sauberes Dorf” promossa dal Comune e dall’Assessorato all’ambiente. Sia ad Egna, nel cantiere comunale, che nella frazione di Laghetti, in zona Pinara, si sono ritrovati rappresentanti di associazioni, comuni cittadini, gruppi familiari, amministratori comunali e un gran numero di bambini e ragazzi. Muniti di guanti e sacchi, pronti a raggiungere le zone assegnate da perlustrare, con il prezioso supporto di operai e di alcuni trattoristi, i volontari si sono adoperati nella raccolta dei rifiuti ripulendo aree diverse, distribuite sul territorio comunale. Nella tarda mattinata, “a missione compiuta”, una volta riportati in cantiere i sacchi con i materiali più svariati, tutti i volontari sono stati invitati ad un piacevole momento conviviale con panino e bibita. Ad Egna, l’assessore all’ambiente Giorgio Nones ha salutato e ringraziato i presenti dicendosi soddisfatto della risposta all’iniziativa che prosegue da quasi trent’anni e che nel tempo ha saputo richiamare un numero sempre maggiore di interessati. Ha spiegato quanto sia importante sensibilizzare e coinvolgere la popolazione, soprattutto i giovani e i bambini, che sanno recepire in modo immediato il messaggio e sanno rendersi protagonisti di un’azione semplice, ma fondamentale, volta al rispetto per l’ambiente. L’assessore Klaus Pichler ha voluto confermare quanto espresso da Nones, e si è unito al grande gruppo, dando supporto nell’organizzazione e nella parte operativa. Nella frazione di Laghetti è stata l’assessora Karin Pichler, affiancata da altri rappresentanti del comune, a fare da portavoce dell’iniziativa.”La valenza educativa di questa iniziativa è indiscussa, poiché mira a sensibilizzare la comunità sull’importanza di tutelare e mantenere pulito il proprio territorio che dev’essere considerato bene comune da preservare. E il significativo numero di giovani presenti sabato, sia a Egna che a Laghetti, ha confermato ancora una volta quanto sia importante coinvolgere le nuove generazioni.”
In questi tempi di brutture e violenze, una gita nell’incontaminata serenità di Vadena e dei suoi antichi tesori riconcilia lo spirito. Nel corso dei millenni, varie popolazioni sono confluite sulla riva destra dell’Adige, un luogo riparato e, nel contempo, aperto come pochi al mondo italico e, sull’altro versante, a quello alpino e gallo-germanico. Ne furono attratti, per ovvi motivi, anche molti curiosi e studiosi. Tra loro, il bavarese Ludwig Steub, tenace interprete della misteriosa toponomastica retica tuttora prevalente nella nostra terra. Contrariamente all’opinione corrente, che ritrova in “Vadena” il latino “vadum” (guado), suggerì la radice italica ovvero reto-etrusca di “Fethanei”. In effetti, è assai improbabile che una località abitata almeno 1000 anni prima dei Romani abbia atteso tutto quel tempo per dotarsi di un nome – tanto più se si dà retta a quanto scrive, per esempio, Karl M. Mayr nel 1928: “Il popolo culturalmente molto evoluto, che usava seppellire i propri defunti con grande sfarzo presso Stadio, controllava dalle alture boschive di Laimburg l’antichissima via commerciale del varco di Castelchiaro.” Insomma, non erano certo incolti selvaggi gli abitanti di questa regione ma, anche a giudicare dai preziosi reperti rinvenuti nelle tombe, esponenti di raffinate civiltà. Oggi Vadena è formata da piccoli, a volte minimi agglomerati urbani sparsi su un’ampia striscia di territorio, che dalla stazione di Laives arriva a quella di Ora. Poi una grossa fetta del Monte di Mezzo che si perde nelle acque del Lago di Caldaro in località Klughammer. Se al comune si dovesse dare un colore, sarebbe