“Non sono poverine”: focus sulla tratta sessuale a Bolzano

La tratta sessuale esiste. Anche a Bolzano. Non catene di ferro, ma vincoli invisibili: ricatti, minacce, debiti impossibili da estinguere. Tutto questo è parte di un meccanismo preciso: lo sfruttamento. A intercettare e contrastare questo meccanismo da oltre vent’anni c’è Alba, progetto che ogni anno entra in contatto con centinaia di persone e accompagna decine di donne in percorsi di protezione.

Si tratta di numeri che raccontano la portata di un fenomeno che non si consuma lontano, ma tra le strade della città e dietro le porte di appartamenti anonimi. Non è un salvataggio spettacolare, ma un lavoro lento, fatto di fiducia.

Due sono le ramificazioni principali del lavoro di Alba: outreach (sensibilizzazione) e contatto con i servizi. Le équipe portano cibo, contraccettivi, informazioni, organizzano test rapidi per le malattie sessualmente trasmissibili. Soprattutto, offrono tempo. Perché la fiducia non si improvvisa, si costruisce. E quando una donna trova il coraggio di fidarsi, spesso diventa passaparola: altre seguono, altre bussano. È così che nasce un ponte: tra chi è intrappolata nella tratta e la possibilità di uscirne, tra la persona e i servizi. 

La maggior parte delle sex workers intercettate arriva dalla Costa d’Avorio, dall’Albania, dal Sud America, dalla Romania e da altri Paesi dell’Est Europa. Per superare barriere linguistiche e culturali sono fondamentali le mediatrici culturali, che aprono canali di comunicazione altrimenti impossibili.

Il secondo asse riguarda i servizi: far conoscere il fenomeno, creare rete, sensibilizzare e formare chi, nel proprio lavoro quotidiano, può incontrare vittime di tratta. Riconoscere i segni dello sfruttamento è già un atto di protezione.

Le operatrici lo ripetono con chiarezza: “Non stiamo salvando nessuno, non sono ‘poverine’”. E sottolineano un nodo rimasto aperto: i clienti. Sono loro a conoscere indirizzi, orari, dinamiche. Sono loro i primi che potrebbero segnalare situazioni sospette. “Non vi giudichiamo” dicono, come rivolgendosi direttamente a loro. “Se avete il sospetto che una ragazza sia vittima di tratta, parlate con i servizi”.

Alba non promette miracoli. Ma il vero risultato non si misura nei numeri. Sta in quel tempo lungo, fragile e ostinato, in cui una donna accetta un tè caldo e decide di raccontare la propria storia. Sta nella possibilità che un cliente, per una volta, smetta di girarsi dall’altra parte. Sta nel ricordare che la schiavitù non è finita: continua finché facciamo finta di non vederla.

Autrice Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Tutti pazzi a Bolzano per il pickleball

A Bolzano sta crescendo un nuovo sport: il Pickleball. Già praticato in tutta Italia, attira giovani e adulti per la sua velocità e l’adrenalina che regala sul campo. Tra i protagonisti locali c’è Kevin Clerico, 22 anni, laureato in Scienze Motorie e studente magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. Da poco più di un anno si è avvicinato a questa disciplina, trovando stimoli e sfide nuove dopo anni di agonismo nel tennistavolo. Kevin ha già collezionato medaglie e soddisfazioni nel circuito nazionale e racconta la sua esperienza, tra allenamenti, tornei e vita quotidiana.

Quando hai scoperto il Pickleball e cosa ti ha spinto ad avvicinarti?

L’ho scoperto all’inizio del 2025, leggendo qualche articolo online, ha catturato subito la mia attenzione. Ho deciso di contattare la società ASD Alpin Pickleball Bolzano per avere informazioni e, da lì, è iniziata la mia esperienza.

Che sport praticavi prima e perché hai cambiato disciplina?

Ho giocato a tennis quando ero piccolo, poi per oltre dieci anni mi sono dedicato al tennistavolo a livello agonistico. Dopo anni, avevo bisogno di nuovi stimoli e sfide. Il Pickleball mi ha offerto proprio questo: un modo per allenarmi, competere e al tempo stesso divertirsi, senza perdere il piacere di praticare sport.

In cosa differisce il Pickleball dagli altri sport di racchetta?

