Laives, raccolta dell’organico

In questi giorni, Seab sta posizionando i primi contenitori per l’organico a Laives. La grande maggioranza dei cittadini, nel frattempo, ha già ricevuto il kit di raccolta e la lettera contenente la chiave classica oppure il “tag” elettronico. Nelle lettere personalizzate, ogni cittadino trova anche la posizione del “suo” contenitore. Tutti i cittadini che dispongono di una chiave potranno quindi iniziare a fare la raccolta appena troveranno il loro contenitore posizionato.
Entro il mese di gennaio saranno posizionati tutti i contenitori e distribuiti gli ultimi kit con le chiavi (per esempio ai cittadini trasferitisi di recente). La raccolta sarà avviata sull’intero territorio comunale.
Per sostenere la fase finale dell’introduzione del nuovo servizio, Seab, in cooperazione con il Comune di Laives, ha proposto anche un breve video che risponde ancora una volta alle domande più importanti: cosa si raccoglie e cosa no? Come si utilizza il kit di raccolta? Dove devo portare i miei rifiuti organici? E altri dubbi di questo tipo.
Il video è stato realizzato anche per sostituire, almeno in parte, le serate informative annullate a causa delle restrizioni Covid, ed è disponibile sul canale YouTube “Seab Bolzano Bozen”.
Sul sito internet www.fabiofabio.it, dedicato alla raccolta dell’organico a Laives, i cittadini possono inoltre trovare le risposte alle domande più frequenti, per esempio: “Faccio il compostaggio dei miei rifiuti organici. Posso disdire la partecipazione alla nuova raccolta?” oppure “A quanto ammonta la tariffa dell’organico?”. Questa sezione verrà aggiornata regolarmente in base alle domande che i cittadini porranno a Seab tramite il modulo di contatto presente sul sito.

I “nonni” della Bassa: memorie di Natale

In foto: sulla sinistra le sorelle Giovanna e Maria Rossi, 77 e 73 anni. Sulla destra Gino Rossi, 93 anni.

Un Natale diverso dagli altri, ma che l’iniziativa “C’era una volta il Natale…” ha trasformato in un’occasione per chiedersi quanto sia cambiato il nostro modo di vivere questa festa. Come veniva vissuto il Natale cinquanta, settanta o, perché no, novant’anni fa? ACLI e VKE hanno raccolto le memorie di chi era bambino allora e le ha condivise con chi, invece, è bambino oggi. Cos’è cambiato, dunque?

Due associazioni di Egna, ACLI e VKE, hanno pensato di creare una particolare atmosfera natalizia in questo periodo di pandemia. L’idea, ispirata da un altro progetto simile, è stata chiamata “C’era una volta il Natale…”, e sono stati coinvolti parecchi “nonni” di Egna, che hanno condiviso i ricordi dei Natali passati. Storie toccanti e semplici, capaci di trasportare in altri tempi. Ricordi e fotografie sono stati pubblicati su Facebook e su un quotidiano, ma il “passaggio di testimone” più bello di quest’iniziativa è stata la condivisione di queste interviste con le bambine e i bambini delle scuole primarie e materne in lingua italiana e tedesca di Egna, così da fare conoscere le realtà di una volta ai bambini di oggi. “C’era una volta il Natale…” è stata una bella esperienza anche per gli stessi anziani, protagonisti  e narratori dei racconti. 

Si incontrano così storie come quella di Giovanna e Maria Rossi, due sorelle di 77 e 73 anni. La loro era una famiglia numerosa e povera. L’inverno, all’epoca, era freddissimo e c’era tanta neve. Raccontano che “per l’arrivo del Natale noi bambini eravamo bravissimi perché aspettavamo Gesù Bambino e gli adulti ci dicevano che Lui avrebbe visto chi era stato il più bravo! La sera di Natale nostra mamma addobbava l’albero, mentre noi bambini dormivamo, e preparava un cesto pieno di mandarini, nocciole e pantofole; le avremmo trovate come sorpresa il mattino di Natale”.    

C’è poi il ricordo del signor Gino Rossi, che di anni ne ha 95. La sua famiglia era di estrazione contadina e non poteva permettersi lussi. Anche lui ricorda la rigidità di quegli inverni, la neve e l’abitudine a divertirsi con poco. Il Natale lo festeggiavano in famiglia, senza albero né presepe, date le poche possibilità. Il regalo che ricorda Gino Rossi è un piatto di nespole.