sicuramente il verde prevalente dei meleti attraversati dalla strada pedemontana per Ora e Caldaro. Ma, come si conviene al suo millenario splendore, è il silenzio il vero nume del luogo, avvolto ma non spezzato dal ronzio di sottofondo dell’autostrada che di là dal fiume taglia in due questa singolare terra basso-atesina. Il centro di Vadena non dà cenni di vita, domenica mattina, e poco oltre anche l’abitato di Birti con il suo campanile solitario e la combinazione di costruzioni vecchie e nuove sembra immerso nell’oblio della storia. Dopo qualche chilometro, il Monte di Mezzo forma un’ansa occupata quasi interamente dal centro di Laimburg. Un tempo la strada ci passava proprio davanti ma oggi per entrare dobbiamo raggiungere il bivio per Caldaro e poi risalire verso nord. Spiccano nel sole del mattino le rocce di porfido rosso-brunastro tra le colline moreniche ed è inevitabile rievocare le parole scritte da Giovanni Oberziner nel 1883: “Sulla sommità del colle era una grande pietra quadrata, circondata da coltelli, cilindri d’argilla, e rottami di vasi, e credo che non abbia torto chi supponga, che questo sia stato l’altare dove si scannavano le vittime, e forse lì appresso s’innalzasse il rogo per abbruciare i cadaveri dei trapassati”. Nel piazzale circondato dagli edifici del centro sperimentale non c’è nessuno, la scuola agraria è chiusa. Ci possiamo aggirare indisturbati in cerca di segni e impressioni di un passato ampiamente noto e documentato da quasi due secoli. Al ritorno, imbocchiamo il passaggio che sotto l’autostrada conduce all’Adige. Superato il terrapieno dell’argine, scendiamo fino a riva. Una piccola insenatura e grossi massi tra la spoglia vegetazione primaverile ci riportano ai tempi in cui qui, o poco distante da qui, attraccavano e poi partivano le colorate imbarcazioni colme di mercanzie alla volta delle maggiori città retiche, euganee e venete fino alle sponde dell’Adriatico.
Raccontare le piccole grandi storie di uomini e donne: con questo intento è nato il progetto “Un secolo di vita ad Ora”. Anche se non sono quelle di persone celebri e famose, queste storie tracciano trame vivaci, che da Ora si espandono all’Alto Adige per toccare le grandi vicende storiche del Novecento.
L’iniziativa, che ha preso il via un paio di anni fa, ha già raccolto 15 biografie di personaggi che hanno abitato a Ora o sono stati comunque strettamente legati al paese. Le biografie hanno trovato spazio nel bollettino comunale, in forma ridotta, come estratti, ma prossimamente verranno pubblicati per intero, corredati di documentazione fotografica. Come accennato, le storie raccontate da “Un secolo di vita a Ora” non sono quelle di celebrità, ma di “persone di tutte le età, appartenenti a diversi gruppi linguistici e provenienti dai più disparati ceti sociali” spiegano gli organizzatori del progetto della Bildungsausschuss di Ora. A proposito: al progetto collaborano Martin Crepaz, Donatella Vivian, Thomas Winnischhofer e Christian Pernter. Irene Hager, mediatrice culturale, è invece la coordinatrice, insieme alla storica Adina Guarnieri. Ci siamo fatti raccontare da Hager come ha avuto l’idea e quali saranno i passi futuri.
Irene Hager
L’INTERVISTA
Come nasce “Un secolo di vita ad Ora”? Qualche anno fa sono tornata a vivere ad Ora, paese natale di mia mamma, e ho sentito l’esigenza di saperne di più sul paese; per me è importante conoscere la storia del posto in cui vivo – come dice lo studioso Sven Lindquist, conoscere la storia “locale” aiuta a capire anche quella del mondo, e fenomeni più ampi. E poi fa parte della mia formazione personale.
