“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

Quello di cui le mamme non parlano

La meranese Valeria Crivellari, giovane mamma, blogger, influencer  con la passione per la scrittura ha pubblicato  un libro intitolato “MammaRaccontati”, in collaborazione con la sua amica Francesca Ferragina. Si tratta di una raccolta di testimonianze al femminile per parlare senza veli di maternità, sessualità, lavoro, adozioni, mobbing e burn out in gravidanza. è lavoro cooperativo che nasce dal confronto con esperienze reali, con lo scopo di aiutare anche chi non ce la fa da sola. 

Chi è Valeria? 
In realtà nel mondo social (instagram) sono conosciuta come maman0nmama. Ho 36 anni, sono laureata in arti visive e nello specifico nel campo moda. 
Dopo la maternità mi sono specializzata in Copywriting e Social Media. Ho aperto un blog e ho iniziato a collaborare con alcuni brand, faccio consulenze per chi vuole migliorare la propria comunicazione e scrivo testi per il web. 

Ha sempre avuto la passione per la scrittura? 
Direi di sì, quando ero piccola divoravo libri su libri e ho sempre detto che da grande avrei fatto la scrittrice. A otto anni, per Natale, mi regalarono una macchina da scrivere e da allora non ho mai smesso di sognare e ovviamente di scrivere.

Come si intitola il suo ultimo lavoro editoriale? E di che cosa parla? 
Il titolo è “MammaRaccontati – Quello di cui le mamme non parlano”. Si tratta di 36 testimonianze raccolte su un social, Instagram, in cui le mamme raccontano come è cambiata la loro vita dopo la maternità, chi ha perso il lavoro o ha subito mobbing, chi ha scelto di diventare mamma da giovane e ha dovuto reinventarsi o attraversare mille ostacoli per poter diventare madre.

Come nasce l’idea di un libro dedicato alle mamme? 
Nasce dall’esigenza di restituire un’idea reale della maternità. Da quando mi sono avvicinata al mondo dei social media l’immagine di famiglie da Mulino Bianco e di mamme all’apparenza perfette mi hanno spesso provocato sensazioni di inadeguatezza.Il mio secondo post parto, inoltre, è stato difficile e il confronto con altre mamme diventa ancora più forte nei momenti di fragilità.
Ho capito che, attraverso la condivisione di storie vere, avrei potuto aiutare molte mamme che in quelle storie si sarebbero ritrovate.

Come è riuscita a raccogliere le testimonianze di cui racconta? Come è riuscita ad avvicinare le mamme?
Su Instagram ho un seguito di 14 mila followers e si tratta perlopiù di mamme e donne. È stato sufficiente chiedere nelle mie stories come fosse cambiata la vita dopo la maternità per ricevere le prime testimonianze.

È stato più facile raccontarsi come mamma o come donna? 
Le due cose non si possono separare. Una mamma è la stessa donna di prima, solo con qualcosa in più da incastrare nel suo percorso.
Raccontarsi come mamma significa parlare anche dei sogni, delle ambizioni e progetti che fanno parte di noi come donne.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano le donne-mamme?
Purtroppo le difficoltà maggiori oggi riguardano il reintegro nella società. Viviamo in un mondo che va a cento all’ora e inevitabilmente diventare madre significa rallentare, fermarsi. Soprattutto nel mondo del lavoro spesso c’è una totale mancanza di empatia e le mamme diventano lavoratrici di serie B di cui doversi sbarazzare.

Il libro è legato ad un progetto. Ce ne vuole parlare? 
Le vendite del libro servono a raccogliere fondi per Elena, una bimba di Genova. È portatrice di una malattia molto rara, si tratta dell’unico caso in Italia, e servono finanziamenti per la ricerca. Insomma, non è un semplice libro, ma un forte simbolo di collaborazione tra donne: una rete di mamme che, donando le loro storie, aiutano un’altra mamma.Potete acquistare “MammaRaccontati” su Amazon in formato ebook oppure cartaceo.

Il libro si divide in 4 sezioni. Qual è la parte che l’ ha maggiormente intrigato?
Sicuramente l’ultima sulla difficoltà di diventare madre. In questo capitolo si trova la storia di Silvia sul loro percorso di adozione, mi commuovo ogni volta che la leggo. 
È un messaggio bello e forte: diventare madre significa soltanto avere amore da dare, non si diventa mamma solo di pancia ma anche di cuore.