Il racconto di nonno Isidoro Carlotto è semplice e risale a molto tempo fa, dal momento che Carlotto, oggi, ha 101 anni. Con le due sorelle e i due fratelli, il giorno di Natale purtroppo non lo festeggiavano: non potevano permetterselo. Festeggiavano, però, la festa della Befana, e poiché lavoravano come gli altri giorni, tra bestiame e campi, si svegliavano presto e trovavano appese nel camino delle calze rotte con dentro mandarini e noci: “Eravamo i bambini più felici al mondo, perché non potevamo mangiarli ogni giorno”.  

Isidoro Carlotto, 101 anni

Mario, 80 anni, ricorda che invece festeggiavano il Natale ogni anno. I suoi genitori facevano trovare a lui e ai suoi 8 fratelli l’albero addobbato con i biscotti e sotto i mandarini, le caramelle e i vestiti fatti dalla mamma. Un ricordo molto simile a quello della novantenne Ida, che racconta di come anche ai suoi tempi non ci fossero tanti soldi, eppure “il Natale lo si festeggiava tutti assieme, sotto l’albero c’era sempre qualcosa di dolce o da vestire, quando si poteva”.  

Mario Cimadon, 80 anni

Sono molti i ricordi natalizi che questi nonni, più e meno giovani, avrebbero da raccontare, ma facendo attenzione c’è qualcosa che li accomuna tutti: le poche possibilità, la mancanza di soldi, il duro lavoro; eppure, c’era sempre il tempo e la voglia di festeggiare il Natale con i propri cari, anche con poco e con cibo semplice. Se c’è una cosa che arriva, chiara, al lettore dopo aver letto questo ricordi, è senz’altro l’importanza di saper trovare la gioia e la felicità nelle piccole cose. 

La marcia degli Schützen si inciampa sul rap

Sorprendendo molti nei giorni scorsi il comandante degli Schützen sudtirolesi Jürgen Wirth Anderlan ha pubblicato su youtube un videoclip in stile rap che ha suscitato moltissime reazioni. Nel giro di poco il Kommandant è stato costretto alle dimissioni e il video è stato ritirato. Ma noi giornalisti QuiMedia abbiamo pensato di prendere posizione in merito, con un commento a sei mani che vi proponiamo.

Con la realizzazione del brano Mamma Tirol il comandante Anderlan con ogni probabilità si era posto l’obiettivo di richiamare i valori, attualizzando nel presente il catalogo dei disvalori e dei nemici. Ma la lista con ogni probabilità è risultata troppo estesa e articolata, spingendo troppo il piede sul pedale della provocazione. Particolarmente azzardato è apparso in particolare il richiamo alle radici cristiane, attraverso una professione religiosa per lo meno “svuotata”, visto il contesto di “chiusura” quasi totale. Ma a mio avviso la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la musica. L’idea di accostare gli Schützen a una musica “altra” rispetto alle marce delle Musikkapellen deve aver innescato un cortocircuito insanabile. Insomma: anche in musica esistono dei limiti che non vanno superati nella declinazione della tradizione in un contesto di modernità, altrimenti si inceppa il meccanismo. 

Autore: Luca Sticcotti

Ma lo sanno dov’è nato l’hiphop?

…ma c’è almeno un altro “chissà”. Se per quanto riguarda lo stile “Mamma Tirol” è senz’altro un pezzo rap (benché qualitativamente scadente e senz’altro poco al passo coi tempi), ci si potrebbe chiedere quanto rimanga, in un brano come questo, della storia del genere musicale di riferimento. Mentre si ascolta un testo separatista come quello di “Mamma Tirol”, infatti, fa quantomeno sorridere (ma amaramente) pensare a come, quando e dove ha avuto origine il movimento hiphop, a cui il rap appartiene. E allora chissà se gli autori – così legati alla “tradizione” – sapevano che il rap, oggi in cima alle classifiche, è nato nel 1973 nel Bronx, facendo propria l’eredità della black music e dei canti dei neri nelle piantagioni e offrendo un’alternativa alla violenza e un megafono alla parte più povera e invisibile della società; raccontando una situazione di disagio per rivendicare il diritto al suo contrario, così come l’importanza dell’unità e della vicinanza sociale; e dando origine a quello che venne definito “edutainment”, l’intrattenimento educativo. Verrebbe da rispondere di no.

Autore: Alex Piovan

Papi, che cosa sono gli Schützen?

“Papi, che cosa sono gli Schützen?”, mi chiede il mio bambino mentre in famiglia stiamo parlando del rap dei cappelli piumati. Gli snocciolo storia e folklore di questa associazione, stupendolo. Poi passo alla parte “politica”, e il motivo per cui mamma e io non apprezziamo quel video. “Ma se loro vogliono solo il Tirol, dove vanno al mare?”, è la sua prima reazione. Beata innocenza, beata quell’intelligenza che nasce dalla spontaneità di una mente pura. Perché i bambini non mentono, a se stessi né agli altri; i bambini non odiano, i bambini non vedono colori e differenze, i bambini apprezzano le diversità, se qualcuno riesce a spiegargliele. I bambini non hanno paura, gli adulti hanno paura. Ed è paura quella che trapela dal testo dello Schützen-rap: paura del diverso, che sia esso un Walsch, un sudtirolese traditore della Heimat, un nero, un musulmano o un omosessuale. Paura di perdere le proprie radici, che ancora non si riesce a capire quali siano. Perché anche solo leggendo il testo di questo pezzo è difficile trovare una coerenza o almeno una logica fra le parole che lo popolano. 
Ce l’hanno con tutti: si dichiarano democratici e cristiani, ma il loro amore per il prossimo sembra sbattere contro una barriera quando incrociano gay o ambientalisti: “non conoscono Ander, ma Greta, e davanti a casa mia Dieter ama Peter”, cantano. “Non siamo razzisti né populisti di sinistra, e odiamo tutti i neofascisti”, continuano. Poi le donne, oggetti decorativi che è meglio lasciare a casa a fare i mestieri, nel migliore dei casi, e addirittura gli studenti, “die  Studierten”, “die Gscheiden”, quelli non hanno mai lavorato in vita loro e poi si ergono a profeti, un po’ come “i professoroni” di salviniana memoria, insomma. 
Democratici e cristiani. Chissà cosa ne penserebbe Gesù, a riguardo; chissà cosa ne penserebbe don Sturzo nel sentire queste due parole affiancate pronunciate… da loro! 
“Mamma Tirol è un progetto nato da una grande ispirazione, creatività e tre bottiglie di Lagrein Riserva, che porterà i nostri fan a ballare sui tavoli”, scrivono gli Schützen sul loro sito istituzionale, e poi citano una canzone della band “Oi!” Böhse Onkelz:  “Dove genio e follia si combinano / Le parole non puzzano di bugie”.  
Chissà, forse la parte geniale del tutto sarà che da qualche parte balleranno davvero sui tavoli quando qualcuno intonerà questo rap. E chissà se questi si sentiranno dei geni mentre lo faranno…

Autore: Luca Masiello

Mario Capecchi: il ragazzo di strada della “Bassa” che vinse il Nobel

È Egna il set del nuovo film di Roberto Faenza, “Resilient”, biopic sulla storia di Mario Renato Capecchi, vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Medicina, la cui incredibile storia ha inizio proprio in Bassa Atesina. Da bambino, infatti, dopo la deportazione della madre, Mario Capecchi si era ritrovato a vivere la strada in diverse città del Nord Italia. Una storia che va, come lui stesso disse, “dagli stracci alla ricerca”.

Chi era Mario Capecchi?
Capecchi nacque a Verona nel 1937 e la sua vita fu complicata fin dai primi anni: perse infatti il padre, Luciano Capecchi, chiamato alle armi in Libia durante il periodo del colonialismo fascista in quanto pilota dell’Aeronautica militare, e fu allontanato dalla madre, Lucy Ramberg, che dopo la morte del marito si era trasferita in Alto Adige (a Costalovara, sull’altipiano del Renon) ed era una poetessa e attivista del gruppo Bohemiens, arrestata dalle SS come prigioniera politica nel 1941 e in seguito deportata nel campo di prigionia nazista di Dachau. Prima dell’arresto, ha raccontato Capecchi in un’intervista rilasciata alla giornalista Carina Dennis, la madre aveva venduto tutti i propri averi per assicurare al figlio le cure di una famiglia di contadini sudtirolesi; ma i soldi inspiegabilmente finirono e pochi mesi dopo, a soli quattro anni, il piccolo si ritrovò a vagabondare senza una casa in Bassa Atesina. Questa intervista è uscita nel 2004 su “Nature”, ed è intitolata “From rags to research” (“Dagli stracci alla ricerca”): “Il mio messaggio è che chiunque, in qualunque circostanza, può farcela”, spiega Capecchi, raccontando anche di come si ritrovò a dover mendicare e rubare assieme ad altri piccoli gruppi di bambini. Fu allora che nella sua storia accadde qualcosa di incredibile: alla fine della guerra la madre venne liberata e, dopo un anno, riuscì a ritrovarlo. Nel 1946 si imbarcarono e attraversarono l’Oceano alla volta degli Stati Uniti. Ad aspettarli, lo zio di Capecchi, Edward Ramberg, professore di fisica. 
Trovata la pace, Capecchi crebbe e a nove anni iniziò le scuole elementari, senza sapere l’inglese, né leggere, scrivere o fare di conto. Nonostante i suoi insegnanti sostenessero che non sarebbe mai potuto andare al college, intraprese un percorso di studi universitari, prima al MIT di Boston e poi a Harvard. Nel 1967 conseguì il Dottorato di Ricerca all’Università di Harvard, studiando sotto la supervisione di James D. Watson, il biologo che – con Francis Crick, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin – scoprì la struttura della molecola di DNA. L’Enciclopedia Britannica riporta che Capecchi iniziò a lavorare alla ricerca sul ‘gene targeting’, che nel 2007 l’avrebbe portato a vincere il Nobel, nel 1980. 

L’incontro con la sorella
Ma la storia di Capecchi, e il suo legame con l’Alto Adige, non finisce qui. Due anni dopo la nascita di Capecchi, la madre aveva dato alla luce la figlia, nata da una seconda relazione: Marlene Boneli, la sorellastra di Mario. E quando, nel 2007, Capecchi vinse il premio Nobel, la sorella (che a lungo aveva lavorato come casellante nel nord Tirolo) lo riconobbe in televisione e sui giornali. Fu il preciso lavoro di Isabelle Hansen, giornalista del Dolomiten, quotidiano locale in lingua tedesca, che permise a Marlene e Mario di incontrarsi di nuovo. Marlene sapeva di avere un fratellastro, e sapeva che la madre era stata deportata, ma era convinta fossero morti. Entrambi – Capecchi e la sorella – avevano cercato informazioni sulle proprie origini e sulle sorti dell’altro, ma senza fortuna. Dopo molti anni, finalmente, si sono potuti rincontrare, proprio qui, in Alto Adige.

Il regista e il film 
Roberto Faenza aveva già lavorato in Trentino-Alto Adige. È del 2014 il suo “Anita B.”, con Eline Powell e Robert Sheehan, girato per lo più tra Fortezza, Egna, Bolzano e Merano. Il regista ha all’attivo oltre venti pellicole. Meritano senz’altro di essere ricordate, oltre a “Sostiene Pereira”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi e con Marcello Mastroianni, anche “Jona che visse nella balena”, “Prendimi l’anima” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Nel cast del nuovo film, tra gli altri, anche Francesco Montanari e Tonino Tosto.

LA VITA E IL FILM, IN BREVE
Mario Capecchi nacque a Verona nel 1937. Suo padre fu un pilota e sua madre una poetessa e un’attivista del movimento Bohemiens. Quando Capecchi era piccolo, la madre, Lucy Ramberg, venne deportata a Dachau. Trovatosi solo e in povertà, nonostante fosse ancora bambino Capecchi fu costretto a vagabondare e trovare modi per sopravvivere tra le strade di Bolzano e della Bassa Atesina, proseguendo fino all’Emilia-Romagna. Dopo la fine della guerra la madre lo ritrovò e insieme raggiunsero l’America, dove Capecchi poté studiare, conseguendo un dottorato di ricerca sotto la supervisione di James Watson. Nel 2007, vinse il Premio Nobel per la Medicina e, dopo molti anni, rincontrò la sorellastra, Marlene Bonelli, in Alto Adige.
A Egna, il regista Roberto Faenza sta girando il suo nuovo film, “Resilient”, basato sulla biografia di Mario Capecchi. Roberto Faenza ha già lavorato in Alto Adige. “Anita B.”, un suo film del 2014, venne girato prevalentemente tra Bolzano, Fortezza, Egna e Merano. L’uscita del film è prevista per il 2021.

Autore: Alex Piovan