Laives al Trento Art Festival

Il Trento Art Festival è un festival d’arte contemporanea completamente digitale a cui l’Associazione culturale lasecondaluna di Laives ha deciso di partecipare con le opere dell’artista Elisabetta Vazzoler.

Nato quest’anno in risposta alla crisi delle mostre tradizionali, il Trento Art Festival è il primo festival italiano digitale di arte contemporanea. Le opere sono esposte su una superficie virtuale di 20.000 mq, divise in sezioni differenti. Una di queste è “Focus”, dedicata agli espositori di una nazione, ogni anno diversa, che intraprendono un gemellaggio con il Festival; quest’anno si è trattato della Grecia. Per partecipare, ogni ente – galleria, fondazione, associazione, collettivo di artisti – invia una candidatura con la proposta per un progetto espositivo. Le candidature sono poi valutate dal comitato del Festival, che seleziona quelle che faranno parte della Main Section. Gli enti selezionati hanno diritto ad allestire il progetto in uno spazio virtuale messo a disposizione dagli organizzatori sulla piattaforma Kunstmatrix. Il progetto presentato dall’associazione lasecondaluna si intitola “Interno”, ed è stato curato da Nicolò Faccenda, Stefania Rossi e Amanda Filippi. Si tratta di un progetto originale creato appositamente per il Festival e si compone di nove opere dell’artista altoatesina Elisabetta Vazzoler. Originaria di Treviso, vive e lavora a Bolzano, si dedica all’insegnamento e partecipa a diverse mostre locali e nazionali. Le opere che compongono “Interno” rappresentano ambienti domestici e intimi, nei quali è collocato lo spettatore stesso. “La selezione del nostro progetto da parte della giuria è stata un po’ inaspettata. È la prima volta che l’associazione prova a candidarsi a questo tipo di eventi e non avevamo grandi aspettative, ma siamo molto felici di aver avuto l’occasione di presentare il progetto al pubblico. Gli altri espositori selezionati per la Main Section provengono da tutta Italia, e vedere apparire Laives tra Milano, Bologna, Torino, Roma è stato veramente emozionante”, rivela Filippi. Una sezione parallela al Trento Art Festival è rappresentata dal Trento Art Prize. Molti Festival d’arte contemporanea, infatti, affiancano alla parte espositiva dedicata agli enti un concorso dedicato ai singoli artisti. L’associazione ha attivato il progetto “La seconda luna for artists” per dare supporto agli emergenti del territorio, affiancandoli nella creazione di portfolio e testi critici e mettendo a disposizione spazi di lavoro, ma anche aiutandoli nella candidatura ai bandi e segnalando loro occasioni di visibilità. È stata così segnalata la possibilità di candidarsi al Trento Art Prize. Tra questi, Jonas Stecher – Silandro, classe 1984 – ha deciso di partecipare. Artista autodidatta che l’associazione ha avuto il piacere di esporre in una mostra personale di grande successo nella Galleria Civica di Vadena nel 2019, è stato selezionato tra i 10 finalisti per il Trento Art Prize e ha ricevuto la menzione speciale della giuria.

Nell’immagine principale: I like toad’s, Jonas Stecher, 2009, olio e acrilico su tela, 70x120cm

Autrice: Ana Andros (COOLtour)

YoUnited: nata per far incontrare i cittadini

Recentemente, noi di COOLtour abbiamo avuto il piacere di parlare con alcuni dei ragazzi che partecipano al progetto YoUnited per scoprirlo meglio e conoscere questa giovane realtà. YoUnited è un’associazione di promozione sociale che opera nel comune di Laives, ed è composta principalmente da ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Si occupa di portare all’interno della città, o meglio per le strade della città, occasioni d’incontro, eventi, spettacoli e mostre.

Gli eventi organizzati spaziano infatti tra il divertimento, la cultura e il sostegno sociale, ma il vero obiettivo del progetto è trovare dei modi per far incontrare i cittadini e creare delle situazioni in cui i questi possano condividere esperienze e dialogare, in modo da rafforzare il senso di comunità.
Per chi si prefigge di voler far incontrare le persone, un periodo come questo sicuramente non è semplice, ma ogni limite fornisce una possibilità di migliorarsi e reinventarsi; le attività di YoUnited infatti continuano, tra mostre online, incontri sul web e progetti vari.
Una di queste iniziative è la spesa SOSpesa, grazie a cui i cittadini di Laives possono lasciare alimenti e altri prodotti a qualcuno che verrà dopo di loro: i ragazzi ci hanno tenuto a sottolineare come questo progetto stia consentendo loro di incontrare da un lato tante persone bisognose, ma dall’altro – soprattutto – tantissime persone generose. In periodo pre-Covid, l’associazione organizzava, in collaborazione con il DDT (Duo Danz Theatre), spettacoli di cabaret aperti a tutta la cittadinanza. Tra le proposte rese possibili dal lavoro dell’associazione, anche diverse mostre fotografiche all’interno del municipio, organizzate in questo spazio affinché fossero viste non solo da esperti o da persone interessate, ma anche da semplici passanti con la voglia di osservare una vetrina.
Il progetto non punta solo a creare contenuti per la città, ma vuole anche collaborare a progetti già esistenti, come succede durante il Carnevale di Laives, quando aiutano con la preparazione e contribuiscono attivamente ad animare le strade e le vie della città.
Ciò che però più colpisce di questo progetto è la piena libertà di pensiero e apertura delle persone che vi partecipano. L’esempio più lampante è infatti il Wunderbar, ovvero un laboratorio-bar completamente analcolico dove ciò che conta è la degustazione e il piacere del bere piuttosto che il vizio. Colpisce perché potrebbe sembrare una critica nei confronti delle bevande alcoliche, ma la stessa YoUnited organizza allo stesso tempo eventi di degustazione di vini. Come possono concordare le due cose? Wunderbar non vuole essere un sostituto degli esercizi commerciali esistenti, ma semplicemente fornire un’alternativa: un’alternativa, per l’appunto, che possa raggiungere più persone possibile e mostrare che esistono diverse vie per incontrarsi per dialogare e per condividere esperienze e storie, ma anche passioni e voglia di creare nuove attività sul territorio.
Per questa ragione, l’associazione YoUnited è sempre alla ricerca di nuovi collaboratori e di nuovi giovani (o ex giovani) volenterosi di creare eventi, progetti e occasioni per stare insieme. I ragazzi del progetto non nascondono infatti il loro sogno nel cassetto: espandere il progetto all’intera provincia attraverso nuovi progetti e reti di collaborazione.

