Il fascino del “Mostro della pioggia”

Ci sono la Cina e le Alpi, il sacro e il profano, le tradizioni contadine e le cattedrali gotiche e molto ancora nel “Mostro della pioggia” – The Monster Rain, l’esposizione di Lukas Zanotti ospitata presso la sala mostre di Vadena (fino al 18 novembre prossimo vedi info in fondo). La mostra ispirerà anche un “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra- in una suggestiva performance in programma per venerdì 12 novembre alle ore 19. Sempre venerdì, alle ore 10, l’artista bolzanino sarà presente a Vadena per un incontro sulla mostra e sul Kuka Museum di cui è fondatore ed attuale direttore (ingresso libero, prenotazione obbligatoria scrivendo a info@gemeinde.pfatten.bz.it).
Ci siamo fatti raccontare da Zanotti della mostra e del suo misterioso protagonista: “A Vadena propongo una serie di opere inedite sul mostro della pioggia. Fin dall’antichità, il drago è un animale favoloso: simile a un enorme rettile alato, vomita fuoco, è capace di paralizzare con il suo sguardo, ma è anche il signore della tempesta, del tuono e della pioggia. Soprattutto nella realtà contadina e rurale la pioggia ha sempre avuto un ruolo fondamentale – se è troppa o troppo poca crea comunque disastri. Questo ha fatto scaturire, anche a diverse latitudini, pratiche simili: in Cina quando manca la pioggia si fabbrica un gran dragone di carta o di legno che viene portato in processione; se la pioggia non arriva, il dragone viene maledetto e fatto a pezzi. Queste pratiche meteorologiche dell’Estremo Oriente somigliano a metodi simili in uso nell’Europa cristiana e tante sono le leggende alpine legate a queste creature come causa della pioggia. Tanti anche i toponimi legati alla definizione di ‘buchi dei draghi’, ‘gole del drago’, ecc.; esiste anche il ‘lago del drago’, chiamato anche ‘lago del parroco’ a Marienberg in Val Venosta. Spesso a capo delle grondaie dei tetti troviamo una testa di drago che apre le fauci facendo uscire l’acqua di scolo. Insomma, la pioggia è un drago nascosto tra le nuvole e non per nulla i contadini, ancora oggi, sparano alle nuvole per scongiurare la grandine!”.

Che forma prenderà “Il mostro della pioggia” a Vadena? “Le mie immagini riflettono le influenze delle diverse tradizioni, elementi della tradizione cristiana, ma anche aspetti pagani e della cultura orientale. In mostra ci saranno tanti lavori di piccolo e medio formato (circa A4 e A3) che, come tasselli di un mosaico, andranno a formare una grande figura antropomorfa.”
I lavori di Zanotti sono realizzati con la tecnica della xilografia, ovvero incisione sul legno e della linoleografia, tecnica di stampa da una matrice di lineoleum. Le figure che ne risultano hanno un carattere primitivo ed arcaico, espressionista, che li ricollega, ci racconta l’artista, anche alle antiche xilografie della tradizione tedesca.
Oltre alla mostra, è previsto un appuntamento “speciale”… “Sì, venerdì 12 novembre alle ore 19 ci sarà il momento ‘clou’. Il mostro della pioggia si esprime infatti non solo attraverso le immagini, ma anche in un mio poemetto, invocazione alla pioggia, a cui daranno voce Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa. Non posso svelare troppo, ma posso anticipare che ci sarà l’acqua come elemento sonoro, in una performance che gioca con l’eco tra voci dal vivo e registrate.”
Un momento denso di suggestioni insomma, sotto il segno dell’incontro tra tradizioni e culture diverse, di quelle capaci di incantare come le storie di una volta.

Info: Lukas Zanotti, The Monster Rain, Sala mostre di Vadena
Fino al 18 novembre, da lun a sab ore 15-17.30 / dom 10-12
venerdì 12 novembre, ore 10 presentazione del progetto, ore 19 “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra.
Ingresso libero, su prenotazione info@gemeinde.pfatten.bz.it. Green pass obbligatorio.

