Si inizia a pensare alla prossima estate

SALORNO Il Gruppo giovani Salorno pensa già all’estate, e lo fa proponendo ai bambini della scuola primaria quattro settimane di divertimento in sicurezza. “Nonostante la pandemia, l’associazione non si è mai fermata”, ha dichiarato la portavoce Sibille Bazzanella. “La tecnologia ci ha aiutati molto, dandoci la possibilità di organizzare attività, corsi e video online, mantenendo attivi sia i rapporti con i ragazzi sia l’entusiasmo che ci contraddistingue.” Un’altra importante iniziativa portata avanti dall’associazione in questo periodo è il progetto “Mi per Ti – Mir bringens dar Hoam”, attualmente ancora attivo, che ha riscosso molto successo. Infatti sono diversi i ragazzi che si sono messi a disposizione per portare aiuto alle persone ammalate o in quarantena. Comprare il giornale, recarsi in farmacia, portare fuori il cane, spedire un pacco, portare l’immondizia in discarica: sono tante le necessità che possono essere svolte in completa sicurezza dai volontari chiamando Sibille o Lisa al 345/2220752 o al 342/1736905. Ma il Gruppo giovani di Salorno, oltre a proseguire con le attività in corso, pensa già al futuro programmando il periodo estivo per offrire ai ragazzi un’estate ricca di divertimento e attività in sicurezza.

Così, è nata l’iniziativa “2BE-SUN”, indirizzata ai bambini della scuola primaria, che durerà quattro settimane (dal 28 giugno al 23 luglio) e coinvolgerà i partecipanti dalle 8 del mattino fino alle 15.30 del pomeriggio. “Sappiamo quanto sia importante per i genitori poter contare sul nostro supporto durante i periodi in cui la scuola è chiusa”, ha aggiunto Sibille. “Da anni, l’associazione organizza le attività estive per i ragazzi coinvolgendoli in esperienze ludiche, giocose e divertenti ma allo stesso tempo formative e educative”. I bambini potranno quindi contare su un’estate senza noia da trascorrere all’insegna dell’amicizia e dello stare insieme. Le iscrizioni al progetto “2BE-SUN” sono aperte dall’1/3 fino al 3/4 telefonando al 342/1736905 o scrivendo a
info@gruppogiovanisalorno.com, i posti sono limitati.

Autrice: Erica Nardin

Egna, tra iniziative passate e nuove idee

EGNA Dopo un anno singolare, trascorso a modificare progetti previsti o a riformularli in soluzioni nuove, il Comitato ha comunque continuato a promuovere e a sostenere finanziariamente diverse iniziative di carattere culturale, in collaborazione con le scuole, con la biblioteca comunale, con le associazioni e gli enti impegnati nel sociale.
Alla musica è stato indubbiamente riservato ampio spazio, seppur con un ridotto programma rispetto a quanto previsto: a inizio anno, il concerto introduttivo di Itinerari Musicali Operetta mon amour con l’ensemble Voci all’opera; in collaborazione con l’Udae, un concerto per chitarra e voce di musica latino-americana con le musiciste Liss Amado e Silvia Cesco; artisti musicali come Marco Rinaudo e Cristian Battaglioli hanno omaggiato il grande compositore e poliedrico artista Ennio Morricone, così come Enzo Weber in una serata che ha abbracciato anche il ragtime di Scott Joplin e la musica jazz; tramite il lavoro coordinato di diversi Comuni della Bassa Atesina e il Music Club di Egna, si è collaborato nel concretizzare l’undicesima Rassegna musicale Classic&More con il Quintetto di fiati Lignum; con l’Upad di Egna e la sua fondazione, si è garantita l’esibizione del Coro lirico Giuseppe Verdi; con Ennemase, lo svolgimento di un concerto durante il mercatino dell’usato.
Con la biblioteca Endidae i contatti sono stati costanti, anche per garantire alcuni percorsi on line, mentre le visite previste a mostre importanti sono state sospese o annullate. Quanto previsto con le scuole e con il Circolo culturale di Laghetti è stato sospeso per via dell’emergenza, e rimandato a quest’anno.
In chiusura dell’anno 2020, il Comitato ha collaborato con associazioni diverse, tra cui la sezione Acli di Egna, nel dare supporto a iniziative di aiuto a persone bisognose.
Per l’anno 2021, è stato elaborato un programma fitto di iniziative.
Sono previsti concerti e serate musicali e teatrali in collaborazione con associazioni del territorio comunale, comprese quelle affiliate all’Udae, con il Circolo culturale e con le Acli di Laghetti, nonché in rete con lo staff del Festival Classic&More e con l’Upad.
Tra le altre cose, è intenzione del Cep contribuire all’attivazione del laboratorio teatrale plurilingue “Il Gioco del Conoscersi-Das Spiel des Kennenlernens», per il quale è prevista una stretta collaborazione con le scuole. Si valuterà di riprendere l’organizzazione del “Cinema sotto le stelle-Kino im Freien”.
Sono in programma alcuni eventi culturali su temi storici, artistici e architettonici, nei quali saranno coinvolti esperti del settore. Inoltre, quale forma di promozione e valorizzazione storico-culturale del centro e delle sue frazioni, è previsto il coinvolgimento di un operatore che riprenda siti e luoghi, da montare in video, caricare e diffondere in rete.
Un altro ambito in cui il Comitato intende operare è quello ambientale, tramite iniziative condivise con svariate realtà, tra cui la scuola.
Resta aperta, tuttavia, la possibilità che il sito subisca modifiche in base all’andamento della pandemia.