Il campo è più piccolo, la rete è più bassa e il gioco ricorda in parte il badminton, mentre le regole lo rendono più dinamico e strategico rispetto al tennis o al padel. Non ci sono le sponde come nel padel e si può giocare anche in singolo, il che richiede concentrazione e rapidità di riflessi. Mi piace soprattutto il fatto che ogni punto sia una sfida: devi leggere tattiche e mosse dell’avversario in tempo reale, e questo lo rende davvero stimolante.

Com’è l’ambiente nella società?

Molto accogliente e inclusivo. All’interno della società si respira allegria e amicizia: non è solo competizione, ma anche passione condivisa. Ci sono giocatori di ogni età e livello, e si crea subito un senso di squadra. Questo clima positivo è fondamentale perché spinge a migliorarsi senza sentirsi giudicati, e rende ogni allenamento divertente e motivante.

Quali sono i tuoi obiettivi nel Pickleball?

Partecipare a più tornei possibili in Italia, crescere continuamente e ottenere risultati concreti. Voglio anche contribuire alla crescita del Pickleball in Alto Adige, aiutando altri giovani a scoprire questo sport e rendendo la disciplina più visibile e apprezzata sul territorio.

Come sta crescendo il Pickleball in Alto Adige?

È esploso negli ultimi mesi: già tre società attive e un numero crescente di appassionati. È uno sport adatto a tutti, facile da imparare, e il divertimento è immediato.

Cosa consiglieresti a chi vuole provare?

Provatelo! È facile da imparare, divertente e può diventare subito coinvolgente. Ogni partita regala adrenalina, strategia e soddisfazione, e vi assicuro che crea dipendenza!

Chi è Kevin fuori dal campo?

Ho 22 anni, studio Scienze della Nutrizione Umana e seguo lo sport locale, come il Bolzano Hockey. Amo viaggiare, fare lunghe camminate nella natura e godermi la tranquillità lontano dalla vita mondana. Lo sport resta la mia più grande passione.

Autore: Niccolò Dametto

La musicista volontaria

Katharina Weger ha 25 anni e dedica gran parte del suo tempo con e per i giovani. È attivamente coinvolta in diverse associazioni del territorio e da oltre dieci anni fa parte della banda cittadina di Merano, dove suona il flauto traverso, una realtà che definisce come una “seconda famiglia”. Il suo percorso di volontariato è iniziato già al primo anno delle scuole superiori, con la Jungschar, esperienza che continua ancora oggi con grande entusiasmo. Una volta alla settimana canta nel coro parrocchiale di Maia Bassa e ama ricaricare le energie immergendosi nella natura, tra passeggiate e camminate, ma anche leggendo e gustando buon cibo… ovviamente vegetariano.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia energia.

Da bambina sognavo di diventare…

Una parrucchiera.

La mia occupazione preferita…

Godermi il sole.

Il luogo dove vorrei vivere…

Tra lago e montagne.

Il mio piatto preferito…

Lasagne alle verdure.

Non sopporto…

La gente ignorante.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La mozzarella!

Se fossi un animale sarei…

Uno… stambecco.

Tre aggettivi per definirmi…

Positiva, efficiente, attiva.

La prima cosa che faccio al mattino…

Pensare a quello che mi aspetterà durante il giorno.

Il superpotere che vorrei avere…

Volare.

Il mio ultimo acquisto…

Uno scambio di vestiti.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La natura e il clima.

Amo il mio lavoro perché…

Nessun giorno è come l‘altro.

La mia maggiore paura…

Fare scelte sbagliate.

Il mio colore preferito…

Azzurro.

Il mio primo ricordo…

Il giardino dell’asilo.

Autore: Marco Valente

“Il teatro. Linfa vitale”. Il Cristallo svela il cartellone della stagione 2025/26

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il Teatro Cristallo di Bolzano alza il sipario sulla stagione 2025/26 con un cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali. Non un semplice programma, ma un vero e proprio ecosistema creativo, come recita il nuovo claim: “Il teatro. Linfa vitale.”

