Una famiglia, un’unica passione: la danza

Li si vede spesso danzare in via Cassa di Risparmio a Merano: leggiadri ma potenti, e sopratutto innamorati. Irene Cannata, meranese di nascita, e Niccolò Gaggio hanno realizzato un sogno: ballare nelle piazze e raccontare il loro amore per questa disciplina attraverso coreografie romantiche e sensuali. Il loro senso di libertà li ha portati a diventare artisti di strada per rapire attraverso la musica e il ballo lo sguardo dei passanti. E ci riescono, sotto il nome di “Famiglia danzante”: mamma, papà e due figli.

Chi è la famiglia danzante e da quale formazione proviene?
La famiglia danzante siamo io, Irene Cannata, Niccolò Gaggio e i nostri figli Angelo e Agnes. Viviamo a Tirrenia, un paesino sul mare in provincia di Pisa. Spesso siamo a Merano perché sono nata qui (anche nostro figlio Angelo). Proveniamo da due formazioni artistiche differenti; io ho studiato dall’età di 6 anni fino ai 14 anni presso la scuola di danza Arabesque di Merano con Irmtraud Filippi e Sabine Raffeiner, poi ho superato l’audizione e mi sono trasferita a Torino dove ho frequentato con lode l’Accademia di danza  al Teatro Nuovo di Torino, per poi approfondire la danza moderna e contemporanea con l’Adriana Cava Jazz ballet e con l’E.D.A.(European dance Allience), mentre mio marito Niccolò ha iniziato gli studi presso la Max ballet Academy di Firenze all’età di 17 anni per poi proseguire gli studi classici al Centro studi danza e movimento con Eugenio Scigliano e poi dedicarsi alla danza contemporanea con la Kaos Balletto di Firenze di Roberto Sartori.

Perché l’idea di portare spettacoli di danza nelle piazze?
Abbiamo deciso di portare la nostra danza nelle piazze per avvicinare un pubblico più vasto alla nostra arte raccontando storie in cui ognuno potesse immedesimarsi. 
La danza per strada è qualcosa che non si vede normalmente, vederci danzare anche con l’utilizzo delle punte è qualcosa che stupisce chi guarda. La strada è un modo per sentirci liberi, senza dipendere da qualcuno.

Da quando esiste la vostra formazione in formato famiglia?  
Io e Niccolò abbiamo improvvisato il nostro primo passo a due nel 2009 durante un workshop nella magnifica cornice dell’abbazia di San Galgano, vicino Siena; ci siamo guardati negli occhi e ci siamo ritrovati a danzare in perfetta sintonia, come se l’avessimo sempre fatto. Da quel momento non ci siamo più separati e siamo diventati una coppia nella danza e nella vita.
In questa perfetta armonia nel 2011 si è inserito Angelo che è nato a Merano e ci accompagna in tutti i nostri spettacoli. Non a caso ci siamo ribattezzati la “Famiglia Danzante”.

Quanto tempo dedicate agli allenamenti?  
Per noi è molto importante mantenere il nostro fisico sempre allenato, anche perchè danzare per strada richiede abilità atletiche ancora maggiori rispetto al teatro; ogni giorno facciamo la nostra lezione di danza classica, che è la disciplina che più di tutte allinea il nostro corpo e ci imposta per le prove delle nostre coreografie. A Niccolò piace integrare la lezione di danza con allenamenti sulla spiaggia utilizzando tronchi da sollevare, strutture a cui appendersi e  esercizi con le Kettlebell. Iinsieme armonizziamo il nostro corpo con lezioni di Yoga, mobilità e stretching; spesso, facendo lo stesso lavoro, ci troviamo anche a danzare e allenarci fuori orario.

Chi crea le coreografie?  
Una parte che a noi piace moltissimo è anche quella creativa e coreografica. Le coreografie che portiamo in scena sono firmate Famiglia Danzante sia per quanto riguarda la creazione dei passi, la scelta dei costumi e quella delle musiche. Non è sempre rose e fiori, spesso creando nuovi balletti, prima di entrare in sintonia, dobbiamo passare attraverso un momento di scontro (che ormai sappiamo far parte della fase creativa). All’inizio il nostro disaccordo lo sentivamo con dispiacere, pian piano abbiamo capito che ci serve per entrare in un mood diverso. Ora lo accettiamo come parte del percorso.

Che cosa fate nella vita? Vivete di arte di strada?   
Oltre agli spettacoli per strada e  per diversi eventi e Festival, abbiamo anche una scuola di danza a Marina di Pisa, la scuola di danza Amarindance e durante l’anno facciamo diversi eventi e spettacoli. 

