Malattie fungine: curare l’oidio

L’oidio, detto anche mal bianco, è una grave patologia che può avere un impatto significativo sulle rese. Segnalato per la prima volta nel 1847 a Parigi, l’oidio si diffuse rapidamente in tutta Europa e giunse in Italia nel 1851. È una malattia causata da funghi Ascomycota della famiglia delle Erysiphaceae: si presenta con macchie miceliche polverulente, ovvero patine di colore bianco-grigiastre, a contorni indefiniti, simili alla farina, che ricoprono foglie, germogli, fiori e frutti. Le foglie colpite arrestano lo sviluppo, si accartocciano, ingialliscono e cadono, mentre i germogli hanno una crescita stentata e i bottoni fiorali originano fiori piccoli e malformati. I frutti attaccati da muffe e funghi non sono utilizzabili e il loro odore diventa sgradevole. L’oidio manifesta 1) infezioni primarie: avvengono in primavera con determinate condizioni climatiche (10°C e in presenza di piogge leggere – almeno 2,5 mm – con 15/20 ore di bagnatura fogliare, e sulle cui lesioni si producono dei conidi (spore) 2) infezioni secondarie: tipiche della stagione estiva e autunnale sono prodotte dalle spore del micelio svernante, che da quello sviluppatosi nelle infezioni primarie con determinate condizioni meteo (siccità 6/8 giorni, assenza precipitazioni > 25 mm, temperature medie 18/30° C con umidità relativa > del 40 %). Attacca salvia, zucchine, zucche, pomodori, bietole, cetrioli, radicchio, indivia, carote, sedano, prezzemolo, finocchio e anche i cereali come il grano saraceno e l’orzo, oltre che gli alberi da frutta, melo, pero, vite, pesco, fico, albicocco e piante ornamentali quali rose, begonie, dalie, calendule, alloro e ortensie.

Rimedi: 1) evitare ristagni umidi intorno alle piante; 2) evitare innaffiature sulle foglie; 3) rimuovere il fogliame verde in eccesso per favorire la circolazione dell’aria ed eliminare quello ormai secco o colpito; 4) macerato di equiseto, nel terreno; 5) infuso di tanaceto, nel terreno; 6) nebulizzatori fogliari con acqua, aceto di mele e bicarbonato di sodio, oppure con bicarbonato di potassio con olio di neem e cannella, la mattina presto; 7) acido lattico: cambia il pH sulla superficie delle foglie e ne contrasta la diffusione. Per la preparazione è consigliato usare 1 parte di latte in 2 di acqua. Il trattamento è da eseguirsi con uno spruzzino, al mattino presto, prima che il sole possa farlo evaporare velocemente. Effettuate questa operazione almeno 2 volte a settimana. È consigliabile, entro qualche ora dal trattamento, risciacquare con acqua le zone trattate; 8) fungo antagonista (Ampelomyces quisqualis), che invece di attaccare la piante si nutre del suo simile. Si miscela con olio minerale e si somministra preferibilmente in autunno, quando i resti dell’oidio cominciano la loro azione parassitaria sulla pianta.

Autore: Donatello Vallotta

“Ricomincio da capo”