Autore: Daniel Valentini (COOLtour)

“Io, comandate dei vigili del fuoco”

Da diversi anni fa parte del corpo dei Vigili del fuoco volontari di Salorno e nel 2019 ne è diventato il comandante. Christopher Nardin, classe 1987, ci spiega questa sua grande passione alla quale dedica tanto tempo e dedizione.

Raccontaci un po’ di te, quando e come nasce la tua passione per i Vigili del fuoco?
Questa mia passione e voglia di essere un membro attivo nel corpo dei Vigili del fuoco è nata, si può dire, per una questione di coincidenze. Nel 2002 fu fondato il gruppo giovanile all’interno del corpo di Salorno e il compito di istruttore venne affidato al padre di un mio caro amico che mi chiese se volevo provare a partecipare. Da quel momento è nata questa passione che fino ad oggi spinge me, ma anche tutti i membri del corpo, a dedicare tempo e impegno a ciò in cui crediamo. L’interesse nasce sicuramente anche dal fatto che come Vigili del fuoco possiamo sperimentare e provare cose che normalmente non si possono fare: nuotare e navigare nell’Adige, arrampicarsi e fare discese in corda da edifici, provare a spegnere dell’olio bollente con l’acqua (attenzione: da non fare!) e tante, tante altre esperienze… come guidare un camion grande, pesante e rosso.

Quale è stata l’esperienza più bella che hai vissuto come Vigile del fuoco?
È difficile scegliere un’unica esperienza bella. Ci sono stati tanti, veramente tantissimi momenti indimenticabili ed ognuno di essi è stato diverso ed unico: incontrare bambini che con occhi spalancati ci ammirano e salutano, il sorriso e la gratitudine delle persone dopo un intervento, nonostante abbiamo perso tanto o praticamente tutto, ma anche l’emozione di provare nuovi automezzi.

Per i bambini siete un mito. Hai un consiglio da dare ai più piccoli che sognano di intraprendere questo percorso?
Per tutte le bambine e i bambini che hanno voglia di avvicinarsi a questa grande famiglia, consiglio vivamente di iscriversi al gruppo giovanile. In questo modo iniziano già da subito a sviluppare il senso di responsabilità ed imparano a conoscere i compiti del corpo dei Vigli del fuoco. Una volta raggiunti i 17 anni si decide insieme al responsabile del gruppo giovanile e al comandante il passaggio al gruppo degli attivi. Vorrei aggiungere che proprio per i futuri allievi organizziamo regolarmente serate informative durante le quali i giovani interessati, insieme ai propri genitori, possono venire a visitare la caserma, ricevere informazioni sul gruppo ed eventualmente iscriversi. A breve si svolgerà nuovamente una serata di questo tipo e le informazioni in merito verranno pubblicate sui nostri profili Instagram e Facebook.

È così pericolosa “la vita” del Vigile del fuoco?
Questa è una domanda difficile a cui rispondere. Ogni situazione a cui si è esposti può essere pericolosa se non si ha alle spalle un addestramento adatto per riuscire ad anticipare eventuali situazioni di rischio. Sarebbe tuttavia una bugia sostenere di poter azzerare ogni tipo di pericolo, proprio perché le varie emergenze sono tutte diverse tra di loro. La regola più importante è chiaramente quella di tutelare la propria sicurezza, la propria salute e i compagni con cui si svolge l’intervento. Per ridurre al minimo i rischi e le situazioni pericolose è indispensabile avere una corretta formazione, saper utilizzare in modo congruo l’attrezzatura specifica e all’avanguardia ma soprattutto addestrarsi. Quando si inizia la “carriera” del Vigile del fuoco bisogna essere consapevoli dei rischi ai quali si va incontro e avere un grande senso di responsabilità verso sé stessi ed il prossimo.