Una scelta che nasce dal desiderio di raccontare il ruolo che il teatro ha nelle nostre vite: un flusso che nutre, rigenera e tiene vivi pensieri, emozioni e relazioni. Come la linfa dà forza agli alberi, così il teatro alimenta la curiosità, la riflessione e la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi. È un luogo che nutre, un terreno fertile dove crescono idee, storie ed esperienze condivise. Per questo la nuova stagione non è soltanto un cartellone di spettacoli, ma un ecosistema culturale che intreccia teatro, musica, laboratori, incontri e conferenze: momenti di confronto pensati per arricchire chi vi partecipa e per offrire nuove chiavi di lettura sul presente. Un programma così ricco e articolato è reso possibile grazie al sostegno delle istituzioni locali (Provincia, Comune, Regione) e dei numerosi sponsor che, anno dopo anno, continuano a credere nel Teatro Cristallo come cuore pulsante della comunità. Il 2025 segna anche un anniversario speciale: i 20 anni dalla riapertura del Teatro Cristallo. La ricorrenza verrà celebrata il 1° dicembre con la presentazione di un progetto che raccoglierà voci e testimonianze di due decenni di storia condivisa. Un’occasione per guardare al passato con gratitudine e al futuro con rinnovata energia.

Grande attesa per la rassegna “Madre Terra – Sguardi sul mondo”, dedicata ad ambiente, diritti e geopolitica. A portare sul palco visioni e prospettive diverse saranno personalità come Giada Messetti (1 ottobre) con Nella testa del dragone, Mario Del Pero (11 dicembre) con Buio americano sulla democrazia USA, Saba Anglana (16 ottobre), Espérance Hakuzwimana (13 novembre) e Angelo Vaira (24 marzo).

La musica torna protagonista con la rassegna “Racconti di Musica”. Tra i momenti clou: i musici di Guccini con Lodo Guenzi (15 ottobre), l’energia di Tullio De Piscopo (26 novembre), la cantautrice bolzanina Anna Carol (5 dicembre), il gospel natalizio con il Florida Fellowship Choir (20 dicembre) e, nel 2026 atteso debutto di Dardust con Urban Impressionism (19 febbraio). Sul fronte teatrale spicca la rassegna “In Scena”, realizzata con il Teatro Stabile di Bolzano e il Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Quattordici spettacoli tra prosa e danza: si parte il 5 novembre con Iliade. Il gioco degli dèi, e si prosegue con titoli attesissimi, tra i tanti Resto Qui di Francesco Niccolini (21-22 novembre, in prima nazionale), Una piccola odissea di Andrea Pennacchi (4 dicembre), Argo di Serena Sinigaglia (14 dicembre), Giovanna dei disoccupati di Natalino Balasso (13 gennaio), Lu santo jullare Francesco con Ugo Dighero (28 gennaio), Il Sen(n)o con Lucia Mascino (21 febbraio) e L’Agnese va a morire di Cinzia Spanò (27 febbraio) sulle donne della Resistenza. Non mancheranno grandi balletti di produzioni eccellenti come Il lago dei cigni, Coppelia, Dreamers ed Echoes of Life.

Il cartellone dedica anche uno spazio speciale ai più piccoli con la rassegna “Il teatro è dei bambini”, curata dalla Compagnia teatroBlu, che si aprirà il 25 ottobre con Pelle d’oca e proseguirà fino a marzo con undici titoli, tra cui Tremolino, produzione originale della compagnia, o ancora “Mago per svago”. In omaggio agli abbonati, lo spettacolo Pimpa, il musical a pois, diretto da Enzo D’Alò, che sarà seguito da un incontro molto atteso con Francesco Tullio Altan, il “papà” della Pimpa, in programma per il 14 aprile.

Il tema dell’inclusione torna anche nella rassegna “Corpi Eretici” del Teatro la Ribalta, con La Tempesta (21-22 gennaio) e Edipo Re (13 marzo), nato da un progetto europeo che coinvolge persone detenute.Il Cristallo aderisce inoltre alla rete regionale Mortali che da vita al Festival omonimo, con due appuntamenti che affrontano la fragilità umana: la lectio magistralis di Laura Campanello Sono mortale, per questo sorrido (6 novembre) e lo spettacolo Le aragoste muoiono per incidenti di percorso (7 novembre) della compagnia La Petite Mort Teatro.

