Bronzolo, arrivano le panchine arancioni

BRONZOLO/VADENA Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.

C’è un proverbio africano che dice: “Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”. Lo dice la parola stessa…trasformazione!
La realtà si trasforma solo nel momento in cui entriamo in “azione”, quando attraverso le nostre scelte diamo una direzione precisa al nostro agire. Così, coraggiosamente, i Comuni di Bronzolo e Vadena hanno scelto di intraprendere il percorso Sente-Mente, per portare concretezza al sogno di creare una Comunità capace di accoglienza e inclusione nei confronti delle persone che vivono con demenza e delle loro famiglie, troppo spesso rinchiuse tra le strette pareti degli stereotipi e dei pregiudizi costruiti intorno alla malattia.
Il progetto, che lo scorso anno si è presentato alla popolazione attraverso due serate introduttive, proseguito poi con la visita di alcune realtà associative del territorio e la realizzazione dei Sente-mente laboratori per famigliari di persone che vivono con la demenza, vuole ora rendersi visibile nei due paesi creando dei “luoghi” specifici che risveglino curiosità e interesse nei confronti di questo tema.
A breve, passeggiando nei due paesi, sarà possibile essere colpiti dal colore arancione intenso di alcune panchine. Ogni panchina riporterà una frase che sarà una traccia del sogno di trasformazione rispetto all’idea dominante di demenza. Ci si potrà sedere un momento e accogliere dentro di sé questa nuova consapevolezza.
Ecco le “tracce” di trasformazione che si troveranno a Bronzolo.

La mente si ammala di Alzheimer, il cuore no
Occorre ricordare che la demenza riguarda la corteccia cerebrale, le sue capacità logiche, di memoria, di calcolo, ma il “cuore” no, non conosce malattia. La vita emotiva di chi vive con la demenza viene preservata fino alla fine, permettendo alla persona di continuare a gioire di momenti belli, di provare tristezza, rabbia e ogni possibile sfumatura delle emozioni esistenti. Cosa si può fare? Si può contribuire alla trasformazione diventando costruttori di momenti felici attraverso gesti di gentilezza e la condivisione di momenti felici.

Guardami, sono ancora io!
La malattia non porta via la persona a noi cara. Porterà via alcune sue capacità cognitive, ma l’essenza più profonda della persona rimarrà intatta. Cosa possiamo fare? Andiamo a trovare il nostro amico, anche se sappiamo che vive con una diagnosi di demenza, senza paura di parlare con lui per il timore che non ci capisca. Evitiamo di fare domande alle quali potrebbe non saper rispondere, invitandolo piuttosto a raccontare. Se sapremo portare il nostro sguardo più in là, vedremo che è sempre il nostro amico.

Il mio sentire è presente, qui, ora
Chi vive con la demenza è un grande maestro di consapevolezza del momento presente. Un passato che piano piano si annebbia e un futuro incerto, senza punti di riferimento, portano la persona a vivere intensamente il proprio presente. Possiamo scegliere di arricchire il presente risvegliando emozioni positive, rispettando i tempi e le preferenze di questa persona, standogli accanto con delicatezza e rispetto.

Il cammino per diventare concretamente una Comunità Amica delle persone che vivono con la demenza passa senz’altro attraverso una trasformazione culturale. Cosa significa? Significa che c’è bisogno di costruire, passo dopo passo, una nuova consapevolezza intorno alla demenza. Le panchine arancioni, in via di realizzazione da parte del gruppo giovanile Flowers, saranno lì per ricordarci che la trasformazione è possibile a partire da te, da me.
Nell’articolo del prossimo mese scopriremo le “tracce” di Vadena.

Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice

Tra sfide presenti e progetti futuri

Il sindaco di Laives, Christian Bianchi, racconta come la città sta affrontando le sfide nate con la situazione pandemica. Grande l’attenzione soprattutto verso anziani e bambini, da cui ripartirà l’estate.

Christian Bianchi

// Di Ana Andros

Come è stata fronteggiata l’emergenza sanitaria nell’ultimo anno?
Abbiamo affrontato fasi molto diverse le une dalle altre. La prima ha stravolto le nostre vite, è stato un momento di forte preoccupazione per la salute di tutti. Siamo stati fortunati perché i contagi non erano molti, è stata una situazione abbastanza contenuta che siamo riusciti a gestire tranquillamente. In estate sembrava tutto quasi normale: pochissimi contagi e persone tranquille. Poi la terza fase, quella che da ottobre ci porta fino ad oggi, è stata, penso, la più pesante sotto ogni punto di vista. I cittadini la stanno vivendo con più stress anche perché i numeri del contagio sono stati molto alti. In autunno abbiamo raggiunto i 600-700 positivi.

Come ha lavorato il Comune?
Le persone dovevano stare a casa, ma era necessario continuare ad erogare tutti i servizi e di conseguenza c’è stato un impegno importante nel verso della digitalizzazione, anche per il personale costretto allo smart working. Siamo stati vicini ai cittadini, abbiamo cercato di rincuorarli quando ce n’era bisogno e provato ad essere rigidi quando si davano le informazioni per tutelare la loro sicurezza, specialmente nei momenti in cui ci sono stati tanti positivi. Un ruolo sicuramente delicato e importante.