Autrice: Caterina Longo

I frammenti di Giancarlo Lamonaca

“Frammenti. Mosche, lattine, guerra e vette immaginarie”: sono elementi piuttosto disparati quelli che compongono il titolo della personale di Giancarlo Lamonaca al Kunstforum di Egna (visibile fino al 6 novembre). 
Nato a Cortina nel 1973, Lamonaca ha studiato arte e pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’HDK di Berlino e attualmente vive a Varna, presso cui ha il suo studio. Lamonaca si potrebbe definire un illusionista della visione: nelle sue opere, immagini purissime volteggiano, si sovrappongono, si specchiano una nell’altra, a volte sembrano sbriciolarsi in frammenti per ricomporsi in nuovi significati. 
Quando crediamo di aver colto, “letto” una forma e un significato, pochi centimetri dopo la nostra certezza è contraddetta. Una danza tra illusione e disillusione che può irritare o  da cui farsi trascinare, stando al “gioco dello sguardo”. Nella mostra a Egna l’artista presenta nove opere fotografiche inedite, spesso di grande formato, nate da immagini frammentate, tagliate in pezzi e ricomposte. Gli abbiamo chiesto di raccontercela.

Partiamo dal titolo della mostra: cosa hanno in comune le mosche, le lattine, la guerra e le vette immaginarie? 
Sono frammenti tratti dalla vita quotidiana, che, in maniera diversa, rispecchiano i contenuti del mio lavoro; i rifiuti, la guerra, le mosche (intese non come gli insetti a cui state pensando) e una parte di un ciclo che ho iniziato nel 2010 intitolato “Der Analog” (ital. “Il Monte Analogo”). Quest’ultimo è ispirato all’omonimo romanzo, non concluso, dello scrittore francese René Daumal, in cui un gruppo di esploratori decide di trovare e scalare il Monte Analogo, montagna la cui vetta è più alta di tutte quelle conosciute, per ritrovarsi in un mondo utopico. In questo senso, il mio è un lavoro sul tema della montagna come allegoria dell’ascesa, in cui il viaggio è la vera meta. 

Nel comunicato della mostra è scritto “c’è sempre un po’ di follia nel voler superare i limiti del fotografabile”. I limiti di ciò che possiamo fotografare sono anche i limiti di ciò che possiamo vedere?
Intendo un andare oltre; la realtà è il punto di partenza per spingere al massimo, quindi al limite, le possibilità del mezzo fotografico e dell’elaborazione. La sovrapposizione di tante immagini insieme crea una densità di materiale altissima e sposta chi guarda dalla realtà in una dimensione effimera.

È una ricerca che riguarda solo la sfera del visibile e della percezione? 
Non solo: mi piace dissimulare, nascondere i fatti, ma poi dare appigli nel titolo Ad esempio, dietro l’opera intitolata “Oppela” si cela l”immagine della città di Aleppo distrutta dalla guerra. Le mosche di cui parlo non sono vere mosche, ma quelle usate per la pesca. Come dicevo, mi piace “addensare” il contenuto delle immagini fino a renderlo quasi un’altra cosa. E’ un po’ come succede nella vita quotidiana: siamo talmente esposti alle immagini e alle informazioni, che nella densità si distorcono. I miei lavori ricalcano questo, sono così sovraccarichi da astrarre la tematica – qualsiasi essa sia, dalla montagna alla guerra, e renderla lontana e invisibile, estetica.

Parliamo della tecnica: quindi lavori molto con l’elaborazione digitale?
In realtà non modifico la foto in sé, non la filtro. E’ il lavoro di sovrapposizione che porta al risultato finale. Quando  ho un’idea in mente ci lavoro, lascio che maturi, finché non scatta l'”Aha-Erlebnis”, l’illuminazione, la sensazione di essere arrivato al punto giusto. Ma non tutti i lavori portano a una conclusione: in una fotografia cerchiamo una certezza visiva, che poi però non sempre “funziona” come pensiamo e a volte svanisce.

Giancarlo Lamonaca, Fragmente. Mosche, lattine, guerra e vette immaginarie.
Egna, Kunstforum Unterland. Da martedì a sabato, 10-12 e 16-18. Fino al 6 novembre 2021. 
Ingresso libero.