È stato difficile coinvolgere i vostri figli in questa avventura?
Angelo ha assistito al nostro lavoro fin da quando aveva tre settimane, prima nell’ovetto, poi gattonando intorno a noi e infine partecipando attivamente alla danza. La piccola Agnes ci copia durante il riscaldamento e spesso si intrufola in alcune coreografie obbligandoci a improvvisare. Ormai quando andiamo a fare delle esibizioni anche lei vuole mettersi il tutù mentre Angelo aiuta nella sistemazione di cappelli e impianto audio; ognuno ha i suoi compiti.

Nelle vostre performance si ballano l’amore e i sentimenti, qual è il messaggio che volete regalare a chi vi guarda? 
Con le nostre performance vogliamo creare un momento di stacco dalla routine di chi guarda, un momento in cui riflettere, in cui dare spazio alla speranza, far nascere un’emozione e toccare l’animo delle persone. Vogliamo essere poeti e con i nostri corpi raccontare storie attraverso l’immedesimazione e la sintonia che si crea con il pubblico. Ogni spettacolo è un viaggio a passo di danza e il pubblico è parte della nostra performance, anche se non è attivo la sua energia condiziona il nostro modo di danzare.

In quali altre piazze vi siete già esibiti? 
Oltre che a Merano ci siamo esibiti nelle piazze di Certaldo durante il Festival Mercantia, a Veroli e a Falvaterra entrambe in provincia di Frosinone, a Trieste e a Biograd in Croazia.

Come vivete questo momento di blocco delle attività artistico-culturali? 
Non è sicuramente un buon momento per chi come noi vive d’arte, stiamo cercando di trovare soluzioni alternative al solito modo di lavorare. Con la scuola ci siamo spostati nuovamente online, stiamo tenendo lezioni di danza classica, moderna e Yoga-mobility utilizzando il programma Zoom inoltre stiamo approfittando per creare nuove coreografie da portare anche per strada e, se dovesse continuare il blocco, ci ingegneremo per poter creare dei video-spettacoli per chi ci segue.

Quali sono i vostri progetti futuri? 
Stiamo creando un nuovo spettacolo a tema, atmosfera e costume natalizio da poter presentare (sperando che sia possibile) durante le festività, vogliamo creare qualcosa di particolare che scaldi il cuore degli spettatori e li porti subito nell’atmosfera della gioia natalizia.
Inoltre stiamo realizzando il calendario 2021 della Famiglia Danzante, 12 mesi di amore, danza e famiglia. Come ogni anno sarà possibile acquistarlo sia dal vivo che online.

Quando tornerete a Merano?   
Appena si potrà tornare a spostarsi tra regioni torneremo a esibirci a Merano, non vediamo l’ora.

Qual è il vostro target di pubblico? 
Il nostro target sono tutte le persone che amano la danza; siamo stati contattati anche per rendere speciali eventi come matrimoni. Durante i matrimoni, una coreografia molto richiesta è “Il Bacio”,una danza romantica dove le nostre labbra non si staccano mani come volere augurare un’unione passionale e duratura agli sposi. Sia a castel Pienzenau che a Lagundo abbiamo raccontato la storia degli sposi attraverso la danza.

Una scatola in cambio di un sorriso

La prima edizione meranese dell’iniziativa solidale “Scatole di Natale per i più bisognosi” ha avuto un grande successo ed è inutile descrivere la gioia di bambini e bambine, uomini e donne che inaspettatamente hanno ricevuto un pacchetto da scartare come segno del Natale. L’ideatrice di tutto questo è una cittadina meranese: Deborah Polla, che attraverso il suo entusiasmo è riuscita a coinvolgere moltissimi meranesi. A descrivere meglio il progetto c’è Valentina Vizzi, la coordinatrice del centro giovani Tilt di Merano. 

Valentina Vizzi, in che cosa consiste questa generosa iniziativa?L’iniziativa esisteva già in altre regioni italiane, come Lombardia e Veneto, e consiste nel creare pacchi regalo per i più bisognosi, inserendo in una scatola di scarpe un indumento caldo, un passatempo, una dolcezza e un prodotto per la cura del corpo, il tutto accompagnato da un gentile biglietto d’auguri. 