In foto principale: Le vie del paese

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

La stazione di Salorno è la migliore dell’anno

La stazione di Salorno è stata rinnovata ed è pronta a ospitare anche alcune realtà associative. Grazie a un più ampio progetto di mobilità sostenibile ha poi guadagnato il titolo di “Stazione dell’anno 2021”, un motivo di orgoglio per il sindaco Roland Lazzeri e tutto il paese.

Come tante altre stazioni altoatesine, anche la stazione di Salorno ha avuto modo di essere sostenuta dalla provincia di Bolzano, che favorisce l’implementazione di progetti riguardanti la mobilità sostenibile sul territorio.  Con il contributo della Provincia e insieme alla Rete Ferroviaria Italiana, il Comune ha avviato i lavori di ristrutturazione della struttura ferroviaria della Bassa Atesina nel 2019. Quella di Salorno è una stazione che ha una grande storia alle sue spalle: progettata nel 1859 dall’ingegnere Luigi Negrelli, lo stesso che progettò il Canale di Suez, rappresenta per tutti gli abitanti del paese un punto fondamentale per la mobilità in regione. 

“Tutti i locali, come la sala d’attesa, sono stati rimessi a nuovo per dare nuova vita alla stazione”, racconta il sindaco. La struttura è stata ampliata e alla stazione storica è stato aggiunto un nuovo complesso. “C’è un evidente distacco tra le due parti, ma sono in perfetta sintonia dal punto di vista architettonico”. La stazione è poi diventata più funzionale e accessibile con l’aggiunta di un ascensore che possa agevolare i passaggi al suo interno. La più grande novità del progetto di ristrutturazione riguarda proprio le realtà associative che hanno potuto usufruire degli spazi messi a disposizione. “CAI e Alpini hanno spostato la loro sede al primo piano della stazione. In questo caso si è trattato di una scelta necessaria, poiché entrambe le realtà avevano prima sede nella Caserma dei Vigili del Fuoco, che quindi iniziava a essere affollata. Inoltre, sono stati concessi dei luoghi ad altre tre associazioni per depositare i loro materiali. All’inizio c’è stata un po’ di titubanza, cancellata subito dal fatto che la stazione rimane un punto facilmente raggiungibile e centrale. Per ora le sedi sono in fase di arredamento, quindi per testare la funzionalità c’è ancora bisogno di tempo, ma siamo fiduciosi”, spiega il sindaco. 

