Tutta una vita per la musica jazz

Ha appena compiuto ottant’anni, ma lo spirito è quello di un ragazzino capace di entusiasmarsi di quei tasti bianchi e neri e che ha ancora voglia di sperimentare fra i cinque righi del pentagramma. Franco d’Andrea, leggenda della musica internazionale, è un’enciclopedia vivente del jazz, e fra un ricordo e un nuovo stimolo promette che tornerà presto a suonare nella “sua” Merano.

Maestro, ottant’anni suonati…
Beh, non sono esattamente ottanta suonati, perché quando ero ragazzino facevo anche qualcos’altro (ride, ndr.). È un’età strana, che viene vissuta in maniera diversa a seconda di come si percepisce, di come si ha la fortuna di sentirla, perché in fondo bisogna avere un po’ di fortuna per arrivare a questa età in maniera decente. Io mi sento bene, sono fortunato!

Come li ha festeggiati?
Una giornata meravigliosa, mi hanno fatto tutti delle grandi feste, seppure a distanza; ho ricevuto tantissimi messaggi e email: alla fine della giornata ero davvero stanco, perché ho voluto rispondere a tutti, a un certo punto pensavo che il mio cellulare non tenesse più.

…e come regalo ha ricevuto un libro.
È stata una bellissima sorpresa, hanno deciso di farlo uscire in concomitanza con il periodo del mio compleanno. È un libro fatto davvero bene: io non l’avevo mai visto, neanche l’anteprima. Flavio Caprera ha fatto un ottimo lavoro, ha realizzato una biografia dettagliata e addirittura aggiornatissima, tanto che che arriva a parlare anche dei miei progetti più recenti.

Recentemente ha ricevuto il “Premio alla carriera”. Cosa ne pensa?
Nella mia vita ho ricevuto moltissimi premi, e quello alla carriera è il coronamento, mettiamola così; mi ha fatto piacere, è chiaro, ma io in realtà non ci tengo molto a questi riconoscimenti. Ricordo che quando ho vinto il primo premio nel 1982 non me l’aspettavo, mi ero anche chiesto il motivo per cui qualcuno aveva deciso di prendersi la briga di conferirmi quel riconoscimento. In generale i premi non mi hanno mai appassionato molto, perché mi sembra quasi di essere in gara: essere il primo, il migliore non mi attira particolarmente, non sono mai stato un “rampante”. E ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata una sorpresa.

Qual è il musicista che ricorda con più piacere, in tutti questi anni di carriera?
È difficile da dire, perché sono davvero tanti, penso di aver condiviso la mia musica con almeno 300 star internazionali. Ma credo che il musicista che ricordo con più piacere credo sia Gato Barbieri; abbiamo iniziato a suonare quando si era appena trasferito in Italia dall’Argentina, molto prima del suo grande successo determinato dalla colonna sonora di “Ultimo tango a Parigi”. Suonava da paura, era una cosa pazzesca quello che riusciva a far uscire da quel sax, era perfettamente in linea con quello che faceva Coltrane, ma nessuno in Italia si sognava di suonare in quel modo: era un marziano.

Ci racconta un aneddoto particolare di quei tempi, degli anni d’oro del jazz?
Potrei ricordare un momento molto particolare, che non mi vede come protagonista: era il 1963, a Bologna, ero stato ingaggiato come bassista, perché suonavo anche il basso, per un festival dove Miles Davis presentava il suo nuovo gruppo. Ricorderò per sempre questo momento: durante l’esecuzione di “Walking”, Tony Williams, che aveva 17 anni, aveva fatto un assolo di batteria; Miles voltava le spalle al pubblico, come sempre, e guardava con occhi sgranati questo ragazzino come se fosse un fenomeno: aveva gli occhi di chi era stupito di quello che stava sentendo. Ero a cinque metri di distanza, e ricordo quegli occhi come fosse oggi.

Ha qualche rimpianto?
Direi proprio di no, anche se per un periodo ho riflettuto molto su un episodio che avrebbe potuto cambiare la mia vita. Il primo ingaggio di livello internazionale mi arrivò da Jonny Griffin, che all’epoca era sulla cresta dell’onda, un sassofonista che aveva suonato con Thelonius Monk, giusto per intenderci. Dopo quella serata mi mandò una lettera in cui mi proponeva di andare a suonare con lui per l’inaugurazione di un importantissimo jazz club. Solo che proprio in quel periodo stavo preparando il mio matrimonio con Marta: così, a malincuore dal punto di vista musicale ma convinto della mia decisione, gli risposi che non avrei potuto raggiungerlo. Poi scoprii che anche dal punto di vista della mia formazione la scelta di non andare si risultò vincente, perché in quel periodo stavo iniziando a mettere un piede nel mondo dell’avanguardia, e Griffin non faceva parte di questa mia strada.

C’è quindi una data che separa il Franco d’Andrea “standard” da quello che conosciamo oggi?
Io divido la mia vita in due parti, prima e dopo i quarant’anni. Fino agli anni 80 ho fatto un lungo apprendistato, un periodo di formazione dove dal punto di vista musicale non sapevo ancora chi fossi davvero; sono sempre stato curioso ed avevo fatto molte esperienze, anche contraddittorie. Questo mi è servito per trovare la mia via, quella dopo i quarant’anni, quando ho iniziato a fare musica mia.

Ma la curiosità non l’ha mai abbandonata…
Direi proprio di no, mi piace sperimentare, sempre. Come quando poco tempo fa ho avviato un progetto con Dj Rocca: divertentissimo.

Quando tornerà a Merano?
Se tutto va per il meglio e usciremo da questa situazione, ho in programma una tournée che dovrebbe partire il 10 e finire il 22 di luglio con il trombettista Dave Douglas, la giovane bassista romana Federica Michisanta ed il newyorchese Dan Weiss alla batteria. Con loro passeremo tre giorni a Merano, terremo un concerto, delle masterclass e anche una prova aperta a tutti gli allievi. Speriamo che per quei giorni la pandemia sia solo un brutto ricordo.

La biografia

Con oltre 160 dischi incisi in Italia e all’estero e almeno 20 premi Top Jazz vinti nella sua lunga carriera,Franco D’Andrea è ormai considerato uno dei migliori pianisti contemporanei e rappresenta l’eccellenza che il jazz italiano ha saputo partorire negli ultimi 50 anni. Per i suoi 80 anni è uscita la biografia “Franco D’Andrea. Un ritratto”, a cura del giornalista Flavio Caprera, pubblicata dalla casa editrice Edt e impreziosita dalla prefazione di Enrico Rava.
Nato a Merano nel 1941, D’Andrea incomincia a suonare il piano da autodidatta a 17 anni, avendo suonato in precedenza tromba e sax soprano. Dopo una parentesi bolognese nei primi anni ‘60, che lo vede anche al fianco di Lucio Dalla in quartetto jazz, è alla Rai di Roma nel 1963 che comincia la sua attività professionale, insieme a Nunzio Rotondo. Incide il primo disco con Gato Barbieri nel 1964, con il quale collabora due anni, quindi fonda insieme a Franco Tonani e Bruno Tommaso il “Modern Art Trio” nel 1969, per poi entrare nel 1972 nel gruppo progressive jazz “Perigeo”. Da lì in poi, una lunghissima carriera come pianista, arrangiatore e leader di numerosi progetti, elaborando uno stile personale e molto originale che attinge alle fonti più disparate, dal serialismo al jazz-rock, dalla world music a quella contemporanea.