Autrice: Caterina Longo

Oltre la pittura, lezioni di sguardo

È un dialogo sul filo della luce e del colore e molto di più “PitturaxPittura”, la mostra inaugurata sabato 25 settembre scorso all’associazione lasecondaluna di Laives. L’esposizione mette in relazione l’opera degli artisti Federico Casati (Milano, 1968) e Rolando Tessadri (Mezzolombardo, 1968), che da sempre si confrontano con la pittura. Ma definirla una mostra di pittura sarebbe riduttivo. Perché la pittura è solo un punto di partenza, che, se stiamo al gioco e aguzziamo la vista, può prendere altre strade -moltiplicarsi, come suggerito dal segno “x” nel titolo- e arrivare a far vacillare ciò che crediamo di vedere, e quindi di conoscere.

Le opere di Casati e Tessadri nascono da un processo che inizia con una accurata preparazione e una grande padronanza di mezzi tecnici e pittorici e termina, o meglio ricomincia, nell’occhio di chi guarda. Sono opere sottili, che esaltano la riduzione e la sottrazione senza essere mai finite, né chiuse, perché mutano col tempo, con il meteo e con il cambiare della luce. Ma soprattutto con il nostro punto di vista.

Federico Casati presenta diversi lavori realizzati negli ultimi due anni  fino a oggi. L’artista crea tavole su cui applica degli elementi in ottone, cerchi di diverse dimensioni che fuoriescono dalla superficie del dipinto e allo stesso tempo ne fanno parte, perché colorati in tonalità simili allo sfondo. Questo rende difficile riconoscere, leggere chiaramente il quadro. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Qual è il meccanismo dietro alle sue opere, come “funzionano”?
Le mie opere cercano di disorientare l’occhio di chi guarda: sul dipinto si vedono delle ombre, ma in un primo momento è difficile capire da cosa siano generate, si può pensare che siano dipinte. Ma poi, cambiando il punto di vista, e la luce, cambiano anche le ombre… insomma l’opera non ha mai una forma definitiva ed è difficile cogliere come sia nella realtà. 

Una questione di visione?
Si, ma non solo. Questa mutevolezza per me esprime il labile confine tra realtà e apparenza, metafora del mondo intorno noi, in cui siamo immersi. E non mi riferisco solo al piano estetico e della percezione, ma anche al piano delle relazioni con gli altri, alla difficoltà di conoscere il vero volto, la realtà di un fenomeno o di un rapporto. Conoscere cosa si cela dietro ciò che appare ai nostri occhi è aspirazione impossibile, quanto ammaliante: il tema è ampio, da brevi cenni sull’universo, noi qui ci permettiamo di volare meno alto parafrasando una frase scritta da Stephen King nel celebre romanzo ‘It’: “vedere la forma autentica della cose vuol dire conoscerne il segreto”.

Federico Casati e Rolando Tessadri

Rolando Tessadri crea invece dei monocromi (cioè tele di un solo colore o tonalità) – spesso di grandi dimensioni, come quelli esposti alla secondaluna: due dipinti inediti del 2020/21, che superano i tre metri. L’artista lavora con la tecnica del frottage, intervenendo con una spatola sul colore appena steso. Una modalità che si pone a metà strada tra pittura e grafica – in uno stretto intreccio tra tela e pigmento. 

Una ricerca intensa, prolungata e silenziosa, che porta alla creazione di lievissimi passaggi cromatici, una “sfida” che non tollera sguardi superficiali, ma esige uno sforzo in più. “Il rapporto con lo sguardo non può che essere complesso” – ha detto l’artista. Le sue opere hanno subito un’evoluzione “rispetto al periodo precedente, in cui mi sono concentrato sui bianchi e grigi, sui ‘non colori’, che esigevano una visione frontale e di superficie, legata a una certa temperie minimalista, negli ultimi due anni è emerso il bisogno di una pittura più comunicativa, sono passato ai colori più chiari. E ho sentito l’esigenza di dare dei titoli”, racconta Tessadri. Uno sviluppo e una apertura avvenuti, per assurdo, durante i mesi di chiusura e di lockdown, in cui Tessadri ha trascorso molto tempo nel suo studio a Salorno. Quanto ai titoli delle opere, essi sembrano attribuire caratteri ai colori, e agli stessi dipinti. Leggiamo ‘Pensiero interrotto’, ma anche ‘Ipocrita’ e ‘Ospite sospetto’: ognuno è libero di cercarlo fuori o dentro di sé.