Ho sempre amato l’omonimo film del 1993, interpretato da Bill Murray e Andy McDowell. Periodicamente me lo riguardo e la cosa a dire il vero mi risulta perfettamente naturale, vista la trama del film. La vicenda è presto detta: un antipatico meteorologo televisivo viene intrappolato in un ciclo temporale durante una trasferta. In sostanza ogni mattina alle 6 Bill Murray viene destato da una radiosveglia che trasmette sempre lo stesso brano musicale e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo rispetto a quella precedente. Dopo lo straniamento iniziale, in un primo momento il protagonista scorbutico ed egoista cerca di approfittare della situazione passando una giornata stravagante, spendendo soldi e conquistando donne. Ma dopo un po’ la situazione a dir poco ripetitiva lo deprime, al punto di portarlo alla disperazione. Ed è in quel momento che intuisce di poter approfittare della situazione per migliorare invece sé stesso e di conseguenza aiutare gli altri. Divenendo un uomo migliore e quindi più felice.
Devo confessare il fatto che il mio amore per questa sorta di favola post-moderna ha sempre risieduto nella comicità della trama e nella stupenda recitazione di Bill Murray, più che nel messaggio etico finale. Ma negli ultimi mesi mi è capitato molto spesso di individuare una serie di analogie tra questo film e il periodo complicato che stiamo vivendo.
Non è capitato anche a voi di alzarvi la mattina e pensare che stavate per vivere la medesima situazione del giorno prima, con tutta la stanchezza che ne consegue? La perversa alternanza di “aperture” e chiusure, zone colorate, speranze, proclami, preoccupazioni, nonché l’immancabile bollettino giornaliero dei contagi ci danno l’impressione ormai di essere imprigionati in un eterno presente. Con una grande nostalgia per un passato che avevamo mai interpretato così “libero” e un futuro che ogni giorno… si sposta un po’ più in là.
In questa situazione è facile lasciarsi prendere dalla noia e dallo sconforto, dando spazio magari al peggio di noi.
Ecco: il mio piccolo consiglio di inizio d’anno è quella di guardarvi “Ricomincio da capo”, farvi due risate e poi – magari – programmare prima possibile
la vostra vaccinazione anti Covid-19. Buon anno 2021!

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Jürgen Wirth Underlan

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove gli eventi passati non sono proprio uguali a come ce li ricordiamo.

“Inspiration, creativity e tre bottles di Lagrein Riserva hanno fornito il contesto per il project ‘Assalto Campidoglio’ ”, ha dichiarato Jürgen Wirth Underlan, 49 anni, italo-americano di origini tirolesi, uno dei volti della protesta del 6 gennaio. “C’è chi resta sul sofà adattandosi al sistema marcio, col portafogli full e una nice moglie, mentre serve gente che vada avanti e faccia the road. Cento anni che ci trattano come una bitch a buon prezzo. A noi non va
bene: noi valiamo più money!”

Autore: Roberto Tubaro

La targa dedicata… agli automobilisti

“Se nessuno avrà mai il coraggio di dichiararsi contrario alle idee del nazismo, non cambierà nulla!” È un pensiero di Josef Mayr-Nusser, che si trova sulla targa bilingue, apposta il 24 febbraio 2010, a 65 anni dalla sua morte, all’ingresso del parcheggio di Piazza Verdi. La targa potrebbe considerarsi anche una sensibilizzazione nei confronti delle migliaia di automobilisti che utilizzano tale parcheggio. Josef Mayr-Nusser, nato ai Piani di Bolzano il 27 dicembre 1910, membro dell’Azione Cattolica di Bolzano e dell’Andreas-Hofer-Bund, il gruppo sudtirolese di resistenza al fascismo e al nazionalsocialismo, la contrarietà al nazismo la dimostrò il 4 ottobre 1944 a Konitz, rifiutando, per motivi di coscienza, di giurare alle SS; fu processato e condannato a morte. Avviato su un treno merci verso il campo di sterminio di Dachau, morì durante il viaggio il 24 febbraio 1945 a Erlangen. Josef Mayr-Nusser, al quale è intitolata la via accanto al parcheggio, viene ricordato anche dalla targa apposta il 24 febbraio 2015, a 70 anni dalla morte, all’ingresso della casa natale, nonché, dal 17 marzo 2017, da uno degli alberi della Collina dei Saggi in zona Firmian.