Come hanno risposto i cittadini?
Nella prima fase il duro colpo subìto da tutti aveva messo in moto una serie di iniziative: è stato immediatamente attivato un sistema per distribuire gli alimenti e organizzata, con i volontari e alcuni dipendenti comunali, la distribuzione di mascherine di stoffa a tutte le famiglie. All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova, improvvisa e grave. La solidarietà poi è continuata, ci sono associazioni che si sono date tanto da fare, ma è cambiato è l’umore. Oggi la stanchezza prevale e si sta guardando alla velocità con la quale la nostra nazione sta vaccinando, perché penso tutti siano consapevoli che da questo dipende il ritorno alla normalità.

All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova. La solidarietà poi è continuata, ma è cambiato l’umore.

Qual è stato il settore più colpito?
È stato un anno difficile per tutto il mondo associativo (culturale, sportivo, di assistenza e per la terza età) a cui nel 2020 abbiamo erogato una somma notevole di contributi. Sul nostro territorio ci sono associazioni culturali che normalmente hanno un’attività molto ricca: teatro, musica, cori e bande. L’impossibilità di svolgere spettacoli ha portato quasi tutti ad ingegnarsi con iniziative in rete. Anche per lo sport, animato soprattutto dai giovani, c’è stato uno stop. Tutto questo ricade fortemente sui comportamenti e sulla vita sociale di bambini e ragazzi, che con la scuola “a distanza”, la mancanza dello sport e della cultura hanno avuto una perdita enorme di relazioni sociali e occasioni di incontro e crescita. Sport e cultura dovranno essere la base, appena ripartiremo, per coinvolgere tutte le persone che, come gli anziani, costretti ad isolarsi completamente per la pericolosità della malattia, hanno sicuramente bisogno di ritornare a sentirsi parte della comunità.

E il turismo?
Laives ha circa 300 mila pernottamenti l’anno in alberghi e strutture, chiuse da molto tempo e che hanno visto un calo notevole nell’ultimo anno. Questo inverno senza sci e movimento è stato decisivo, ma per la nostra città anche il fatto che non si tengano fiere e convegni è grave, perché gli albergatori lavorano molto con questi settori, a loro volta completamente fermi.

Quali sono i programmi per il prossimo futuro?
Chiaramente tutto dipende da cosa potremo fare. Di solito durante l’estate ci sono tantissime attività, dai venerdì lunghi alle serate musicali e teatrali. Non sappiamo ancora se gli eventi potranno essere organizzati, quindi stiamo stabilendo un calendario molto flessibile in funzione delle prossime ordinanze. Nel frattempo, un settore che abbiamo già organizzato è quello delle attività estive per bambini, ragazzi e anziani.

Quale è la situazione ad oggi?
Penso che per qualsiasi politico o amministratore sia stato un anno estremamente faticoso, impegnativo. Facciamo da spugna alle situazioni vissute dai nostri cittadini e capiamo le loro preoccupazioni: la salute, l’economia in affanno. Come sindaci mettiamo il massimo delle energie per far funzionare al meglio tutto il necessario. Siamo consapevoli, e come tutti, in attesa di un ritorno alla normalità. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo, per fortuna. Anche sul territorio di Laives, in questo momento, proseguono a buon ritmo le vaccinazioni. Stiamo andando verso un’estate che, dal mio punto di vista, sarà un passo avanti sulla normalità.

L’associazione del Carnevale di Laives assieme al sindaco Bianchi

Quali I momenti più… “forti”?

“Sono vari, ne cito due. Il primo era quello di persone, ce ne sono state varie, ricoverate in ospedale in situazioni di grave difficoltà, che mi hanno chiamato personalmente. Mi resterà nella memoria la fatica percepita anche attraverso la cornetta telefonica della difficoltà respiratoria nel parlare, quindi della preoccupazione verso queste persone. Un episodio felice è stata la giornata dello screening provinciale: con un messaggio avevo chiesto ai cittadini di venire ad aiutare, a titolo volontario. Ricordo che in un pomeriggio mi sono arrivate circa 300 mail di persone che si erano messe a disposizione. Ne sono poi state impiegate solo un centinaio, ma questo dimostra che ci sono persone di grandissimo cuore e di grandissima disponibilità.”

Foto dell’intero sevizio: Christian Bianchi

Anna, la giovane promessa del cinema

Tra Germania, Romania e Ortisei, la giovanissima Anna Malfatti ha recitato come attrice protagonista nel film “Un Confine Incerto” di Isabella Sandri. Il film è stato presentato nel 2019, ma è uscito lo scorso 11 marzo e in streaming sul sito della Cineteca di Bologna all’interno del progetto #iorestoinSALA. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Anna della sua esperienza sul set, di come ha iniziato ma soprattutto di tutte le cose particolari e belle che ha scoperto e che ha fatto. Arrivata di fretta da scuola, da poco ripresa in presenza, ha risposto così alle nostre domande.

Anna, qual è stato il percorso che ti ha portata a recitare in “Un Confine Incerto”?
Ho iniziato recitando in un corso di teatro a Bolzano. Quando un giorno mi ha notata la regista del film, Isabella Sandri, dopo aver parlato un po’ con me ha voluto parlare anche con mia madre, che mi stava aspettando all’uscita. In seguito abbiamo fatto alcuni provini via Skype, e più avanti mi è stato detto che ero stata presa.