Christopher Nardin

Nel gruppo dei Vigili del fuoco di Salorno troviamo anche una componente femminile?
Ormai da diversi anni nel nostro gruppo possiamo vantare anche la presenza di alcune donne in qualità di membri attivi. Naturalmente non ci sono distinzioni tra vigili e vigilesse, se non per l’utilizzo del bagno e delle docce che sono separati. Per tutto il resto siamo un gruppo e un’unica squadra, ognuno con dei compiti ben precisi. Insieme frequentiamo i corsi obbligatori, siamo soggetti a formazione continua, e condividiamo l’uso dell’attrezzatura necessaria. Ciò che ci permette di essere all’avanguardia è anche la valorizzazione delle caratteristiche di ogni volontaria e volontario, che deve essere ben consapevole del proprio ruolo e delle proprie mansioni.

Quest’anno ricorrono i 40 anni dall’alluvione del 1981 avvenuta a Salorno, durante la quale i Vigili del fuoco locali hanno avuto un ruolo importante nel soccorrere la popolazione e non solo. Avete in programma qualche iniziativa per ricordare quel drammatico evento?
Ci sono sicuramente pochi corpi in provincia che, come noi, hanno vissuto un evento così drammatico in prima persona. Negli ultimi anni, purtroppo, abbiamo avuto alcune situazioni di pericolo dovute alla piena dell’Adige e la generazione più anziana del nostro corpo, sapeva bene quali scenari sarebbero potuti accadere. Se pensiamo che l’età media del corpo dei Vigili del fuoco di Salorno è di 37 anni, capiamo che diversi membri attivi non hanno vissuto personalmente l’alluvione del 1981, ma è fondamentale ricordarla e tramandarne la storia a loro come a tutta la comunità. Abbiamo quindi deciso di organizzare una mostra aperta al pubblico, con tutte le nostre foto storiche per far capire la drammaticità di quell’evento e l’importanza degli interventi da attuare durante la piena dell’Adige per evitarne una rottura o una fuoriuscita d’acqua. I dettagli della mostra saranno comunicati tramite manifesti in paese e sui nostri profili social.

Appiano, terra di castelli e vini

Terra di castelli e vini, si definisce il comune di Appiano. E non a torto: i primi raggiungono l’incredibile numero di 180, mentre i secondi interessano un’area coltivata unica in Alto Adige. Alle due caratteristiche se ne può aggiungere una terza: la memoria. Ogni passo equivale a un’immersione storica che abbraccia un arco temporale di oltre 10000 anni. Il passato ha lasciato tracce indelebili in tutte e nove le “frazioni”: da San Michele a Cornaiano, da San Paolo a Monticolo, da Frangarto a Riva di Sotto, da Missiano alle solitarie Gaido e Predonico.
A differenza delle località “retiche” dell’Alto Adige, la cui denominazione rimane avvolta nel mistero, Appiano appartiene al novero di comuni dal nome abbastanza comprensibile. Si tratta dei cosiddetti “prediali” romani, derivati dal nome proprio del dominus del luogo. È dunque ipotizzabile che Appiano fosse il feudo di un veterano di nome Appius o Appianus. La prima citazione del nome risale tuttavia al 590, quando Paolo Diacono nella sua “Storia dei Longobardi” parla di Appianum come di un castello longobardo distrutto dai Franchi.
Siamo, dunque, in presenza di una zona agricola e naturale particolarmente seducente. E non da oggi, dato che dopo i Romani (non è certo un caso se la battaglia finale tra Druso e i “ribelli” retici ebbe luogo proprio negli acquitrini ai piedi di Castel Firmiano: ultimo baluardo a difesa di un luogo privilegiato e ambito), anche in epoca medievale Appiano rappresentò il centro di potere di un territorio comprensivo del Burgraviato, della vicina Bolzano e della Bassa Atesina, porta verso il sud lombardo-veneto. I potenti conti governavano per conto del Vescovo di Trento e, in epoca successiva, anche dei conti del Tirolo.
Oggi, come detto, Appiano è il nome di un insieme di località disseminate dalle pendici della Mendola ai boschi di Monticolo e dalla piana di Bolzano, sulla cui strada si possono ammirare le grandiose colline moreniche dell’ultima era glaciale, alle porte di Caldaro, comune che invece ha esercitato un lungo dominio religioso.Gli abitanti sono circa 15000 e la crescita degli ultimi decenni è stata vertiginosa. Al pari di Laives, altro centro che ha sofferto il lungo blocco edilizio bolzanino, ha subito una massiccia immigrazione “forzata”. Il centro del comune è San Michele, un borgo rinnovato ma nel contempo capace di conservare le peculiarità del paesino di un tempo. Certo molti sono gli edifici nuovi o ristrutturati, la stessa piazza principale ha subito un consistente restyling. Ma rimangono, tutt’attorno, anche i vecchi edifici, il convento dei Cappuccini, le locande storiche, il municipio e, poco distante, la chiesa parrocchiale.
Torniamo, con la memoria, al punto di partenza: il passaggio a livello di Ponte Adige. Qui si può imboccare la suggestiva ciclabile che “circumnaviga” il Monte di Mezzo sul vecchio tracciato della indimenticata “vacca” di Caldaro, il trenino che faceva la spola tra Bolzano e il centro più remoto dell’Oltradige. Dopo Frangarto e Riva di Sotto, che ci collegano alla via dei castelli – dove spiccano i gioielli di Hocheppan, Boymont e Korb – incontriamo il bivio per due paesi da sempre orgogliosamente “indipendenti”: San Paolo, il cui campanile svetta imponente sulla vallata, e Cornaiano, il paese vinicolo dalle incantevoli vie e cantine di stampo medievale. Raggiunto San Michele, che si apre verso gli estesi boschi di Monticolo con i due stupendi laghi e le solitarie alture un tempo abitate da misteriosi personaggi (chiamati uomini selvaggi), percorriamo la strada che da Monte conduce alle due località più lontane e incantate del comune: Gaido e Predonico, entrambe meravigliosamente incastonate nel paesaggio montano ai piedi del candido Macaion. Guardando lontano oltre le case del fondovalle nulla si percepisce del rumore del traffico e, per fortuna, ancor meno dell’aggressione dell’edilizia alla natura anche qui sempre in agguato.