Come si è realizzato a Merano il progetto?
Grazie alla generosità di una cittadina meranese, Deborah Polla, che un giorno ha condiviso un post sul suo profilo Facebook domandando ai suoi amici se avessero piacere di realizzare un’iniziativa simile. Dopo un ricco riscontro, si è rivolta a me e così insieme abbiamo valutato come poter organizzare la raccolta. Abbiamo condiviso la proposta con la rete dei centri giovani Youth Meran, che ha subito ben accolto l’iniziativa, mettendo a disposizione i propri centri giovani per la raccolta dei pacchi. 

Chi ha partecipato? 
L’iniziativa è stata accolta con grande generosità da cittadine e cittadini meranesi, famiglie, gruppi di amici, insegnanti, alcune classi delle scuole Deflorian, Galilei e le classi terze delle Negrelli, ma anche da gruppi sportivi come l’Asm Bike. È stato sorprendente: non ci aspettavamo una  partecipazione così numerosa!

Quante scatole siete riusciti a raccogliere?
In tutto siamo riusciti a raccogliere 216 pacchi: un successone!

A chi erano destinate le scatole?
Il giorno 24 dicembre grazie alla collaborazione di Caritas, Young Caritas e dei centri giovani, i pacchi sono stati raccolti e distribuiti alle famiglie ospiti presso casa Arnica, casa Sara, casa Ruben e presso il Centro Aiuto Vita.

Cosa vuol dire organizzare iniziative del genere soprattutto in un anno particolare come questo 2020 appena trascorso?
Significa ricordarsi degli altri, vuol dire partecipazione, impegno civile e comunità. Con questa iniziativa abbiamo voluto donare un sorriso a chi davvero non si aspetta più nulla e con esso anche una speranza di cambiamento. Il mondo potrebbe divenire un luogo migliore per molti, anche semplicemente attraverso piccolissimi gesti. Per far partire tutto questo è bastato un niente e ciò dimostra che ci può essere speranza per un futuro più solidale.

Autore: Chiara Caobelli

Una rockstar nell’Ottocento

Ludwig Van Beethoven: un nome noto a chiunque, anche a chi non capisce niente di musica classica;  quel “ta da da daaaan” è entrato nella coscienza popolare, due note che rappresentano anche nel linguaggio parlato il simbolo della suspance. 

Già, la famosa Quinta di Beethoven. La Quinta, non la Nona: la Nona è – per intenderci – una composizione più “gentile”: è quella scelta (dopo essere stata reinterpretata da Herbert Von Karajan) come Inno Europeo, e si ricorda chiaramente anche come colonna sonora nelle scene in cui Alex DeLarge, capo dei Drughi, viene “rieducato”  in carcere nell’”Arancia Meccanica” di Kubrick.

La Quinta sinfonia è quella che venne usata come sigla delle trasmissioni in italiano di Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale, in quanto in codice Morse tre punti e una linea formano l’iniziale V di Victory. Ed è anche probabilmente lo stesso motivo per cui venne utilizzata per la graphic novel ed il film “V per Vendetta”. 

Una composizione che negli anni, in tempi moderni, è stata riadattata e modernizzata, operazione che ha aiutato chiunque a memorizzarla: fu riarrangiata anche in versione disco da Walter Murphy per il film “La febbre del sabato sera”, brano ripreso come cover dagli Elio e le Storie Tese che l’hanno riadattata ne “Il quinto ripensamento”. 

Se Bach è jazz (basta ascoltarsi le reinterpretazioni di Jacques Loussier o di Glenn Gould per rendersene conto), Beethoven è rock: a dare forza a questa teoria ci aveva pensato Steve Vai, guru della chitarra distorta e degli “shredder”, i virtuosi delle sei corde, che verso la fine degli anni 90 l’aveva registrata in chiave neometal. Una versione che fa parte (seppur modificata a suo piacimento) del repertorio del sex symbol del violino, David Garret.

Il nome del grande compositore appare anche altri contesti musicali; nel 1956 Chuck Berry compose “Roll over Beethoven”, grande classico del rock’n’roll. Pare che Berry scrisse la canzone in risposta a sua sorella Lucy che occupava sempre il pianoforte di famiglia per suonare la classica mentre lui voleva scrivere i suoi pezzi. 

Anche gli Eurythmics nel 1987 pubblicarono un pezzo intitolato “Beethoven (I love to listen to)”, un brano particolare, molto elettronico e parlato, che raccoglie sonorità tutte anni Ottanta, ma decisamente innovativo per l’epoca.

Ma Beethoven è celebre al grande pubblico anche per altre composizioni, come “Al chiaro di luna”, per esempio: romantica, delicata, arpeggiata, colonna sonora di innumerevoli pellicole fra cui “Il pianista”, “Misery non deve morire”, “Confessioni di una mente pericolosa”, “Psycho II” e “L’uomo che non c’era”. Un’opera che dedicò alla sua alunna prediletta, la giovane contessa Giulietta Guicciardi, di cui lui era tanto innamorato.