L’inaugurazione della targa, avvenuta nel 2010

Si spera che gli utenti del parcheggio trovino il tempo per un breve silenzioso omaggio a chi diede la vita per non tradire la propria coscienza. Il martire, è vero, morì per aver rifiutato un certo giuramento. Ma, pensando ai rischi che corrono tante persone in merito a un certo uso dell’automobile, forse lo stesso Mayr-Nusser, cittadino onorario di Bolzano dal 2010, non sarebbe contrario ad altro tipo di giuramento, anzi invita a farlo. Quale giuramento si dovrebbe fare e a chi? Ce ne sono molte, nel mondo, di automobili, se ne contano un miliardo e duecento milioni; saranno due miliardi nel 2035 (siamo su buona o cattiva strada?). Si tratta del giuramento a se stessi, da parte di coloro che guidano un automezzo, di essere prudenti, nel rispetto della vita, quella propria e quella altrui.

Autore: Leone Sticcotti

L’edificazione del primo “grattacielo” della città di Bolzano

Il 18 maggio 1949 il consiglio comunale di Bolzano decide che, dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale e dopo le forzature del regime fascista, c’è bisogno di ripensare e di riqualificare lo spazio urbano. Il primo atto sarà quello di tracciare un nuovo asse viario che colleghi piazza Walther con piazza Verdi e via Marconi. La nuova strada verrà chiamata via Alto Adige, come atto di convivenza pacifica dei tre gruppi etnici presenti nel nostro territorio. In diverse fasi troveranno in essa posto la Stazione delle Autocorriere, l’autorimessa, l’Hotel Alpi e altri edifici di prestigio progettati da Armando Ronca. Ma la vera rivoluzione urbana avverrà proprio nel cuore del centro storico. Nella primavera del 1950 viene demolita la dépendance degli Hotel Posta ed Europa in piazza Sernesi, oggi piazza Università. Al suo posto sorgerà il primo vero e proprio “grattacielo” di Bolzano, progettato dall’architetto Luis Plattner, che formatosi a Monaco da quella città riporterà le influenze del razionalismo tedesco. L’ edificio risentirà comunque delle indicazioni dettate da Le Corbusier e da altri architetti e urbanisti sul modello della “città verticale” ipotizzata, e in parte realizzata Oltreoceano, nel corso del XX secolo. Il corpo dell’edificio principale si innalza per oltre dodici piani, e dopo secoli stravolgerà lo skilinie della città. Fino a quella data infatti, il manufatto architettonico più alto, che lambiva i cieli di Bolzano, era la torre campanaria del Duomo. Al grattacielo vengono affiancati due corpi di edifici, dove al piano terra, troveranno posto prestigiosi negozi di moda e quant’altro. Il complesso edilizio chiamato Belvedere ha una visuale privilegiata sulla città e il suo grande attico ne fa il giusto compendio. Il gusto architettonico è tutto degli anni ‘50, ma anche le rifiniture e gli elementi di arredo ci risultano oggi, di sapore del tutto “vintage”. L’archetipo del nuovo che condurrà Bolzano verso la modernità. Ben presto tale manufatto diventerà un prototipo edilizio per tutta la nuova architettura urbana. In via Marconi Ronca, nel 1953, riproporrà un complesso edilizio analogo. A questo ne seguiranno altri, come il grattacielo di via Sassari, realizzato sempre da Armando Ronca nel 1956 per l’Istituto delle Case popolari. Una visione della città cambiata per sempre, privilegiando lo sviluppo della cubatura in verticale per lasciare maggiori spazi pubblici verdi e la possibilità di una maggiore abitabilità sociale e più umana.

Autore: Flavio Schimenti

Mad Puppet: con Between un ritorno in grande stile

Se ne parlava da più di un anno del settimo disco dei Mad Puppet, una delle formazioni più longeve e creative della scena musicale rock altoatesina: Between, questo il titolo dell’opera, uscita esclusivamente in vinile – per quanto riguarda il formato solido – e in download digitale, si colloca perfettamente a cavallo tra le sonorità prog degli esordi e quelle più ricercate di Cube, come a voler sottolineare il fatto che i Mad Puppet non rinnegano nulla e al tempo stesso hanno sempre voglia di sperimentare.