Dalle testimonianze che ha raccolto, crede che la maternità resti un momento esclusivo delle donne? 
Credo proprio che in Italia sia ancora così. Siamo un paese con tradizioni molto radicate e, nonostante oggi ci siano padri più presenti, resta molto lavoro da fare. Mancano leggi e cambiamenti forti per disegnare una nuova idea di famiglia.

Quali sono i suoi  progetti futuri?
Insieme a Francesca Ferragina, autrice della prefazione di “MammaRaccontati”, abbiamo aperto una pagina Facebook per spiegare meglio il progetto. Mi piacerebbe continuare a raccogliere testimonianze attraverso i canali social e magari trasformarle in podcast e/o in un progetto teatrale. A breve uscirà anche il libro illustrato “Otto sotto il mare”, di cui ho scritto i testi. Attraverso la favola di un pesciolino adottato da una mamma polpo ho voluto spiegare ai bambini l’idea di famiglia: un semplice luogo d’amore senza nessuna distinzione o regola matematica che la definisca.

Da poco hai aperto un nuovo profilo Instagram vipervaleria, quali sono i temi trattati?
Qui tratto temi un po’ più forti partendo dal mio percorso di rinascita. Affronto la sfera della sessualità, problemi di coppia, psicoterapia e self confidence.
Ho sentito l’esigenza di creare questo nuovo spazio per raccogliere una community di donne che troppo spesso si vergognano di tirare fuori determinate problematiche, che a causa della pandemia sono divenuti disagi ancora più profondi.

Autore: Francesca Morrone

L’ultimo saluto al partigiano Bruno Zito

Un altro pezzo della nostra memoria storica se n’è andato, un altro personaggio che ha contribuito alla nascita del nostro Paese ci ha lasciato.

Lo ha fatto in silenzio, improvvisamente, alla soglia del secolo di vita, quella vita che aveva amato fino all’ultimo, con le sue difficoltà e le sue tante gioie, dettate in primis dalla presenza costante della sua amata moglie Maria. 

Bruno Zito avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 9 marzo, era un meranese, ed è stato un partigiano, uno di quelli che nel 2016 era stato insignito assieme ad altri compagni (fra cui Lidia Menapace) di una grande onorificienza: la Medaglia della Liberazione della Repubblica Italiana.

Come racconta il professor Antonio Testini nel suo libro “Petto in fuori, pancia in dentro” (reperibile anche sul sito della Biblioteca provinciale Claudia Augusta),  durante la Seconda guerra mondiale, l’alpino Zito faceva parte del “Battaglione Bolzano”, 11esimo Reggimento, divisione Pusteria, ed era stato mandato in Provenza per fornire supporto agli invasori. Il 9 settembre del 1943, il giorno dopo l’armistizio, Zito  aveva appena 19 anni, quando i tedeschi circondarono la caserma dove si trovava con gli altri alpini; assieme a tre amici (Carlo Delugan, Gino Vecchi e Bruno Filippi), venne fatto prigioniero e portato all’Ente Fiera di Grenoble. Pochi giorni dopo venne trasferito in Germania , ma lungo il tragitto lui e i tre amici riuscirono a darsi alla fuga grazie a uno zainetto che conteneva gli attrezzi di un calzolaio: subito dopo aver varcato il confine tra Francia e Germania, i quattro riuscirono ad aprire le sicure che chiudevano il vagone sul quale stavano viaggiando e saltarono giù dal treno. Filippi e Delugan si fermarono in Svizzera, mentre Vecchi e Zito continuarono il loro percorso verso l’Italia.

Il primo si fermò a Bolzano, il secondo proseguì alla volta della Valsugana, dove si trovava la sua famiglia. E qui entrò nelle fila dei partigiani che organizzavano gli attacchi ai convogli che rifornivano i tedeschi. 