Il titolo di “Stazione dell’anno” è stato accolto con gioia da tutti, perché quella di Salorno è la prima stazione della Bassa Atesina a cui è stato assegnato. “Il merito è stato sicuramente degli architetti, Franz Kosta e Matthias Trebo, del progetto in sé, ma soprattutto del concetto di mobilità sostenibile di cui è parte”. Il progetto di mobilità sostenibile di Salorno include infatti più interventi, uno dei quali è l’allargamento della ciclabile che porta alla stazione, per sollecitare gli abitanti a raggiungere la struttura in bicicletta. “La consegna del premio è prevista per il 29 maggio, e ci auguriamo di poter festeggiare tutti insieme”, conclude Lazzeri. 

Autore: Ana Andros – COOLtour

Come il volley ha affrontato le restrizioni

Il Neumarkt Volley di Egna, come ogni realtà sportiva, si è trovato ad affrontare molte difficoltà dovute all’emergenza sanitaria: dall’osservare con scrupolosa attenzione i DPCM, le ordinanze provinciali e i protocolli statali, al mantenere attive le proprie atlete in sicurezza. Da maggio, gli allenamenti si sono alternati tra campi da beach volley, campi sintetici o in taraflex e in palestra. L’associazione Neumarkt Volley conta molte iscritte di varie età, dalle bambine alle adolescenti. Per sapere capire meglio quale sia la loro situazione attuale, ci siamo rivolti alla presidentessa Mariapia Faccincani. 

Avete ripreso gli allenamenti dopo una breve sospensione. Come sono stati i periodi di blocco dalle attività causa Covid? 
La nostra realtà è rimasta inattiva solo per brevi periodi di interruzione grazie alla doppia affiliazione al CSI (centro sportivo italiano) e la FIPAV (federazione italiana pallavolo), e nei momenti di apertura ci si è allenati sempre nella massima sicurezza e in osservanza delle diverse restrizioni che si sono susseguite.

Quali precauzioni avete adottato contro il Covid? 
I due enti sportivi ai quali siamo affiliati hanno diramato diversi protocolli con buone pratiche volte a evitare la diffusione del virus. Per esempio, per ogni turno di allenamento si devono ritirare le autocertificazioni delle atlete, misurare la temperatura all’arrivo, igienizzare più volte le mani, registrare le presenze, igienizzare le superfici di contatto e i palloni molte volte, e usare le mascherine quando la distanza tra le persone fosse inferiore al metro. Per dirigenti e allenatori si tratta di un gran lavoro, e per questo li ringrazio.

Come hanno risposto le atlete? 
Le atlete hanno risposto con entusiasmo al richiamo degli allenamenti nonostante le novità, e continuano ad allenarsi con costanza e piene di energia. Non vedono l’ora che ricomincino i campionati.

Cosa vi aspettate da questa stagione? 
Il nostro obiettivo è far divertire le ragazze, usando il loro sport preferito come mezzo di svago e aggregazione, e cercando di dare loro un po’ di normalità. Ci auguriamo inoltre di poter riportare in palestra anche le bambine più piccole, le quali sono ancora ferme a casa in attesa di riprendere gli allenamenti.

Per chi fosse interessato a iscrivere bambini nati nel 2010 e nel 2011, è ancora possibile farlo (con obbligo di visita sportiva medica agonistica). Per ulteriori informazioni, contattare i numeri 3471582680 o 3316484414. 

Autore: Roberta Coletti

Un dono artistico a tutta la comunità

Dopo l’artista Elisabetta Vazzoler e la collezionista Grazia Corradini Schmid, sono ora gli artisti Paolo Profaizer e Anna Cerrato ad aver donato una loro opera al Comune; rispettivamente, un quadro olio su tela e una fotografia digitale. I due artisti, infatti, hanno esposto di recente nella sala di via Pietralba, su iniziativa dell’associazione culturale lasecondaluna.