Lo si può evincere anche dal titolo del primo brano del disco “New Start”, una nuova partenza, ma anche una ripartenza, visto che nel frattempo è tornato in seno alla formazione il cantante originale Manfred Schweigkofler, che ha portato a tre il numero dei componenti originali del quintetto attuale.
“Il disco – ci racconta Manni Kaufmann, il tastierista – si è sviluppato dalle session in sala prove, dove cerchiamo di trovarci almeno una volta alla settimana, o ogni due, perché anche se le occasioni per fare concerti non sono molte, non abbiamo mai smesso di suonare e produrre. Registriamo quasi tutto quello che esce dalle prove e ci divertiamo sempre un sacco. Altri gruppi con una decina di idee farebbero dieci brani, noi ne facciamo uno. E in questo Fred deve destreggiarsi a ritagliare degli spazi in cui inserire i testi che canta.”


“Secondo qualcuno – aggiunge il cantante – fare le voci sui brani dei Mad Puppet è molto difficile, ma invece è semplicissimo, nella struttura dei brani c’è un buco libero e lì devo inserirmi…”
Oltre a Kaufmann e Schweigkofler, i Mad Puppet del 2020 comprendono il chitarrista storico Christoph “Sane” Senoner, il bassista e clarinettista Thomas A. Pichler, in formazione da quasi trent’anni e il batterista Michael “Much” Mock, ma per i concerti, quando si potrà tornare a farne, sarà della partita anche Michael “Gadget” Gadner, che era la voce sul disco precedente.
“Il batterista – è Senoner ora a raccontare – si occupa di registrare tutto quando siamo nella sala prove che si trova a San Giorgio, sotto San Genesio, e poi riascoltando vengono fuori tracce che magari vengono riprese pari pari nel disco, con pochi overdubs. Se vogliamo un po’ come faceva Frank Zappa. Prendi ad esempio Foggy Day, la parte finale è un’improvvisazione presa direttamente dalla sala prove.”
Ognuno dei componenti dei Mad Puppet ha la sua importanza, il gruppo è un collettivo vero e proprio in cui ognuno ha le proprie peculiarità. Se Kaufmann e Senoner sono quelli che con i loro strumenti caratterizzano il suono, Mock è l’uomo in cabina di regia e Pichler è un po’ il direttore d’orchestra. Schweigkofler è poi l’artefice dei testi, che in questo disco sono attraversati da un sottile filo rosso che conduce dal menzionato desiderio di una nuova partenza (sviluppato su una base sonora in odor di hard rock contemporaneo) alla conclusione della fantastica “Tomorrow”, con un cameo della sezione fiati degli Shanti Powa, in cui l’agognata ripartenza è posticipata a domani o a dopodomani.
“Quando mi arrivano le tracce sonore – ci spiega Schweigkofler – comincio a pensare a che storia mi raccontino questi suoni, così comincio a lavorare sulle parole. In certi casi scopro che le cose che vorrei dire sono già state espresse, e questo è il motivo per cui nel disco ci sono alcune canzoni in cui le liriche sono ispirate da altri, dai Creedence a Brian Eno, passando per Ayodeji, un ragazzo sconosciuto che pubblica i suoi video in rete. Se il disco si compone di otto brani, bisogna fare in modo che tutto sia collegato, senza essere per forza un concept album, perché il nostro non lo è. Il fil rouge è nel titolo, Between, in mezzo: tutte le canzoni trattano di qualcosa che è in mezzo, tra una cosa e l’altra. Anche con ironia, nei confronti delle ripartenze, e per estensione anche delle start up, che in realtà la maggior parte delle volte a poco servono, se non sono del tutto fallimentari.”
Purtroppo, a causa del Covid-19, i concerti di presentazione sono rinviati a data da destinarsi; per ora gustiamoci il disco, che ha i suoi punti forti in composizioni come la menzionata “Tomorrow”, “Black Swan”, la teatrale “Fail Again” (in cui spiccano i trascorsi attoriali del cantante) e la lunga “Won’t Lose My Way”, una sorta di prog-blues che grazie agli spunti del clarinetto suonato da Pichler, nel finale sfocia in atmosfere jazz. Il disco è stato mixato da Fabian Pichler, figlio del bassista, e masterizzato da Jürgen Winkler degli Eseleptitun.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