Spazio anche al teatro amatoriale, con l’irresistibile rassegna “Buona domenica a teatro”, organizzata in collaborazione con UILT – Unione Italiana Libero Teatro. Undici appuntamenti, sempre di domenica pomeriggio alle 16.30, per ridere, emozionarsi e passare qualche ora in compagnia, come una volta. È una proposta che incontra il favore soprattutto del pubblico adulto – e in particolare degli spettatori più anziani – che trovano in questi spettacoli un’occasione per ritrovarsi, sorridere e trascorrere un pomeriggio di festa a teatro. La rassegna si apre il 12 ottobre con Le allegre comari della compagnia Teatroimmagine (Salzano, VE), per proseguire tra classici come Natale in casa Cupiello con la regia di Roberto Becchimanzi, spettacoli musicali come Live Muse, omaggio a Max Pezzali, e produzioni innovative come Bestiario Umano della Compagnia SmArt vincitrice della quarta edizione di Futura Festival e El giro del mondo en 79 dì delle Feisbuc Sisters. La rassegna si chiude (29 marzo) con Finché vita non ci separi della Compagnia Teatrale Castelrotto, offrendo al pubblico un percorso ricco di emozioni, risate e intrattenimento di qualità.

All’interno del Centro Giovani Cristallo Young, si sviluppa un programma ricco di proposte inclusive e creative. Segnaliamo delle sinergie importanti. Con Unicef il rapporto va oltre il sostegno agli spettacoli teatrali, abbracciando anche il mondo dei laboratori e delle attività educative rivolte a bambini/e e giovani. E con CNA che sostiene il laboratorio “piccoli artigiani” e una collaborazione prestigiosa con Still I rise, organizzazione umanitaria indipendente che offre istruzione e protezione ai bambini profughi e vulnerabili del mondo, per il lab “Dentro la mia valigia…”

Infine, il 20 settembre a partire dalle ore 17 ci sarà la Festa del Teatro Cristallo, con musica, spettacoli per bambini e la comicità de Il Terzo Segreto di Satira.

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34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

Sinigo torna a vivere grazie al Paloo Fest

Sinigo non è solo un quartiere di Merano: negli ultimi due anni sta diventando un laboratorio a cielo aperto di rigenerazione urbana e partecipazione. Il Paloo Fest, in programma il 5 e 6 settembre, ne è la dimostrazione più vibrante. Organizzato dal Centro Giovani Tilt insieme a numerose realtà locali, l’evento non è una semplice festa, ma la tappa conclusiva di un percorso iniziato nel 2024, che mira a riscrivere la narrazione del quartiere puntando su cultura, creatività e coinvolgimento diretto degli abitanti.

Per un anno intero, infatti, Paloo non è stato soltanto un “festival”, ma un vero e proprio contenitore di attività, incontri, laboratori e azioni diffuse che hanno messo al centro la comunità. 

Passeggiate urbane, workshop di arte pubblica, attività di cura degli spazi e percorsi di cittadinanza attiva hanno preparato il terreno per l’appuntamento di settembre, quando le strade e le piazze si trasformeranno in un mosaico di suoni, colori e relazioni.

Venerdì sarà la giornata delle sfide

Venerdì 5 settembre sarà la giornata delle sfide, dei laboratori e della musica dal vivo: bambini, ragazzi e adulti troveranno attività pensate per tutte le età, dai laboratori creativi di ÓPLab alle sfide di scacchi del Csk Merania, dalle letture ad alta voce curate dalla Biblioteca civica di Merano ai progetti di mobilità inclusiva di Adlatus, Independent e Roland. La danza e il canto animeranno la serata con la scuola Lunika, le Gypsymoonsisters e il coro multilingue di Trait d’Union, fino ad arrivare alla musica dei giovani talenti di MusicaBlu e BluSpace, passando per l’energia dei The Decades e del Dj Alex Stan. Tutto partirà tra l’altro con una sfida per giovani volontari di tutta la città di Merano: giochi senza frontiere a squadre per divertirsi insieme e dedicare la giusta importanza all’impegno civico dei giovani della città.

Sabato: dal mercatino alla musica dal vivo

Sabato 6 settembre il quartiere si risveglierà con il Mercatino Hobby & Second Hand, tra vintage, artigianato e oggetti unici. Non mancheranno momenti di comunità come il cerchio di mamme proposto dalle doule, le attività solidali delle associazioni Geko, Basaglia e Scalda Cuore, e l’uscita di plogging organizzata da Plastic Free. Con Belva Studio, invece, chiunque potrà contribuire a un grande workshop di pittura collettiva. La giornata culminerà in piazza, prima con i giovani musicisti locali e poi con il gran finale dei Litfibeer, pronti a trasformare Sinigo in una grande pista da ballo sotto le stelle.