Autore: Luca Masiello

Il ricordo dell’Anpi

A dare per primi la triste notizia della dipartita del partigiano Bruno Zito sono stati i suoi amici della sezione altoatesina dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che hanno voluto salutarlo con un post commovente sulla loro pagina Facebook.
“È un giorno di grande tristezza. Un abbraccio alla sua amatissima Maria e a tutta la sua famiglia. Avevamo incontrato Bruno e Maria pochi mesi fa per la consegna della tessera Anpi e con il loro solito spirito avevano voluto che, nonostante il Covid, l’incontro fosse conviviale accompagnato da un buon bicchiere e biscotti. Bruno amava la vita e ne era orgoglioso, così come lo era della sua famiglia. Ci teneva sempre a raccontare tutto in modo semplice, spontaneo e divertente. 
E nel racconto non mancava mai di riferirsi alla sua esperienza di Partigiano, per ribadire come l’Italia fosse ben diversa da quella che avevano sognato durante la Resistenza, ma che non bisognava mai disperare, mai abbassare la guardia nella difesa della democrazia e della libertà e mai abbandonare la lotta per attuare i valori della Resistenza incardinati nella Costituzione. Ciao Bruno. Grazie! Ci mancherai, ma cercheremo di far camminare quegli ideali nel mondo di oggi. Partigiani per sempre!
Alla memoria di Bruno dedicheremo le iniziative per il giorno della Memoria e ci auguriamo che la sua Città sappia ricordarlo come merita”. 

L’amore per l’arte a tutto tondo

Stefano Sgorbati vive immerso nell’arte da piccolissimo grazie al lavoro del suo papà e alla macchina fotografica dello zio. Coltiva diverse passioni dalla fotografia alla musica, studia e si aggiorna sempre, tutti i giorni, anche quando è sul treno da Merano a Bolzano, dove lavora. Iscritto alla Fablab della facoltà di grafica e design della Libera Università di Bolzano, ama sperimentare e innovare. Ora è in cerca di spazi espositivi in città dove poter organizzare mostre e dimostrare il proprio talento frutto di tanti anni di studio e di ricerca.

// Di Francesca Morrone

Che cosa fa nella vita?
Sono un impiegato, lavoro da 26 anni negli uffici della Provincia di Bolzano. Per il resto coltivo da anni le mie tre grandi passioni: la musica, la fotografia e la pittura.
Studio e mi aggiorno sempre, in treno non dormo mai e penso alle cose da fare, ai progetti che vorrei realizzare, a come migliorarmi come fotografo, per esempio.

Da quanto è un appassionato d’arte?
Mio padre è Roberto Sgorbati, quest’anno compirà 93 anni, una testimonianza vivente per la storia della nostra città; per trent’anni ha gestito il Kursaal di Merano e io sin da bambino ho avuto il privilegio di vivere nel mondo dell’arte come fosse la mia seconda casa. Mi ricordo che il mio papà mi portava con sé al lavoro e io giocavo con i figli degli orchestrali: intorno a noi c’era sempre la musica che ci accompagnava.
A volte si andava a giocare sulla cupola oppure suonavamo liberamente gli strumenti musicali che erano disposti nelle sale. Erano bei tempi, quando il Kursaal aveva una propria orchestra fissa e il mio papà organizzava eventi con ospiti d’eccezione. Per me musica, pittura e fotografia sono tre forme d’arte che non riuscirei a scindere, per questo nei miei lavori e nelle mostre che intendo realizzare mi piacerebbe portarle tutte e tre con me.

E la voglia di dipingere nasce per caso?
Comincio a disegnare grazie alla mia insegnante di tedesco e di arte di allora, parliamo degli anni 90, Rina Riva. A lei devo il mio esordio nel mondo della pittura. Rina mi inserisce in un gruppo di grafica d’arte che poco dopo si costituì come associazione. Ricordo che i miei disegni venivano esposti nella scuola, il mio modo di disegnare era già particolare allora, mi piacevano i disegni astratti, atipici, non convenzionali. Questa caratteristica mi è rimasta. Sono un cane sciolto, preferisco lavorare in solitaria all’interno del mio mondo.

Che cosa hanno di particolare le sue raffigurazioni?
Mi piace innovare. Miscelo tecniche e colori diversi. Non mi fermo all’acrilico, ma sperimento soluzioni con la pittura grafica realizzata al computer e abbino varie tecniche con spray e stencil.