Un’unicità la sua, testimoniata da più di duecento brani composti, autorevoli riconoscimenti accademici, tra cui il Prix du Musicien Européen 2010” de l’Academie du Jazz de France, centinaia di collaborazioni con musicisti di tutto il mondo (Johnny Griffin, Dexter Gordon, Steve Lacy, Enrico Rava, Lee Konitz, Phil Woods, Han Bennink, Dave Douglas e Dave Liebman), masterclass tenute in diverse scuole e accademie. Fino, ovviamente, alle tante formazioni che ha saputo incendiare con il suo sconfinato talento. Con i suoi dischi, i suoi concerti e la sua attività didattica, Franco D’Andrea ha tracciato un percorso tutto personale nel jazz, portando avanti una ricerca profonda nell’ambito della musica afroamericana, dando vita a progetti ambiziosi che vanno dal “solo” a formazioni più allargate come l’ottetto e “Eleven”, sempre mantenendo una cifra estetica e poetica estremamente originale.

Autore: Luca Masiello

“Il mio incubo fra le quattro mura”

Marzo è il mese dedicato alle donne, e fioccano ovunque le iniziative per celebrare l’evento. Ma la violenza sulle donne non ha una scadenza, agisce costantemente nella quotidianità di molte, prende forme sempre nuove e sottili e sconvolge la vita delle vittime. Potrebbe toccare a noi, ad una nostra vicina di casa, ad un’amica: la violenza non deve essere mai tollerata in nessuna forma. L’amara testimonianza di una signora meranese – della quale tuteliamo l’identità per non esporla ad ulteriori rischi e vittima dell’ex marito che non si è mai rassegnato alla separazione – lo dimostra purtoppo a chiare lettere.

Se guarda al suo recente passato che cosa prova?
Paura, rabbia, frustrazione, rassegnazione, avvilimento, umiliazione. All’inizio non te ne accorgi nemmeno, non hai la capacità di capire che cosa stia accadendo attorno a te e dentro di te. Le prime riflessioni che ho fatto su me stessa è che io sono la causa del mio stesso male. Io sono il problema, io sono quella sbagliata e che lui ha ragione ad essere arrabbiato e insoddisfatto.

Quando è cominciato questo suo incubo?
Tutto è iniziato moltissimi anni fa con l’inizio del mio matrimonio, quando il mio neomarito mi insultava per farmi sentire inadeguata come donna. Le sue parole rimbombano ancora oggi nella mia testa: “Dove pensi di andare, chi ti credi di essere, ma chi ti vuole, non sai fare niente!”. Questo meccanismo costante, ripetitivo, ciclico diventa diabolico e si trasforma in un boomerang: arrivi a pensare che sei una persona sbagliata, brutta, terribile, anche se il mondo esterno ti manda segnali diversi. Ho tante amiche che mi vogliono bene, al lavoro non ho mai avuto problemi, ho una socialità che restituisce di me un’immagine diversa da quello che lui racconta di me. E allora perché tutto questo? Ancora oggi cucinare determinate pietanze mi mette ansia perché collego quell’episodio a momenti terribili, in cui lui mi diceva che non ero nemmeno in grado di cucinare.

Quando comincia a comprendere che tutto quello che stava vivendo non è normale?
Non subito, sono passati tanti anni di umiliazioni. Poi ogni volta che cercavo di staccarmi da lui, riprendevano le sviolinate amorose e io ho sempre rimandato la mia decisione di lasciarlo definitivamente.
Successivamente ho cominciato un percorso psicologico e di terapia e sono diventata consapevole del fatto che quella che stavo subendo era una vera e propria violenza psicologica e che il mio matrimonio, il mio legame, era divenuto tossico. Mi sono fatta coraggio e l’ho lasciato, con tutte le conseguenze di quell’azione.

Cioè, che cosa intende?
Lui non ha mai voluto accettare la separazione e ha cominciato a perseguitarmi: messaggi, telefonate in cui mi minacciava di morte, appostamenti sotto casa, al lavoro, mi spiava sui social o mi faceva spiare. Poi si pentiva e mi chiedeva scusa dicendo che non l’avrebbe fatto mai più, che aveva capito di aver sbagliato.
Un giorno, invece, non ricevendo alcuna risposta da parte mia, mi ha scritto: ti rovinerò l’esistenza, non sarai mai più felice. Un incubo.

Cosa è successo dopo?
Anni di convocazioni in tribunale, lettere di avvocati e denunce per stalking. In tribunale è depositato un fascicolo di più di 100 pagine fronte-retro di insulti e di messaggi minacciosi. Non riesco a leggere quelle parole senza provare ancora oggi paura e rabbia.

Si è sentita tutelata dalla legge e dalle istituzioni?
Non del tutto. Quello che ho subìto e quello che subiscono tante donne nella mia stessa situazione non si può generalizzare; ci sono dinamiche, sfaccettature e risvolti così diversi che la legge non riesce ad intervenire sempre in modo efficace e puntuale su ogni singolo caso.
Quello che mi fa davvero tanto arrabbiare, però, è che per essere dichiarata vittima di violenza devi essere zitta, inerme, passiva, impaurita. Se al contrario ti ribelli, rispondi, ti opponi alle minacce e alle offese, allora la tua posizione agli occhi del giudice cambia, il tuo racconto è meno credibile. E questo è inaccettabile.

Come vede il suo futuro?
“Finchè morte non ci separi”: lui non smetterà di tormentarmi, non accetterà mai la fine del nostro matrimonio. Ci devo convivere, è come combattere contro un tumore che a volte torna…

Questa esperienza cosa le ha tolto di più?
Il valore del tempo. La mia mente si è persa tra quei messaggi e ha dimenticato il valore del tempo: il tempo per me, la libertà di scegliere come trascorrere le mie giornate, invece di passare ore dietro la tendina di una finestra per vedere se mi stesse spiando. Il tempo per gli amici, per le risate, il tempo per sognare. Lui ha occupato il mio tempo per più di vent’anni.

IL PARERE DELL’ESPERTA

Sigrid Pisanu è una delle responsabili del Centro Antiviolenza – Casa delle donne di Merano e una delle consigliere della rete nazionale D.i.Re (Donne in rete contro la violenza). Da anni mette a disposizione la sua esperienza a favore della tutela dei diritti delle donne e con la sua associazione promuove progetti tematici nelle scuole.

Sigrid Pisanu

Quando parliamo di violenza all’interno delle relazioni pensiamo automaticamente a forme di aggressione fisica o sessuale. Cosa sappiamo invece della violenza psicologica?
Per violenza psicologica intendiamo tutte le forme agite da chi maltratta come l’umiliazione, la svalutazione della persona, i gesti per mettere in discussione la vittima come donna e come madre, le parole usate come armi per responsabilizzare la donna sull’agito dell’uomo. Le parole sono pesanti: “non vali nulla, non sei capace, dove pensi di andare, vuoi fare la patente, cucini sempre male, non sai tenere i bambini, non sei una buona madre,fai schifo, ti vesti male, guardati come sei messa…”. Poi ci sono le azioni di tipo sociale come l’isolamento della vittima per ridurre la socialità della donna con la famiglia e con gli amici, per poter esercitare meglio il controllo sulla vittima.