A proposito di amore, come non citare “Per Elisa”, forse il primo spartito vero che incrocia la strada di ogni aspirante pianista? A chi era dedicata? Non si sa, ma esistono diverse affascinanti teorie a riguardo. Quasi quarant’anni dopo la morte del compositore, il musicologo tedesco Ludwig Nohl scoprì in una collezione privata una copia di un manoscritto del brano, con su scritto “Für Therese”; ma Nohl, che lo copiò a sua volta, si sbagliò a trascrivere il nome e la intitolò “Für Elise”. La musa in questione sarebbe la baronessa Therese Malfatti, di cui il maestro era profondamente innamorato.

C’è chi invece sostiene che questa breve bagatella sia dedicata a una giovane e bella soprano, tale Elisabeth Roeckel, che alla fine sposò un amico del compositore tedesco. Anche Theresie Malfatti non ricambiò l’amore di Ludwig, né Giulietta Guicciardi né nessun’altra: Ludwig van Beethoven morì giovane e single, corroso dalla cirrosi epatica, e al suo funerale venne salutato da un corteo di oltre 20 mila persone: come ogni rockstar che si rispetti.

Autore: Luca Masiello

La marcia degli Schützen si inciampa sul rap

Sorprendendo molti nei giorni scorsi il comandante degli Schützen sudtirolesi Jürgen Wirth Anderlan ha pubblicato su youtube un videoclip in stile rap che ha suscitato moltissime reazioni. Nel giro di poco il Kommandant è stato costretto alle dimissioni e il video è stato ritirato. Ma noi giornalisti QuiMedia abbiamo pensato di prendere posizione in merito, con un commento a sei mani che vi proponiamo.

Con la realizzazione del brano Mamma Tirol il comandante Anderlan con ogni probabilità si era posto l’obiettivo di richiamare i valori, attualizzando nel presente il catalogo dei disvalori e dei nemici. Ma la lista con ogni probabilità è risultata troppo estesa e articolata, spingendo troppo il piede sul pedale della provocazione. Particolarmente azzardato è apparso in particolare il richiamo alle radici cristiane, attraverso una professione religiosa per lo meno “svuotata”, visto il contesto di “chiusura” quasi totale. Ma a mio avviso la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la musica. L’idea di accostare gli Schützen a una musica “altra” rispetto alle marce delle Musikkapellen deve aver innescato un cortocircuito insanabile. Insomma: anche in musica esistono dei limiti che non vanno superati nella declinazione della tradizione in un contesto di modernità, altrimenti si inceppa il meccanismo. 

Autore: Luca Sticcotti

Ma lo sanno dov’è nato l’hiphop?

…ma c’è almeno un altro “chissà”. Se per quanto riguarda lo stile “Mamma Tirol” è senz’altro un pezzo rap (benché qualitativamente scadente e senz’altro poco al passo coi tempi), ci si potrebbe chiedere quanto rimanga, in un brano come questo, della storia del genere musicale di riferimento. Mentre si ascolta un testo separatista come quello di “Mamma Tirol”, infatti, fa quantomeno sorridere (ma amaramente) pensare a come, quando e dove ha avuto origine il movimento hiphop, a cui il rap appartiene. E allora chissà se gli autori – così legati alla “tradizione” – sapevano che il rap, oggi in cima alle classifiche, è nato nel 1973 nel Bronx, facendo propria l’eredità della black music e dei canti dei neri nelle piantagioni e offrendo un’alternativa alla violenza e un megafono alla parte più povera e invisibile della società; raccontando una situazione di disagio per rivendicare il diritto al suo contrario, così come l’importanza dell’unità e della vicinanza sociale; e dando origine a quello che venne definito “edutainment”, l’intrattenimento educativo. Verrebbe da rispondere di no.

Autore: Alex Piovan

Papi, che cosa sono gli Schützen?