Quanto sono durate le riprese?
Abbiamo girato per due settimane in Germania, poi abbiamo passato alcune settimane in Romania e altre qui da noi vicino ad Ortisei. In tutto, tra una cosa e l’altra, sono passati quasi due anni.

È stato stancante girare così tanto? Come ti sei sentita?
È stato innanzitutto molto interessante, ma anche un po’ stancante, perché non ero tanto abituata e per me è stata un’esperienza nuova. Ma la cosa più bella è stata poter visitare i posti in cui andavamo e girare, le località scelte dalla regista. Il posto più bello che ho visto è stata la Salina Turda in Romania, che è una miniera di sale sotterranea all’interno della quale è stato costruito un parco giochi, con tante attrazioni. Mi ha colpito molto la ruota panoramica sotterranea.

E qual è stata invece la cosa più particolare che hai imparato stando sul set? E quella più bella?
Non mi aspettavo sicuramente di trovare così tante persone dietro la realizzazione di un film, ad esempio il costumista, il parrucchiere, l’addetto ai trucchi… Poi mi hanno anche colpita molto le tecniche di ripresa, ma soprattutto “l’occhio della regista”, ovvero la cura dei dettagli che Isabella metteva nelle scene e che mi faceva notare sul set. La cosa più bella invece è stata imparare ad esprimere meglio le mie emozioni. All’inizio facevo fatica, ma poi migliorando ci sono riuscita. In alcune scene, per esempio, dovevo piangere o gridare; inizialmente è stato difficile ma poi mi è venuto via via più naturale. In una scena dovevo vomitare ed è stato molto divertente, perché doveva venirmi naturale, ma non è stato semplicissimo!

E questa esperienza sul set come ti ha aiutata nella vita di tutti i giorni?
Quest’esperienza mi ha fatto interessare molto di più al mondo cinematografico. Quando guardo i film ora cerco sempre di immedesimarmi nel regista per capire meglio cosa voleva dire con una determinata scena, ma anche di capire il suo punto di vista. Mi invoglia anche a ricercare quale metodo viene usato per fare determinate riprese; mi sono veramente appassionata a questo mondo. Tante cose però le ho imparate dagli attori molto bravi con cui ho recitato e grazie ai tanti consigli che mi hanno dato per aiutarmi a migliorare.

Rivedendo il film mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo, e questo mi dà un grande senso di soddisfazione

Ti vedresti anche in altri ruoli all’interno del set? Ma, soprattutto, ti piacerebbe ripetere l’esperienza?
A me piace molto recitare e infatti frequento ancora la scuola di teatro di Bolzano. Mi piacerebbe moltissimo recitare di nuovo: per il momento non mi vedo ancora in altri ruoli, ma sicuramente vorrei tornare sul set.

E come hai conciliato lo studio con la recitazione?
Sia i miei genitori che gli insegnanti mi hanno supportata molto in questo. Durante le pause dalle riprese mi ritagliavo dei momenti in cui fare i compiti e studiare, poi mandavo ciò che facevo a mia mamma che li mandava a sua volta alle insegnanti. Quindi alla fine non ho perso molto, pur facendo quest’esperienza.

Quando recitavi, a fine giornata, potevi rivedere come eri andata e il risultato del tuo lavoro? Come funzionava sul set?
Qualche volta la regista mi faceva vedere come avevo recitato per potermi migliorare, mi faceva notare alcune cose che le erano piaciute molto e alcune cose che non le erano piaciute tanto, soprattutto perché ci teneva che imparassi alcune cose da questa esperienza. Tutto il lavoro sul girato e sul montato però è stato fatto dopo, infatti le scene non sono state girate in ordine ma in base alla località in cui eravamo. Quindi oltre che per farmi notare alcuni particolari, il prodotto finale l’ho visto solo durante la prima in Germania nel 2019.
Sia da parte mia che da parte della mia famiglia c’era molta curiosità nello scoprire come sarebbe stato il film nella sua versione finale, sia per come hanno inserito tutte le scene, sia per come sono state girate alcune di queste.

Come ti sei sentita quando è uscito il film?
Mi sono sentita molto contenta ma è stato anche molto strano, perché nel frattempo sono passati diversi anni e rivedermi più piccola mi ha colpito molto. Però mi ricordo che ero molto soddisfatta di me stessa per come ho recitato. Rivedendolo mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo e mi dà un grande senso di soddisfazione.

Da un punto di vista dell’ansia da telecamera e dell’imbarazzo, invece, come ti sei sentita?
Dato che è stata la mia prima esperienza, inizialmente ero molto agitata e non sapevo ancora bene come comportarmi, ma sia la regista che l’aiuto regista, Davide Grotta, mi hanno aiutata e mi hanno spiegato come fare. 
Mi hanno aiutata nel memorizzare il copione, e dato che il copione era sia in italiano che in tedesco che in ladino è stato abbastanza difficile pronunciare bene le frasi… Inizialmente non sapevo nemmeno si dicessero alcune cose in ladino, ma con l’aiuto di mio zio, che conosce il ladino, alla fine me la sono cavata.