I magazzini di Laives

A un’agricoltura di sussistenza calibrata sul fabbisogno delle famiglie (tradizione tramandata da secoli anche in campo vinicolo, dove ogni maso aveva il suo vigneto per uso proprio), nel primo dopoguerra si sostituì lentamente un’attività mirata alla commercializzazione dei prodotti coltivati, soprattutto mele e pere. Ovviamente il “cambio di passo” fu graduale e difficoltoso: gli appezzamenti a Laives erano di piccole dimensioni, gli strumenti a disposizione pochi e malandati. Il carro trainato da animali era ancora il mezzo di trasporto più diffuso e solo la nuova ferrovia permise forme rudimentali di export verso Innsbruck, Vienna o San Pietroburgo.
I primi commercianti attivi sul territorio in primavera giravano per i campi e acquistavano – quasi sempre per pochi soldi – la frutta “alla fioritura”; poi si occupavano personalmente delle fasi finali della coltivazione, raccolto compreso. Si chiamavano Cadsky, Santifaller e Koessler. Il bolzanino Cadsky, una potenza nel settore, costruì per primo un vero e proprio magazzino dove stivare la merce. Le celle frigorifere non esistevano.
Ovviamente anche altri fiutarono l’affare e Laives divenne un punto d’attrazione anche per i commercianti dell’Italia settentrionale. Si stabilirono in paese “agenti” come Milani, Carlini e Gaggero. Milani aveva il suo magazzino presso l’attuale Despar di via Kennedy. A Carlini succedette Groselli in via Marconi. Il magazzino Santifaller, invece, fu successivamente rilevato dalla famiglia Clementi che operava anche in via Damiano Chiesa.
Con l’aumento esponenziale della produzione e l’arrivo di sempre nuove varietà di mele e pere (su tutte la Golden Delicious e la Kaiser Alexander), vi fu la necessità di un sempre maggior numero di magazzini. I vari Pedrotti, Slanzi, Dallago, Monsorno e Mittermair si aggiunsero o in parte sostituirono i primi commercianti di Laives. A San Giacomo rimase attivo a lungo Espen.
Accanto ai magazzini privati, che ancora oggi rappresentano una particolarità nel settore, nacquero, in era fascista, le cooperative. La prima fu la OGL nel 1933. A un certo punto se ne contarono tre che poi si unirono nella più vecchia e rinomata, la Kaiser Alexander di via Fabio Filzi.
I magazzini furono importanti non solo per il commercio ma anche perché offrivano opportunità di occupazione a molte persone, soprattutto donne che erano impiegate nella cernita della frutta. Poco prima di mezzogiorno, nelle vie del paese era tutto uno sciamare frenetico di cernitrici verso i focolari domestici per preparare in tempo il pranzo per mariti e figli.