“Papi, che cosa sono gli Schützen?”, mi chiede il mio bambino mentre in famiglia stiamo parlando del rap dei cappelli piumati. Gli snocciolo storia e folklore di questa associazione, stupendolo. Poi passo alla parte “politica”, e il motivo per cui mamma e io non apprezziamo quel video. “Ma se loro vogliono solo il Tirol, dove vanno al mare?”, è la sua prima reazione. Beata innocenza, beata quell’intelligenza che nasce dalla spontaneità di una mente pura. Perché i bambini non mentono, a se stessi né agli altri; i bambini non odiano, i bambini non vedono colori e differenze, i bambini apprezzano le diversità, se qualcuno riesce a spiegargliele. I bambini non hanno paura, gli adulti hanno paura. Ed è paura quella che trapela dal testo dello Schützen-rap: paura del diverso, che sia esso un Walsch, un sudtirolese traditore della Heimat, un nero, un musulmano o un omosessuale. Paura di perdere le proprie radici, che ancora non si riesce a capire quali siano. Perché anche solo leggendo il testo di questo pezzo è difficile trovare una coerenza o almeno una logica fra le parole che lo popolano. 
Ce l’hanno con tutti: si dichiarano democratici e cristiani, ma il loro amore per il prossimo sembra sbattere contro una barriera quando incrociano gay o ambientalisti: “non conoscono Ander, ma Greta, e davanti a casa mia Dieter ama Peter”, cantano. “Non siamo razzisti né populisti di sinistra, e odiamo tutti i neofascisti”, continuano. Poi le donne, oggetti decorativi che è meglio lasciare a casa a fare i mestieri, nel migliore dei casi, e addirittura gli studenti, “die  Studierten”, “die Gscheiden”, quelli non hanno mai lavorato in vita loro e poi si ergono a profeti, un po’ come “i professoroni” di salviniana memoria, insomma. 
Democratici e cristiani. Chissà cosa ne penserebbe Gesù, a riguardo; chissà cosa ne penserebbe don Sturzo nel sentire queste due parole affiancate pronunciate… da loro! 
“Mamma Tirol è un progetto nato da una grande ispirazione, creatività e tre bottiglie di Lagrein Riserva, che porterà i nostri fan a ballare sui tavoli”, scrivono gli Schützen sul loro sito istituzionale, e poi citano una canzone della band “Oi!” Böhse Onkelz:  “Dove genio e follia si combinano / Le parole non puzzano di bugie”.  
Chissà, forse la parte geniale del tutto sarà che da qualche parte balleranno davvero sui tavoli quando qualcuno intonerà questo rap. E chissà se questi si sentiranno dei geni mentre lo faranno…

Autore: Luca Masiello

Alla scoperta delle donne nella nostra storia

Francesca Ferragina, meranese, lavora come pedagogista e responsabile per due servizi infanzia 0-6 anni per gli ospedali di Merano e Bressanone. Per passione fa la scrittrice e a febbraio è uscito il suo romanzo “Io. Anna” (Ed. Albatros), primo capitolo di quella che nella sua testa è una trilogia. In occasione del mese contro la violenza sulle donne, Francesca racconta in un PodCast la vita di donne straordinarie che hanno cambiato il corso della storia. 

Francesca Ferragina, a quanti anni ha cominciato a scrivere? 
A scrivere non lo so esattamente. A inventare storie fin da bambina. Dicono che abbia sempre avuto una fervida immaginazione, e soprattutto che non la smettevo mai di parlare. Sono figlia unica e quindi giocavo spesso da sola, ma questo non mi dispiaceva, perché stavo ore e ore a inventare avventure per me e i miei giocattoli. 

Da chi ha ereditato la passione del racconto? 
Penso da mia nonna Dorina. Per motivi di lavoro dei miei genitori passavo molto tempo con lei e i suoi amici (tutti anziani ovviamente) e quindi sono stata sempre circondata da persone che mi raccontavano le loro avventure di ragazzi, del periodo della guerra, dei film visti al cinema, e tanto altro. Ma soprattutto adoravo quando mia nonna invece di raccontarmi le fiabe mi riportava le storie tratte dalle opere di musica classica. Lei aveva lavorato come maschera in teatro quindi mi raccontava di Papageno, della regina della notte, di Alfredo e Violetta, della madama Butterfly, ma soprattutto mi narrava della bella Turandot. 

 Come nasce l’idea di un romanzo storico dedicato alle donne? 
Penso che a volte ci siano dei pregiudizi nei confronti del romanzo storico. Si pensa sia pesante e noioso, ovviamente per chi non apprezza il genere. Io invece ho sempre adorato la storia, forse perché grazie al cielo ho sempre trovato insegnanti e persone che me l’hanno posta in modo divertente e intrigante, come il mio amato professor Piccinelli (che tra l’altro mi consiglia ancora oggi). Così ho pensato di fare lo stesso con il mio romanzo: renderlo accattivante e allo stesso tempo leggero. 