Copyright della foto principale: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

La geografia spiegata ai bambini

Giada Peterle – geografa culturale e fumettista bolzanina che oggi vive a Padova, dove insegna “Geografia Letteraria” e “Comunicazione Creativa e Landscape Storytelling” all’Università – ha da poco pubblicato il suo secondo fumetto: “La geografia spiegata ai bambini. Le avventure spaziali di Alex e il Signor Globo”, edito da BeccoGiallo (2020). Il libro racconta le avventure di Alex, una bambina che, grazie alla fantasia, impara a conoscere il mondo, come le grandi geografe che hanno scritto la storia della disciplina. 

// Di Alex Piovan

“Alla fine conserveremo solo ciò che ameremo, ameremo solo ciò che capiremo e capiremo solo ciò che ci avranno insegnato”. È una frase dell’ingegnere forestale senegalese Baba Dioum, messa in esergo al libro “Il tempo e l’acqua” dello scrittore islandese Andri Snær Magnason. Parlando con Giada Peterle, ci si chiede se possa funzionare anche al contrario: se si riesca cioè a insegnare solo ciò che si fa capire e a fare capire solo ciò che si fa amare. È quello che succede ad Alex, la bambina protagonista di “La geografia spiegata ai bambini”, grazie al suo compagno di avventura, il Signor Globo. È lui, infatti, a contraddire le sue aspettative e convinzioni e a spiegarle come stanno davvero le cose; ed è proprio quando il Signor Globo inizia ad avere molto caldo che Alex decide di andare a esplorare il ghiacciaio della Marmolada, che la dirà di avere la febbre e di rischiare di sciogliersi. Non è una storia nuova. Nell’agosto del 2019, per esempio, è stato commemorato l’Okjökull, il primo ghiacciaio islandese scomparso a causa del riscaldamento globale. In quell’occasione fu presentata una targa, “Lettera al futuro”, sulla quale si legge che nei prossimi duecento anni “tutti i nostri principali ghiacciai faranno la stessa fine”. La vicinanza emotiva di Alex nei confronti di un amico che si rivela presto un Globo ormai sofferente si traduce in impegno, e decide di voler fare la sua parte coinvolgendo i compagni di classe nella visita al Museo di geografia. La speranza? Che i bambini, geografi del futuro, amino, capiscano, conservino.

In viaggio nelle periferie
Non è la prima volta che Giada Peterle lavora con il fumetto per raccontare la ricerca accademica. Il suo primo libro, “Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane”, curato con Adriano Cancellieri, raccoglie i racconti di cinque periferie di grandi città italiane. Dal paesaggio urbano e le forme con cui lo si abita, in “La geografia spiegata ai bambini” lo sguardo di Peterle si sposta su una materia che i più piccoli incontrano di solito stereotipata, e spesso anche impolverata, sui banchi di scuola. 
“Da subito mi è sembrato importante – spiega l’autrice – non lavorare da sola, ma dialogare con chi si occupa di comunicare e insegnare la geografia ai bambini”. Per farlo, Peterle ha coinvolto l’AIIG (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia) e il Museo di Geografia dell’Università di Padova, da sempre attento – anche grazie al suo ricco patrimonio – all’organizzazione di attività didattiche e di laboratori educativi per i bambini. “Dialogare con gli insegnanti è stato importante non solo perché sono coloro che trasmettono la geografia ai bambini, ma anche perché immaginavo questo libro anche come un possibile strumento didattico da usare in classe”, aggiunge Peterle. “Infatti, il libro, è già un laboratorio di formazione per insegnanti che sto sperimentando, per ora, nelle scuole del Veneto”.
Il libro, infatti, si inserisce nella collana “Critical Kids” di BeccoGiallo, composta da brevi albi illustrati che si occupano di mediare, attraverso un linguaggio accessibile, argomenti piuttosto complessi, aiutando i più piccoli ad affrontare temi come il razzismo, la mafia e la Shoah, e ne inaugura una possibile linea dedicata alle discipline.  

Ciò che conta è la voglia di esplorare
All’inizio della storia eccola lì, Alex, inchiodata alla scrivania, intenta a stilare liste di nomi di fiumi, di laghi e di città: non ama né la geografia, né i compiti che deve finire. Eppure è così che inizia l’avventura immaginaria che la porta a trasformare gli spazi quotidiani, come il salotto di casa e ciò che vede dalla finestra della sua stanza, nei luoghi di un viaggio in cui toccherà una serie di temi legati alla storia della geografia e alla contemporaneità, dalle mappe ai confini, dal significato della parola “luogo” al cambiamento climatico. Il nome di Alex richiama quello di Alexander Von Humboldt, il “padre” della geografia moderna, ma è anche il tentativo di pensare a una protagonista diversa dal solito, spiega Giada Peterle: “Mi piaceva l’idea di non definire fin da subito la sua identità, e Alex è un nome che mi ha aiutata in questo: non importa chi sia il protagonista, quale sia il colore della sua pelle o a quale latitudine viva, ciò che conta è la sua voglia di esplorare. Spiegare la geografia ai bambini, per me, significa passare loro il testimone per la costruzione del futuro di questa disciplina, che immagino fatto non soltanto di padri, ma anche di madri. Lo dico perché la storia della geografia è una storia anche di voci femminili, ma molto spesso non lo si ricorda”. 