La prima esperienza sul set

La giovanissima Anna Malfatti, originaria di Laives, è l’attrice protagonista del film “Un confine incerto” di Isabella Sandri e con, tra gli altri, Valeria Golino, Moise Curia e Cosmina Stratan. Partendo da un corso di recitazione a Bolzano, Anna ha affrontato la sua prima esperienza sul set tra Ortisei, la Germania e la Romania, trovando nei consigli della regista, dell’aiuto regista e degli attori più esperti preziosi consigli per la sua crescita come attrice.

Autore: Daniel Valentini – COOLtour

Green Mobility: “L’Alto Adige pedala”

Il Comune di Laives rinnova la sua partecipazione al progetto “L’ Alto Adige Pedala” promosso da Green Mobility per incentivare gli spostamenti quotidiani in bicicletta. Ecologici e sani, saranno un’occasione, per i più fortunati, di vincere i premi in palio. 

Green Mobility, il progetto che si occupa di mobilità sostenibile in regione, rilancia anche quest’anno, insieme a STA – Strutture Trasporto Alto Adige, il ciclo-concorso altoatesino. Dopo il successo della prima edizione invernale “L’Alto Adige Pedala con i guanti”, conclusa a gennaio e alla quale hanno partecipato circa mille persone, per un totale di 154.621 km percorsi sfidando le basse temperature, torna, insieme alla bella stagione, il concorso a premi dedicato a chiunque possieda una bicicletta e abbia voglia di fare movimento con un occhio di riguardo all’ambiente. L’iniziativa è parte di una più ampia serie di azioni e misure – unite sotto al nome #AltoAdigesaltainsella – a favore della mobilità ciclistica previste dal Dipartimento di Mobilità provinciale. Per partecipare occorre registrarsi sul sito dedicato (www.altoadigepedala.bz.it) e inserire, on line o tramite applicazione per smartphone, i chilometri percorsi. Tutti coloro i quali avranno pedalato per almeno 100 chilometri nel periodo dal 20 marzo al 30 settembre 2021 parteciperanno all’estrazione finale dei premi del mese di novembre. Ad aderire sono i singoli cittadini, sia come “ciclisti liberi” sia come parte della squadra di organizzatori locali, tra cui Comuni, scuole, università, organizzazioni e associazioni, come FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. Diverse le attività speciali collegate all’iniziativa per continuare a motivare i cittadini a muoversi in bicicletta, come ad esempio: “Vai anche tu in bici al lavoro”, “Pedala coi guanti anche tu” e “Prova una e-bike anche tu”. L’obbiettivo a lungo termine, da percorrere su un piano decennale, è quello di rendere l’Alto Adige una regione modello per la mobilità alpina sostenibile.

Autrice: Ana Andros – COOLtour

Vadena: tra libri e natura

Martine Parise, insegnante di ruolo di lingua italiana nella scuola provinciale tedesca “Istituto Tecnico Agrario Laimburg”, è stata assessora alla cultura e scuola italiana nel Comune di Vadena dal 2015 al 2020 e attualmente è vicesindaca con deleghe alla scuola e alla cultura in lingua italiana, alla biblioteca, alla viabilità, alla sanità e ai servizi sociali. Com’è stato l’ultimo anno per Vadena? Ecco le risposte di Martine Parise.

Come avete affrontato, voi della Biblioteca Comunale di Vadena, le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria? 
Il 2020 è stato un anno difficile dettato dalle chiusure e dalle restrizioni forzate che hanno determinato l’annullamento di molte iniziative culturali, come ad esempio l’inaugurazione della nuova biblioteca, le letture performative a cura di Sagapò Teatro con i bimbi delle scuola dell´infanzia o gli incontri di scrittura creativa su argilla nelle scuole a cura della ceramista locale Veronica Muchideni.
Nonostante le evidenti difficoltà, l’Amministrazione comunale di Vadena, in collaborazione con il Consiglio di biblioteca e le scuole, ha sempre cercato soluzioni alternative per valorizzare la biblioteca come polo culturale attivo. Abbiamo dunque promosso il “prestito alla finestra” e le restituzioni tramite book box. Il reading musicale con Barbara Gramegna ed Elisa Venturin in occasione della festa della mamma è stato organizzato a porte chiuse e trasmesso in streaming sulla pagina facebook “Vadena cultura e societá-Pfatten Kultur und Gesellschaft”.

Come ha risposto la cittadinanza? 
Molto bene. Anche grazie alla creatività e all’ottima sinergia tra i membri del Consiglio di Biblioteca. Insieme abbiamo elaborato strategie per non perdere per strada i nostri lettori. Da qui l’idea del concorso “leggi e vinci”. La cittadinanza ha capito che la Biblioteca di Vadena non vuole essere soltanto una sterile sede depositaria di libri e cultura, ma anche un luogo di incontro e confronto, uno spazio in cui poter condividere un sapere da far evolvere in una prospettiva integrativa e partecipativa rivolta a tutta la comunità. 