In foto principale: Lavoratrici di mele
Copyright: Giuseppe Camelin

Autore: Reinhard Christanell

Umanesimo digitale: è il momento giusto

Ho pensato a lungo a come avrei voluto concludere la rubrica della “città digitale” in questo 2020 così difficile sotto tanti punti di vista. Avrei certamente potuto raccontarvi di qualche curiosità o ulteriore avanzamento della tecnologia, che sempre più sta diventando un’estensione di noi stessi – come un grande paio di occhiali sul mondo, digitale e non. Oppure avrei potuto raccontarvi di una delle tante problematiche che ancora le nostre città non hanno risolto. Ma sono tutti esempi piccoli di fronte ad un tema molto più ampio che ci tocca, e ci deve sempre più toccare, tutti: quello dell’alleanza, ancora purtroppo incompiuta, tra scienza e umanesimo.
In quest’anno di pandemia ci siamo accorti ancora una volta di quanto non sia fatta di certezze, ma di evidenze da scoprire con fatica e dedizione, di passi falsi e dibattiti, di torri che vengono costruite piano piano, buttate giù, e ricostruite. Ce ne siamo accorti quando abbiamo sentito gli scienziati in disaccordo su molti dei temi di dibattito: questa è la normalità, sopratutto se consideriamo che il Covid-19 è un fenomeno davvero molto recente. Ma ci siamo anche accorti che spesso i messaggi degli scienziati sono indecifrabili, e quando non si capisce ci si arrabbia, e arrabbiandosi si arriva persino al rigetto (e quindi alla negazione) della realtà.
Chi, se non gli umanisti (nell’accezione più ampia del termine), possono aiutare gli scienziati a farsi comprendere meglio?
Migliorare la comunicazione di concetti difficili è però solo una piccolissima parte del problema. Abbiamo visto ancora una volta quanto la scienza, l’economia, la politica, l’etica, e chi ne ha più ne metta, non possono essere considerate a compartimenti stagni: creano una matassa che possiamo districare solo creando una vera e propria alleanza virtuosa tra tutte queste discipline. Un’alleanza in cui i medici si confrontano con filosofi e sociologi prima di parlare al grande pubblico, in cui l’etica viene affiancata all’economia, in cui i dati vengono curati dagli esperti informatici e presentati da designer ed esperti di comunicazione, in cui sono i pedagogisti a indicare come trasformare la didattica e le aule.
Tornando, nel nostro piccolo, alla città digitale, mai come oggi è importante tornare a leggere il Manifesto di Vienna sull’umanesimo digitale (https://dighum.ec.tuwien.ac.at/dighum-manifesto/). Se non ora, quando?

Autore: Marco Montali

Una nuova alleanza e un augurio

Da qualche anno il prof. Marco Montali dell’Università di Bolzano con la sua rubrica “La città digitale” ci aiuta a capire quali sono i percorsi che la tecnologia più avanzata è in grado oggi di offrirci, per orientarci e vivere appieno nell’attuale modernità.
Nello specifico nella puntata di questo numero Montali fa una sorta di appello, che condivido pienamente, affinché finalmente si attui un’alleanza tra la scienza – in questo periodo di pandemia fondamentale ma allo stesso ingombrante interlocutore – e l’umanesimo. Con umanesimo il prof. Montali non fa riferimento al movimento culturale nato in Italia nel XV secolo, ma piuttosto alla corrente filosofica del XIX secolo che mette al centro la dignità e il valore della persona umana in sé, a prescindere dalla sua provenienza geografica, promuovendo la verità e la moralità investigate attraverso la razionalità. Montali punta il dito sulle forti tensioni (e incomprensioni) che nei nostri giorni caratterizzano la relazione tra la scienza e la società. La pandemia in corso infatti ha provocato una sorta di crisi di nervi, legata alle difficoltà incontrate dalla scienza nel farsi comprendere dalle persone. Una crisi che molto spesso induce addirittura al rigetto o ancor peggio alla negazione della realtà. Come dicevo all’inizio il prof. Montali auspica un’alleanza virtuosa tra le discipline – medicina, filosofia, sociologia, ma anche informatica, pedagogia e perché no giornalismo – per riuscire nuovamente a serrare le fila, in nome del comune obiettivo di difendere e promuovere la persona umana davanti ai rischi diretti per la salute provocati dalla malattia e indiretti derivanti dalla pericolosa destabilizzazione del nostro sistema economico e sociale. è in questo quadro di disorientamento generalizzato che a mio avviso vanno inquadrate le polemiche di questi giorni, in buona parte assurde, sulla presunta impossibilità di “fare festa”. Come molti ben sanno il vero significato del Natale è quello della rinascita e del rinnovamento. E nello stesso senso andrebbe riconsiderato naturalmente anche il Capodanno. Per quanto riguarda gli auguri che in questi frangenti immancabilmente ci scambiamo, il tutto si ricollega sempre al “desiderio che accada qualcosa di bene” alla persona alla quale rivolgiamo il nostro auspicio.
Mai come oggi questo mi sembra l’atteggiamento migliore da assumere.
Dunque… buone feste a tutti voi!