L’AUTRICE

Giada Peterle è una geografa culturale e fumettista italiana, docente all’Università di Padova. Laureata in Filologia Moderna, ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia. Nelle sue ricerche si occupa di rappresentazioni arrative dello spazio, esplorando il modo in cui la letteratura, il fumetto e i linguaggi artistici siano in grado di modificare il modo in cui abitiamo, interpretiamo e costruiamo lo spazio. Ha curato insieme ad Adriano Cancellieri
l’antologia a fumetti “Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane” (BeccoGiallo, 2019). È autrice della onografia internazionale “Comics as a research practice: drawing narrative geographies beyond the frame”, dedicata al fumetto come pratica di ricerca geografica, che sarà pubblicata nella primavera del 2021 da Routledge.
È appena uscito per BeccoGiallo il suo ultimo fumetto, “Lines” dedicato alla storia del trasporto urbano nella città finlandese di Turku (la traduzione italiana è stata pubblicata dalla rivista di graphic journalism Stormi: www.stormi.info). Il suo sito è www.narrativegeographies.com.

Conosci la JoyEnJoy?

Un contest online per tenere sintonizzati e sempre attenti i propri followers, questa l’ultima iniziativa della JoyEnJoy che ha lanciato una sfida sui social per coinvolgere i propri fedeli seguaci, premiando coloro che meglio conoscono le attività proposte dall’associazione nel corso degli anni. Dieci domande, una al giorno, postate alle dodici in punto sul profilo facebook, hanno messo alla prova i diversi partecipanti che si sono sfidati alla ricerca della risposta corretta. I quesiti riguardavano le tante iniziative organizzate dall’associazione, nata nel 2014 con l’obiettivo di realizzare eventi per divertirsi e far divertire. Cinque i suoi fondatori ma molti di più i membri attivi che collaborano in maniera del tutto volontaria alla realizzazione di ogni manifestazione. Feste, spettacoli, sfilate e musical hanno caratterizzato l’attività della JoyEnJoy che ha sempre saputo stupire il proprio pubblico. 
L’associazione, che include al suo interno membri di diverse generazioni e di entrambi i gruppi linguistici, punta sull’intrattenimento a 360 gradi valorizzando il talento di ognuno. Tante le ore trascorse a lezione di canto, ballo o recitazione svolte online in questo periodo di pandemia, con l’obiettivo di perfezionarsi nelle varie discipline per crescere sempre più dal punto di vista artistico e migliorare l’affiatamento del gruppo. Partita con una festa pasquale, diventata poi una piccola tradizione per Salorno, l’associazione ha lavorato con molta dedizione, professionalità ed impegno, facendosi conoscere anche al di fuori dei confini locali. Tra gli spettacoli più importanti, i tre musical “Il Re Leone”, “Mamma Mia” e “C’era una volta un sogno”, un medley di diverse storie Disney, approdato anche al teatro Cristallo di Bolzano. L’associazione ha inoltre organizzato progetti teatrali per ragazzi delle scuole medie ed elementari così da avvicinare e far conoscere il mondo della recitazione e dell’intrattenimento anche ai più giovani, sottolineandone l’aspetto formativo. 
L’ultima iniziativa intitolata “Decenni X caso” è stata realizzata la scorsa estate e ha visto la JoyEnJoy fare un salto nel passato attraversando i decenni con la musica. I protagonisti a bordo di un piccolo furgoncino si sono esibiti in due serate all’aperto prima a Salorno e poi a Egna. Con tutti gli eventi proposti dall’associazione non è stato facile rispondere correttamente a tutte e dieci le domande del contest per aggiudicarsi il titolo di “Realfollower” e vincere una chiavetta Usb targata JoyEnJoy. 
Sono riuscite nell’impresa Adelinda Palella e Sofia Nicolodi. “Da quando la JoyEnJoy è nata abbiamo sempre avuto l’obiettivo di offrire dei momenti di intrattenimento e di svago che potessero arrivare a più persone possibili, senza distinzioni.” si legge sul profilo Facebook dell’associazione, “Quando abbiamo premiato queste due super followers, appartenenti a due generazioni diverse, è stato davvero gratificante. Speriamo di riuscire sempre ad avvicinare e unire persone diverse perché questa è la vera ricchezza.”

In foto principale: in alto, Adelina Palella premiata da Sibille Bazzanella; in basso, Sofia Nicolodi premiata da Alice Caldani

Autore: Erica Nardin

“Ci sono possibilità oltre la demenza”

Continua la serie di articoli di approfondimento sul tema della demenza e della cura delle persone che ne soffrono, a cura di Roberta Lenzi del progetto Sente-mente. 