Quali novità si prospettano a Vadena nei prossimi mesi? 
In un momento come questo credo fortemente in un approccio programmatico ottimista alle attività culturali. Bisogna guardare avanti mirando al coinvolgimento della cittadinanza, quanto più possibile in iniziative concrete e su vari settori di interesse. Le proposte pianificate per il 2021 spaziano quindi su più fronti: la realizzazione di un’installazione di arte urbana per incentivare il book crossing a opera di outbox con il coordinamento di Egeon (Matteo Picelli), un progetto di supporto scolastico per i nostri piccoli studenti, il reading musicale per la Festa della Mamma e incontri per lavorare la ceramica consultando le riviste a tema presenti in biblioteca. Proponiamo inoltre passeggiate naturalistiche con un esperto di avifauna, un concerto jazz sul lago di Caldaro con un esperimento di lettura, un corso per insegnare ai bambini a costruire aquiloni e l’incontro degli studenti delle nostre scuole primarie con Petra Cola, famosa influencer alpina mondiale. Ce n’è per tutti i gusti, insomma!

Credi che le normative vigenti abbiano cambiato il rapporto dei cittadini con la natura e l’attività motoria? 
Mi piace guardare sempre il lato positivo delle cose, anche quando intorno spirano venti di difficoltà. Nell’ultimo anno ho potuto osservare una frequentazione degli spazi aperti del paese di gran lunga superiore al periodo pre-covid. Sono in molti ad aver riscoperto Vadena, penso per esempio all’argine del fiume Adige per passeggiare e correre, per non parlare della nostra strada forestale che conduce a Monticolo. Posso affermare di aver visto in giro persone in quasi ogni angolo del paese a piedi con lo zaino sulle spalle. Credo che questa pagina triste della storia abbia comunque avvicinato i cittadini alla natura e all’attività fisica all’aperto. 

Quali credi che saranno i più grandi cambiamenti che rimarranno a livello locale quando si risolverà la crisi sanitaria? 
Penso che questo modo di vivere la natura e gli spazi aperti resterà per sempre. Abbiamo riscoperto la bellezza di una semplice passeggiata e abbiamo allenato i nostri occhi a soffermarci sui piccoli dettagli della natura. Il modo diverso di vivere a cui siamo stati costretti ha consentito a molti di riscoprire le bellezze del paese, forse prima un pochino snobbate. Se pensiamo al territorio che spazia dalla frazione Klugghammer sul lago di Caldaro al bellissimo Monte di Mezzo con i suoi innumerevoli sentieri dalla Laimburg ai laghi di Monticolo, possiamo affermare con orgoglio di essere fortunati a Vadena, diciamocelo pure! 

Far germogliare il seme della gentilezza

Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.

Quanto bisogno abbiamo di gentilezza? Oggi più che mai. La mancanza di prossimità, la paura della vicinanza fisica, la paura del contagio, il non darsi più la mano ci stanno portando via pezzi di umanità. La gentilezza è come un seme che, se messo a dimora, ci consente di continuare a curare e coltivare la nostra umanità. Ma quale gentilezza?
Essere gentili è molto più che sorridere ed essere educati. La gentilezza è l’attitudine delle persone che sanno ascoltare e incontrare veramente l’altro. È uno spazio di tenerezza e delicatezza che ha bisogno, prima di tutto, di germogliare dentro di te. La gentilezza comincia dal tuo dialogo interiore. Sì, proprio da quel continuo mormorio che occupa costantemente la tua mente. Prova ad ascoltare il suono della voce con la quale ti parli. Non conta solo quello che ti dici, ma anche come te lo racconti. Ti rivolgi parole cortesi o di biasimo? Il tono della tua voce è gentile o assomiglia al timbro che aveva qualche adulto del passato quando ti rimproverava?
È importante prendere consapevolezza della voce con la quale ti parli e fare in modo che sia gentile, che ti sappia sostenere, dare coraggio. Poi sarai pronto a seminare intorno a te quella gentilezza fatta di gesti “intenzionali e accurati” volti a fare stare bene l’altro. Spesso diamo per scontate alcune relazioni e diamo il meglio di noi con gli estranei e non con chi ci ama. Scegliamo invece di innescare intenzionalmente un “vortice di gentilezza”. 
Un gesto gentile scatena per sua natura una risposta gentile, come l’onda che si propaga dopo aver gettato un sasso in un lago. Anche la scienza, che negli ultimi anni ha indagato sempre più sugli effetti fisiologici della gentilezza, ci conferma che essa stimola la produzione di molecole come la serotonina, sostanza capace di indurre calma e felicità. Vengono inoltre prodotte endorfine, antidolorifici naturali, e ossitocina, un ormone che aiuta nelle relazioni sociali, aumenta la fiducia e migliora il funzionamento del sistema immunitario. Straordinaria la scoperta che un gesto di gentilezza produce gli stessi effetti in chi lo fa, in chi lo riceve e in chi lo guarda, creando così un’onda di benessere che si diffonde.
Se poi in famiglia vive una persona con demenza, beneficerà in modo particolare dell’atmosfera accogliente e cordiale che si creerà grazie alla gentilezza. La persona che vive con demenza abita un mondo fatto di emozioni e questo sentimento, fatto di vicinanza e partecipazione, la farà vivere serenamente sentendosi avvolta in un abbraccio che infonde sicurezza.
Quindi? Approfittiamo della primavera e del suo invito alla rinascita e diventiamo seminatori di gentilezza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni, magari proprio lì, in quei luoghi dove ne sentiamo di più la mancanza.
Prendiamoci cura delle persone che amiamo, creiamo “agguati di gentilezza” che sappiano sorprenderli: un regalo inaspettato, dei fiori appena colti in giardino, un bigliettino con una parola gentile. Attenzioni speciali per rendere speciale ogni giorno. Piccoli semi che, se curati e coltivati nel tempo, sapranno far sbocciare all’interno della Comunità la capacità di accogliere realmente l’altro, al di là di qualsiasi fragilità o diagnosi.

Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice

Rete RE.A.DY, l’okay della giunta di Egna

Con una delibera approvata all’unanimità nel pomeriggio di giovedì, la Giunta comunale di Egna ha compiuto un altro, decisivo passo per aderire alla rete RE.A.DY. Assieme alla delibera è stata firmata anche la Carta d’Intenti della rete, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Soddisfazione per l’iniziativa anche da parte di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, che supporta le istituzioni locali aderenti alla rete.

“Tutta la giunta comunale è convinta che questo sia un passo importante verso la tolleranza e l’antidiscriminazione”, afferma la sindaca Karin Jost. Aderire alla rete RE.A.DY, infatti, significa partecipare a uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi per tutelare i Diritti Umani delle persone LGBT+ e promuovere una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze. Entrando nella rete nata nel 2006 a Torino, anche Egna intende rispondere ai bisogni delle persone LGBT+, che spesso vivono situazioni di discriminazione, e promuovere un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi. 
In Alto Adige fanno già parte della rete RE.A.DY i Comuni di Appiano, Bolzano, Bressanone, Caldaro e Merano e la Provincia, che collaborano in un gruppo di lavoro supportato da Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, l’organizzazione più rappresentativa tra quelle che si impegnano per le pari opportunità delle persone LGBT+. “Un segnale importante per la lotta alle discriminazioni e la valorizzazione delle differenze. In Alto Adige c’è ancora molta invisibilità. Ora alla buona volontà devono seguire azioni concrete. Centaurus mette a disposizione la sua esperienza”, commenta Andreas Unterkircher, presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol.
Nelle scorse settimane l’adesione, proposta dalla consigliera dei Verdi Sadbhavana Pfaffstaller attraverso una mozione in Consiglio comunale, era stata approvata a larghissima maggioranza dalle consigliere e dei consiglieri comunali di Egna ed ora è stata ufficializzata con la delibera della giunta. Allo stesso tempo è stata sottoscritta la carta d’intenti della rete. Documenti alla mano, ora il Comune potrà formalizzare l’adesione presso la Segreteria nazionale a Torino e cominciare a organizzare le prime iniziative che saranno seguite dalla consigliera con delega alle Pari Opportunità, Roberta Decarli, assieme alle consigliere e ai consiglieri della Commissione Pari Opportunità del centro della Bassa Atesina.

Ulteriori informazioni sulla rete RE.A.DY: 
http://www.reteready.org/ 

Nella foto principale: la sindaca Karin Jost e il presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Andreas Unterkircher.

Il sangue è un bene prezioso: doniamolo

Cristina Cristofori è da sempre impegnata nel sociale ed attualmente lavora come operatore socio assistenziale nel “Gruppo casa” a Salorno, presso il settore sociale della residenza Gelmini. Una scelta di vita quella di aiutare il prossimo, che l’ha portata a diventare anche una donatrice di sangue. Da 4 anni è diventata la presidente della sezione AVIS (Associazione volontari italiani del sangue) di Salorno. Le abbiamo posto alcune domande.

A quanti anni hai iniziato a donare il sangue? Raccontaci un po’ la tua storia da donatrice.
Ho iniziato a donare il sangue nel 2004, dopo la nascita di mio figlio. Con la maternità sono maturata e mi sono sentita di poter dare qualcosa in più agli altri in particolar modo qualcosa che per qualcuno poteva essere vita. Ho così cercato AVIS per donare il sangue.

Oggigiorno come si può diventare donatori? Quali sono i vari step da seguire?
Il primo passo per diventare donatore è prenotare una visita per “aspirante donatore” telefonando ad AVIS. Si avrà così un colloquio conoscitivo con un medico del centro trasfusionale, il quale darà anche informazioni sulle varie donazioni che si possono effettuare. Di seguito verrà eseguito un prelievo di sangue e il gioco è fatto. Dopo alcuni giorni, se si risulta idonei, ci sarà la convocazione per la prima donazione.


Come si svolge e quanto dura una donazione?
Una donazione dura circa 20 minuti. All’arrivo presso il centro si fa l’accettazione, si effettua la verifica della pressione sanguigna e della glicemia, si incontra il medico per una anamnesi prima di recarsi alla donazione e infine si accede alla sala prelievi, dove il personale è molto attento ad assistere in ogni momento il donatore.

Nella sezione di Salorno quanti sono attualmente i soci? Tra questi ci sono tanti giovani che hanno deciso di diventare donatori?
La sezione di Salorno conta circa 160 donatori dai 18 ai 65 anni. Siamo sempre alla ricerca di giovani che vogliano aggregarsi alla grande famiglia AVIS per il ricambio generazionale. Va detto che i giovani hanno una grande coscienza sociale anche se a volte non lo sanno. Dobbiamo ringraziare tutti quelli che si sono attivati in questi anni per promuovere la vita. È di questi giorni la notizia che è stato congedato il nostro donatore compaesano con più di 100 donazioni in 39 anni e un giovane di 18 è risultato idoneo alla donazione.