Quando la violenza psicologica entra nel vocabolario comune e come si manifesta?
Le prime battaglie sono state quelle contro la violenza sessuale prima e fisica dopo perché evidenti e riconoscibili. La violenza psicologica è riconosciuta dagli esperti, ma socialmente meno percepita; in questo caso il legislatore è stato più veloce e lungimirante rispetto ai cambiamenti sociali ed ha introdotto reati e pene specifiche per questa nuova forma di violenza. La violenza psicologica è più difficile e complessa perché non è dimostrabile: è sempre la parola della donna ad esplicitarla e oggi sappiamo che una dichiarazione non basta. C’è un sottofondo di pregiudizio duro a morire. Se ciò che racconta la donna è dimostrato allora diventa reale, altrimenti il suo racconto si sminuisce. Le donne si rivolgono ai centri antiviolenza per raccontare le loro storie, ma fuori non vengono prese abbastanza sul serio. Si gioca con le aggravanti a carico delle donne (“forse tu c’hai messo del tuo, hai provocato, sei una rompiscatole, hai risposto alle provocazioni”). Se non diamo valore a quello che raccontano le donne senza l’etichetta della vittima incapace di reagire, sarà difficile scardinare questo paradigma culturale.Qualsiasi forma di violenza va condannata.

Come giudica oggi le nuove generazioni? Saranno in grado di affrontare con maggiore consapevolezza il tema della violenza di genere?

In generale credo che oggi il tema della violenza di genere per le nuove generazioni non sia un tabù rispetto a quella delle mamme. Le tecnologie e i social media nel bene e nel male sono riusciti a dare maggior risalto ai racconti delle donne. Ci sono poi molte donne blogger che usano i canali social per rivendicare il ruolo della donna nella famiglia e nella società.

Quali sono i prossimi passi? Cosa c’è ancora da fare?
Dobbiamo lavorare sulla parte maschile e sull’educazione. Esistono luoghi dove recarsi per chiedere aiuto e farsi accompagnare in un percorso riabilitativo. Bisogna capire che certi agiti come sminuire, sopraffare e umiliare sono di fatto violenza. E che l’isolamento e il controllo sono anch’essi forme di violenza. Se impareremo, tutte e tutti, a riconoscere certe dinamiche, ci accorgeremo che c’è un’enorme differenza tra il conflitto e la violenza.

Autrice: Francesca Morrone

La voce di Maht Hilda in “Over The Hill”

“Over The Hill” è il nuovo singolo della cantautrice Matilda Cunietti, in arte Maht Hilda, che in poco tempo ha già raggiunto quasi 8.000 visualizzazioni su YouTube. L’inedito elettro-pop evidenzia le doti canore della giovane artista creando uno scenario sognante, quasi fiabesco. L’amore per la musica accompagna Matilda fin da quando era bambina, un amore che l’ha portata a studiare sette anni di conservatorio e in seguito, dopo aver completato gli studi classici a Merano, a proseguire con l’università di musica contemporanea a Londra, laureandosi l’estate scorsa in “Music, performance and production”.

Matilda, come è nata “Over The Hill”?
La canzone l’ho scritta due anni fa. Tutto è partito da un esame dell’università per il quale dovevo presentare una canzone con un video. Il risultato finale mi è piaciuto molto e perciò ho deciso di pubblicarlo.

Che cosa racconti nel tuo brano?
Mi sono sempre piaciute molto le fiabe e per questo motivo volevo che la canzone avesse un immaginario fantasy, sognante, quasi fiabesco. Il brano racconta il senso di appartenenza che una persona può avere rispetto ad un luogo o ad un’altra persona: la libertà di sentirsi a proprio agio e di poter essere se stessi. La protagonista è una ragazza vestita di bianco, che in cima ad una collina, scrutando l’orizzonte, sogna l’amore e l’uomo della sua vita che faccia ritorno da lei.

Nel ritornello canti in prima persona, chiedendoti quale sia la vera “home”, casa. A cosa ti riferisci?
È un argomento che mi sta parecchio a cuore: avendo vissuto tre anni a Londra, lontano dalla mia famiglia, ho riflettuto molto sul vero significato di casa, il luogo in cui esprimere a pieno se stessi, senza paure o pregiudizi.
Spesso quando mi chiedono da dove vengo non so cosa rispondere: mio papà è dell’Uruguay, mia mamma di Milano, città in cui sono nata anche io. Successivamente mi sono trasferita a Merano, ho frequentato la scuola tedesca e in seguito il liceo italiano. Infine, ho concluso la mia formazione a Londra. Per questo motivo penso di avere un ricco bagaglio culturale, che spesso però mi confonde, non riuscendo a trovare un vero posto nel mondo che mi rappresenti: mi piace dunque, definirmi “etnicamente confusa”.

Ad accompagnare la canzone, un video ambientato in un bosco di montagna, che appare magico e incantato, arricchito dalla presenza del ballerino Ernesto Cunietti, tuo fratello. Qual è il messaggio che volevi trasmettere con questo video?
Il video è stato realizzato da Fabio Rubini, che non appena gli ho spiegato l’atmosfera che volevo ricreare è stato bravissimo, cogliendo in pieno ciò volevo raggiungere.
Io interpreto la ragazza sognatrice che vuole incontrare il suo “principe azzurro”, mentre mio fratello è la rappresentazione della crescita: per quanto spesso possa essere armoniosa, come i movimenti nella danza, a volte può rivelarsi anche paurosa, aprendoti gli occhi su una realtà che non è bella quanto vorresti. Per questo motivo nel video c’è l’opposizione tra quella figura oscura, misteriosa di cui avere timore e un’immagine più fiabesca, sognatrice.

Come si conclude?
Il sogno della ragazza verrà distrutto e non incontrerà più il suo amore. Ad aprirle gli occhi entra in gioco proprio il ballerino, che con un gesto artistico le sporcherà il viso con una sostanza nera. Tutto ciò rappresenta la crescita con la quale prima o poi tutti si ritrovano a fare i conti, la quale ti toglie quel velo davanti agli occhi, privandoti della tua tenera innocenza.


Quali sono i prossimi progetti che “bollono in pentola”?
Ci sono alcune novità: sto lavorando ad altri pezzi in collaborazione con un producer di Roma. Spero presto di poterlo di nuovo raggiungere per riuscire a registrare le voci in studio e poi di creare un vero e proprio progetto: musica e video.

Qual è il tuo sogno?
Attualmente sto facendo l’insegnate d’inglese all’asilo. Il mio sogno però è quello di diventare un’artista professionista: amo comporre e scrivere musica, chissà se un giorno potrà diventare il mio mestiere.

Autrice: Chiara Caobelli

Quando la cronaca ispira un legal thriller

L’inchiostro è ancora fresco sulle pagine di “Solo tredici chilometri”, legal thriller edito da Alpha Beta di Merano e scritto a quattro mani da Mauro De Pascalis e Giovanni Accardo, ma è già boom di vendite. Il romanzo ricostruisce una controversa vicenda giudiziaria – l’omicio di una ragazza di 19 anni –  ambientata in un Alto Adige che dietro ameni paesaggi nasconde atmosfere cupe e inquietanti, un misterioso omicidio realmente accaduto e che aveva visto il neoscrittore De Pascalis affrontare indagini e processi.

// Di Luca Masiello

Avvocato De Pascalis, perché questo libro?
Questo libro andava fatto innanzitutto per rendere omaggio a due persone che il caso ha avvicinato in una vicenda tragica che ha rischiato di travolgere non una, ma ben due vite: una ragazza di 19 anni e un giovane accusato del suo omicidio. è una storia che appartiene a chi l’aveva vissuta, ma siccome in molti mi avevano chiesto di raccontarla nel corso di questi anni ho deciso che andava scritta. 