PitturaxPittura 
a cura di Stefania Rossi
lasecondaluna, sala Espositiva, via Pietralba 9, Laives. 
Ingresso gratuito, Green Pass obbligatorio. Fino al 16 ottobre, giorno in cui si svolge un artist talk alle ore 18.30 (incontro gratuito ma prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu).

Autrice: Caterina Longo

Artiste in dialogo a “Le Carceri”

Caldaro Le Carceri, galleria d’arte ospitata nei suggestivi spazi dell’antico carcere della prefettura di Caldaro, presenta, fino al 02.10 prossimo, “REPEAT”, una doppia mostra dell’artista altoatesina AliPaloma e di Anna M. Rose, artista statunitense che lavora in Italia.
L’attenzione al corpo femminile e il richiamo agli oggetti familiari sono elementi che accomunano la ricerca delle due artiste.
Nella mostra a Caldaro, le AliPaloma e Anna M. Rose presentano installazioni create appositamente per l’occasione, che si confrontano con il concetto di nutrizione, di lavoro e di culto del corpo. Lavori, questi, che si ispirano agli spazi della ex prigione – la presenza “fisica”, architettonica del patrimonio carcerario rimane infatti sempre presente ai visitatori. Questo approccio si rispecchia anche nell’uso minimo dei materiali che compongono le installazioni: acqua, pane, cera, sapone, sale e alcool infatti, sono gli elementi utilizzati nei vari stati di aggregazione.
La mostra “REPEAT” è parte del concetto espositivo della galleria “Le Carceri”, che invita un/una artista dell’Alto Adige ad allestire una mostra insieme ad un/una partner. La particolarità di questo concetto sta nel dialogo che nasce tra gli artisti, che rappresenta anche il motto della galleria Gefängnis – Le Carceri: 1+1=1 DUE artisti UNA esposizione.
Le celle che fungono da vani espositivi “obbligano” la coppia degli artisti ad una collaborazione particolare. Un percorso che si è dimostrato convincente – da questa idea sono nate infatti mostre particolari e stimolanti.
AliPaloma & Anna M. Rose, REPEAT, Le Carceri Caldaro, Pater Bühel, ingresso gratuito. Per info e orari www.gefaengnislecarcerigalerie.it o tel. 333 2874345.
Fino al 2 ottobre 2021.

Le fughe surrealiste di Alex Dellantonio

“Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell’armadio in cui si voleva prendere una camicia” – così spiegava la celebre artista Frida Kahlo l’essenza del surrealismo, uno dei movimenti artistici e letterari più vivaci del novecento. Nella mostra dell’artista Alexander Dellantonio, che inaugura sabato otto settembre al Kunstforum Unterland di Egna (visibile fino al 18.9), non troveremo bestie feroci, ma sicuramente molte magiche sorprese. “Surrealist Escapades”, vie di fuga surrealiste, è il titolo dell’esposizione, che presenta cento collage in bianco e nero, di cui molti inediti, realizzati dall’artista negli ultimi tre anni. Bolzanino di nascita, classe 1986, dopo il liceo artistico Dellantonio ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e ha vissuto a Berlino, esponendo le sue opere in mostre personali e collettive in Germania, Norvegia e Italia. Quest’anno ha fatto ritorno in Alto Adige. “Portare alla luce l’anarchia dei sentimenti e dei sogni, sulla linea sottile tra desiderio e realtà, regolata attraverso l’arte dell’assemblaggio.”- questa l’idea che Dellantonio ha del surrealismo. La sua ricerca è originale e insolita perchè punta l’attenzione sul surrealismo cèco, che solo recentemente si sta guadagnando considerazione nelle università americane e in Germania.
Con passione e spirito da archeologo Dellantonio ha scavato nelle profondità delle opere di artisti e artiste come Toyen, Jindrich Styrski e Karel Teige, riportandone a galla visioni, tecniche e soprattutto quelle sottili strategie di fuga dalla realtà tipiche di tanta arte e lettura cèca. In questo senso, le opere di Dellantonio emanano un’eleganza dal fascino storico e sono capaci di ammaliare e inquietare. Ne abbiamo parlato con lui, inziando dal ritorno a Bolzano.

Come è stato il ritorno in Alto Adige dopo gli anni a Berlino?
Berlino è sexy ma povera! Dopo tanti anni, mi mancavano le montagne e il sole dell’Alto Adige. E per assurdo credo di trovare qui maggiori possibilità di proporre il mio lavoro artistico.