“Si tratta di un gesto simbolico estremamente importante perché testimonia la feconda collaborazione che abbiamo iniziato a costruire tra gli artisti e il territorio” dichiara Giorgio Cattelan, Presidente dell’Associazione culturale. “L’olio su tela di Paolo Profaizer e la fotografia digitale di Anna Cerrato sono ora patrimonio pubblico. Ci auguriamo di avere presto l’occasione di esporli nuovamente, magari proprio in occasione di una mostra dedicata alla collezione comunale”. Come ricordato dall’assessore alla cultura Raimondo Pusateri, si tratta ormai di una consuetudine, per gli artisti che espongono nella Sala Espositiva di Laives, quella di donare un’opera al Comune. Col passare degli anni, questo permetterà di implementare le collezioni comunali permettendo allo stesso tempo di creare una raccolta aggiornata sui più recenti sviluppi del mondo dell’arte.
“Il 2020 è stato un anno difficile per la cultura, ma a Laives siamo comunque riusciti a organizzare diverse mostre e attività, sia nella sala espositiva che anche al di fuori, come per esempio le visioni sulla natura lungo il Landgraben”, ha proseguito l’assessore alla cultura Raimondo Pusateri. “Nonostante le difficoltà del momento, l’associazione lasecondaluna ha lavorato molto bene, offrendo iniziative interessanti e contribuendo allo sviluppo culturale della nostra città. Siamo davvero lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, in modo da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”.
L’opera Faggio nella neve, olio su tela, è stata realizzata da Paolo Profaizer nel 2016 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2020 in occasione della mostra Floema, che comprendeva anche le altre otto opere che compongono l’omonimo ciclo pittorico. Si tratta di un’opera lirica che, con uno stile che trae ispirazione dai pittori impressionisti e macchiaioli, narra del fluido vitale che scorre negli alberi e in generale nell’ambiente che ci circonda. La fotografia digitale di Anna Cerrato, invece, è stata realizzata nel 2017 ed esposta nella Sala Espositiva di Laives nel 2018. La mostra s’intitolava Con i piedi per terra e presentava al pubblico un progetto fotografico realizzato sull’isola di Santorini che ricercava l’anima e le origini dei luoghi visitati dall’artista e della popolazione che ci vive. Anna Cerrato descrive il progetto con queste parole: “In un mondo in cui l’uomo sembra sovrano, queste fotografie vogliono portare testimonianza di una terra che ci dà l’onore di poterla camminare, di poterla vivere e allo stesso tempo ci ricorda che siamo fragili passeggeri, minuscole virgole sospese tra l’acqua e il cielo in cui l’uomo si colloca”.

In foto, da sinistra, Anna Cerrato e Paolo Profaizer, i due artisti che, dopo aver esposto le proprie opere nella sala espositiva di Laives, hanno fatto dono al Comune rispettivamente di una fotografia e di un dipinto a olio, riprodotti in queste pagine.
Che gli artisti donino alcuni dei propri lavori al Comune sta diventando una tradizione. “Siamo lieti di ricevere queste due opere e vedremo di trovare una degna collocazione, così da dare loro la visibilità che è giusto che abbiano”, ha detto Raimondo Pusateri, assessore alla cultura.

Gli artisti:
Anna Cerrato

Anna Cerrato, nata a Bolzano nel 1994, sperimenta l’arte in ogni sua forma fin da piccola, avvicinandosi alla scultura, al canto e al teatro, arrivando fino alla fotografia. È a quest’ultima che si appassiona di più, scegliendola come ambito di studio. Nel 2016 si laurea infatti in fotografia alla Libera Accademia di Belle Arti di Firenze. Rientrata in Alto Adige dopo gli anni della formazione, la sua produzione vira verso un approccio sperimentale che mira a fondere diversi mezzi quali la fotografia digitale, l’analogica, l’istantanea e l’intervento manuale sulle stampe. Ad oggi ha già partecipato a molte mostre, tra cui “Cahier d’art”, 2019, presso Cselley Muehle (Oslip); “Con i piedi per terra – ricordo di un limbo tra acqua e cielo”, 2018, Laives; diverse mostre all’interno della rassegna “Art’è donna”, 2017-2018; “Multiforme” presso Palazzo Bastogi a Firenze.


Paolo Profaizer
Paolo Profaizer nasce a Bolzano nel 1961. Nel 1986 consegue la laurea in Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l’Università di Bologna. Negli anni seguenti frequenta numerosi corsi presso la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia e approfondisce lo studio del restauro e della conservazione dei dipinti murali. Dal 2004, anno in cui inizia l’attività espositiva, partecipa a molte mostre collettive e personali. Di queste ultime le principali si svolgono a Venezia, Milano, Innsbruck, Roma e Berlino. Attualmente vive e lavora a Bolzano.