Quali sono i temi che tratta nel romanzo? 
C’è un po’ di tutto, mi piace dire che con meno di 200 pagine si può vivere un’appassionante avventura alla corte di Enrico VIII, tra amore, amicizia e una corsa contro il tempo.

Da dove nasce l’idea del romanzo?
Sinceramente? Da un sogno che ho fatto circa sei anni fa. Avevo guardato la serie televisiva “The Tudors” e come resistere al fascino di Jonathan Rhys Meyers nei panni di Enrico VIII? Scherzi a parte, il viaggio nel tempo mi ha sempre intrigato. Ho letto libri e visto film di ogni tipo su questo argomento (e si nota dalle citazioni che si trovano nel romanzo). In particolare mi ha segnata “Timeline” di Michael Crichton: la storia d’amore tra Marek, archeologo del futuro, e Lady Claire, nobildonna e personaggio chiave nella storia della guerra dei cent’anni, è qualcosa di meraviglioso e ho spesso sognato un amore così anche io.

Dove ha raccolto le fonti per tracciare la storia di Anna Bolena?Inizialmente da libri biografici che parlavano della dinastia Tudor dalla guerra delle due rose in poi: una storia davvero affascinante; poi mi sono addentrata nella ricerca un po’ più seriamente utilizzando trattati storici, archivi online che raccoglievano atti ufficiali, corrispondenza tra Enrico VIII e Anna Bolena, e altro. Inoltre nel 2015 sono stata con la mia famiglia in vacanza in Gran Bretagna e abbiamo visitato molti luoghi inerenti alla vita di Enrico VIII e Anna Bolena permettendomi di prendere appunti sugli spazi, i paesaggi, perfino i profumi, così da immergere il più possibile il lettore nell’atmosfera raccontata.

Perché ha scelto proprio Anna?
Anna Bolena è un personaggio storico davvero affascinante. È stata una donna estremamente intelligente, colta e intraprendente. Ha ricevuto una formazione avanzata per i tempi, riservata solitamente ai figli maschi, e questo perché il padre, accortosi subito delle capacità della figlia, le ha permesso di studiare con il fratello George.

Purtroppo l’inizio del XVI secolo non era ancora pronto per una donna così, ma soprattutto Enrico VIII non lo era. O meglio, all’inizio era affascinato dalla bellezza particolare (anche questa fuori dai canoni dell’epoca) e dalla cultura di questa donna; dalla possibilità di conversare con lei di arte, religione e politica. Solleticava il suo enorme ego il fatto che lei non si sia subito concessa a lui, come tutte le amanti che aveva avuto fino a quel momento; ma soprattutto trovava stimolante i loro battibecchi. Ma la nascita di Elisabetta, una femmina, e gli aborti avuti da Anna hanno incrinato questo rapporto idilliaco. Enrico aveva estremamente bisogno di un erede maschio e Anna sembrava non darglielo. Il re aveva già più di quarant’anni e nel gennaio del 1536 la sua brutta caduta da cavallo ha lasciato col fiato sospeso il regno. Questo ha cambiato profondamente Enrico. Questo, e la sua nuova passione per un’altra donna, la più “disciplinata” e docile Jane Seymour. Dopo l’esperienza esasperante del divorzio dalla sua prima moglie, Caterina D’Aragona, il re non voleva perdere troppo tempo e quindi, complice il suo Primo ministro Thomas Cromwell, ha raccolto materiale sufficiente per arrestare Anna e condannarla a morte.
Non dico che Anna Bolena sia stata una santa, ma sicuramente non meritava quella fine. E io, come la mia protagonista Elanor, ho voluta riscattarla.

Quali sono le caratteristiche di questa eroina femminile che l’hanno colpita di più?
Non posso dire che Anna Bolena sia stata un’eroina. È stata una donna. Come dico nella dedica nel mio romanzo, una donna “troppo forte per un tempo che la voleva debole”. Quello che mi ha colpito di lei è sicuramente la sua intelligenza, la sua intraprendenza e la sua caparbietà. Ha saputo tener testa a uno degli uomini più potenti e incostanti dell’Europa del XVI secolo. La sua sconfitta non è da considerare una sua mancanza, bensì una condanna costruita ad hoc da uomini arrivisti e dame invidiose.   

Perché una donna della modernità dovrebbe potersi riconoscere nel personaggio di Anna Bolena?
Perché ha saputo farsi strada da sola. Il padre la voleva solo tra le lenzuola del re, lei ha ambito a di più. Non si è accontentata e non ha voluto essere un ennesimo giocattolo in mano a un uomo, bensì guadagnarsi un titolo e una posizione degna. E non è un po’ come il costruirsi una carriera nel mondo del lavoro di oggi? 