E la passione per la fotografia?
Nasce grazie a mio zio che coltivava questa passione. I miei nonni mi regalarono una vecchia macchina fotografica e con gli anni mi sono sempre più specializzato. Sviluppavo le fotografie in un piccolo laboratorio domestico, ma poi sono passato dall’analogico al digitale in poco tempo. Oggi mi occupo di ritrattistica, ma preferisco le immagini in movimento. Creo delle doppie esposizioni per scrivere una storia, dove la gente attraversa lo spazio e la fotografia non è mai statica. Un’altra tecnica che utilizzo è quella del decollage.

Oggi vorrei avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione

Quali sono state le sue ultime fatiche?
Ho realizzato un paio di raccolte fotografiche che raccolgono i lavori degli ultimi anni.
La prima appena uscita si chiama “Stevesgo.art portrait 2020” ed è un libro che contiene i miei lavori fotografici e realizzazioni artistiche con tecniche miste.
Poi c’è “Trainstories” è una raccolta di fotografie scattate con il cellulare o con l’I-pad che ritraggono scene e persone viste dal treno in movimento.
Mentre “Thecomfortzone 2014 – 2020, una teoria possibile” è un libro di immagini e testi che ripercorre gli anni della sperimentazione in campo artistico – musicale del gruppo meranese omonimo.
All’attivo ho anche un Cd dal titolo “DreamsPlay”completamente autoprodotto, dalla copertina ai brani musicali, che vuole essere la colonna sonora alle mie prossime mostre. Le tracce contenute nel Cd le avevo scritte qualche anno prima in occasione della preparazione di un documentario Rai realizzato dal mio amico Roberto Condotta. Nel frattempo spero anche di pubblicare un volume di fotografie realizzate con il decollage. In questa tecnica fotografo cartelloni o poster pubblicitari esposti per la città che sono stati strappati e che presentano dei multistrati di carta di altre pubblicità sottostanti e che regalano sempre qualcosa di artistico a un occhio attento. Io catturo quei multistrati con l’obiettivo e li trasformo in immagini e storie particolari. Non è una tecnica nuova, già pittori come Mimmo Rotella la usavano, ma in quel caso era lo stesso artista che provvedeva a strappare i cartelloni per lavorarci sopra. Le strade di Merano sono piene di cartelloni pubblicitari strappati; in questi anni ho fatto un vero e proprio lavoro di catalogazione storica.

Anche la musica è una sua grande passione. Qual è l’esperienza più significativa in questo campo che ci vuole segnalare?
“Thecomfortzone”, un gruppo di sperimentazione musicale, del quale io sono il percussionista. Riunisce tantissimi appassionati di musica, amici e musicisti, che frequento ancora oggi come Max Carbone che ebbe l’idea di fondare il gruppo nel 2010. Oggi c’è una ritrovata volontà di riprendere in mano quel progetto e di incontrarci ancora per suonare dal vivo. Ricordo che ci chiamavano per suonare un po’ ovunque, siamo stati anche a Mantova in una chiesa sconsacrata…

Dopo tanti successi rimasti in silenzio, qual è il suo sogno nel cassetto?
Avere la possibilità di esporre le mie creazioni in una mostra dedicata alle mie arti, un riconoscimento alla passione e alla spinta verso l’innovazione e la sperimentazione. Speriamo di poterci riuscire.

Un manuale per “rivoluzionari ambientali”

“Il Primo Follower – Manuale per rivoluzionari ambientali” è il titolo del libro scritto per beneficienza da Sergio Fedele. L’autore si è trasferito in Alto Adige nel 1993 ed è stato fra i primissimi laureati dell’Università di Bolzano. Tra il 2011 e il 2014 ha dato vita e sviluppato il progetto di mobilità elettrica a Bolzano. Da sempre appassionato di sostenibilità, oggi si occupa di formare chi come lui sogna di innescare una “rivoluzione ambientalista”.