Come è nata la sinergia con Giovanni Accardo? 
Ci eravamo trovati in un bar lungo il Talvera; con noi c’era anche Walter Zambaldi, il direttore del Teatro Stabile, che da tempo mi spronava a scrivere, tanto che gli ho riservato un personaggio nel libro, l’insegnante di teatro del carcere. Giovanni Accardo si è dimostrato subito molto entusiasta di ciò che avevo scritto, e mi aveva proposto di correggere il mio testo. Poi si è talmente affezionato al personaggio e alla storia che abbiamo deciso insieme che era corretto che lui diventasse un coautore: il mio scritto descriveva i fatti in ordine cronologico, mancava di una vis letteraria, e lui ha messo a disposizione tutto il suo talento. 

Passiamo alla cronaca: questa vicenda giudiziaria l’ha personalmente segnata. Come è cambiata la sua vita dopo il processo?
È vero, tuto questo mi ha sicuramente segnato sia dal punto di vita professionale che umano. Perché mi sono reso conto dell’importanza del ruolo della difesa e del giusto processo. In questa triste vicenda tutti hanno agito all’interno delle regole ed è stato affascinante scoprire come il meccanismo processuale, se utilizzato bene, è virtuoso e garantisce l’accostamento della verità reale alla verità processuale. Ho scoperto che non ci si deve mai innamorare di una propria tesi, né a livello accusatorio né a livello difensivo, soprattutto quando si parla di femminicidi o comunque di eventi così tragici come la morte di una persona. 

Giovanni Accardo

Tutto ciò quanto ha cambiato la sua vita professionale?
Non ha rappresentato una svolta epocale: io forse non ho avuto né la voglia né la costanza di capitalizzarla, e comunque non l’avevo ritenuto opportuno. Ho semplicemente lasciato che la mia professione seguisse i sui binari. In cuor mio ho sempre pensato fosse necessario raccontare questa storia, proprio perché attribuisce ai ruoli della difesa e dell’accusa una giusta collocazione, e può avere anche una valenza formativa e didattica proprio in un periodo storico in cui i processi a volte vengono fatti con i plastici o con le urla in televisione. Questo libro forse scansiona bene il tempo necessario per analizzare una visione così complessa come quella che realmente avvenuta, e dimostra che non è sempre vero che il trascorrere del tempo sia una negazione della giustizia. Bisogna infatti sempre contemperare le esigenze del processo a quelle del raccoglimento dei dati che servono poi, all’interno del dibattimento, per stabilire se uno è colpevole o innocente.  

Avete creato un personaggio al quale il lettore riesce ad affezionarsi. C’è la possibilità che De Vitis torni in un altro libro?
È ancora troppo presto per pensare al futuro, ma non lo posso negare: l’idea mi stuzzica parecchio. Anche perché i primi commenti sono decisamente positivi: addirittura Massimo Carlotto, un maestro del noir italiano, ha mostrato il suo apprezzamento in merito, un fatto che mi ha onorato.

Quanto Mauro De Pascalis c’è nell’avvocato Marco De Vitis?
Forse la domanda giusta è: quanto De Vitis c’è in De Pascalis (ride, ndr)! Diciamo che a volte le due figure si sovrappongono…

La trama

Martin Scherer ha ventisei anni, vive a San Candido, in provincia di Bolzano, e fa diversi lavori: il cameriere a Jesolo in estate, il muratore, il dipendente in un noleggio sci. Johanna Pichler di anni ne ha invece diciannove, abita a Sillian, in Austria, a “solo tredici chilometri” dal confine italiano: è disoccupata e conduce una vita molto sregolata. Una sera i due s’incontrano in un bar e trascorrono parte della notte insieme, ma pochi giorni dopo Johanna viene trovata morta in Veneto, con segni di strangolamento, i pantaloni abbassati e del nastro adesivo a chiudere bocca e narici. Cos’è successo? Chi l’ha uccisa e poi trasportata a San Stino di Livenza per gettarla in un fosso? Johanna ha addosso una felpa di Martin, che viene subito interrogato e arrestato, ma che si dichiara innocente. A cercare la verità, tra mille dubbi e domande, sarà l’avvocato De Vitis, alla sua prima esperienza in un procedimento penale, che diventerà un vero e proprio apprendistato giuridico e umano. “Solo tredici chilometri” è scritto a quattro mani da un narratore siciliano, naturalizzato bolzanino (Accardo vive nel capoluogo altoatesino da oltre 25 anni), e da un avvocato dell’Alto Adige attivo come penalista nel Foro di Bolzano da diversi anni. Un lavoro che trova la sua principale originalità nell’incontro tra letteratura e cronaca giudiziaria; la narrazione entra nei meandri di un processo per omicidio, negli atti giudiziari, nelle dinamiche dentro e fuori dall’aula di un tribunale, nelle indagini di una procura, nelle strategie difensive, nelle responsabilità dei giudici. Un racconto quasi in presa diretta e ricco di colpi di scena, che mette in scena tutto il fascino e la complessità dell’arte forense, riservando una sorpresa finale.

La recensione

Ricordo benissimo quel novembre di ormai oltre vent’anni fa. Ricordo anche tutte le fasi processuali, le foto dei rilievi e il video dell’autopsia di quella povera ragazza strappata alla vita. Non avevo ancora compiuto trent’anni, e ricordo anche quell’avvocato che ne aveva solo un paio in più di me; scrivevo di cronaca giudiziaria, e quello era il mio primo grande caso. È con questo approccio mentale che mi sono avvicinato a “Solo tredici chilometri”: sapendo che non mi sarei potuto abbandonare in quella piacevole foresta del patto letterario. Ma Giovanni Accardo e Mauro De Pascalis sono riusciti a creare un’opera che riesce a restare fedele alla realtà dei fatti, avvolgendola però in un’aura di fantasia capace di intrappolare il lettore con colpi di scena, emozioni inaspettate e tanto italiano scritto bene. 
Innanzitutto i personaggi: ognuno di essi riesce ad essere identificato immediatamente, e ad ognuno di loro – nel bene o nel male – ci si riesce ad affezionare. Il protagonista, l’avvocato De Vitis, è un professionista che sbaglia, inciampa, si risolleva, affonda colpi che vengono parati ma non si dà per vinto. È con la caparbietà che combatte la sua inesperienza e la sua vulnerabilità; in lui si sente ancora l’odore delle aule universitarie, le risate di quella gioventù pre-laurea che spesso si scontrano con la pesante toga nera che indossa in Corte d’Assise, e che cozza a sua volta con una dedizione al caso che puzza di dipendenza. Martin, l’indagato: imperscrutabile, silenzioso, resta in carcere per dimostrare quell’innocenza della quale sembra l’unico ad essere convinto; un carattere che non si differenzia moltissimo da parenti, amici e antagonisti che vivono nel suo stesso paese, quella San Candido ancora periferia estrema, non contaminata da quel luccichìo che da lì a pochi anni una serie televisiva le avrebbe imposto. Un paesino alpino come tanti altri, ma che da un giorno all’altro vede il suo cielo oscurarsi di tinte scure, “noir”, a dimostrazione che (mi si passi la citazione deandreiana), i fiori del male sbocciano anche dove il panorama è più bello.

Mauro De Pascalis in aula


La storia si snoda in maniera semplice, nonostante il caso non lo sia per niente. Ma i due autori riescono a spiegare in maniera elementare anche i cavilli giudiziari più intricati, accompagnando per mano il lettore nel mondo della giurisprudenza senza fargli incontrare nessun ostacolo. “Solo tredici chilometri” è un libro amaro. Entra nelle vite di tanti personaggi, e in ognuno di essi trova dei punti di forza ma soprattutto le loro tante debolezze, non escludendo nessuno. Ogni pagina sprona il lettore a sfogliarne un’altra giocando sulla suspense e la curiosità. Una curiosità che dal punto di vista della narrazione viene soddisfatta, ma che lascia il lettore con un punto interrogativo; e l’impressione è che la risposta non si possa trovare fra quelle pagine, ma che maceri nella mente di chi le ha sfogliate.