Il dono della Bassa ai bambini del Caguán

Un’iniziativa che esprime valori di solidarietà e voglia di aiutare il prossimo, quella organizzata da diversi volontari della comunità di Pochi che hanno voluto rendere felici altre persone, in particolare i bambini meno fortunati. Lo scorso novembre, infatti, a Pochi è giunto un messaggio da Padre Emilio, parroco che nel 2019 è rimasto per un periodo alle parrocchie sia di Pochi che di Salorno e nelle quali ha lasciato un segno indelebile. In questo messaggio Don Emilio, che dal 2011 opera a Villa Remolino del Caguán, la parrocchia più a sud della Colombia immersa nella foresta amazzonica e raggiungibile solamente via fiume, annunciava i suoi immediati progetti: “Il prossimo 30 novembre inizierò il mio viaggio lungo il fiume per visitare tutti i piccoli villaggi e condividere con loro il Natale.

Di solito porto ai bambini un piccolo pensiero, ma quest’anno è stato molto difficile”. È così che il gruppo Filopochi, il coro Sant’Orsola, il gruppo “Frittelle di mele” e numerosi privati hanno deciso di aiutare Padre Emilio raccogliendo delle offerte. L’artista Giorgio Panizza ha messo a disposizione dei meravigliosi biglietti dipinti a mano che sono stati “acquistati” dalle persone attraverso delle donazioni. La soddisfazione è stata grande, quando si è scoperto che la cifra totale raccolta ammontava a oltre 2.300 euro, somma interamente affidata a Padre Emilio per i bambini del Caguán. Il regalo più bello è stato ricevere le foto inviate da Don Emilio con i bambini felici intorno a lui, accompagnato dal messaggio: “Grazie ai vostri contributi tutto questo è possibile”.

Erica Nardin

Gli originali presepi di Carlo Margoni

Da ormai 5 anni, Carlo Margoni, che vive a Pineta di Laives, ha 65 anni ed è un ex carpentiere in ferro, costruisce presepi. L’idea, racconta, gli venne quando suo cognato gli chiese di costruire una capanna. “In famiglia siamo sempre stati portati per i lavori manuali. Così è nata questa nuova passione”. Col tempo, le sue opere sono diventate più elaborate. “Costruisco io anche i personaggi che animano i miei presepi. Ma se le capanne e le strutture riesco a costruirle con relativa facilità, i vestiti, per me, sono più difficili. Fortunatamente ho trovato il supporto di una persona che ha deciso di aiutarmi a prepararli. E di recente ho anche collaborato con la cooperativa sociale Kaleidos di Bolzano. Mi hanno dato un contributo prezioso, preparando i vestiti per dieci personaggi del presepio dei musicisti”. Quella di Margoni è una passione che non ha scopo di lucro.

“Mi piacerebbe, quando si potrà, che qualcuno venisse a farmi visita per vedere i miei presepi. Per ora, non li ho ancora esposti. Sia per la situazione di questo periodo, che per la difficoltà di trasportarne fuori di qui alcuni. I personaggi sono grandi venti centimetri: sarebbe un bel lavoro dover riassemblare tutto, dopo”. Ma la speranza di Margoni è di poter coronare, un giorno, questo sogno. “Per me, costruire presepi è un’attività molto importante, che mi ha accompagnato a lungo. Per diverso tempo non ho costruito nulla: ho anche la passione per la fotografia, e dedicavo il mio tempo a visitare l’Alto Adige. Adesso, invece, mi capita di vedere da qualche parte, per esempio nei musei, qualcosa che voglio riprodurre, e a quel punto continuo a pensarci. Sono arrivato perfino a sognarmelo, da quanto ci tengo”. Chiunque fosse interessato ad affiancare Margoni nella produzione dei vestiti degli omini, oppure a vedere dal vivo le sue opere, può contattarlo al numero 3477309511.