Ad accompagnare le attività, anche lo stand gastronomico degli Alpini di Sinigo e Marlengo, che porteranno convivialità e sapori della tradizione.

Trasformare il rione in un luogo vivo e condiviso

“Il Paloo non è un evento che arriva dall’alto, ma nasce dal quartiere e per il quartiere – spiega Adele Aderenti, coordinatrice del Centro Giovani Tilt –. In questi mesi abbiamo visto crescere un senso di appartenenza e di fiducia reciproca: abitanti, associazioni e realtà diverse si sono incontrati e hanno costruito insieme. Il festival è solo la punta dell’iceberg di un processo che dura tutto l’anno e che continuerà a trasformare Sinigo in un luogo vivo e condiviso”.

Il Paloo Fest è festa e riflessione, intrattenimento e costruzione di futuro. Ogni edizione aggiunge un tassello a un progetto di comunità che non si esaurisce nei due giorni di musica, ma prosegue con iniziative permanenti. A Sinigo, il 5 e 6 settembre, non si partecipa solo a un evento: si entra in un processo collettivo di cambiamento. 

E la musica, stavolta, sarà la colonna sonora di un quartiere che sta finalmente  riscoprendo se stesso.

Autore: Luca Masiello

La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Vacanze, ansie e libertà: diario dell’estate 

Che succede quando finisce la scuola? Succede che hai diciotto anni, o quindici, o diciannove, insomma, sei giovane, e ti ritrovi sospeso in una terra di mezzo fatta di lavoretti estivi, vacanze, per qualcuno anche test d’ammissione all’università, voglia di libertà e un pizzico (a volte un sacco intero) di paura. Abbiamo chiesto a cinque ragazze e ragazzi di descriverci in breve la loro estate. Ne esce una piccola fotografia di una generazione che si muove tra desiderio di autonomia e ansia da prestazione, tra aspettative e scelte ancora aperte.

Emma, 18 anni, si divide tra amici, fidanzato e qualche occupazione estiva. Ma la testa è già sul prossimo anno: “Ho paura per la quinta superiore, ma paradossalmente sono prontissima per l’università. Mi sto informando, vedo se ci sono esami da dare, non vedo l’ora di iniziare”. La pressione però si sente: “Ce l’hanno messa da subito, sarà così già da settembre. I professori sono fatti così, non ci posso fare nulla”.

Sta affrontando un percorso Esabac, doppio diploma italo-francese che comporta due prove in più alla maturità. Un impegno in più, ma anche un’opportunità.

Secondo una ricerca condotta nel 2024 da Unisona Live e Unicef, il 75% degli studenti delle scuole superiori vive spesso situazioni di stress scolastico, legate all’ipercompetizione e alla pressione sui risultati. Il 44% si sente inadeguato, con effetti negativi anche sull’apprendimento.

In vacanza prima di andare a lavorare

Davide, anche lui diciottenne, ha in programma una vacanza con i genitori. Un po’ di respiro prima del debutto lavorativo. “Sono curioso di vedere se riesco a gestirmi da solo, senza qualcuno che mi stia dietro”.

Nel 2024, meno del 30% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni ha un lavoro stabile (fonte: Eurostat). 

Secondo diverse indagini qualitative, molti giovani vedono il lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come occasione di crescita personale. Non per forza in modo epico: a volte basta cominciare a mettere ordine tra orari, doveri e libertà nuove.

Il grande dubbio del cambio di scuola

Jacopo ha 15 anni. Un’estate tra volontariato e un viaggio in Indonesia con la famiglia. Ma in testa gira un pensiero fisso: “Cambio scuola. Alcuni mi hanno detto che quella dove andrò non è una buona scuola. Ho paura di non fare niente. Però sto anche studiando da solo, traduco i termini in tedesco. Altri invece dicono che l’indirizzo è il migliore. Chi ha ragione? Boh.”

I passaggi scolastici, come quello tra medie e superiori, sono tra i momenti più fragili per il benessere mentale. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2018 e il 2022 l’ansia tra gli adolescenti è aumentata del 20%. Le cause? Isolamento, uso intensivo dei social, pressioni scolastiche e incertezza sul futuro. Un mix che rende i “salti” più spaventosi, ma anche più carichi di aspettative.