In foto principale: Mauro De Pascalis

Donna: voce del verbo creare

“Women in Art – Che spettacolo di donne” è un festival dedicato all’8 marzo e nato dall’ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. Ogni anno in l’occasione della Festa della Donna viene organizzata una manifestazione che prevede la scelta di un settore artistico per far spazio e valorizzare le artiste del nostro territorio. Negli anni precedenti gli scenari sono stati il teatro, la musica, la letteratura, il cabaret. Ma per questa quinta edizione a causa dell’impossibilità dovuta all’emergenza sanitaria di organizzare eventi, il Comune ha scelto le arti figurative in tutte le sue forme: grafica digitale, disegno, pittura e fotografia. 

// Di Chiara Caobelli

Dopo una “call” di artiste meranesi o che abbiano un collegamento con la città sul Passirio, 14 di loro hanno accolto l’invito partecipando con entusiasmo. Le opere sono presenti sugli espositori trifacciali collocati in vari angoli della città, i quali solitamente hanno la funzione di pubblicizzare tutti gli eventi culturali e le manifestazioni organizzate mensilmente. Il titolo scelto per il 2021 è stato “Women Power Future”, tre parole che vogliono celebrare l’empowerment femminile e la forza delle donne. A raccontare l’iniziativa e a descrivere le loro opere ci sono le artiste Federica Gaioni, Jùlia Ventura Bruguera e Anna Ferigo. 

L’opera di Anna Ferigo

Quando la bellezza è nascosta
L’emancipazione, la forza e il futuro delle donne sono i temi centrali che vuole promuovere questo progetto. Alla domanda: “In che modo l’arte può far sentire la voce delle donne?”, Anna Ferigo, fotografa professionista, risponde: “Ci sono infiniti modi per esprimere i pensieri e le idee, e l’arte è uno di questi: l’importante è darne la possibilità”. L’artista, infatti, ha presentato l’opera “Bellezza nascosta”, che rappresenta ciò che non sempre è visibile, immediato, tutto ciò che non traspare e che rimane nell’ombra: quello che non si ha il coraggio o la forza di mostrare. 

Anna Ferigo

Una lunga scala verso la speranza
Anche Federica Gaioni, graphic designer meranese, ha accolto l’iniziativa volentieri e apprezza molto che il Comune dia spazio al mondo femminile cittadino. Federica Gaioni condivide le parole della collega Ferigo e trova che l’arte sia un potente mezzo di comunicazione in quanto linguaggio universale, capace di trasmettere importanti messaggi e forti emozioni che rimangono impressi nel cuore e nella mente. Per rispecchiare il titolo “Women Power Future”, l’artista ha realizzato un disegno digitale utilizzando l’iPad. “Volevo che la mia opera trasmettesse un senso di speranza verso il futuro, perciò ho rappresentato una figura femminile che si arrampica su una scala per simboleggiare la possibilità e la voglia di “salire sempre più in alto”, investendo sulle proprie capacità e qualità” – spiega Federica che poi aggiunge: “Ho cercato un approccio personale verso questa tematica così attuale. La scala rappresentata nel disegno è la mia: gli oggetti che fungono da pioli sono quelli che mi hanno aiutato, e tuttora mi aiutano, a sentirmi ‘empowered’ a modo mio, partendo dai pastelli che usavo da bambina fino ai pennelli e ai colori ad olio… ma la scala non si ferma qui! Le mani rappresentano le persone che mi stanno affiancando e supportando in questo percorso, mani sia maschili che femminili”.

Julia Ventura Bruguera

Una folla di donne: tutte uniche
“Sono molto felice di essere stata chiamata per partecipare al progetto. Con Merano ho un legame molto stretto perché è stata la prima città estera in cui sono andata a vivere e nella quale ho avuto l’opportunità di creare tanti legami emotivi, oltre che a collaborare a diversi progetti artistici cittadini” – spiega Jùlia Ventura Bruguera, artista spagnola e studentessa presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. 

Federica Gaioni

L’arte per Jùlia Ventura Bruguera è sempre stata fondamentale in quanto capace di raggiungere chiunque. “Dare spazio alla creatività di artiste per celebrare l’8 marzo, vuol dire offrire l’opportunità di far sentire la voce di noi donne attraverso ciò che più amiamo fare” – spiega l’artista. Attraverso la sua opera, realizzata interamente in tecnica digitale, Jùlia ha voluto esprimere la speranza in un futuro in cui i pregiudizi verranno messi da parte e in cui le donne potranno essere ciò che veramente desiderano. Occupandosi di illustrazione per l’infanzia, l’artista trova estremamente importante dare un tocco di ironia nelle sue opere. “Quello che provo a fare con i miei disegni è rivolgermi alle nuove generazioni cercando di sviluppare in loro uno sguardo critico, ma sempre pieno di speranza verso il futuro. Nel mio elaborato, infatti, ho disegnato donne diverse con colori, vestiti, corpi e capelli differenti. L’intento è quello di rappresentare una moltitudine di donne che si mostrano per quello che sono, senza la necessità di sentirsi incasellate nell’immaginario tipico femminile che la società ha imposto. Donne di culture diverse felici di non venire criticate o giudicate per via del loro modo di essere”. 

Malgrado i vincoli imposti dal Coronavirus, l’arte riesce comunque a riempire le strade meranesi e a dar merito alle artiste della città. “Riuscire a celebrare l’8 marzo nonostante una pandemia mondiale significa non dimenticarsi dell’importanza di trasmettere i diritti e ricordare le lotte realizzate dalle donne nel passato e nel presente, adattandosi ad ogni inconveniente” – ci tiene a precisare la giovane Jùlia Ventura Bruguera.  
I trifacciali sono situati in centro nelle principali piazze, ma anche sotto i portici, lungo il corso e le passeggiate, ed anche nei vari quartieri. Anche se il lockdown non ci permette di passeggiare tranquillamente per il centro, nessuno ci può impedire che durante il tragitto per il lavoro o quando si esce per fare la spesa, ci si possa fermare un attimo per godersi un po’ di arte fatta in casa. 

In foto principale: Il trifacciale di Federica Gaioni

“Non demonizziamo i rapper di Sinigo”

Non troppo tempo fa fa un gruppo di ragazzi poco più che ventenni realizza e pubblica su Youtube un videoclip musicale dal titolo “La Fame”. Nel corto viene ripreso il quartiere di Sinigo alle prese con le scorribande di una gang incappucciata che maneggia armi e traffica droga. Gli educatori del Centro giovani “Strike Up” Mauro Dellafiore, Eva Perazzetta, e Noemi Gaspari prendono posizione sull’azione dei Fv1000, così il nome della band di Sinigo,  e in un colloquio con Pino Maiolo, psicoanalista, docente all’Università di Trento e formatore, hanno chiesto una riflessione sull’utilizzo di armi e di droga nelle loro performance espressive. 
Gli educatori del Centro Giovani Strike Up di via Roma 1 non hanno dubbi, quella del videoclip non è né una bravata né un’azione da condannare: “Chi non ha mai ascoltato rapper come Baby Gang, Paky, Sacky e Rondo da Sosa fino ad arrivare ai più conosciuti Capo Plaza, Sfera Ebbasta e Gué Pequeno non può immaginare quale siano i modelli dei giovani adolescenti di oggi – racconta Mauro Dellafiore – Lo scenario è quasi sempre lo stesso: quartieri poveri, piazze deserte, bande armate, mazzi di soldi, sacchetti di marijuana, macchine sportive e moto che sgasano”.