Si sono conclusi i lavori di ristrutturazione

In foto: Durante l’innaugurazione

LAIVES Si torna finalmente a nuotare nella piscina coperta di Laives. Si sono infatti conclusi i lavori di ristrutturazione dell’impianto natatorio in zona scolastica, che è tornato a disposizione delle società sportive cittadine e che presto dovrebbe essere aperto anche al pubblico.
La mattina del 13 gennaio, l’intera giunta comunale ha voluto tenere a battesimo la struttura, che è stata rinnovata completamente. I lavori sono costati complessivamente circa tre milioni di euro, e ora gli appassionati del nuoto possono contare su una nuova vasca con cinque corsie (una in più rispetto al passato) e impianti tecnologici di ultima generazione.
“È stato un anno difficile per lo sport e tutte le società ne hanno sofferto”, ha esordito il sindaco Christian Bianchi. “Il mio auspicio è che l’apertura della piscina ristrutturata sia un segnale importante per la ripresa delle attività e che le nostre associazioni possano tornare a vivere e a far fare sport ai loro ragazzi. E questo è solo il primo passo, visto che siamo molto impegnati a dare a Laives strutture sportive all’avanguardia: nei giorni scorsi abbiamo approvato il progetto esecutivo per l’ampliamento della zona Galizia, che costerà 4,5 milioni di euro, e a breve approveremo la copertura della pista di pattinaggio, per la quale è previsto un investimento di 2,5 milioni. Il tutto a conferma della nostra convinzione di quanto sia importante lo sport per tornare alla normalità”.
La piscina coperta è stata ristrutturata in due lotti. Il primo, avviato circa due anni fa, riguardava il rifacimento degli spogliatoi, delle docce e soprattutto delle strutture portanti (è opportuno ricordare che sopra la piscina si trova il palazzetto dello sport).
“Con il secondo lotto – spiega l’assessore ai lavori pubblici Raimondo Pusateri – siamo intervenuti sulla vasca e sugli impianti, rinnovandoli completamente. In questo modo, adesso possiamo contare su una struttura moderna, con impianti tecnici di ultima generazione, sia per quanto riguarda la sanificazione dell’acqua, che per quanto riguarda il controllo del cloro e la temperatura. Originariamente era prevista la posa di una vasca in acciaio, ma mi sono battuto affinché venisse realizzato un rivestimento in piastrelle azzurre, perché anche l’occhio vuole la sua parte: così, la struttura è sicuramente più gradevole”.
Molto soddisfatto anche l’assessore allo sport, Luca Dallago, che ha ricordato quanto la giunta comunale sia sempre vicina alle esigenze di tutte le associazioni. “Per l’Ssv e per tutti i nuotatori di Laives è stato un anno molto difficile, ma ora spero che si possa ripartire a pieno ritmo”. “L’Ssv – prosegue Dallago – ha inoltre messo a disposizione una speciale sedia che consente ai disabili di entrare e uscire dalla vasca comodamente seduti”.
Nel prossimo futuro, l’obiettivo dell’amministrazione comunale è di riaprire al pubblico la piscina, prevedendo un paio di aperture alla settimana, presumibilmente una volta alla sera e una al mattino presto.