Come nascono le “vie di fuga surrealiste” che danno il titolo alla mostra “Surrealist Escapades”?
Il mio lavoro ha spesso avuto una connotazione politica e impegnata. Le opere nella mostra a Egna guardano agli artisti dell’avanguardia ceca, che sono stati isolati e perseguitati o perché considerati troppo avanguardisti o perché troppo borghesi, a seconda di chi li criticava (il protettorato nazionalsocialista di Boemia e Moravia prima e l’apparato stalinista della Repubblica Ceca poi). Gli artisti trovarono una via di fuga da questa realtà rifugiandosi verso qualcosa di diverso, l’arte surrealista.

Alex Dellantonio

Perché hai scelto di orientarti agli artisti del surrealismo ceco?
Ho scoperto i surrealisti cechi grazie a un libro trovato per caso al mercatino dell’usato sulle passeggiate del Talvera, una quindicina di anni fa, il “Mercato dell’arte” di Karel Teige. Mi sono appassionato alla figura di questo artista praghese, al suo credere nell’arte e perseguire la sua strada nonostante le difficoltà: mi piace l’immagine evocata dalla Devestil, il gruppo ceco di artisti a cui aderiva. La parola Devestil indica il farfaraccio, una pianta non particolarmente bella, ma tra le prime a fiorire in primavera con un fiore incantevole. Teige è anche autore del manifesto del “poetismo”, un movimento artistico che, negli anni ’20 del novecento, voleva trasformare l’arte in divertimento fantastico, inneggiando alla gioia di vivere dopo gli orrori della prima guerra mondiale. Nonostante l’isolamento da parte del Partito Comunista, fino alla sua morte, nel 1951, egli creò oltre 400 collage fotografici surrealisti, a cui mi sono ispirato per la mia serie.

Cosa deve aspettarsi il pubblico dalla mostra?
Senza svelare troppo, credo che chiunque potrà trovare qualcosa che incontra il suo gusto, sicuramente c’è un’attenzione al corpo e al bello comunemente inteso, ma anche aspetti nuovi e magari non molto visti in Alto Adige, che potranno sorprendere.
Hai scelto di lavorare con una tecnica tradizionale come il collage e la carta oggi, nel 2021… come mai questa scelta? Qual è la tua posizione rispetto al digitale?
Ho sempre amato la carta come materiale: mi piace la dimensione analogica, le persone, le sensazioni tattili. Per anni ho lavorato anche con il decollage strappando manifesti dai muri a metri! La carta è un materiale semplice, facile da utilizzare, da tagliare. Per certi versi, è come se il taglierino fosse il mio “pennello”… è come disegnare delle geometrie.

“Surrealist Escapades” è al Kunstforum Unterland di Egna
dal 7 al 18 settembre. Ingresso libero e gratuito.

Autrice: Caterina Longo

20 anni di spinte per la trasformazione

“Agli anni ’70 e ’80 in Alto Adige – fecondi, tumultuosi, interessanti – non dobbiamo guardare con nostalgia, ma piuttosto attingere a quei fermenti per trovare nuova forza nell’affrontare il nostro presente e il nostro futuro”.
Queste sono le parole utilizzate da Maria Grazia Barbiero – insegnante e politica a lungo attiva nelle principali istituzioni altoatesine – in un’intervista rilasciata alla Rai, dedicata al suo libro “Scenari in movimento”, uscito recentemente per la casa editrice Raetia.
La strada scelta da Barbiero per il suo saggio è quella di una sorta di biografia collettiva, densa, in grado di mettere al centro le numerose persone ma anche i luoghi e i “movimenti” che diedero una forte spinta nei 20 anni che – da sinistra – avvicinarono tra loro “italiani” e “tedeschi” in un’esperienza di convivenza definita dall’autrice “vera e proficua”. Ma si tratta anche di anni che seppero affermare un nuovo ruolo per le donne, in un contesto in cui le esperienze di cultura alternativa si susseguivano in vari contesti e scenari.
Il racconto messo in atto da Maria Grazia Barbiero è una lettura irrinunciabile per tutti coloro che hanno partecipato in un modo o nell’altro a quella stagione, cogliendo l’occasione per storicizzare quanto avvenne, attraverso istantanee virtualmente scattate su un esperienza in perenne movimento.
La sinistra altoatesina degli anni ’70 e ’80 in Alto Adige è un’esperienza che resta, sotto traccia, anche nei giorni nostri. Una maggiore consapevolezza degli eventi, dei contenuti e delle eredità di quella stagione, può contribuire senz’altro a dare un senso anche alle scommesse dell’oggi, non meno pressanti di quelle di allora, anche se inevitabilmente diverse. “Scenari in Movimento” può dunque essere una lettura molto interessante anche per i tanti giovani che oggi guardano all’impegno civile, sociale e politico, come ad un orizzonte irrinunciabile per il loro presente e futuro. Nel libro di Barbiero è infatti sequenziato il DNA della sensibilità che sta all’origine anche delle “battaglie” di oggi, nella loro declinazione specifica nostra complessa terra fra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Maria Grazia Barbiero