“Possiamo vivere una vita felice, continuare a fare le cose in modo diverso, utilizzando al massimo le nostre risorse.” Queste sono parole di Harry Urban, una persona che vive con la demenza. Anche Luigi, da qualche anno, convive con la demenza; e un po’ alla volta si accorge di come i ricordi si confondano e le parole si attorciglino intorno a idee che rapidamente svaniscono. Anche il suo corpo sembra dimenticare cose semplici: talvolta i suoi passi si fanno più incerti e le cose quotidiane che prima appartenevano alle sue abitudini gli sembrano estranee. Sente intorno a sé i suoi famigliari che, con voce sommessa, parlano di lui dicendo: “Sai, Luigi non è più capace di, non capisce, ormai non è più in grado”.
Alice, la donna che è sempre stata al suo fianco, farebbe qualsiasi cosa per lui. Gli sta accanto e diventa le sue mani quando lui non riesce a fare qualcosa. È abitudine comune sostituirsi al nostro caro quando lo vediamo in difficoltà nel compiere azioni che riguardano la sua persona; a volte questo è dovuto al poco tempo a disposizione, ma molto più spesso al desiderio di volerlo aiutare, di fare il suo bene, confondendo il significato di assistere con quello più profondo di “prendersi cura”. 
Non ci si prende cura di una persona solamente facendo delle cose per lei, ma anche consentendole di continuare ad alimentare la fiducia in sé stessa. Più ci si sostituisce alla persona, più si crea un rapporto di dipendenza e si influisce sulla sua autostima. È proprio il senso di autonomia che fa sentire di essere ancora vivi; poter continuare a occuparsi anche solo di piccoli aspetti che riguardano la cura di sé stessi – come allacciarsi le scarpe, chiudere i bottoni della camicia, indossare un indumento, farsi la barba, fare due passi, mangiare da soli…
Al di là dei limiti della persona che si ama, esiste un mondo di possibilità. Si deve solo scegliere di portare lo sguardo oltre gli ostacoli che si percepiscono come insuperabili e risvegliare la propria creatività, quella creatività che permette di trovare soluzioni alternative oltre il “si è sempre fatto così”. In che modo, per esempio? Se per la persona di cui ci prendiamo cura mettere le scarpe è diventato difficoltoso, prima di farlo per lei, proviamo a mettere uno sgabello dove possa appoggiare il piede: forse riuscirà a farlo da sé, con un po’ del nostro aiuto. 
Se usare il cucchiaio è una manovra complicata, possiamo cucinare cose gustose che si possano mangiare con la forchetta o, perché no, stuzzichini che si possano prendere con le mani. Non vuole lavarsi le mani? Arrabbiarsi è inutile. Chiediamo con gentilezza se, per favore, può lavare quelle tazzine nel lavandino. Si sentirà utile e, così facendo, si laverà le mani. Spetta a chi sta accanto a persone con demenza impegnarsi per moltiplicare le possibilità di autonomia nella loro vita. È il modo più bello per dire loro che gli si vuole bene.

Autore: Roberta Lenzi di Sente-Mente felicitatrice

Termeno, paese del vino e del carnevale

Con il gelo di questo lungo inverno nelle ossa, ci avviciniamo fiduciosi a Termeno. Il paese sorge su un’altura sotto i monti Göller e Roen e, in senso lato, a cavallo tra la Bassa Atesina e l’Oltradige. A quest’ora del pomeriggio il sole attraversa la valle dell’Adige trasformandola in una terra ricca di suggestioni mediterranee. 
Lasciato alle nostre spalle il lago di Caldaro e attraversando i caratteristici vigneti ancora spogli dove i contadini sono intenti nelle operazioni di potatura, raggiungiamo il centro del paese, in passato più volte distrutto da furiosi incendi e dalle esondazioni del terribile rio della Val d’Inferno. 
Il nome del paese, di cui conosciamo varie versioni, da Traminum a Treminde e vico Traminno, rientra a pieno titolo nel novero di quelli preromani “indecifrabili”, presenti in gran numero anche in Bassa Atesina. Il problema principale, in questo campo, non è quello di “interpretare” il significato del nome ma, prima ancora, di individuare la sua lingua di appartenenza. Una possibile soluzione è stata proposta dallo studioso Diether Schürr, che lo fa derivare dal nome proprio TRIUMUS di origine euganeo-veneta.
È invece certo che Termeno, dal medioevo fino al 1777, fu terra di proprietà dei vescovi trentini, che qui dominarono con i Vanga e i conti di Appiano. Altrettanto singolare la circostanza, citata nella lettera vigiliana, che ancora nell’anno 1000 si seguisse la legge longobarda applicata da un gastaldo.
Se secondo la legenda fu il vescovo Vigilio a cristianizzare la zona e a fondare la prima chiesa, appare singolare che questa sia stata dedicata ai santi orientali trecenteschi Quirico e Giulitta. La basilica fu ampliata e ricostruita più volte ed è dotata di un possente campanile che raggiunge l’altezza record di 87 metri. La parrocchia era tradizionalmente legata al decanato di Caldaro a pare abbia raggiunto l’autonomia in epoca tardo medievale. 
In un vigneto del luogo, nel XIX secolo fu ritrovato uno stupendo menhir figurato di quasi due metri di altezza, che proietta i primi insediamenti indietro nel tempo di almeno 5000 anni, nell’età del rame.
Il nome di Termeno è legato indissolubilmente a due fattori: il carnevale e il vino. Il vitigno del Gewürztraminer, dalla classica uva rossastra, produce l’aromatico vino dal colore paglierino rinomato fin dai tempi antichi. Qui il vino ha una tradizione che precede l’arrivo dei Romani, che pure contribuirono in maniera decisiva a migliorare le tecniche di produzione e conservazione. Oswald von Wolkenstein, trovandosi al lago di Costanza nel 1416 e dovendo bere i vini locali, scrisse le nostalgiche parole “dick gen Traminn stet mein gedanck” (corre forte verso Termeno il mio pensiero).
Il carnevale, con il noto corteo di Egetmann (da un originario rito della fecondità, in cui un erpice – in tedesco Egge –  veniva trascinato lungo le strade del paese), è uno dei più antichi dell’area alpina. Viene rappresentato il martedì grasso degli anni dispari e attira migliaia di curiosi. Alla sfilata possono partecipare solo uomini, per cui anche le figure femminili sono interpretate da maschi travestiti. Considerando che il paese ha 3500 abitanti e che i figuranti sono quasi mille, è facile capire come ogni famiglia sia coinvolta nella sfilata accompagnata dal fracasso delle bocche di legno degli Schnappviecher, letteralmente draghi acchiappacristiani.
Chiudiamo la nostra visita sul dosso di Kastelaz, dove un tempo sorgeva un castello romano e poi quello medioevale distrutto da Mainardo II. È rimasta la stupenda chiesetta dedicata a S. Giacomo, ricca di straordinari affreschi romani del 1220 rappresentanti figure mitologiche per metà uomini e per metà animali: uomini-pesce che combattono con uomini-uccello, centauri e un uomo-cane. Forse qui si nasconde l’anima di questo paese e della gente che lo abita.