Sergio Fedele



Sergio Fedele, il libro si intitola “Il Primo Follower”. Come mai? Che cosa significa?
“Il Primo Follower” è un concetto preso in prestito da Derek Sivers e non c’entra nulla coi social network. Può essere spiegato attraverso una celebre fiaba africana: un giorno in una foresta scoppia un incendio, tutti gli animali scappano e superano il fiume, ma si accorgono che il colibrì sta prendendo una goccia alla volta dal fiume per spegnere l’incendio. Il leone sottolinea il rischio e la scarsa utilità dell’azione, ma il colibrì risponde che sta facendo la sua parte.
A un certo punto anche l’elefantino decide di entrare nel fiume e per aiutarlo a raccogliere l’acqua con la proboscide, allora lo seguono tutti gli altri cuccioli e infine gli adulti.
Il significato della storia è che il leader (il colibrì) da solo non basta, l’elefantino svolge il ruolo più importante. Molto spesso succede che qualcuno prende l’iniziativa, ma nessuno lo segue. La chiave per far scattare il successo di un’iniziativa sono i primi follower, che si uniscono al movimento e lo fanno crescere portando competenze diverse e fungendo a loro volta da leader.

La tua passione per l’ecologia come è nata? Sei stato un colibrì o un elefantino?
Avevo sette anni e la mia maestra ci leggeva articoli e ci faceva scrivere temi sul cambiamento climatico e l’effetto serra. Erano tematiche nuove negli anni Ottanta, però ho capito che sarebbe stato un grandissimo problema per l’umanità, per me, per i miei cari e per gli animali. Sin da bambino quindi ho scoperto che la mia vocazione era dare il mio contributo, ma non sapevo come fare perché non erano i tempi di Greta Thunberg e non esistevano i social.
Quindi mi sono messo a studiare e ho concluso il mio percorso con una tesi di laurea sulle polveri sottili. Da lì poi è derivata la mia carriera professionale sempre legata ai temi della sostenibilità. Tuttavia, mi sono laureato in economia perché avevo capito che ciò che manca non sono tanto le tecnologie quanto la loro adozione: servono investitori e finanziamenti in ricerca. Perciò senza capire i meccanismi dell’economia difficilmente potevo sapere come contribuire alla rivoluzione ambientale pacifista.

Di cosa tratta il libro più nel dettaglio e a chi si rivolge?
Ho cercato di codificare una sorta di manuale per sopperire alla mancanza di formazione nel mondo dell’attivismo.
Ho preso elementi dal mondo aziendale e di crescita personale e ho cercato di creare un metodo per passare dall’azione individuale a quella collettiva, per far nascere e crescere un movimento al fine di cambiare leggi e strutture sociali. Nel libro spesso faccio riferimento a Bolzano e all’Alto Adige come esempio e leader della rivoluzione ambientale.
Inizialmente lo avevo pensato come manuale per gli addetti ai lavori, ma visto l’interesse ricevuto ho deciso di renderlo disponibile a tutti e adatto a chiunque sia interessato alla tematica.
Sempre per motivi di sostenibilità ho deciso di non appoggiarmi a distributori esterni, ma di aprire la mia iniziativa di crowdfunding e incentivare l’acquisto di copie digitali. Si possono acquistare due o più copie così ognuno ne può regalare una e trovare il suo primo follower.
Tutto il ricavato viene reinvestito nella stampa di copie cartacee da regalare a giovanissimi attivisti a cui, non avendo un reddito, non voglio chiedere di rinunciare a una pizza per acquistare un libro sull’ambiente.

Più spazio per le bici

La promozione della mobilità ciclabile come alternativa all’auto comprende una rete di piste ciclabili e parcheggi sicuri per le bici, che devono soddisfare numerosi criteri e sono purtroppo spesso trascurati nella pianificazione della mobilità ciclabile. Appena le temperature permetteranno di eseguire i necessari scavi e di predisporre i basamenti in cemento, verranno installate in città 366 nuove rastrelliere. L’unità speciale Mobilità ha scelto le cosiddette “rastrelliere da appoggio”, che si integrano bene nel contesto urbano e svolgono tutte le funzioni necessarie. Con una distanza di un metro e 20 tra una e l’altra, si possono parcheggiare due biciclette per ogni rastrelliera. Porta-biciclette simili sono già stati installati presso la stazione di Maia Bassa, Piazza Fontana e Piazza Parrocchia a Maia Bassa. In una prima fase i parcheggi saranno allestiti in centro: nel cortile interno del municipio, in via Galilei (davanti all’anagrafe), in piazza della Rena, presso il Ponte della Posta, alle Terme, in piazza Duomo, in via Carducci e in corso Libertà (nei pressi dello Stadt Centrum). Questi siti sono stati scelti perché vicini alle zone pedonali, in modo che l’utente possa poi proseguire a piedi.