Il suo impegno a favore delle donne non si ferma al racconto. Quali sono i progetti che porta avanti?
Da quest’estate realizzo un podcast in cui ogni settimana racconto la vita di una donna del passato. “Storie di donne nella Storia” è il mio piccolo gioiello, di cui vado molto fiera perché unisce la mia passione per la storia alla mia volontà di far prendere coscienza alle donne di quanti sforzi sono stati fatti per essere dove siamo e che nulla deve essere dato per scontato. 

Cosa la spinge a occuparsi del mondo femminile?
Sono una donna cresciuta in una famiglia di donne che con le loro imperfezioni mi hanno mostrato quanto si possa essere forti. Mia nonna è rimasta vedova a cinquant’anni e non ha più avuto e voluto altri uomini nella sua vita. Si è arrangiata in tutto e sapeva mettere al suo posto chiunque importunasse lei o qualcuno a lei caro. Ha sconfitto non uno, ma ben tre tumori: due al seno e uno all’utero. È morta questa primavera. Se l’è portata via il Covid, ma solo perché era rimasta sola in casa di riposo per via del lockdown. Sono sicura che se avessimo potuto continuare a vederla, insieme avremmo sconfitto anche questa. Mia madre ha due sorelle e formano un trio eterogeneo ma unitissimo, una sorta di Tre Moschettieri. Mi hanno insegnato il valore della famiglia, del sacrificio e dell’umiltà. Crescendo con questi esempi ho capito che donna volevo diventare. Sono diversa da loro, perché le includo tutte dentro di me.

Come si difenderebbe dalla critica di femminismo? Secondo lei, oggi, parlare di femminismo è ancora attuale?
Penso sia attuale ricordare i princìpi del femminismo. Perché è nato e cosa ha ottenuto. Poi però bisogna prendere atto che il mondo dall’inizio del XX secolo è cambiato e quindi non si può restare ancorati a ideali vecchi di un secolo. Devono evolversi e operare per e con l’attualità. Le suffragette si sono battute per ottenere non solo il voto, bensì il riconoscimento di essere delle cittadine tali e quali agli uomini. Negli anni questo ha portato alla ricerca di riconoscimento di una parità di diritti; una lotta che stiamo ancora combattendo. Non è potendo studiare, lavorare e fare carriera che siamo uguali agli uomini, bensì come possiamo studiare, lavorare e fare carriera. Finché una donna dovrà sforzarsi il doppio (se non il triplo) per ottenere le stesse condizioni di uomo come posizione, stipendio, ruolo, opportunità, allora la lotta femminista non sarà finita. 

Autore: Francesca Morrone

Stop allo sport, ma gli atleti non mollano

Il momento che tanti temevano è arrivato: palestre e piscine chiuse. Ancora una volta gli sportivi e le sportive si trovano a dover fare i conti con un altro stop e a non poter proseguire con gli allenamenti. A raccontare delusione, tristezza, ma anche rabbia, ci sono cinque ragazzi e ragazze di discipline sportive differenti: Sofia Pellegrini, ginnasta, Nicola Balzarini, giocatore di pallanuoto, Chiara Peluso, pallavolista, Alberto Manca, calciatore e Alex Langebner, arrampicatore. 

A causa delle nuove misure restrittive per cercare di arginare la pandemia, tanti atleti di tutte le età non possono più praticare il proprio sport. Per molti questo è un grande colpo da digerire: c’è chi si stava preparando per i campionati nazionali, chi stava recuperando proprio adesso con grande fatica la forma fisica a causa del primo lockdown e chi invece aveva appena fatto ritorno in palestra dopo la pausa estiva. 

“Nonappena ho saputo che la nostra palestra avrebbe chiuso ho pensato subito alla mia partecipazione ai campionati nazionali di ginnastica artistica di dicembre. Senza l’allenamento sui quattro attrezzi è inimmaginabile poter presentare degli esercizi dignitosi in gara – spiega Sofia Pellegrini –Ero arrabbiata, triste e amareggiata perché dopo mesi di duro lavoro, sudore e costanti sacrifici, sentirsi dire che le palestre avrebbero chiuso un’altra volta mi ha spezzato il cuore”..

Così come la ginnasta, anche per Nicola Balzanini non è stato semplice digerire la notizia: “Per me è una cosa devastante non potermi allenare in piscina, perché a differenza degli sport praticati in palestra o all’aperto, io senz’acqua non posso fare nulla – spiega – il mio è uno sport di contatto, quindi speravo che potessimo almeno continuare con gli allenamenti individuali di nuoto, proprio adesso che stavamo recuperando faticosamente la nostra forma fisica.”