Fabio Bonafè indugia sulle tracce impalpabili della tenerezza

Occuparsi di spiritualità critica e attiva, perché ricercata attraverso un approccio laico. 
Tornare a parlare di responsabilità e semplicità. 
Ma soprattutto dedicare un libro intero alla tenerezza, dimensione preziosa quanto impalpabile. 
Questo è il compito che si è posto Fabio Bonafè, genovese di nascita, ma da tanti anni altoatesino di adozione. Insegnante, pubblicista, operatore culturale, attento osservatore e promotore di iniziative culturali.
Il volume di Bonafè – intitolato “Senza perdere la tenerezza” e significativamente pubblicato per la collana Equilibri precari dall’editrice Il Pozzo di Giacobbe – è interamente volto a scandagliare una categoria oggi necessaria quanto mai. 
La tenerezza è una sfumatura, come sintetizza molto bene lo stesso autore, nelle prime pagine del libro. 

“Non ci sono eroi nella tenerezza. La tenerezza non è una virtù. Certo è sempre una cosa buona e molto migliore dell’ottusità, che partorisce la durezza instancabilmente insieme a diverse altre forze disgreganti. Come la paura, la rabbia, l’infelicità, e molte altre ancora. Anche se possiamo coltivare la tenerezza e creare le condizioni per favorirla ed espanderne la presenza, in realtà noi non produciamo volontariamente la tenerezza, ne siamo affetti. Scaturisce da noi.”

La nostra è un’epoca sovente fondata su certezze per lo meno discutibili e su atteggiamenti che spesso mostrano di aver dimenticato e messo in secondo piano ogni più basilare principio e valore.
E quella alle porte è un’estate in cui molti di noi si metteranno alla ricerca di un nuovo equilibrio, volto a relativizzare le delusioni accumulate attraverso l’osservazione della schizofrenia generalizzata emersa durante la pandemia. 
In questo senso il libro di Bonafè consente di fornire una guida, un piccolo arcipelago di riflessioni in grado di predisporci al meglio nell’ottica di ricostruire rapporti, relazioni, empatie. 
Da appassionato e acuto promotore di momenti culturali, Bonafè ci dona l’occasione per riprendere un percorso, innanzitutto dentro noi stessi, facendo emergere la tenerezza che ognuno di noi ha in sé, ma che spesso non viene messa nelle condizioni di emergere. Ma che quanto riappare è poi davvero bello poterla lasciarla “andare” nella direzione di un positivo contagio verso l’altro. 