“L’economia guarda al futuro”

Il 2020 è stato caratterizzato da un tema in tutti i settori economici, ossia la pandemia da Coronavirus. Il virus ha provocato gravi danni anche nelle imprese altoatesine e la Camera di commercio ha dedicato la 10a edizione degli incontri di inizio anno a queste nuove sfide, con il motto “L’economia guarda al futuro!”.
“Per la Camera di commercio di Bolzano è molto importante sostenere le aziende altoatesine in questo periodo difficile. Con gli incontri di inizio anno abbiamo voluto dare a imprenditori, imprenditrici e aziende degli input ed esempi pratici di come è possibile gestire questa crisi”, dichiara il Presidente della Camera di commercio Michl Ebner.
Dopo le manifestazioni di Bressanone e Bolzano, gli incontri di inizio anno sono stati ospiti della cooperativa frutticoltori Cafa a Merano. L’ospite d’onore della serata conclusiva era il presidente della Provincia Arno Kompatscher, che ha parlato di ciò che accomuna economia e politica in questa fase delicata della pandemia:
“Attualmente dobbiamo tutti confrontarci con una situazione di cui non abbiamo esperienza. Così come succede a molti imprenditori e imprenditrici, spesso anche la politica naviga a vista, con la stessa necessità di flessibilità, massima vigilanza e modifiche in corso d’opera. Nel 2021 dobbiamo riuscire insieme a stabilizzare la situazione a livello di politica sanitaria ed economia, in modo tale da poter avere più sicurezza nella pianificazione e riprendersi il più velocemente possibile da questa crisi.”
Uno degli ultimi due interventi è stato quello di Karlheinz Schönweger, amministratore di Cafa Merano. Con il titolo “Un modello di business in tempi di crisi” ha provato a dare risposta alle seguenti domande: come si può mantenere un’attività adeguata in azienda durante una fase di picco del Coronavirus? Come si possono tutelare al meglio i collaboratori e le collaboratrici? Quale contributo può dare un’azienda di medie dimensioni alla società?
In seguito, il direttore generale della Provincia Alexander Steiner ha tenuto un discorso sugli sviluppi futuri della pubblica amministrazione dal titolo “Pubblica amministrazione – Quo vadis?”, in cui ha parlato della sfida di come conciliare la continua crescita della digitalizzazione e lo smart working con la necessità di riorganizzare i servizi per aumentare l’efficienza a favore dei cittadini e delle imprese.

In foto: da sinistra Michl Ebner, Karlheinz Schönweger, Alfred Aberer e Alexander Steiner

La forza del teatro per non dimenticare

Anche quest’anno, la città di Merano vuole ricordare le vittime della follia nazista in occasione del Giorno della Memoria; e per questa occasione sarà la magia del teatro a dare forza alla celebrazione: all’indirizzo youtu.be/9wYM94kyDGk verrà infatti trasmesso lo spettacolo intitolato “Dal campo di calcio ad Auschwitz”, che è stato registrato in un teatro di Bergamo. Scritto e interpretato da Davide Giandrini, poeta a regista teatrale – narra la storia di Árpád Weisz (1896 – 1944), giocatore e poi allenatore di calcio conteso a suo tempo dalle squadre più titolate del massimo campionato italiano. Il suo Agc Bologna aveva conquistato due scudetti consecutivi, nel 1936 e nel 1937, e nel 1938 era primo in classifica.

Árpád Weisz

Ma con la promulgazione delle leggi razziali, Árpád, ebreo ungherese, dovette lasciare il lavoro e l’Italia assieme alla moglie Elena e ai figlioletti Roberto e Clara.
La famiglia riparò prima a Parigi, e poi a Dordrecht, una cittadina dei Paesi Bassi dove Árpád poté allenare la piccola squadra locale. In seguito all’occupazione dell’Olanda da parte delle truppe tedesche, il 2 agosto del 1942 la famiglia Weisz venne arrestata dalla Gestapo e Árpád fu costretto a separarsi dai suoi congiunti. La moglie (34 anni) e i figli (rispettivamente di 12 e di 8 anni), furono deportati ad Auschwitz dove trovarono la morte nelle camere a gas. Árpád venne invece assegnato a un campo di lavoro dell’Alta Slesia. Rimase ancora in vita per altri quindici mesi, fino a trovare la morte, per freddo e per fame, ad Auschwitz.
Il racconto teatrale dura circa 60 minuti ed è accompagnato da videoproiezioni e musiche originali suonate al pianoforte.