Giuseppe Maiolo ed Eva Perazzetta

“Lo strumento che usano è il rap, un genere ormai conosciuto e che in Italia comincia a vivere una stagione d’oro intorno agli anni 2000 grazie a Internet e ai Talent Show – spiega Eva Perazzetta – La via del successo e dei soldi è facile: basta realizzare clip musicali con una base elettronica e il gioco è fatto. Le visualizzazioni sui social poi sono la porta del successo e aprono la strada di alcuni di questi interpreti a collaborazioni importanti con i grandi del rap”. 
“Non capiamo la reazione di alcuni esponenti della politica  che hanno voluto sottolineare l’illegalità dell’iniziativa – conclude Noemi Gaspari – Oggi per molti ragazzi le scene riprese nel video sono normalissime e il testo della canzone esprime ancora una volta un bisogno, la fame di emergere, di essere considerati che è tipico di questa età”. 

Il professor Giuseppe Pino Maiolo, che proprio allo “Strike up” aveva organizzato delle serate sulla genitorialità, spiega quanto il contenuto del videoclip musicale poco ha a che fare con il tema del disagio giovanile  o dell’abbandono delle periferie: “Non è Sinigo il problema, poiché fenomeni giovanili di questo tipo si incontrano anche nella Milano bene – spiega – Il tema centrale, invece, di questa generazione è quello del voler esserci, voler esistere, voler essere presi in considerazione. Molti adolescenti si spengono e restano invisibili per molto tempo, scelgono la strada della violenza per esaltare ed amplificare il loro messaggio.
La violenza può prendere di mira la propria persona come nel caso di quei ragazzi che praticano forme di autolesionismo, il cutting (tagli  e incisioni con lamette su gambe e braccia), oppure verso l’altro come nel videoclip dei rapper di Sinigo che cantano “la fame” e realizzano un video di protesta. Nel testo della canzone c’è tutto: una storia, un pensiero, delle vite”. Il dottor Maiolo spiega che la droga, le armi, i soldi, il sesso sono strumenti accattivanti, ma il messaggio è davvero semplice, quanto antico: viviamo in un mondo disattento, pieno di problemi, la pandemia ha estremizzato determinati comportamenti e ridotto la nostra socialità e il mondo delle relazioni; i ragazzi rispondono in maniera aggressiva e forte alla trascuratezza del mondo degli adulti. 

Noemi Gaspari e Mauro Dellafiore

“Forse dovremmo fare loro alcune domande, invece di giudicarli sinteticamente: perché hai fame?” Di che cosa hai fame? – continua – scopriremo che questi giovani hanno fame di essere considerati e accolti. Ed è per questo motivo che è necessario creare progetti educativi adeguati, al passo con i tempi e sulla stregua dei bisogni dei giovani di oggi.
Dobbiamo ricordare che non molti anni fa il tema delle droghe e della sessualità aveva segnato un’intera generazione, quella degli anni Sessanta e Settanta,  le cui proteste avevano portato cambiamenti sociali e culturali significativi e l’affermazione di importanti battaglie di civiltà. Eravamo sicuramente adolescenti diversi rispetto alla fotografia di quelli di oggi, ma conserviamo le stesse caratteristiche, la stessa ossatura interna. L’adolescenza dell’uomo resta sempre la stessa: desiderio di libertà e di cambiare il mondo”.

Autore: Francesca Morrone

La denuncia

Nell’arte esprimersi liberamente è un dovere, non solo un diritto. L’arte è ossigeno, è libertà; ma anche la libertà deve seguire certe regole, soprattutto se quelle norme sono contemplate in quel libretto verde chiamato Codice penale. E due dei giovani rapper non lo hanno rispettato, tanto che sono stati denunciati per istigazione a delinquere e possesso di arma da fuoco. Se per il primo capo d’accusa ci potrà essere da discutere, dal secondo è difficile uscirne puliti: l’arma mostrata in video è un giocattolo, e quindi dovrebbe avere un tappo rosso che la identifica come tale. Nel video quel tappo non c’è, e non c’era nemmeno quando i carabinieri l’hanno trovato a casa dei ragazzi: probabilmente l’hanno tolto per esigenze sceniche, certo, ma non siamo ad Hollywood, e togliere quel cerchietto rosso dalla canna della semiautomatica non è una ragazzata.

Autore: Luca Masiello

In campo per difendere tutta la squadra

Soraja Caser, meranese doc della classe 1994, è l’attuale portiere e capitano della squadra di calcio femminile del Neugries nel campionato di eccellenza. Dopo una lunga carriera di successi, lo stop imposto dalla pandemia ha portato la calciatrice per la prima volta a dover uscire dal campo. Soraja però è ottimista e non vede l’ora di riprendere con gli allenamenti per proseguire e migliorarsi in vista dei prossimi campionati. Nella vita oltre che essere barista e personal trainer, ama passare il suo tempo libero a coltivare un’altra sua grande passione: la pesistica. 

Come ti sei avvicinata al mondo del calcio? 
Grazie a mio papà, che al tempo era il presidente del Fc Merano Calcio. All’età di 5 anni è stato lui a portarmi al campo e da quel momento in poi non ho più voluto uscire. 

Dopo nove anni con i maschi nel Merano, quale è stata la svolta che ti ha portata sempre più in alto? 
Ho iniziato la mia esperienza calcistica nelle squadre maschili dell’Fc Merano passando dalla categoria “Piccoli amici” fino ai “Giovanissimi”. All’età di 14 anni sono entrata nella squadra femminile della stessa società partecipando al campionato under 14 e di serie D provinciale. La svolta è stata l’anno successivo: sono stata chiamata dal Cf Sudtirol Damen per difendere la porta dell’under 19, esordendo così in Serie A. Dopo sei stagioni ho fatto un’esperienza in serie B con l’Unterland Damen. Da quattro anni a questa parte gioco nel campionato d’eccellenza regionale con il Neugries. 

Soraja Caser

Il tuo posto in campo è sempre stato in porta? 
Sì, da subito ho avuto come una vocazione: dal primo momento in cui ho messo piede in campo ho deciso di indossare i guantoni e sacrificarmi per la squadra solo per non subire gol. 

Il calcio è uno sport di squadra: che responsabilità ha il portiere nei confronti dei propri compagni per te? 
Personalmente ritengo che il portiere pratichi uno sport individuale all’interno di uno sport di squadra: gli allenamenti sono individuali e durante la partita si è principalmente da soli. Come è ben noto, il portiere non si può permettere di sbagliare neanche un intervento nei 90 minuti di partita e allo stesso tempo, vedendo tutti i compagni, cerca di aiutarli per evitare che anche loro commettano errori. È per questo motivo che penso che i giocatori debbano fidarsi ciecamente del proprio numero 1. 

Qual è il successo più alto che hai raggiunto? 
L’esperienza a Coverciano con la nazionale under 17, ma sicuramente anche tutte le partite che ho potuto disputare nella massima serie. 

Qual è la partita che non scorderai più? Perché? 
La partita che non scorderò più è con la maglia del Neugries e risale a novembre 2019 contro il Chiusa. Vincevamo 1 – 0 e a dieci minuti dalla fine ho parato un rigore. Pochi minuti dopo abbiamo segnato il doppio vantaggio e a pochi minuti dalla fine ho parato il secondo rigore concesso al Chiusa. Due rigori parati nel giro di dieci minuti: un sogno! 