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Storia, leggende e misteri del Duomo di San Nicolò

9 maggio dell’anno del Signore 1087, Bari: alcuni marinai che avevano traslato i resti di san Nicola (270 / 343 d.C.), vescovo di Mira in Cilicia, oggi in Turchia, per sottrarlo alla profanazione dei musulmani lo collocano nel duomo della loro città. Il santo, che già in precedenza godeva di una ricco patrimonio di leggende popolari, diviene una delle figure più note di tutto il Medioevo. Tale fama unisce da subito i popoli del nord a quelli del sud dell’Europa. La più famosa leggenda a lui dedicata narra che egli fosse venuto a conoscenza che un uomo ricco, decaduto in povertà, voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione non potendo fornire loro la dote del matrimonio e non potendo più farle vivere dignitosamente. Nicolò, per tre notti di seguito, fece loro avere una ricca dote in monete d’oro avvolte in un panno.
Altre narrano che resuscitò tre bambini, uccisi dal loro padre. Per tale motivo il culto del santo venne ben presto legato a difensore dei bambini, delle ragazze in cerca di marito, ma anche degli avvocati, delle prostitute, dei mercanti e commercianti.
Nel 1220 a Merano viene edificata una prima chiesa parrocchiale in onore di tale figura santa. Ben presto questo edificio si rivela troppo piccolo per l’assidua presenza di fedeli e nel 1302 il vescovo di Coira decide di ampliarlo. I lavori di rifacimento della chiesa che la porteranno nella forma attuale richiedono quasi due secoli. La sua architettura la rende uno degli edifici più interessanti di tutto l’Alto Adige: la pianta è a tre navate negli stilemi dell’architettura gotica.
Le spese per la costruzione sono sostenute da Enrico, re di Boemia, e dalla cittadina meranese Batlina Hemelin. Gli interni si caratterizzano per una bella e particolare luminosità dovute alle ampie aperture finestrali ogivali. Ricco di cinque altari marmorei, di una pala d’altare e di due laterali dipinte da Martin Knoller, uno dei maggiori pittori tirolesi. Fra queste citiamo una Natività, una delle più belle e struggenti che siano state dipinte in tutta la storia dell’arte.
Di notevole pregio sono i portali in arenaria in stile gotico “fiammato” con struttura carenata di ispirazione catalana. Accanto a essi, l’edicola votiva con la bella statua dedicata a san Nicola del XIV secolo e l’affresco raffigurante san Cristoforo del 1400.
Il campanile alto 83 metri poggia sopra un voltone attraversato dalla strada, sotto di esso troviamo l’affresco dedicato alla Croce, attribuito a Maestro Venceslao, una delle prime rappresentazioni paesaggistiche in ambito alpino. Da ultimo, non manca un aneddoto riguardante il pittore Cristoforo Helfenriederil: egli dipinse un altare laterale, ma era anche reo di aver commesso un omicidio. Fuggì in montagna, ma poi volle tornare a Merano, dove morì di peste nel 1635. Giustizia divina o giustizia del santo protettore dei poveri e degli orfani?

In foto principale: Il Duomo di San Nicolò
Copyright: Franco Visintainer

Autore: Flavio Schimenti