Matteo Corradini

Le altre iniziative

“La Shoah delle ragazze”: così si intitola il progetto di Matteo Corradini, ebraista e scrittore, che la biblioteca civica proporrà sul suo profilo facebook. Si tratta di un racconto con letture e immagini che vuole rappresentare lo sterminio attraverso le voci di donne e capire se c’è uno specifico femminile quando si parla di Shoah. Verranno proposte le parole e le riflessioni di Anne Frank e di Esther Hillesum. Inoltre ci sarà l’opportunità di ascoltare le testimoniane di Ilse Weber, musicista suo malgrado nel ghetto di Terezin, di Inge Auerbacher, sopravvissuta allo stesso ghetto, e di tante altre bambine, ragazze e donne che hanno vissuto la Shoah.
In collaborazione con il “Theater in der Altstadt”, la biblioteca ha realizzato anche un breve video intitolato “AnDenken. 27. Januar Tag des Gedenkens”, con testi di Peter Weiss ed Erich Fried e la partecipazione di Karl Prossliner, Daniel Mazza, Christina Khuen e Johanna Porcheddu. Anche questo progetto verrà pubblicato sulla pagina facebook della biblioteca nonché su quella del Theater in der Altstadt.

In foto principale: Davide Giandrini, copyright: davidegiandrini.it

A dialogo con il Sommo Poeta per il giubileo

In occasione del settimo centenario della scomparsa di Dante Alighieri (1321-2021), l’Accademia di studi italo-tedeschi di Merano promuove un ciclo di dodici incontri pubblici: i “Dialoghi Danteschi”.
Gli incontri si terranno di sabato mattina dalle ore 11 alle 13, due volte al mese da gennaio a giugno, e saranno rivolti a tutti gli appassionati di letteratura e di cultura. Ciascun incontro prenderà l’avvio dalla lettura ad alta voce di un passo della “Commedia” a cui seguiranno due brevi interventi e quindi un dialogo tra due esperti di letteratura italiana. Quando sarà possibile svolgere gli incontri in presenza si terminerà con una discussione con il pubblico. Parteciperanno studiosi sia di lingua italiana che di lingua tedesca: l’iniziativa mira così a una fertile simbiosi di opinioni scaturenti da differenti percorsi formativi e da distinti approcci esegetici.
Ciascuno degli appuntamenti in programma prenderà spunto da una personalità incontrata da Dante – personaggio nel corso della “Commedia”, soppesando la forma lessicale, il valore estetico e il significato etico dell’incontro specifico, tanto come episodio individuale quanto all’interno dell’opera considerata nel suo insieme. Lo sguardo critico si focalizzerà su episodi tratti da ognuna delle tre cantiche del poema.
L’iniziativa si rivolge a un pubblico interessato ma non necessariamente esperto di esegesi dantesca, prefiggendosi soprattutto la finalità di rafforzare – tra i residenti della provincia di Bolzano, nonché dell’Euregio, – la comprensione e l’apprezzamento nei confronti del massimo capolavoro della letteratura italiana, nel settimo centenario della scomparsa del suo autore.

Il programma

13 febbraio. “Ulisse” (Inf. XXVI), Giovanna Corazza e Valentina Gallo. 27 febbraio. “Il conte Ugolino” (Inf. XXXIII), Marco Sirtori e Thomas Persoco. 13 marzo. “Manfredi” (Purg. III), Paolo Pellegrini, Franziska Meier) 27 marzo. “Sordello” (Purg.VI – VIII), Francesco Sberlati e Paolo Rambelli) 10 aprile. “Oderisi da Gubbio” (Purg. XI). Giorgio Zanmetti e Albero Bertoni
24 aprile. “Guido Guinizzelli” (Purg.XXVI), Giorgio Barachini e John Butcher. 8 maggio. “Piccarda Donati” (Par. III), Luca Lombardo e Guiglielmo Barucci.22 maggio. “Folchetto di Marsiglia” (Par. IX), Hans Honnacker e Giovanni Fiesoli. 12 giugno. “Cacciaguida” (Par.XV – XVIII), Raffaele Giglio e Elena Laureti. 26 giugno. “Pier Damiani” (Par.XXI), Ester Pietrobon e Matthias Bürgel.