Copyright foto principale: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Screening e vaccini: come sta andando

A un anno dallo scoppio della pandemia da Covid-19, la straordinaria mobilitazione della comunità scientifica internazionale ha portato alla produzione e alla somministrazione delle prime dosi di vaccino in quasi tutto il mondo. L’obiettivo è abbassare il tasso di mortalità e raggiungere al più presto l’immunità di gregge che possa permettere un ritorno graduale alla normalità. 

Il piano vaccinale in Italia
In Italia il piano di vaccinazione è stato avviato il 27 dicembre dell’anno scorso. Le prime somministrazioni sono state destinate alle categorie che si impegnano in prima linea a contrastare il virus e sono dunque le più esposte – medici, operatori sanitari e sociosanitari. Dopo gli utenti e il personale delle Residenze Sanitarie Assistenziali, che ospitano persone ad alto rischio di sviluppare una malattia grave, a causa dell’età avanzata e della possibile presenza di patologie pregresse, il piano nazionale prevede la vaccinazione di tutta la popolazione più anziana – in particolare gli ultraottantenni – e più vulnerabile – la popolazione con condizioni patologiche particolari. Con l’arrivo di ulteriori dosi e per la presenza di diverse tipologie di vaccino, la somministrazione ha avuto inizio anche per gli insegnanti e il personale scolastico, le forze dell’ordine e i lavoratori dei luoghi di comunità e dei restanti servizi essenziali. 

La campagna vaccinale altoatesina
L’Alto Adige è capofila a livello nazionale, con oltre 68.000 dosi già somministrate. In regione i maggiori beneficiari del vaccino sono al momento, come in tutta Italia, gli operatori sanitari e sociosanitari; alto è anche il numero di dosi somministrate agli over-80 (17.479, al 6 marzo). Capillari, date le potenziali difficoltà di spostamento, i punti di somministrazione per quest’ultimi su tutto il territorio: per gli ultraottantenni di 14 comuni della Bassa Atesina è stata organizzata a Egna una doppia giornata di vaccinazione (venerdì 5 e sabato 6 marzo); seguiranno poi, con la somministrazione della seconda dose, i comuni di Terlano e Sarentino. Procede rapidamente anche la vaccinazione del personale scolastico, di asili e università, che supera la soglia dei 10.000 vaccinati, raggiungendo quasi il 50% del gruppo considerato. Complessivamente, durante la prima settimana di marzo, sono state previste nel comprensorio sanitario di Bolzano oltre 5100 vaccinazioni. L’Azienda Sanitaria altoatesina avvia inoltre altri due grandi punti di vaccinazione sul territorio: a Merano è stato allestito all’interno del Kurhaus un centro vaccinale, attivo dal 1 marzo fino all’autunno, mentre è prevista per la metà di marzo l’apertura di un punto di somministrazione presso la Fiera di Bolzano. 

Lo screening regionale
Prosegue inoltre la campagna di screening regionale avviata a novembre 2020 con il sistema di test rapidi. La seconda fase prevede, oltre al tracciamento dei contatti stretti e all’avvio di un sistema di screening ogni qualvolta si verifichi una maggiore incidenza di contagi, un monitoraggio costante delle infezioni attraverso una serie di test mirati per un campione rappresentativo della popolazione di 4 mila persone tra i 18 e i 70 anni individuate in modo casuale, come pure di 900 persone dell’ambito scolastico e 300 alunni maggiorenni delle scuole superiori. Ogni settimana, per quattro settimane, le persone vengono sottoposte gratuitamente a test antigenico rapido. Ogni quattro settimane, dunque, 4 mila cittadini vengono invitati, con una lettera, a partecipare al monitoraggio regionale su base volontaria. 