Qual è la tua soddisfazione più grande che ti ha regalato questo sport? 
Soddisfazioni ne ho avute tante sia per i risultati che ho ottenuto calcisticamente, ma soprattutto per le persone che ho conosciuto durante questi anni sui campi di tutta Italia. 

Attualmente come stai affrontando questa situazione di lockdown? Potete proseguire con gli allenamenti o siete ancora ferme? 
Noi siamo ferme da inizio novembre 2020. Le prime settimane cercavo di allenarmi a casa, ma senza l’obiettivo della partita non trovo la giusta motivazione. 

Cosa ti manca più di tutto? 
L’agitazione e l’adrenalina che mi scorre nelle vene prima di una partita, ma soprattutto condividere lo  spogliatoio con le mie compagne. 

Cosa ti aspetti dal futuro? 
Prima di tutto che si ricominci presto con gli allenamenti sul campo e poi di vincere il prossimo campionato. 

Qual è il tuo sogno nel cassetto? 
In questo momento vorrei semplicemente tornare al più presto alla normalità. 

Autore: Chiara Caobelli

“Questa è la Formula Uno del nuoto”

Classe 1987 Oscar Scano è un giovane papà che a Merano rappresenta una categoria sportiva davvero speciale: il nuoto pinnato. La sua passione per questo sport nasce quando aveva 16 anni. Oggi vive e lavora a Merano, anche se la squadra per cui gareggia si trova a Torino. 

Oscar spera, un giorno, di poter allenare una squadra tutta sua e di trovare in città a Merano  uno spazio adeguato per questa disciplina affascinante e spettacolare quanto il volume d’acqua che una monopinna riesce a spostare.

Quando nasce la passione per questo sport? 
Sono nato sportivo e ho sempre praticato sport, a 6 anni facevo parte di un gruppo di nuoto agonistico di Torino, Fiamma Nuoto. A 14-15 anni scopro il nuoto pinnato e da allora non ho mai smesso. Il nuoto ti impone dei limiti; il nuoto pinnato ti permette di andare al doppio della velocità. Io sono sempre stato affascinato dalla velocità ed è per questo motivo che ho scelto questa disciplina e ringrazio ancora il mio vecchio allenatore Stefano Verdiani e la squadra di cui faccio parte, la Alba Sport di Torino.

Che cos’è il nuoto pinnato? 
Il nuoto pinnato è una disciplina acquatica che grazie all’uso di pinne, nel mio caso di monopinne, permette di raggiungere velocità più elevate rispetto al nuoto tradizionale. Questo sport viene definito la Formula Uno del nuoto, ma non è considerato una disciplina olimpica, anche se dal 1981 fa parte dei Giochi Mondiali. Le federazioni italiane di nuoto pinnato sono  la Fipsas  e la  Cmas.

Il nuoto pinnato ha una storia affascinante…
Le pinne nascono in ambito militare e vengono considerate armi segrete. Durante il secondo conflitto mondiale i nuotatori pinnati trasportavano materiale bellico attraversando in notturna il mare aperto. Più tardi nel dopoguerra le pinne vengono utilizzate dai pescatori subacquei e solo nel 1950 viene disputata la prima competizione in Italia sul fiume Po. 
Negli anni Settanta con l’avvento dello stile delfino, si affaccerà per la prima volta  la monopinna che è l’attrezzatura che caratterizza il nuoto pinnato moderno. 

Molti confondono il nuoto pinnato con le movenze sinuose della sirenetta. Quanto è vera questa associazione? 
Il nuoto pinnato è uno sport di velocità e non è affatto semplice. Se i  movimenti dei piedi dentro la scarpa della monopinna  non sono precisi e sincroni, si rischia di compromettere tutta la parte lombare con gravi conseguenze per la salute della schiena. Inoltre l’alloggio del piede nella scarpa della monopinna provoca delle microfratture ai polpastrelli che spesso devono essere protetti con del nastro isolante.

È possibile praticare questa disciplina in Alto Adige? 
In realtà no, qui non esiste alcuna società di nuoto pinnato o monopinne. Io ad esempio mi alleno da solo e mi appoggio ad alcune associazioni che mi mettono a disposizione delle vasche durante gli allenamenti. La pinna è molto ingombrante e sposta un volume d’acqua notevole. Questo rischia di creare disagi agli altri nuotatori. Al momento mi appoggio alle associazioni Merano Club Sommozzatori, Sub Marine Diving Merano e Bolzano Sub. Di solito i sub usano le pinne per le immersioni, ma  non tutti sono a conoscenza della disciplina del nuoto monopinna. 

Come sono fatte le monopinne? E quante ne possiede? 
Le monopinne sono costituite da una pala normalmente in fibra di vetro o carbonio lunga circa 50-70 cm sulla cui parte caudale viene incollata una scarpa in gomma per alloggiare i piedi. Le monopinne possono essere di diversi tipi, dipende dai settaggi; ci sono monopinne da fondista, velocista o da mezzofondista. Le pinne più vecchie che uso per allenarmi, anche se non sono adatte per le competizioni, sono pale fabbricate artigianalmente. Oggi solo pochi paesi come Ungheria, Ucraina e Russia le producono ancora a mano. Ci vogliono quasi 2-3 settimane di lavorazione per realizzare tutte le scalanature che si trovano sul retro della pinna e  che determinano la velocità e la spinta del nuotatore. Ogni pala  realizzata artigianalmente è come un vestito di sartoria, cucito addosso alle caratteristiche di chi le indossa. Esistono poi centinaia di scalanature e la scarpa dove alloggia il piede deve essere molto fedele alla conformazione del piede del nuotatore.

Quali sono le categorie del nuoto pinnato? 
Esiste il nuoto pinnato di velocità molto spettacolare perché riesce a spostare enormi quantità d’acqua e l’apnea. 

E gli allenamenti sono faticosi? 
Sì, certo. Io dovrei allenarmi tutti i giorni, ma al momento riesco ad entrare in vasca solo 3 volte alla settimana. Il lavoro e gli impegni familiari non mi permettono di fare di più. 

Quali caratteristiche deve avere un bravo nuotatore di nuoto pinnato? 
Bisogna saper nuotare bene a stile libero e a delfino, avere una buona capacità polmonare, possedere una buona forza sulla schiena e sull’addome e avere una buona mobilità di spalle e caviglie. 

Quali sono i suoi successi personali nell’ambito del nuoto pinnato? 
Nel 2020 ho vinto i campionati italiani master a Lignano Sabbiadoro; sono arrivato primo nei 100 mt. in superficie, secondo nei 50 mt. in apnea, e ancora  primo nei 50 mt. in superficie. È stato bello salire sul gradino più alto del podio accanto ai nuotatori che fanno parte della squadra di nuoto pinnato del corpo della Polizia e della Guardia di Finanza.

Nel 2010 succede qualcosa di particolare…
Sì, purtroppo ho un incidente gravissimo in moto che mi ha provocato delle lesioni importanti alla gamba. Nei 10 anni successivi fino alla partecipazione al master di nuoto del 2020 mi sono dedicato alla mia riabilitazione: non sono riuscito ad entrare in vasca, ero scosso e demotivato, non mi sentivo all’altezza. La palestra e i duri allenamenti mi hanno permesso di irrobustire il busto e le gambe. Nel 2019 e in soli sette mesi riesco ad entrare in vasca con dei risultati incredibili che poco dopo mi avrebbero dato ragione. 