In che senso? Come mediatrice culturale ho lavorato per molti musei locali e mi piace scovare le storie racchiuse dentro gli oggetti, i luoghi e le persone. A Ora manca un museo e del resto i musei sono costosi. Ma volevo comunque “scavare” nella storia e quindi ho pensato a questo progetto, che ho presentato alla Bildungsausschuss di Ora.
E come è stato accolto? Sono stati subito d’accordo! Si è formato un team di lavoro di persone di Ora e abbiamo coinvolto anche una storica, Adina Guarnieri, per noi era importante. Abbiamo deciso di concentrarci sugli ultimi cento anni, per restringere il campo delle ricerche storiche – arrivare fino al medioevo sarebbe stato interessante, ma anche molto impegnativo. Abbiamo poi definito un ampio spettro dei settori da cui “pescare” le storie: mestieri, famiglie, turismo, religiosità, trasporti…
Come vi siete messe sulle tracce delle storie? Anche se non si tratta di un progetto di “oral history” è stato importante parlare con molte persone, poi la pandemia ha reso tutto più difficile perché per questo tipo di storie ci vuole il dialogo di persona e al telefono non era semplice.
Quali sono le storie che vi hanno colpito di più? Grazie al progetto, lo scorso gennaio abbiamo messo in luce i destini di Martin Krebs e Ida Kaufmann, vittime della Shoah, deportati e assassinati a Auschwitz e gli abbiamo dedicato le due pietre d’inciampo a Ora. Questo è un grande risultato, che non ci aspettavamo quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto (abbiamo parlato di questa storia nel nr.2 del 27 gennaio scorso, ndr). Un’altra storia è quella di Heinrich “Heindl” Ritsch, classe 1923, che gestiva un’officina di bici a Ora. Negli anni ’60 fu coinvolto, con altri uomini della Bassa nel gruppo della BAS; Befreiungsausschuss Südtirol (BAS), ma non fece mai esplodere nulla. Grazie alle ricerche su Ritsch è stato possibile rintracciare un deposito di materiale esplosivo che non si conosceva a Montanerbachl. Anche la storia di Fritz von Fioreschy è interessante perché spiega molto del nostro paesaggio agricolo e della sua organizzazione; Fioreschy nasce come viticoltore, ma dopo la crisi della prima guerra mondiale decide di “riconvertirsi” e dedicarsi alla coltivazione delle mele e al commercio frutticolo.
Altre curiosità? Cambiando settore, c’è Robert Ladurner, acconciatore di Ora, che aveva lasciato il Sudtirolo con la sua famiglia a 14 anni come optante. Dopo una giovinezza travagliata, sposò una parrucchiera irlandese e aprì un salone nell’Irlanda del Nord, a Belfast, con il nome altisonante di “Antonio de Paris”. Ebbe un successo immediato e mise addirittura mano alla chioma della divina Elizabeth Taylor. E poi c’è Antonia Bertoluzza.
Chi era? È stata maestra ad Ora, dove era un personaggio noto: i vecchi abitanti la ricordano come una signora anziana, con il casco in testa, sfrecciare in sella al vecchio motorino tra le vie.
Sembra un personaggio molto “particolare”… Si! Donatella Vivian, che ha ricostruito la sua storia racconta che Antonia Bertoluzza era una dei tanti figli della prima guerra, forse figlia di un graduato dell’esercito asburgico e di Stefania Bertoluzza, figlia dell’ostetrica del paese. Aveva avuto un’infanzia serena, le zie, soprattutto la zia Alice, infermiera e la nonna, che le dedicavano attenzioni e cure. Mentre Antonia cresceva in questo piccolo ambiente di paese, affidata alle amorevoli cure delle zie e della nonna, sua madre si era trasferita in Sicilia. Di qui inizierà per Antonia una giovinezza tra Nord e Sud perché la mamma ad un certo punto decide di portarla con sé in Sicilia. Dopo le iniziali difficoltà, Antonia si adatta alla nuova lingua e al cibo in seguito studia come maestra. Da maggiorenne coglie però l’occasione di andare a studiare in Austria e tornare in Alto Adige. Insegnerà a Olmi, a Fontanefredde e anche a Ora. È morta nel 2006 a Ora, e viveva da sola, dopo la pensione si era ritirata in una grande casa con giardino. Non essendo una grande cuoca, andava spesso a pranzo al ristorante “Turmwirt”. Molti la ricordano come persona autonoma, che amava raccontare della sua giovinezza intercalando vocaboli in siciliano.