Sport vuol dire anche amicizia, compagnia e condivisione, e questo lo ricorda la pallavolista Chiara Peluso: “Non potermi più allenare in palestra per me vuol dire che mi mancheranno, oltre al divertimento e al momento di sfogo della giornata, anche gli incontri settimanali con le mie compagne di squadra – spiega – Tra una partita e l’altra era normale scambiare due chiacchiere: questa situazione oltre che portare a un peggioramento della nostra condizione fisica e tecnica, alla lunga si ripercuoterà anche su quella psicologica.”

“Quando mi alleno do il massimo per giocare la domenica – spiega Alberto Manca – ogni settimana aspetto il weekend solo per la mia partita. Non potermi allenare e giocare è una cosa che mi rattrista molto.”

Nonostante la criticità delle circostanze, gli atleti comprendono anche la necessità di queste misure restrittive. D’altra parte però, è molta l’amarezza: “Mi sembra ingiusto tutto questo, perché così viene tolta ai giovani la possibilità di vivere la loro passione, di inseguire i loro sogni, di divertirsi e stare con gli amici. Vengono privati di qualcosa per la quale hanno lavorato per settimane, mesi e anni, mettendoci impegno e dedizione e compiendo molti sacrifici”, sottolinea Sofia. Dopo la prima ondata primaverile, molte sezioni di vari sport si erano organizzate in modo da poter riprendere con gli allenamenti in sicurezza. Disinfettanti, sanificatori, gestione degli spazi, misurazioni delle temperature e molto altre misure sono state adottate, per garantire il diritto allo sport e quello alla salute. “In piscina sono state attuate tantissime misure di sicurezza e degli ottimi protocolli da seguire per evitare i contagi – spiega Nicola – Oggi però questo sembra non essere abbastanza e lo sport viene giorno per giorno messo da parte, insieme a tutti coloro che amano praticarlo. Perché a rimetterci non sono solo i grandi agonisti, ma dietro a ogni sport ci sono anche molti bambini e molte bambine: tanti di loro avevano iniziato da poco e si erano appassionati a una disciplina, altri invece la praticavano già da parecchi anni e stavano crescendo, migliorando. Ognuno di loro ancora una volta dovrà compiere un altro sacrificio e rinunciare al sano movimento.”

Lo sport può essere anche un grande hobby, come l’arrampicata per Alex Langebner: “Da otto anni pratico questa disciplina e sono arrivato al settimo livello. Grazie alla mia passione sono diventato istruttore e ho iniziato a gestire alcuni corsi di arrampicata, facendo così del mio hobby anche il mio lavoro. Oggi, non solo non posso allenarmi, ma in queste condizioni non posso nemmeno guadagnare.”

Gli atleti nonostante ciò non mollano e anche davanti alle difficoltà non si arrendono cercando di trovare delle soluzioni alternative per mantenersi in forma. “I nostri allenatori – spiega Nicola – nei giorni in cui avremmo avuto gli allenamenti, ci mandano degli esercizi da fare a casa o all’aperto individualmente, in modo tale da non farci perdere la forma finora acquisita.”

Così anche il mister di Alberto: “Il nostro allenatore ci ha suggerito di mantenere autonomamente la miglior condizione fisica possibile, sperando in una pronta ripartenza.”

Nel mondo della ginnastica invece, Sofia racconta come le sue allenatrici stiano trovando metodi di allenamento alternativi – a volte anche creativi – per cercare di tenere alto l’umore e per non far perdere la giusta motivazione. “Di certo stare fermi a fare niente e sperare che tutto questo passi in fretta non aiuta affatto. Perciò, anche se non possiamo entrare in palestra, ci manteniamo in forma svolgendo allenamenti alternativi a casa, collegandoci digitalmente con la nostra squadra o andando a fare un workout all’aperto. In questo momento particolare – continua–  mi sento di dover ringraziare tutto il team di allenatrici, perché nonostante la situazione negativa, loro ci stanno sempre vicine, si impegnano a trovare nuovi metodi per non farci perdere la voglia, ricordandoci sempre di tenere duro e di non mollare mai.” Anche se il mondo dello sport attualmente è in crisi, di certo sono proprio i ragazzi a insegnare che la passione e la forza di volontà sono la cura migliore in questi tempi. Lo sport è salute, è essenziale. 

Autore: Chiara Caobelli