Autore: Francesca Morrone

La città viaggia su due ruote

Ai meranesi la bici piace, non è certo un segreto; tanto che anche quest’anno la città è stata insignita di un’altra onorificenza: nell’ambito della quarta Edizione di ComuniCiclabili – il concorso di Fiab (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) riconosciuto in Italia dai Ministeri delle Infrastrutture e Trasporti e da quello dell’Ambiente e in Europa dal Ecf (European Cyclist’s Federation), la città in riva al Passirio si conferma in pole position fra le città italiane a misura di ciclisti.

Certo, c’è ancora da lavorare, altre soluzioni da studiare, ma questo progetto (che valuta il grado di ciclabilità e sostenibilità dei territori abitati e guida le amministrazioni locali che si impegnano a promuovere il cambiamento della viabilità attraverso la promozione dell’uso della bicicletta), ha visto nuovamente Merano riaffermarsi dunque come città “bike friendly”. 

Grazie all’impegno e alla realizzazione dei programmi portati avanti negli anni 2019 e 2020, il risultato è di grande prestigio poiché gli è stata assegnata nuovamente la bandiera con 4 smile su un totale di 5 possibili. Un traguardo tutt’altro che scontato, considerando gli obiettivi di crescita richiesti in un clima di Covid e di Dpcm. Ma addirittura si è andati oltre: sono state migliorate alcune sottocategorie all’interno delle varie aree di valutazione.  Un balzo eloquente dunque come si legge nel giudizio tecnico della Commissione giudicatrice: manca davvero poco per il raggiungimento della quinta “smile” che è l’apice della valutazione. Questo traguardo è molto ambìto in Italia e al momento è stato assegnato solo a 5 Comuni su 141. Fra questi anche Bolzano. Questa qualifica deve essere ritenuta di grande soddisfazione per i cittadini meranesi. L’impegno e il rispetto dell’ambiente sono stati, infatti, ampiamente riconosciuti nelle categorie più complesse. Bisognerà insistere ancora un poco su questa strada per ottenere il massimo riconoscimento, che poi è la stessa che verrà perseguita dallo stesso Governo Draghi con il suo nuovo Ministero della transizione ecologica affidato al neo ministro Roberto Cingolani.

La “Pagella” 
Entrata lo scorso anno, Merano si conferma ComuneCiclabile con punteggio 4 “bike smile” alto. Continua lentamente l’espansione della rete ciclabile, necessaria per la promozione a 5 “bike smile”. Bene la Governance con l’istituzione del Mobility Manager e con l’aumento del numero di linee pedibus (8 totali, +3 rispetto lo scorso anno). Un grande plauso va al lavoro svolto per la Comunicazione e Promozione, con l’ampliamento dei servizi, i 15 “mobility points” e il progetto “bike to work” con e-bike.

Il vaccino fra le antiche mura del Kurhaus

Saranno nientemeno che le antiche mura del Kurhaus ad accogliere la cittadinanza quando ci sarà la possibilità di vaccinarsi contro il Covid – 19. La settimana scorsa, infatti, il Commissario per la gestione provvisoria del Comune di Merano, Anna Aida Bruzzese, e la direttrice del Comprensorio sanitario di Merano, Irene Pechlaner, hanno effettuato dei sopralluoghi per verificare l’idoneità di alcuni immobili di proprietà del Comune a ospitare il centro vaccinale unico che occorrerà a breve allestire in città.

Il Commissario Bruzzese e la direttrice Pechlaner

Nel corso delle verifiche, alle quali hanno preso parte anche funzionari comunali e dirigenti del Comprensorio sanitario, sono state visitate la Sala civica e la Sala esposizioni presso l’ex Istituto fisioterapico di via Huber nonché – alla presenza anche della presidente dell’Ente gestione Teatro e Kurhaus, Jutta Franziska Telser – l’ala ovest del Kurhaus. 

La scelta è ricaduta proprio su quest’ultimo sito, che è stato ritenuto idoneo a garantire l’attivazione di almeno quattro linee vaccinali nonché, per il suo alto valore simbolico e identitario per l’intera comunità meranese, anche il più indicato a conferire la giusta valenza alla campagna vaccinale che prenderà il via pure nella città del Passirio.

Il Kurhaus, infatti, non è solo un centro di vita culturale, ma è stato già in passato un punto di riferimento per la popolazione locale in periodi di emergenza, ospitando ad esempio, durante la Prima Guerra mondiale, un ospedale da campo e una cucina nella quale venivano preparati pasti per i civili. 

In questo senso – è l’auspicio espresso dalle tre rappresentanti delle istituzioni locali coinvolte nel progetto di allestimento del Centro vaccinale – ci si augura che il Kurhaus, ora al servizio della collettività per contrastare la pandemia in corso, possa presto tornare a ospitare manifestazioni pubbliche.  L’ala ovest del Kurhaus soddisfa ovviamente anche tutti i necessari requisiti pure sotto il profilo tecnico-funzionale: oltreché priva di barriere architettoniche, è infatti dotata di ampi spazi che rendono possibile la predisposizione delle tre distinte aree prescritte dal protocollo vaccinale (accettazione, vaccinazione, osservazione). La presenza di più accessi consente inoltre di gestire l’afflusso e il deflusso del pubblico lungo percorsi separati e nel pieno rispetto delle norme di sicurezza. Con apposita convenzione per l’uso, valevole fino al 31 ottobre prossimo venturo, gli spazi verranno messi a disposizione delle autorità sanitarie preposte.

Da quell’ala nacque il tutto

foto: IDM Alto Adige/Frieder Blickle

Progettato nel 1873 dall’architetto Josef Czerny, il Kurhaus venne inaugurato il 14 novembre 1874 con la luce di oltre 120 lampade a gas. La costruzione comprendeva inizialmente solo l’attuale ala ovest.

Ulteriori modifiche si verificarono nel corso degli anni: nel 1897 fu allestita l’illuminazione elettrica e vennero create nuove sale di lettura. Presto il Kurhaus si rivelò comunque inadatto ad accogliere i sempre più numerosi ospiti, tanto che si decise di sottoporlo ad un radicale rinnovamento, che prevedeva anche l’ampliamento degli spazi disponibili. Il nuovo Kurhaus, espressione di eleganza e modernità, avrebbe dovuto essere costruito in parte al posto della struttura del 1874, in parte occupando nuovi spazi tra il centro storico e il fiume Passirio. Nel 1911 la proposta dell’architetto viennese Friedrich Ohmann venne approvata dalle autorità locali, e l’anno seguente si dette inizio alla costruzione. 

Ohmann, architetto Jugendstil, progettò la rotonda e la grande sala detta Kursaal, dal soffitto decorato da pitture di Rudolf Jettmar, Orazio Gaigher e Alexander Rothaug. Ohmann, in pieno spirito Jugendstil, concepiva la sua creatura come un’opera d’arte totale (Gesamtkunstwerk), tanto che progettò personalmente anche le decorazioni interne e perfino gli accessori, come l’argenteria in dotazione alla struttura. 

Lo scoppio della prima guerra mondiale impedì l’esecuzione del grandioso progetto nella sua totalità. Il rinnovato complesso di Kurhaus e Kursaal fu quindi inaugurato il 31 dicembre 1914. 

All’interno del Kursaal si tenne, il 23 novembre 1969, lo storico congresso della Südtiroler Volkspartei durante il quale venne approvato, a stretta maggioranza, il cosiddetto pacchetto per l’Alto Adige, storica tappa dell’autonomia altoatesina. 

Tra 1985 e 1989 l’edificio fu sottoposto ad un radicale restauro.