Autore: Luca Sticcotti

Illusion, il nuovo album di Manuel Randi

Un nuovo disco di Manuel Randi è sempre una sorpresa gradita, perché il chitarrista bolzanino non è uno a cui piaccia fossilizzarsi su un genere: Randi è un esploratore musicale, un musicista a 360° che ama la musica senza compromessi e quando si chiude in studio – per registrare un disco, che sia un disco di chitarra acustica, che sia un disco elettrico, suonato in solitudine o in compagnia dei fidati amici (questa volta il disco, intitolato Illusion, è accreditato al Manuel Randi Trio che si completa col basso di Marco Stagni e con la batteria di Mario Punzi) – non cede mai alla tentazione di scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso, ma offre piuttosto dei paesaggi sonori che potrebbero essere delle micro colonne sonore, o anche un’unica, lunga soundtrack composta da vari temi che pur nella loro diversità suonano a meraviglia uno accanto all’altro.
“Durante il lockdown dell’anno scorso – ci racconta il chitarrista – ho avuto molto tempo per dedicarmi alla composizione, all’inizio avevo pensato di fare addirittura un CD doppio, infilandoci tutto, ma mi sono reso conto che non avrebbe funzionato, così mi sono concentrato su questo: la lavorazione è stata piuttosto lunga, anche se poi a registrarlo son bastati tre giorni, c’erano pochi soldi perché tutti eravamo fermi da mesi quando ci siamo ritrovati nello studio di Nartan Savona, a Merano, ed eravamo felici di riprendere. Siamo tutti professionisti della musica e non potevo chiedere ai miei compagni di venire a suonare gratis, per cui ci siamo venuti incontro reciprocamente. Sono molto contento del risultato finale, perché è come lo volevo, un disco in cui la chitarra è molto melodica, suonata come se fosse una voce e non come in un album di chitarra. E riascoltandolo mi soddisfa, sento di aver centrato l’obiettivo che mi ero prefissato. Avere musicisti come Mario e Marco per me è un onore, oltre al fatto che non serve dir loro cosa devono fare! Sono perfetti, suonare con loro è come stare in paradiso. Ma oltre al loro lavoro sono stati altrettanto fondamentali Nartan con i suoi consigli, Christa Flora che ha curato il concept grafico, Tiberio Sorvillo che ha fatto le foto e Wolfgang Spannberg, responsabile del master”.
Una voce: la Fender Stratocaster di Randi è in effetti proprio come una voce in questo disco, e le composizioni, più che composizioni per chitarra si adattano di più alla definizione di canzoni. Canzoni prevalentemente elettriche, ma nei vari brani la Strato s’interseca talvolta più, talvolta meno con le voci delle varie chitarre acustiche inserite nella struttura delle canzoni. 

Da sinistra: Mario Punzi, Manuel Randi e Marco Stagni


“Le cose che scrivo – prosegue Randi – in realtà sono sempre canzoni, anche nei dischi precedenti. Ma una canzone suonata sulla chitarra classica con tutto l’arrangiamento è più una piccola composizione. Con l’elettrica ci sono altre possibilità, un po’ come un violino,  e in questo senso sì, è proprio come una voce. A me piacciono molti generi, mi piace il flamenco, mi piace il jazz, tutta la musica, però i miei esordi sono stati rock, indubbiamente. Il mio primo modello e maestro è stato Fabio Tenca degli Skanners. E poi mi piace tanto il formato canzone, per rimanere nel nostro ambito ultimamente sono rimasto molto colpito dall’ultimo disco di Gabriele Muscolino”. 
Di canzoni e musica buona, in Illusion ce n’è per tutti i gusti, ma non in maniera furbetta, piuttosto perché Randi, da profondo conoscitore di suoni e stili, ama mescolare: abbiamo così i suoni surf del brano d’apertura intitolato Buenos Aires, le citazioni gipsy di One For Matelot, gli incanti melodici di Per una carezza e La bella addormentata, le atmosfere da fuga bachiana (ma in odor di metal) dell’immensa Passacaglia. E che dire di un brano come Il Carnevale che si libra in suggestioni latine rafforzate dalle percussioni dell’ospite Max Castlunger o dell’omaggio tributato al grande Albert Lee con l’indiavolata Alban’s Bluegrass? Un po’ come se ogni canzone fosse un bandolo differente che si va però a riavvolgere magicamente alla stessa matassa, il CD si chiude con Django Chained (evidente rimando ai suoni cari a Quentin Tarantino), che si riallaccia alle suggestioni surf di quello con cui il disco era cominciato, solamente virate verso un suono più trash e sporco.
“Ma non è tutto – conclude Manuel – sto già ovviamente pensando al nuovo lavoro, che sarà un lavoro acustico, con chitarre ma anche mandolini, con rimandi folk. Comunque ora l’obiettivo è riuscire a portare in giro questo: le cose stanno ripartendo, ci sono concerti in vista nel corso dell’estate, ma mancano le certezze riguardo al futuro. Ora sappiamo che non c’è nulla di scontato”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’amore per la cultura e l’artista “sospeso”

Mi chiamo Rolando Biscuola, abito a Merano. Vivo di musica, sono chitarrista, cantante, compositore. Come tanti miei colleghi artisti, anch’io ho subìto danni economici a causa della pandemia. Vorrei però segnalarvi questa interessante e bellissima iniziativa, che mi ha risollevato il morale dandomi fiducia per il futuro.
Sono stato contattato da un signore di Bolzano, a cui sta a cuore la cultura e l’arte in generale, che mi ha proposto di svolgere per lui un progetto artistico. A seguire ecco in sintesi il suo concetto.