Come si può trasmettere ai giovani l’importanza di diventare un donatore?
Dobbiamo sempre ricordare che il sangue è un bene prezioso. Non è riproducibile in laboratorio e viene utilizzato anche per produrre medicinali. Inoltre, è indispensabile nei servizi di primo soccorso, nella chirurgia e nella cura delle malattie. AVIS fa parte delle 4A: AIDO associazione italiana donatori organi, ADMO associazione donatori midollo osseo, ADISCO associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale. UN DONO PER LA VITA.

Autrice: Erica Nardin

Caldaro, i figli del Signore

Non è certo un caso se ancora oggi gli 8000 abitanti di Caldaro vengono chiamati “Herrgottskinder”, figli del Signore Iddio. Il singolare quanto epiteto, di cui racconteremo la storia al termine di questo visita, abbraccia un territorio ricchissimo di tradizioni religiose e, di conseguenza, anche di chiese. Ad iniziare da quella di San Pietro, seminascosta tra la vegetazione di Castelvecchio. Stiamo parlando della prima chiesa dell’Alto Adige e, sembra, di uno degli edifici di culto più antichi dell’intero Tirolo. La basilica paleocristiana, eretta verso il trecento, è “sorella” di quelle di Aquileia e Milano e simboleggia l’avvento del Cristianesimo. Non è escluso che sia stata fondata dal vescovo Vigilio che cristianizzò la zona e al quale è intitolata un’altra chiesa. Il sito che comprende la basilica è ricco di altre mirabilie archeologiche: ma ne parleremo in un’altra occasione. 
Risalendo il sentiero che conduce al paese, ammiriamo la suggestiva piana della Bassa Atesina fino alla Chiusa di Salorno; ben visibili, dietro il Monte di Mezzo e il Monte Regolo, le cime del Corno Bianco e del Corno Nero. In primo piano, ai nostri piedi, il lago di Caldaro galleggia come una pietra turchese sull’estesa superficie di vigne: a quanto pare testimonianza dell’ultima era glaciale. Da qui si gode di una stupenda vista sui circostanti terrazzamenti dove cresce il rinomato Kalterer See. Nella stagione della vendemmia, lunghe file di trattori (un tempo carri trainati da buoi) carichi d’uva si dirigono verso le storiche cantine situate dietro la vecchia stazione ferroviaria. Alle spalle del lago, gli inconfondibili ruderi dei castelli della nobiltà al servizio dei conti del Tirolo in perenne lotta con il Principe Vescovo trentino, da oltre mille anni vero dominus di queste terre: Laimburg e Leuchtenburg. I primi insediamenti umani, risalenti ad un’epoca precedente l’età del bronzo, sono stati scoperti proprio qui, sulle soleggiate alture a cavallo tra Bassa Atesina e Oltradige. 


Alle spalle dell’abitato, la catena della Mendola, raggiungibile anche con la funicolare che parte da S. Antonio, è da sempre “la” montagna di Caldaro: un tempo pascolo estivo, poi, con gli anni, luogo di villeggiatura dei paesani che vi possiedono ancora le caratteristiche casette sparse nei boschi della Val di Non.
Il nome di Caldaro, che al pari di diversi microtoponimi della zona potrebbe avere un’origine preromana, appare per la prima volta nel IX secolo nella famosa lettera di San Vigilio sulla fondazione della Pieve di Caldaro. Allora era attestato come Caldare o Caldar e Caldarium (un paiolo da polenta appare nello stemma del comune – e la polenta ha notoriamente sfamato intere generazioni di caldaresi), per passare a Caltarn e alla forma odierna dopo il 1500. Di quell’epoca è anche il caratteristico centro del paese ricco di edifici nobiliari realizzati nello stile gotico-rinascimentale che unisce le asprezze nordiche alla soavità mediterranea. Dalla Piazza del mercato, con la chiesa di S. Maria Assunta, campanile e municipio, si raggiungono le varie frazioni: Villa di Mezzo, S. Antonio/Pozzo, S. Nicolò, Castelvecchio, S. Giuseppe al Lago, Pianizza di Sotto e di Sopra, Prey-Klavenz: ognuna con il suo bel campanile.
Caldaro è riuscita a conservare nel tempo le sue caratteristiche paesaggistico-urbane senza cedere alle tentazioni e agli assalti edilizi di altri paesi. Questo aspetto, accanto alla tradizionale economia vinicola, ne rappresenta la principale ricchezza.
Torniamo infine all’aneddoto dei “Figli del Signore”. Un venerdì di un anno imprecisato un forestiero seduto al “Cavallino bianco” udì il suono flebile di una campanella. Chiese all’oste la ragione di quei rintocchi. L’oste spiegò che ogni venerdì a quell’ ora si ricordava il supplizio del Signore. Il forestiero volle sapere perché non si suonasse la campana grande per il figlio di Dio.  “Eh no”, disse l’oste, “da noi la campana grande si suona solo quando muore un vero caldarese”. Allora l’uomo allungò alcune banconote all’oste e disse: “Spero che questo denaro sia sufficiente per far avere la cittadinanza caldarese al nostro Signore.” Da quel giorno i caldaresi vengono chiamati, non senza ironia, Herrgottskinder.