A proposito, la lingua non era un problema… Qui a Ora ci sono sempre state famiglie bilingui da generazioni, in cui era naturale parlare italiano e tedesco, perché in molti avevano legami in Val di Non, Trento, Valsugana. La lingua non è mai stata considerata un elemento di divisione, fino all’avvento del nazionalismo. Inoltre, abbiamo dedicato una ricerca ad hoc agli “italiani di Ora” (su cui torneremo prossimamente, ndr).
E come prosegue il progetto? Abbiamo raccolto 15 biografie e continueremo ad ampliare l’archivio con una biografia all’anno. Al momento stiamo lavorando alla pubblicazione delle storie sul sito internet www.auerora.it corredate da ricerche fotografiche d’archivio.
Non resta che augurare buon lavoro e aspettare le prossime “singole storie a cavallo della grande storia”, come le definiscono alla Bildungsausschuss di Ora.
L’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia, Penone, Corona e Niclara hanno compiuto un grande gesto di generosità. Il guadagno ottenuto nel dicembre scorso durante il mercatino di natale è stato infatti dato in beneficienza al servizio “Sogni e vai”. Durante una visita a Bolzano è stato consegnato l’assegno e le donne hanno avuto la possibilità di ispezionare l’ambulanza. e ascoltare le parole di chi ha esaudito i desideri. “Di volta in volta vediamo quanto interesse suscita il nostro servizio tra la popolazione. Questo ci incoraggia a offrire il nostro servizio con gioia e impegno”, dice Armin Oberkofler, uno dei circa 40 volontari del progetto Sogni e vai. “Ci sorprende sempre di più in che modo creativo le associazioni altoatesine organizzano eventi per sostenere il nostro servizio”. Anche le donne dell’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia, Penone, Corona e Niclara si sono dette molto soddisfatte della donazione: “Noi organizziamo ogni anno il nostro mercatino di Natale e con il profitto cerchiamo di sostenere progetti e servizi di carità locali” racconta la responsabile Monika Torggler Anrather. “E nel 2021 abbiamo deciso a favore del servizio Sogni e vai, perché il progetto ci ha convinto. E forse il progetto potrà realizzare un desiderio ad una persona bisognosa della Bassa Atesina”. Per la cronaca, al mercatino di Natale le donne coltivatrici avevano offerto diverse preblibatezze culianrie: milanese, minestra di gulasch, un notevole buffet di dolci e momenti piacevoli allo stand del vin brulé. “A nome di tutta la nostra squadra, vorrei ringraziare l’associazione per il loro sostegno. Siamo felici della loro donazione e la useremo alla prossima occasione per la realizzazione di uno speciale desiderio”, ha detto Anita Tscholl, responsabile del servizio Sogni e vai presso la Caritas. Si ricorda che il progetto “sogni e vai” esaudisce i desideri di persone gravemente malate. “Sogni e vai” aiuta le strutture sanitarie e le famiglie, che spesso non hanno né i mezzi né le possibilità, a realizzare i sogni dei propri cari. Ulteriori informazioni: www.sognievai.it Nella foto: Anita Tscholl (da sinistra), Sonja Trockner Hauser, Christine Ruatti Weger, Elena Bonfrisco e Armin Oberkofler della squadra del servizio Sogni e vai, la responsabile dell’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia Monika Torggler Anrather, Petra Weger, Inge Nussbaumer Sanin, Sibylle Solderer Kofler e Stephanie Zardini.