“Pensando alla situazione di stallo in cui versa la cultura a causa della pandemia,  considerando anche il fatto che è da più di un anno che non spendo denaro per cinema,  teatro o concerti (che comunque avrei frequentato), ho pensato di incaricare un artista locale (musicista, attore, scrittore) a realizzare per me un progetto artistico o culturale in forma privata. Per questo progetto ho un mio budget personale di 1.000 Euro, che pagherò anticipatamente, visto che la mia intenzione è contribuire concretamente a risollevare la cultura, prefinanziando da subito  un artista in difficoltà economica a causa della pandemia. La realizzazione avverrà in località da definire, probabilmente quest’estate, o comunque appena possibile, a seconda delle normative anticovid che entreranno in vigore e nel pieno rispetto di quest’ultime. Nello spirito della mia iniziativa, l’artista dovrebbe svolgere un lavoro (anche piccolo, ad esempio se si tratta di un musicista, almeno un brano composto per l’occasione, non un intero concerto…) ad hoc per questa occasione. In pratica vorrei avere il privilegio della prima rappresentazione di questo prodotto artistico, del quale ovviamente l’autore rimane in ogni caso il proprietario e di cui disporrà in futuro come meglio crede.”

Spero che la situazione migliori e che questo atto di generosità e amore per l’arte possa innescare un meccanismo virtuoso, in modo che altri “Mecenati” locali, persone sensibili e generose, aiutino  persone artisti che oggi si trovano in difficoltà. Credo che questo significherebbe promuovere concretamente l’arte, in quanto convinto che la cultura sia un elemento essenziale e vitale per la nostra società.

Bolzano Scomparsa: prosegue il racconto

In queste ultime settimane è uscito per Curcu Genovese l’ultimo volume della fortunata serie di cronache della città di Bolzano, compilate con grande dedizione dal giornalista, disegnatore e – appunto – divulgatore storico Ettore Frangipane. 
Il grande merito di questi volumi – tutti facilmente reperibili nelle biblioteche del capoluogo e della provincia – è quello di basarsi su quanto è apparso sulla stampa locale dal 1850 al 1950. Con tutti i suoi limiti i giornali altoatesini, in lingua italiana, ma soprattutto tedesca fino al primo dopoguerra, hanno riverberato i fatti più importanti della vita politica, sociale, culturale e della cronaca. E appunto il recupero di tali cronache – altrimenti sepolte sotto la polvere del tempo, specie per quando riguarda gli “eventi minori” – è il primo pregio del grande lavoro svolto da Frangipane. Il secondo aspetto di tale riscoperta attiene all’interpretazione e alla contestualizzazione di tali cronache, un prezioso processo tutt’altro che desueto anche nei giorni nostri caratterizzati dalla persistente difficoltà di distinguere le notizie vere da quelle false e – non ultimo – i fatti dalle opinioni. 

Il dodicesimo volume delle cronache di una Bolzano – lo possiamo oggi dire con certezza – davvero un po’ meno “scomparsa” rispetto a prima – prende le mosse da un tema di stretta attualità come quello della pandemia, ricordando l’impatto che ebbe la febbre spagnola quando arrivò a Bolzano nel corso della “grande guerra”. 
Nel volume non manca l’eterno tema etnico, con un capitolo dedicato al nome “Alto Adige” che – viene ricordato – venne coniato niente meno che da Napoleone. 
Molte poi sono le sorprese inaspettate, come sempre è accaduto nei diversi volumi della collana. 
Come la presenza a Bolzano nel ‘600 di una famiglia di liutai davvero importanti, come gli Albani. Non mancano le tristi storie di guerra, così come le notizie di “colore” che non guastano e furono onnipresenti nelle cronache. Anche Bolzano Scomparsa è un volume davvero gustoso per chi ha a cuore la storia del capoluogo, tutt’altro che noiosa e scontata. Provare per credere. 

Autore: Lu.S.