L’iniziativa del Comune di Ora
Sulla stessa linea d’azione, il Comune di Ora ha avviato un’ulteriore campagna di screening di massa per i suoi abitanti. L’iniziativa, che non prevede obbligo di prenotazione e si articola su nove giornate, è stata accolta positivamente dalla cittadinanza. I test antigenici rapidi sono gratuiti e vengono offerti in due centri presso stazioni drive-in.

Autore: Ana Andros – COOLtour

Il progetto che offre un supporto ai nuovi genitori

Il progetto “Family Support” arriva in Bassa Atesina. Il team di educatori dell’associazione Il Melograno cerca volontari disponibili a dedicare del tempo alle famiglie, alle madri e ai padri con bambini sotto un anno di età. Il supporto nelle questioni concrete della quotidianità è un espediente: la presenza e l’ascolto dei volontari valorizzano nelle famiglie l’importanza del momento che stanno vivendo. Ne abbiamo parlato con la coordinatrice, Silvia Venturin.

// Di Luca De Marchi

“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio” recita un antico proverbio africano. Ma le condizioni di vita dei genitori nel corso degli anni sono cambiate e la comunità oggi invita tutti ad arrangiarsi. “Hai voluto un figlio? Ora lo devi crescere” sembra affermare, dimenticando che le nuove generazioni sono il cuore della sua prosperità umana e culturale. Così molte madri, molti padri, molte famiglie si ritrovano sopraffatte dalla quotidianità e sono costrette ad arrangiarsi facendo grossi compromessi, per esempio abbandonando i propri sogni e la carriera.

Family Support: il progetto
È per venire incontro a queste persone che nasce “Family Support”, progetto ideato dalla rete degli Elki, strutture in cui le mamme e i genitori possono andare a giocare coi bambini e dove propongono anche incontri sul tema della genitorialità, in collaborazione con l’ufficio famiglia. Il progetto “Family Support” vuole oggi estendersi in tutta la Bassa Atesina grazie all’associazione Il Melograno, che da anni accompagna le famiglie e i bambini nei primi anni di vita con il supporto di un team di operatori, educatori e volontari.
Già attivo in altre zone della provincia, il progetto “Family Support” porta volontarie e volontari a casa di mamme in gravidanza e di famiglie con bambini fino a un anno di vita. “Il sostegno che viene dato è concreto – spiega Silvia Venturin, coordinatrice del progetto – fare compagnia alla famiglia, passeggiare con la mamma, accompagnarla se ci sono visite o appuntamenti, fare la spesa, giocare con i figli più grandi mentre la mamma o il papà si dedicano al più piccolo, o anche tenere il bambino mentre si fanno una doccia e si prendono del tempo per se stessi”.
Sempre più coppie infatti hanno figli mentre i nonni ancora lavorano, o in città in cui non hanno una rete di contatti solida. In questo momento storico poi molte famiglie si ritrovano isolate a causa della pandemia. “Vogliamo affiancare le nuove famiglie, in particolare le neo-mamme, a persone con una sensibilità tale da poterle accompagnare in questo delicato momento di passaggio, valorizzando l’importanza e la bellezza che rappresenta questo momento per la loro vita” spiega Venturin. Ma a ricevere supporto non sono solo le famiglie sole: a volte a fare la differenza è proprio la presenza di una persona esterna dalla famiglia e senza alcun preconcetto.


Alla ricerca di nuovi volontarie e volontari
“Family Support” è ora alla ricerca di volontari disponibili a collaborare in tutta la Bassa Atesina, in particolare a Bronzolo, Laives e Vadena. Non servono competenze specifiche: “I volontari devono essere maggiorenni e motivati a dedicare due, tre ore del loro tempo a settimana. Mi piacerebbe che a collaborare fossero persone diverse, per esempio persone con esperienze di genitorialità alle spalle, ma anche donne e uomini con una sensibilità particolare verso questa tematica. Nessuno verrà lasciato solo e a tutti verranno offerte delle formazioni sull’arte di aiutare, ci focalizzeremo sull’importanza di essere presenti e di prendersi cura non nel senso di aiutare, ma nel senso di investire del tempo per la persona che abbiamo davanti”.

Silvia Venturin

Come si può aiutare
Rafforzare e alleggerire le famiglie con neonati può prevenire situazioni di solitudine e sovraccarico. Il modello del “Family Support”, molto diffuso nel nord Europa, si ispira a un concetto primordiale: restituire fiducia alla comunità e ridurne l’individualismo. Per crescere un bambino ci vuole un villaggio, appunto. Chi fosse interessato a collaborare può contattare Silvia Venturin al numero 389 986 9117 o alla mail melogranoaltoadige@family-support.it

Il progetto in breve

Family Support, iniziativa promossa dall’associazione Il Melograno, promuove l’incontro di volontari con neo-famiglie e mamme in gravidanza in tutta la Bassa Atesina e le accompagna nel primo anno di maternità. L’obiettivo è offrire loro supporto concreto nella quotidianità e valorizzare il loro ruolo e il momento che stanno vivendo.


I volontari vengono seguiti da professionisti e si incontrano tra loro almeno cinque volte l’anno per confrontarsi sulle proprie esperienze e per formarsi.
Per le attività si è assicurati contro gli infortuni ed eventuali spese vengono rimborsate. Per maggiori informazioni o per un primo colloquio il progetto si può contattare alla mail info@family-support.it