Il primo incontro dei Dialoghi Danteschi (“Francesca da Rimini”) è visibile su Youtube e Facebook; per informazioni: www.adsit.org.

Il mistero del volto di Dante

“L’Italia è il Bel Paese”, “non mi tange”, “senza infamia e senza lode” . Sono frasi che vengono utilizzate nel linguaggio comune, ma hanno origine da una delle menti più eccelse della nostra letteratura, il Sommo Poeta. Dante Alighieri – che in realtà si chiamava Durante Alagherii de Alagheriis – è parte della nostra cultura tricolore, nonché padre riconosciuto della lingua che parliamo oggi. Ha ispirato poeti, scrittori, registi, fumettisti, astronomi e creatori di videogiochi; il suo volto è comparso sulle monete da 2 euro, e sin dalla metà dell’Ottocento sulle latte di una nota marca di olio di oliva che veniva esportato nelle Americhe, destinato alle comunità di emigrati italiani. Già, il volto di Dante, quel profilo riconoscibilissimo incorniciato da un cappuccio rosso, la corona d’alloro e un gran nasone. Era stato il suo collega Giovanni Boccaccio, suo più grande estimatore, a tramandarci la sua fisionomia: di mediocre statura, un po’ gobbo, con un naso aquilino, gli occhi grandi, una mascella pronunciata e avanzata rispetto al labbro superiore, con un volto sempre malinconico e pensoso. Insomma, una descrizione che ha lasciato pensare a tutti noi che il Sommo Poeta non assomigliasse esattamente a Brad Pitt.
In realtà Dante non era brutto. Si, beh, non era esattamente un bell’uomo, ma era meno brutto di quanto si sia sempre creduto.
Almeno questo è risultato da uno studio realizzato qualche anno fa da una squadra guidata da Giorgio Gruppioni, antropologo dell’Università di Bologna, che riuscì a realizzare al computer un volto i cui tratti somatici corrisponderebbero al 95 % a quello reale. I tecnici del laboratorio di realtà virtuale della II Facoltà di ingegneria della sede distaccata di Forlì dell’ateneo hanno creato addirittura vari possibili aspetti dell’aspetto del poeta, ma sempre e comunque senza il mento prominente che tutti disegnano. E col naso grande e storto, ma non proprio aquilino, pare a causa del setto deviato: il classico “profilo dantesco” è sparito quasi del tutto.
È attendibile questa ricostruzione? Pare proprio di sì, perché esiste un altro ritratto che lo riproduce giovane e bello: una tavola del 1470, proveniente dallo stacco di un affresco del Trecento, passata nel corso dei secoli nelle mani di numerosi nobili e collezionisti e finalmente giunta a noi per rivelare la sua identità. Attribuita al giottesco Puccio Capanna, la tavola mostra un Dante giovane e affascinante, “dai tratti dolci e dalle sembianze aristocratiche, con un viso sfilato dai grandi occhi riflessivi”, come spiegato dall’esperto Andrea De Liberis.
Bello o brutto che fosse, il Sommo Poeta ci ha lasciato un’eredità inestimabile, quella che la maggior parte di noi riesce apprezzare soprattutto “nel mezzo del cammin di nostra vita”.
A proposito: “Bel Paese” è l’espressione che usa per definire l’Italia nel canto XXXIII dell’Inferno. “Non mi tange” è una frase che Beatrice dice a Dante per tranquillizzarlo nel Canto II dell’Inferno. “Senza Infamia e senza lode” viene utilizzata dal Sommo poeta nel III canto dell’Inferno per indicare gli ignavi, quelle persone che si rifiutano di prendere una posizione.

In foto: La tavola del 1470 e la ricostruzione al computer del volto di Dante

Autore: Luca Masiello