Foto dell’articolo: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

“La cultura è stata molto colpita: è importante che si riparta da lì”

Per rinforzare il contatto con il territorio e le storie dei suoi cittadini compiremo un viaggio di approfondimento tra le diverse realtà locali della Bassa Atesina. La prima tappa è Salorno. Il sindaco Roland Lazzeri racconta come il paese sta affrontando la sfida pandemica, tra ostacoli e nuove iniziative.

Come state affrontando questo periodo di emergenza sanitaria?
All’inizio è stata, come per tutti, una situazione completamente nuova. Mentre cercavamo di capire come muoverci abbiamo impegnato le nostre risorse per informare la popolazione. Tramite la nostra radio parrocchiale abbiamo quindi trasmesso quotidianamente le novità sullo sviluppo della pandemia, soprattutto per le persone più anziane. Un impegno non indifferente: durante i primi mesi siamo andati in trasmissione per 70 giorni. Passato il primo lockdown, l’arrivo della primavera è stato un bel momento per tutti, pur sapendo che in autunno c’era il pericolo che arrivasse la seconda ondata. E così è stato, quindi si è tornati a restrizioni e a nuovi regolamenti. Nel frattempo, comunque, ci siamo adeguati.

Come hanno reagito i cittadini?
Nei momenti in cui abbiamo avuto bisogno di associazioni, o anche di privati – per esempio per distribuire informazioni per la popolazione in tempi ristretti – c’è sempre stato aiuto. C’è stata una buona collaborazione e, sinceramente, non avrebbe potuto essere diversamente, conoscendo un po’ i miei compaesani. Come comunità, e io per primo, abbiamo sempre cercato – rispettando tutte le direttive anti-Covid – di lasciare spazio e supportare le piccole iniziative dei cittadini, che sono importanti e servono, soprattutto in questi periodi, a segnalare che noi ci siamo e che appena sarà possibile saremo pronti a tornare.

Il Comune non si è mai fermato. Quali sono state le iniziative portate avanti?
Tutto ciò che non poteva essere rimandato lo abbiamo fatto online. Ci siamo attrezzati subito, acquistando tutta la tecnologia necessaria per le videoconferenze. Questo ci ha permesso di proseguire l’attività amministrativa e anche di mantenere il contatto con la popolazione. Infatti, abbiamo tenuto i consigli comunali in live streaming. Ad esempio, abbiamo trasmesso in diretta la decisone su un progetto molto importante, ovvero la costruzione di un nuovo centro culturale per Salorno. È bello coinvolgere la popolazione in questi casi: abbiamo presentato i dieci progetti arrivati in fase finale al concorso del bando di progettazione, e successivamente anche il progetto vincitore. Le persone hanno potuto seguirci da casa e c’è stata una buona affluenza virtuale. Abbiamo cercato di sfruttare tutte le possibilità tecniche che ci sono.

Il sindaco Roland Lazzeri

Cosa c’è in programma per quest’anno, oltre alla speranza di recuperare le attività dell’anno passato?
L’anno scorso avevamo programmato delle iniziative che in gran parte non abbiamo potuto portare avanti. Quest’anno avremmo un programma abbastanza ricco, a partire dalla fine maggio, per cui è prevista l’inaugurazione ufficiale della stazione, ma non sappiamo se riusciamo a farla. È stata anche programmata l’iniziativa nell’ambito di Città Slow: Salorno è l’unico paese in Alto Adige a fare parte di questa rete internazionale delle città del buon vivere. Ci sono poi delle manifestazioni collegate alla viticoltura, attività principale nella nostra zona, e le immancabili feste campestri durante l’estate, organizzate ciascuna da un’associazione diversa. Ci sono tante idee, ma ancora non si sa se e cosa si potrà fare.

Con che umore si riparte?
L’umore, lo sappiamo tutti, è basso. Siamo arrivati a un punto in cui siamo stufi e speriamo che venga finalmente la primavera, il caldo, la possibilità di potersi muovere e di riconquistare la libertà, che abbiamo capito tutti essere un bene importante. È importante sottolineare che bisogna chiedere ancora un po’ di pazienza. È un momento difficile per tutti e chi fa politica farebbe molto volentieri a meno di queste situazioni. Però chiaramente servono delle regole che, purtroppo, non sempre vengono recepite nella maniera giusta. Occorre capire il malumore, ma anche mettersi nei panni di chi gestisce queste situazioni complesse. Speriamo con la vaccinazione e con la primavera di risolvere almeno i problemi più gravi.

IL CENTRO CULTURALE
Significativa la scelta di ripartire dalla cultura, costruendo un nuovo Centro culturale.
È il grande piano dei prossimi anni. Stiamo progettando un paese all’interno del paese: un centro culturale dove troveranno posto la biblioteca comunale, una nuova sala polifunzionale, la scuola di musica, alcune aule per la scuola elementare e un museo su Salorno e i suoi dintorni. Questa pandemia ci soffoca tutti, e la cultura, così come il turismo, è stato un settore particolarmente colpito. È importante ripartire da lì.

Fonte immagine principale: https://www.comune.salorno.bz.it/it

Autrice: Ana Andros (COOLtour)