Fatta la maturità si torna subito sui libri

Laura, 19 anni, lavora e studia per il test d’ammissione all’università. Le sue parole arrivano quasi come un mantra: cambiamento, sfida, incertezza… un po’ di paura. “È la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Cambio città, andrò a vivere da sola, conoscerò persone nuove. Dopo la maturità ci sarebbe da riposarsi, e invece bisogna ancora studiare. Ma anche questa è una grande occasione”.

Ogni anno migliaia di ragazze e ragazzi affrontano i test universitari. Non tutti li passano al primo colpo, ma chi sceglie di proseguire gli studi apre una porta importante: secondo l’ISTAT, nel 2023 il tasso di occupazione tra i laureati è stato dell’84,3%, ben 11 punti in più rispetto a chi si ferma al diploma.

La scelta per il futuro: la libertà

Mara, anche lei 18 anni, non ha piani di vacanza. Lavora, e riflette: “La scuola non è per forza un luogo dove mi sento libera. Voglio vedere cosa succede dopo. Cosa posso scegliere io. Quindi se penso al prossimo anno, penso alla libertà”.

Secondo una consultazione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (2024), oltre la metà degli studenti delle scuole superiori vive la scuola come fonte di ansia, tristezza o forte stanchezza. Il 39% pensa che non prepari davvero al futuro, mentre il 44% si sente sopraffatto dalla competizione e dalle aspettative.

Crescere fra gli spazi da esplorare

E allora cosa raccontano queste voci? 

Che il futuro fa paura, ma anche “desiderio”. Che il lavoro, la scuola, l’università non sono solo tappe da superare, ma spazi da esplorare, da abitare, da cambiare. Che non si tratta solo di crescere, ma di decidere come farlo.

Certo, l’incertezza pesa. 

Ma in mezzo a tutto questo spunta qualcosa di semplice e potente: il desiderio. Il desiderio di capire, di muoversi, di fare qualcosa di proprio. E anche quando non sanno esattamente cosa, sanno che vogliono provarci.

E forse è questa, l’unica vera maturità.

Autore: Marco Valente

Un altoatesino fra i big della musica

Si è laureato pochi giorni fa in Tecnico del Suono al Conservatorio “Verdi” di Milano ed è solo la ciliegina su una torta succulenta, che negli ultimi anni l’ha visto lavorare con artisti italiani e internazionali. Giuseppe Federico, giovane meranese, di mestiere fa il produttore musicale, lavora principalmente nell’ambito hip hop, rap e trap ed è sempre alla ricerca di un suono personale e riconoscibile. Che lo porterà lontano.

Giuseppe Federico, dai primi passi a Merano fino alla Grande Mela: come nasce un produttore musicale, e di che cosa si occupa, nello specifico? 

Ognuno ci arriva in modo diverso, ma credo che alla base di ogni produttore musicale ci sia una cosa: la voglia di creare musica. Di qualsiasi genere, stile o forma, l’obiettivo è sempre dare vita a qualcosa che parli e faccia emozionare. Nel mio caso il lavoro del produttore è un mix di creatività, tecnica e tanta curiosità: significa comporre, arrangiare, sperimentare con strumenti sia digitali che analogici, e collaborare con artisti, etichette, editori, realtà che organizzano eventi… iInsomma, è un ruolo che sta un po’ a cavallo tra l’artista e il tecnico, e proprio per questo ogni progetto è diverso e stimolante. 

Immagino che con un papà musicista e direttore d’orchestra, in casa sua le sette note devono essere state pane quotidiano…

Assolutamente sì, la musica c’è sempre stata, in modo molto naturale. Mio padre è musicista, ma anche il resto della famiglia ha sempre avuto un legame forte con questo mondo: tra zii musicisti e parenti appassionati, era difficile starne lontano. È un qualcosa che mi ha accompagnato da sempre, anche se poi ho trovato un mio modo personale di viverla, la musica, un modo un po’ diverso da quello a cui erano abituati in famiglia. 

Però il suo strumento è il computer. Come lavora ai pezzi?