Nasce dall’esigenza di ripensare il nostro rapporto con la natura e con l’ambiente la mostra “On touching” di Mirijam Heiler, visibile al Kunstforum di Egna fino al 23 aprile prossimo. La giovane artista brissinese, che è anche un’appassionata scalatrice, rivendica l’importanza “dell’esserci nel momento presente, reale. Come solo un contatto fisico può fare”– di qui il titolo della mostra “On touching”. La mostra inizia con un’immersione in una piccola giungla di piante e continua con collage fotografici, dipinti e installazioni (tutte inedite) che incarnano incontri e commistioni – tra corpi umani, la natura e la tecnologia. L’incontro tra essere umano e tecnologia non è nuovo – basta pensare al cellulare che teniamo attaccato costantemente al nostro corpo o alle lenti a contatto, impianti e protesi, che sono ormai parte di noi. Tecnologia al nostro servizio, almeno così crediamo. Ma cosa accade se la tecnologia prende le forme di delicate antenne metalliche, che come quelle di una lumaca reagiscono alla nostra presenza, come avviene nell’installazione concepita da Heiler? O se è la natura a “invadere” noi e non viceversa?
È quanto vediamo nei collage fotografici dell’artista, in cui schiene, gambe e braccia sono percorse da conformazioni di cespuglietti muschiosi o sassi. Altre installazioni hanno l’aspetto di una colonna vertebrale, rosea, perfetta, come quelle che vediamo nelle illustrazioni dei libri di scienze; peccato però che ci siano parti strane, prolungamenti anomali, che “non tornano”. Heiler costruisce così immagini pure, pulite, che però ci lasciano addosso una sottile inquietudine. E non solo perchè gli arti appaiono mutilati e i corpi sembrano aver perso i rispettivi proprietari/e, che non hanno volto. Un’atmosfera di freddezza attraversa i corpi asettici in queste immagini perfette. Forse è necessaria per guadagnare uno sguardo più distaccato e asciutto. Perchè non c’è nulla di “caldo” nel contatto raccontato dall’artista; forse per suggerici che l’incontro tra essere umano e natura non è scontato, e potrebbe farsi minaccioso. Il punto di partenza dell’artista, a livello teorico, è il pensiero della filosofa americana Donna Haraway, le cui teorie hanno avuto e stanno avendo grande influenza su molte generazioni di artisti. Semplificando, la studiosa auspica – tra l’altro- il superamento della contrapposizione essere umano/natura, o meglio del dominio dell’essere umano sulla natura, che si sente al centro dell’universo. Eppure, facendo salti indietro nella storia e nelle culture, nell’antichità questo rapporto non è sempre stato giocato sulla contrapposizione. L’arte e la letteratura ne sono lo specchio. Basti pensare alle tante storie raccontate nei miti greci, alle tante divinità che – per amore o per sfuggire a qualche punizione- si trasformano in piante o animali. Una fra tutte, la bella Dafne, che per sfuggire alle brame amorose di Apollo si trasforma nell’albero di alloro. Per secoli pittori e scultori hanno immortalato queste storie di trasformazioni in dipinti, affreschi e sculture, facendole sembrare “naturali”. Oggi il mito è lontano, la tecnologia avanza e l’incontro uomo /natura non ha più nulla di fluido. Èinevitabile che le opere di arte contemporanea restituiscano questa difficoltà e “freddezza”, per essere da sprono verso un ripensamento. E certo non guasta che artiste come Heiler lo sappiano fare anche con un tocco di sofisticata e surreale eleganza. Info: Mirijam Heiler, On touching, Kunstforum Unterland – Galleria della Comunità Comprensoriale Oltradige – Bassa Atesina, Portici 26, Egna. Dal 9 al 23 aprile, da martedì a sabato, ore 10-12 e 16-18. Inaugurazione il 09.04.2022, ore 2. L’ingresso alla mostra e all’inaugurazione è libero e gratuito. Durante la mostra saranno osservate tutte le linee guida anti-Covid19 in vigore.