Comunità Amiche: primo bilancio

In foto: Progetto sulla gratitudine

Si è da poco concluso il 2020 e con esso, nel mese di dicembre, anche i Sente-mente®Laboratori per famigliari delle persone che vivono con la demenza. Un progetto che ha visto la partecipazione di 15 famigliari determinati a imparare a far accadere cose belle nella propria vita e in quella dei propri cari e a crescere in un’idea diversa di malattia, che metta in risalto non quello che la persona inevitabilmente perde, ma quello che continua a vivere nonostante la diagnosi.
Un cammino iniziato a settembre e portato avanti in presenza fino al settimo incontro, quando le circostanze ci hanno condotti alla scelta di svolgere i 5 che mancavano online. I nostri partecipanti non hanno desistito, e si sono affacciati con successo a quello che per molti di loro è stato un primo passo nel mondo dei computer. Hanno saputo trasformare la difficoltà in opportunità.
Il viaggio in 12 passi ci ha condotti a esplorare questa malattia da nuove prospettive, ritrovando il valore delle piccole cose, che forse nella vita quotidiana ignoriamo perché diamo per scontate ma che, se apprezzate, possono restituire molta gioia. Abbiamo lavorato sulla consapevolezza del nostro “fare”, abbiamo riscoperto il potere della gratitudine e la forza del perdono. Un percorso che ci ha resi capaci di stare accanto alla persona di cui ci prendiamo cura, proprio come “compagni di viaggio”.
Riportiamo di seguito alcune impressioni dei partecipanti:
“Il laboratorio è stata un’esperienza formativa molto interessante. Entra in questa malattia in punta di piedi e permette di aprire nuove finestre grazie alle quali scopri che vicino a te c’è una persona nuova che ti chiede di essere accettata nella sua “nuova vita”.”
“Mi ha insegnato ad avere più rispetto nei tempi, nei modi, ad avere un approccio meno impulsivo e più dolce con il mio caro. Ho acquisito mezzi per affrontare il percorso che la mia famiglia e io stiamo intraprendendo.”
“Il corso che abbiamo fatto mi hai dato molti spunti, sono stata soddisfatta. Mi sono piaciuti diversi argomenti, per esempio il dire “grazie”. Vedo che mio marito è molto contento ed è soddisfatto quando gli dico grazie perché ha fatto qualcosa, si sente apprezzato. Poi ho sperimentato il valore del contatto, se gli prendo la mano e lo abbraccio vedo che si rilassa ed è più sereno e tranquillo. Ho imparato che è importante che noi, che assistiamo i nostri cari, siamo sereni e tranquilli anche quando abbiamo mille cose per la testa… Prima di rivolgerci a loro, abbiamo imparato a fare la respirazione che ci aiuta a essere più rilassati”.
“Il percorso del laboratorio è stato innanzitutto una bella esperienza a livello personale; inoltre, mi ha fatto capire che tante altre persone vivono i miei stessi problemi. Ho imparato che prima di tutto devo essere sereno e tranquillo io stesso, se voglio trasmettere serenità a qualcun altro. Inoltre, ho capito che sono io a dover entrare nel mondo della persona malata, dal momento che il contrario è impossibile, e cercare di apprezzare quel che c’è nella persona, quello che riesce a trasmettere. È stata una bella esperienza anche potersi confrontare con altre persone”.
“Grazie a questi incontri sento di aver migliorato l’approccio con mio padre e ho acquisito maggior consapevolezza delle possibilità di relazione che esistono nonostante la malattia. Ho potuto essere di aiuto anche a mia madre, alla quale ho spiegato come mettere in pratica gli esercizi e le nozioni imparate al corso.”
“I laboratori ci hanno dato delle armi semplici ma potenti (come la grande forza della gratitudine, l’importanza delle parole, il respiro consapevole, la posizione del nostro corpo), che ci aiutano a sentirci bene, e quindi a far sentire bene anche le persone che ci stanno accanto. Ci ha dato degli strumenti per poter andare avanti, anche da soli, e affrontare nuove situazioni con i nostri cari. Abbiamo fatto degli esercizi insieme. Non mi sento più sola. Proprio in questo periodo di CovidOVID, il corso è stato un grande aiuto per “non sentirsi abbandonati” nelle nostre lotte quotidiane con la malattia dei nostri cari. Ci siamo allenati insieme per stare bene con noi stessi, per renderci più forti, più resilienti, anche più benevoli nei nostri confronti (Roberta dice che siamo noi i giudici più severi di noi stessi). Ho capito meglio cosa succede ai nostri cari, come vivono in modo diverso il presente, l’importanza fondamentale dei sentimenti quando la mente “inizia a perdere colpi”. Un grosso grazie per tutto questo.”
Una pioggia di parole speciali ha innaffiato il nostro ultimo incontro: supporto, arricchimento, consapevolezza, serenità, sicurezza, fiducia, condivisione, energia, coraggio, accoglienza. Parole che, come semi, sono state piantate dentro di noi e, se ne avremo cura, sapranno far germogliare una nuova cultura intorno alla demenza.

Roberta Lenzi
Sente-mente felicitatrice