Non ho un metodo fisso, ogni pezzo nasce in modo diverso. A volte parto da un suono che mi colpisce o che creo io stesso, e da lì inizio a costruire: melodie, armonie, texture, effetti… Altre volte invece inizio pensando a un’atmosfera che possa funzionare per un artista, ma sempre mantenendo il mio stile. Una parte del mio lavoro oggi è legata soprattutto alla scrittura di melodie, che condivido con produttori in tutto il mondo. Se le trovano interessanti, le sviluppano, completano il beat e le propongono agli artisti con cui lavorano. Ma il mio obiettivo è quello di essere coinvolto in modo sempre più completo nei progetti, dalla prima idea fino alla produzione finale. 

Come è arrivato alle collaborazioni che sta portando avanti?

Tutto è nato grazie a Internet, soprattutto tramite Instagram. Tutte le collaborazioni internazionali a cui ho lavorato finora sono partite da lì. Ho conosciuto produttori da ogni parte del mondo semplicemente scrivendoci o condividendo la musica. In gergo si parla di “networking”, ma spesso poi diventa qualcosa di più: molte di queste connessioni si trasformano in vere amicizie. Incontrare di persona qualcuno con cui hai condiviso progetti e passione solo online è sempre una sensazione speciale. 

Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione?

Probabilmente la soddisfazione più grande, finora, è stata riuscire a costruirmi un percorso da solo, partendo da zero dalla mia cameretta a Lagundo. Trovare qualcosa che avesse senso per me, in cui valesse la pena investire tempo, energie, sacrifici, notti. Non è sempre facile, ma riuscirci, con l’aiuto delle persone con cui lavoro e di chi mi sostiene, è quello che mi rende più orgoglioso.

E la più grande emozione?

La più grande emozione, finora, è stata scoprire di avere fornito la base per una canzone con uno degli artisti rap/hip hop più importanti a livello mondiale, che ha segnato davvero l’evoluzione del genere: Roddy Ricch. Ricordo che ero in metropolitana quando ho ascoltato per la prima volta quello che aveva registrato su una strumentale costruita a partire da una mia melodia. Qualche settimana dopo quel brano è uscito ufficialmente nel suo progetto. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò. 

E non dimentichiamo la laurea, conseguita a Milano nei giorni scorsi. Qual è il titolo della tesi?

Il titolo della mia tesi è “Box Immersion”. “Box” è il nome del video sperimentale che ho trovato su YouTube e su cui ho deciso di lavorare per concludere il mio percorso triennale in Tecnico del Suono. Ho rimosso completamente l’audio originale e, partendo dal silenzio, ho costruito una nuova dimensione sonora, molto libera e personale. “Immersion” invece fa riferimento al tipo di ascolto che ho voluto creare, pensato per essere riprodotto su otto casse disposte attorno al pubblico, a formare un rettangolo, per un effetto immersivo e spazializzato. 

Se potesse scegliere fra gli artisti internazionali, con chi vorrebbe lavorare? 

Se potessi scegliere, direi sicuramente Future, Travis Scott e Young Thug, che sono in cima alla lista. Poi anche Gunna, Offset, Quavo, Lil Baby, Polo G… ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare. 

Dove possiamo ascoltare qualcosa di suo?

C’è una playlist su Spotify che raccoglie tutti i pezzi che ho prodotto fino ad ora, si chiama “Produced by B3”. Sul mio profilo Genius, B3 Productions, si trovano le tracce a cui ho lavorato, con più dettagli come collaboratori e crediti. E su Instagram (@1prodb3) pubblico spesso aggiornamenti, beats e i progetti a cui sto lavorando, è il modo più diretto per seguire quello che faccio.

Dove si vede Giuseppe Federico fra vent’anni?

Tra vent’anni mi immagino nella condizione di poter viaggiare e fare quello che mi piace, che sia produzione o magari anche altri interessi che nasceranno col tempo, ma sempre legati alla musica o all’intrattenimento. Al momento vivo a Milano e uno dei miei obiettivi è lavorare sempre di più a progetti musicali dal vivo qui in Italia. Allo stesso tempo, so che prima o poi vorrò passare un periodo negli Stati Uniti, anche solo per immergermi davvero in quella scena musicale da cui traggo tanta ispirazione.
E, ovviamente, spero che io, la mia famiglia, i miei amici e le persone che mi stanno accanto possiamo essere tutti in salute. è la cosa più importante. 

Autore: Luca Masiello

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli