La segnalazione del lettore: salvate la vecchia fontana del Teatro!

Sono un appassionato di arte e architettura della nostra città per cui mi trovo spesso a soffermarmi in luoghi che ricordano la presenza di testimonianze storiche. La scorsa settimana mi trovavo in piazza Mazzini e mi sono soffermato a vedere la vecchia fontana che era ubicata nello spazio antistante al vecchio Teatro Civico di Bolzano. Bombardato diverse volte nel 1943 venne successivamente demolito e alcuni reperti furono fortunamente custoditi nei magazzini comunali.
Dieci anni fa una lodevole iniziativa del Comune di Bolzano collocò un frammento di colonna nei pressi di Viale Stazione, dove sorgeva il Teatro Civico, accompagnato da una targa che ricorda la presenza del magnifico teatro progettato dall’architetto Max Littman e inaugurato il 14 aprile del 1918 dal Borgomastro Julius Perathoner. Oggi un reperto del Teatro Civico, la fontana, versa in pessime condizioni in Piazza Mazzini adiaciente al corpo degli ascensori del garage sotterraneo lato via Manci, ove funge da cestino delle immondizie. Sarebbe bello vedere quel frammento di storia di Bolzano contestualizzato con una targa, simile a quella presente in Viale Stazione provvedendo a mantenere un minimo di decoro nel rispetto del passato.
Andrea Pizzurro

Come ci segnala un nostro assiduo lettore, l’architetto Andrea Pizzurro, i resti della fontana che adornava il fronte prospettico del vecchio Teatro Civico bolzanino, attualmente collocati sul versante destro di piazza Mazzini, angolo via Manci, versano in pessime condizioni di trascuratezza e sono ricettacolo di immondizia e quant’altro. Per inciso, il teatro progettato da Max Littman, conosciuto come Teatro Verdi, bombardato durante la Seconda guerra mondiale, in quel luogo non venne più costruito. E, se è vero che un elemento lapideo di detto teatro, è stato ricollocato in verticale, in prossimità di dove sorgeva la struttura pubblica bolzanina, nel parco della Stazione con una specifica ed esaustiva didascalia, tanti altri elementi rimangono immemori e privi di spiegazione alla cittadinanza. L’elemento lapideo di piazza Mazzini è stato posto in maniera coricata, non in verticale come era in origine, e ciò ha dato luogo al fatto di non coglierne le sue prerogative originarie e in qualche modo nel sminuirne la percezione visiva e non solo… Raffigura una figura antropomorfica, probabilmente una gorgone o una figura marina dalla quale bocca sgorgava l’acqua, incastonata in una grande conchiglia.
L’opera di restyling non gli dà pienamente giustizia e, come suggerisce l’architetto Pizzurro, forse porre accanto a essa una debita spiegazione aiuterebbe a valorizzarla, aiuterebbe a non essere abbandonata al proprio destino e non la renderebbe un pubblico ricettacolo.

In foto principale: (a sinistra) Accanto alle rovine del Teatro Civico, (a destra) Nell’attuale collocazione

Autore: Flavio Schimenti

Volontari tra impegno gratuito e rischio della supplenza

Si è celebrata in questi giorni la Giornata internazionale del volontariato. Che cosa spinge le persone a dedicare il loro tempo ad attività utili allo sviluppo della società nei suoi vari aspetti? Ognuno ha i suoi motivi personali, ideali, morali che lo spingono a mettersi in gioco. E c’è una dimensione sociale e politica di non poca importanza.

Secondo i dati della Provincia sono circa 150.000 gli altoatesini coinvolti, spesso più volte alla settimana, nelle attività di quasi 4.500 strutture organizzate, che vanno dalle associazioni di volontariato e di promozione sociale alle cooperative, ai gruppi di auto-aiuto, ai comitati e alle fondazioni.
Vale la pena sottolineare due aspetti connessi all’impegno volontario.
Il primo è lo stile di fondo che per molti volontari è quello della gratuità. È vero, molti di noi danno il loro tempo ma si aspettano qualcosa in cambio. Chiedono riconoscimento sociale, gratitudine, a volte un premio, un’agevolazione. Altri tendono a vedere il loro impegno piuttosto nell’ottica del dono. Ciò non nasce necessariamente da una bontà eroica o da uno straordinario spirito di sacrificio, ma molto più semplicemente dalla consapevolezza che tutto ciò che abbiamo di più importante, a cominciare dalla vita stessa, lo abbiamo ricevuto in dono. Il tempo è un dono che ci è dato e assume tanto più valore, quanto è a sua volta donato agli altri. Un secondo aspetto riguarda in particolare il volontariato sociale. Spesso avviene che le organizzazioni di volontariato svolgano compiti che di per sé sono compito e responsabilità dell’ente pubblico. Questo va bene se è svolto secondo il principio di sussidiarietà. La famiglia, le associazioni, i volontari possono svolgere alcune attività di servizio alle persone meglio dell’ente pubblico. Ma non devono mai, nel farlo, togliere all’ente pubblico le castagne dal fuoco. Solidarietà e sussidiarietà vanno sempre insieme e la “supplenza” dev’essere l’eccezione.

Autore: Paolo Bill Valente

Indennità di disoccupazione

La Naspi è l’acronimo di Nuova Assicurazione Sociale Per l’Impiego ed è, a partire dal 2015, l’indennità di disoccupazione che viene erogata, con assegno mensile, dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.
Il requisito fondamentale per accedere alla Naspi è la perdita involontaria del lavoro. La legge, infatti, tutela economicamente il disoccupato solo se ha perso il lavoro contro la sua volontà.
Ci sono, tuttavia, dei casi in cui, nonostante la cessazione del rapporto sia stata determinata dalle dimissioni o dalla risoluzione consensuale del rapporto, la perdita del lavoro può essere considerata comunque involontaria. È il caso della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede di lavoro a oltre 50 km dalla residenza e/o raggiungibile con i mezzi pubblici in oltre 80 minuti.
Nell’ambito delle dimissioni, invece, fanno eccezione alla regola per cui non spetta la Naspi le dimissioni per giusta causa; si ravvisano quando il dipendente è, di fatto, costretto a dimettersi a causa di un comportamento datoriale scorretto, contrario ai doveri che derivano dal rapporto di lavoro, che rende non più proseguibile il rapporto, nemmeno per un momento.
I principali effetti prodotti dalle dimissioni per giusta causa sono tre: 1) il lavoratore può lasciare il posto di lavoro con effetto immediato, senza rispettare il periodo di preavviso; 2) il lavoratore ha diritto a ricevere l’indennità sostitutiva del preavviso; 3) proprio come per il licenziamento, il lavoratore che si dimette per giusta causa ha diritto alla Naspi.
Non esiste un elenco tassativo di “giuste cause”; analizzando la casistica presente nelle sentenze dei tribunali del lavoro, dimissioni per giusta causa sono state ad esempio riconosciute nei casi di mobbing, demansionamento, molestie sessuali nei luoghi di lavoro, condotta ingiuriosa del superiore gerarchico, mancato pagamento dello stipendio, trasferimento immotivato e modifica peggiorativa delle condizioni di lavoro a seguito di un trasferimento di ramo d’azienda.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Il Natale di Walther von der Vogelweide

Da qualche giorno pare turbato Walther von der Vogelweide, lo si nota dallo sguardo della statua che lo raffigura al centro dell’omonima piazza. La piazza non è affollata come ogni anno in vista del Natale! Cosa sta succedendo? Mentre se lo chiede, Walther ricorda altri momenti della sua vita. Opera in stile stile neoromanico del venostano Heinrich Natter, il monumento fu solennemente inaugurato il 15 settembre 1889, con intitolazione della piazza al poeta; lo guarda da Trento l’italico poeta, Dante Alighieri, raffigurato nel monumento inaugurato l’11 ottobre 1896. Il 22 marzo 1935 il monumento a Walther fu spostato nel parco Rosegger, con soddisfazione del Duce, che non mancò di venire a Bolzano. Riportato nella piazza nel 1981, nuovamente trasferito nel 1984 per i lavori del parcheggio sotterraneo, il monumento a Walther ritornò nella piazza il 27 settembre 1985. Ma fu movimentata anche la vita del personaggio raffigurato, il menestrello medievale Walther von der Vogelweide: Novale di Laion (dove Walther sarebbe nato nel 1170), Sabiona, Novacella, Vienna, Magonza, Magdeburgo Norimberga, Wurzburg (dove morì intorno al 1230), senza contare le corti dove passò per offrire le sue arti poetiche. Walther fu infatti uno dei Minnesänger (da Minne, amore e sang, canto=lirica d’amore cavalleresca), i cantori dell’amore cortese in lingua tedesca. Fu considerevole la produzione poetica di Walther, con esempi di Lied (canzone), di Spruch (sentenza) e di Leich (poesia a più strofe a carattere conviviale amoroso e religioso): novanta Lieder, da 140 a 150 Sprüche, un Leich; una raccolta di 24 manoscritti, comprendenti circa 500 strofe con cento schemi metrico-ritmici diversi. Gli ultimi versi di Walther von der Vogelweide sarebbero stati Kreuzlieder e Palästinalied, in occasione del ritorno dalla crociata, nel 1229, dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250). Sono migliaia che ti vedono, Walther, dalle pagine di Qui Bolzano. Buon Natale!

Autore: Leone Sticcotti

Skankin’ Drops: non tutti i contagi vengono per nuocere

Di questi tempi, in cui la parola contagioso mette sempre addosso un po’ di apprensione, c’è un caso in cui invece non può che rallegrare e far piacere: si tratta del contagioso esordio discografico degli Skankin’ Drops, formazione appartenente alla grande famiglia del reggae che, dopo alcuni anni di collaudate performance, ha trovato finalmente il tempo e la voglia di registrare la propria musica, e lo ha fatto con esiti davvero entusiasmanti.

Do The Skankin’ è un disco godibilissimo, con nove brani originali composti dai vari componenti del numeroso ensemble che per questo suo debutto è tenuto a battesimo dall’etichetta dei cugini Shanti Powa, un disco pubblicato in vinile per quanto riguarda la forma solida e che in versione liquida è naturalmente ascoltabile e acquistabile tramite il sito bandcamp.
“Ci è voluto un po’ per portarlo a termine – ci racconta il sassofonista, autore e cantante Angelo Ippati – perché in un primo momento abbiamo cominciato a lavorarci in sala prove, alla fine però abbiamo deciso di affidarci al Beat Studio di Alessandro Damian e Andrea Polato, che ci hanno registrato. Il mix invece lo hanno fatto Thomas Maniacco, che nel disco suona anche la tromba, e Florian Gamper a Fiè, nello studio degli Shanti Powa. Il master lo abbiamo affidato a uno studio londinese che si è anche occupato della stampa dei vinili.”
Rispetto ai menzionati Shanti Powa, orientati verso un reggae più vicino al ragamuffin e al mondo hip hop – ma le differenze sono davvero sottili – gli Skankin’ Drops hanno un background più orientato verso il roots reggae e lo ska e anche loro contano su una formazione molto consistente: nel disco oltre a Ippati ci sono le due cantanti Enrica Pedrotti e Michela Campaner, le chitarre di Igor Pallaver e Arturo Zilli, il basso di Michele Giancola, le tastiere di Marco Pellin (autore della maggior parte dei brani), la batteria di Fabio Scatolini e le percussioni di Matteo Moretti e tutti contribuiscono a sviluppare una base musicale molto affiatata e coinvolgente su cui spiccano i testi (scritti da Pellin, Ippati e Campaner) che non sono mai scontati ma affrontano, salvo un paio di casi in cui l’argomento è la loro musica, tematiche sempre attuali da quelle ambientali a quelle sociali.
“Il batterista e il chitarrista – ci spiega Giancola – provengono da esperienze roots e quindi è stato naturale per noi partire da lì, poi però ci siamo evoluti, contaminati, ci sono stati vari innesti, basati anche su quello che abbiamo cominciato ad ascoltare, lo stile si è affinato. C’è anche il ragamuffin in dialetto salentino che fa Angelo ed è una delle altre nostre peculiarità, così come la doppia voce femminile.”
All’ascolto il disco suona davvero bene, l’alternanza del cantato tra inglese e salentino, tra la voce maschile e le due voci femminili, risulta una carta vincente che insieme a tutto il resto contribuisce a far sì che gli intenti di partenza degli Skankin’ Drops giungano a buon fine.
“Non ci siamo detti: vogliamo fare un roots reggae in stile anni settanta e ottanta – è ora il tastierista e autore Marco Pellin a parlare –, alcuni di noi avevano già una buona esperienza con questo genere musicale, all’inizio i singoli gusti magari non coincidevano per tutti, così abbiamo provato a vedere cosa veniva fuori. Sperimentando anche. Non è stato un percorso facile e breve, ci è voluto del tempo. Ed è anche da questo percorso che nasce il discorso sui contenuti, le prime cose abbiamo cominciato a scriverle nel 2015, sempre con l’obiettivo e con la volontà di farne venir fuori qualcosa di nostro. Il disco in questo senso è il punto d’arrivo riguardo al lavoro svolto fin qui, ma anche quello di partenza per quello che vogliamo fare dopo.”
Come prevedibile al momento non sarà possibile promuovere il disco con concerti, ma gli Skankin’ Drops non demordono e sperano che una volta superato il momento d’allerta sarà possibile pensare ad una promozione: “Qualcuno ci aveva suggerito di aspettare a farlo uscire – conclude Ippati – ma era già stato lungo il periodo di gestazione e avevamo voglia che la gente potesse ascoltarlo. E di fatti abbiamo riscontrato subito un grande interesse; l’uscita ufficiale è stata il 20 novembre, intanto il vinile è in vendita online, su bandcamp è ascoltabile in streaming, ed è in uscita anche un primo video. Ovviamente è un ottima idea per un regalo di Natale!”
Oltre al 33 giri e alla versione liquida del disco, è uscito anche un dieci pollici con le versioni dub, una realizzata in provincia di Bolzano e una in Salento, di due delle canzoni incluse nel disco, per la gioia degli amanti dei sound system.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

L’Adige, una strada che cammina

Il filosofo Pascal ebbe a dire che “un fiume regio e ben curato è una magnifica strada che cammina”. Una considerazione che oggi, almeno dalle nostre parti, appare di dubbia utilità. Le “strade in cammino” – e in particolare l’Adige, in passato autentica autostrada tra l’agiata Venezia, porto affacciato sull’Oriente, e i paesi dell’Europa settentrionale – hanno in larga parte perso questa loro funzione. Ora, le banchine del molo sono scomparse sotto l’erba, la Dogana ha cambiato destinazione e quelli dei carrettieri e zatterieri sono mestieri estinti. È arduo anche solo immaginare il traffico caotico di uomini e di bestie, di mercanti e di gendarmi, di carri e di sfaccendati in cerca di fortuna, insomma la “vita” che il trasporto fluviale dal Medioevo in poi aveva portato nei tranquilli paesini di Laives e Bronzolo.
I laivesotti si erano da subito specializzati nel trasporto delle merci da e per Bolzano, città commerciale in rapida ascesa, e dal XVI secolo in poi avevano operato in una posizione pressoché monopolistica. Erano i dominatori incontrastati delle sconnesse, spesso impraticabili strade di allora e contribuivano notevolmente a peggiorarne lo stato disastroso con i loro pesanti carri trainati da cavalli o buoi. Certo non mancavano le dispute anche violente per spedizioni effettuate – specialmente nelle ore notturne, in cui ogni attività “lecita” era interdetta – fuori dalle convenzioni e, soprattutto, dalla tabella tariffaria ufficiale. I mercanti bolzanini cercavano di risparmiare sul “soldo” del viaggio e sovente ingaggiavano soggetti privi di “privilegio”. In questi casi, più delle autorità competenti poterono le feroci baruffe serali nelle varie osterie del paese – a iniziare dal Gutleben o Welschwirt (Ca’ rossa), dove si trovavano anche il maggior deposito mercantile e il bivio verso Bronzolo e Vadena. Una volta all’anno, davanti alla chiesa di Laives, un tempo sede di un rudimentale “tribunale” all’aperto, veniva scandito l’elenco di coloro che erano autorizzati all’acquisto del legname della “Reif” da trasportare.
Quelli di Bronzolo, per ovvie ragioni, privilegiavano l’attività portuale in senso stretto. Il trasporto verso Verona, centro di smistamento di maggior rilievo verso Venezia, Padova, Ferrara e le città lombarde, rimase pressoché ininterrottamente privilegio di dieci famiglie di Sacco presso Rovereto, tra cui i noti Fedrigotti. Tutta l’attività doveva essere tenuta sotto stretto controllo dalle autorità competenti, che ovviamente vedevano di buon occhio i ricchi commerci soprattutto per via dei cospicui dazi che vi potevano applicare. Sale, stoffe, vino, pietre, tronchi, frumento – tutto doveva essere esibito e tassato dagli agenti governativi della Dogana di Bronzolo. Poiché allora come ora l’evasione era sempre in agguato, i governi di Innsbruck e Vienna emettevano ordinanze su ordinanze per regolamentare ogni dettaglio delle lucrose e avventurose spedizioni.

Copyright foto: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

I parassiti #6

Farfalla Cavolaia: sono una minaccia le larve di questo lepidottero, leggiadro come una farfalla in fase adulta! Le larve, costituite da bruchi verde pallido, riccamente punteggiati di macchie nere, con bande gialle lungo il dorso e i fianchi, raggiungono i 6 cm. Generalmente la cavolaia fa 2/3 generazioni all’anno, con voli a partire da marzo: settembre può diventare un vero disastro nell’orto, vista l’abbondanza di brassicacee. Rovina cavoli, verze, bietole, broccoli, cavolfiori, cavolo cinese, cavoletti, ma anche spinaci. Le uova si schiudono in due settimane e i bruchi cominciano a nutrirsi del fusto e delle foglie giovani e provocano gravi danni alle piante. Agiscono in gruppi numerosi e mettono a rischio interi raccolti. Erodono le foglie, rosicchiando persino le porzioni interne. La cavolaia minore, i cui bruchi sono di colore verde scuro, danneggia il cavolo rapa, il cavolo nero, la rapa e le cime di rapa.
Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. rete anti-insetti e polvere di roccia (zeolite) per grandi colture; 3. macerato di ortica e di foglie di pomodoro; 4. decotto di assenzio; 5. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 gg; 6. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi. È totalmente innocuo per gli insetti pronubi e le coccinelle. Carenza: 3 gg; 7. l’antagonista oofago Trichogramma evanescens; 8. Apanteles glomeratus e il Phryxe vulgaris (uccidono le larve).

Nottue: sono una ventina di specie di lepidotteri, in prevalenza notturni, le cui larve, cioè i bruchi, si cibano di piante orticole, arbustive e ornamentali. Si presentano di diversi colori, dal rosa al nero, ma per lo più di verde brillante. Rodono colletti, fusti, foglie, fiori, boccioli e persino i frutti. Possono defogliare una pianta da orto in una notte. La presenza dei bruchi va da maggio a novembre in zona alpina. Colpiscono mais, peperoni, erbe aromatiche, gerani, melograno, rose, ma soprattutto i pomodori. John Orrock e i biologi dell’Università del Winsconsin nel 2017 hanno fatto una scoperta sorprendente: una pianta di pomodoro, se massicciamente aggredita, è in grado di emettere una sostanza chimica volatile, lo jasmonato di metile che avvisa le sue simili del pericolo. Le piante allarmate dal segnale chimico reagiscono, rendendo le loro foglie meno nutritive, che così crescono più lentamente, e producendo una sostanza neuro attiva che induce i bruchi al cannibalismo. Fino a quando il loro numero non ritorna a essere a un livello sopportabile per la pianta: ce lo conferma Stefano Mancuso. Anche le vespe assetate sono ottime alleate.
Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. trappole a feromoni (nelle serre); 3. biotrappole a base di vino dolcificato e speziato; 4. estratto puro di cannella 1 ml in 500 ml; 5. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi – Carenza: 3 gg; 6. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml – Carenza 3/6 gg; 7. geodisinfestante biologico a base di nematodi entomoparassiti del genere Steinernema da impiegare nel terreno.

Autore: Donatello Vallotta

Lamentarsi non serve, rimbocchiamoci le maniche

Oggi come oggi per tutti noi è davvero fondamentale, giorno per giorno, riuscire a trovare un modo per guardare con fiducia al futuro, scrollandoci di dosso quel fardello di ansia e pessimismo che ci appesantisce. In questo senso ho trovato davvero prezioso un commento dello psicanalista Massimo Recalcati, intitolato “No alla Generazione Covid” e pubblicato da Repubblica.
Recalcati si riferisce alla didattica a distanza, la risorsa che in fretta e furia la scuola si è ritrovata a dover implementare, per non dover chiudere bottega a tempo indeterminato. Essa non è affatto l’ideale, riconosce Recalcati, osservando però in primo luogo che i “reali” processi di formazione non seguono mai una traiettoria ideale. E aggiungendo in secondo luogo – cosa ancor più importante – che “i maggiori effetti formativi si generano non a partire dai successi o dalle gratificazioni, dalle prestazioni mirabili o dalle affermazioni senza intoppi, ma dalle cadute, dai fallimenti, dalle sconfitte, dagli smarrimenti”.
Recalcati prosegue la sua riflessione mettendo in guarda dal pericolo della lamentela permanente e dalla vittimizzazione. Per questo di dichiara contrario all’idea stessa di una Generazione Covid caratterizzata – come sempre più spesso si sente dire in giro – per “le occasioni che sono state ingiustamente e definitivamente sottratte”.
Come sappiamo nella scuola molti sono gli operatori (e soprattutto gli alunni e studenti) che in questa fase si sono rimboccati le maniche, reinventandosi e mettendosi in gioco in una nuova forma, inaspettata e costantemente in divenire. Recalcati conclude il suo commento incoraggiando tutti a prendere esempio da coloro che non si sono rassegnati, non piangendosi addosso perché – a ben vedere – “siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo”.
Dalla scuola che resiste, reinventandosi, è giusto ripartire. Ed è anche alle priorità e all’esempio della scuola che a mio avviso devono guardare oggi politica ed economia, quando sono tentate di tornare troppo presto a una “normalità” che potrebbe di fatto provocare ancora molte vittime tra i nonni dei ragazzi di cui sopra.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Alla scoperta dei giardini segreti di Bolzano, seconda parte

Continuando nella riscoperta dei giardini nascosti o poco noti di Bolzano, dopo quello di palazzo Toggenburg (Qui Bolzano, 12.11.20, n˚ 22); non possiamo non parlare di alcuni spazi verdi che ornavano e ornano la nostra area urbana. Uno di questi è il giardino Moser, che sorgeva fra via della Rena e via della Stazione. Anche tale architettura del verde, secondo il gusto dell’allora proprietario, doveva appagare unicamente lo sguardo. Il giardino, tagliato in parte “all’italiana” e in parte all’inglese, era sito – in mezzo a statue, fontane, nicchie architettoniche con sfondi affrescati con le tecniche pittoriche dell’trompe-l’oeil – immerso nel verde proprio a pochi passi dal Duomo. Fra il 1860 e il 1880 era uno dei parchi più invidiati della città. Stefan Georg, di esso scriveva: “Entra anche tu nel giardino…e ammira.”
Altro parco ammirato dai bolzanini è il giardino Rottensteiner situato fra via Rafenstein, il maso medievale Mauracherhof e la Torre Druso/Troyenstein. L’ampio spazio verde di circa tremila metri quadrati, ospita piante secolari, tra le quali cipressi, frassini, cedri, ciliegi, faggi, palme, magnolie, pini e ippocastani. Nacque alla fine dell’800 per volere degli allora proprietari, i Rosenthal. I produttori di porcellane di origine ebraica, dal cognome famoso, acquistarono la proprietà in quel periodo e ne fecero la loro residenza estiva. A loro si deve la creazione del parco, la collocazione del laghetto con piante acquatiche, canne di bambù, una fontana dalle forme storiche, un padiglione adornato di piante rampicanti e la collocazione di colonne isolate in stile corinzio. Morti i Rosenthal la proprietà è poi passata agli attuali Rottensteiner, i quali hanno mantenuto integre le precedenti strutture.
Atri giardini e parchi adornavano Bolzano e la sua periferia, fra questi quelli che si affacciavano da Gries verso Bolzano, oggi al loro posto troviamo il Lungotalvera S. Quirino. Dalle vedute del 1850, anche tali parchi prospicienti il Talvera erano regolati con aiuole disposte all’italiana, fontane monumentali, urne di gusto classico e alberi di decoro. Altri sorgeranno intorno a castel Flavon con un laghetto per i pesci; nella villa Wendlandt in via Fago, dove poi sorgerà il parco e il palazzo Ducale, e in altre aree urbane, mentre Bolzano si apprestava già a disporre dei primi parchi pubblici.

Autore: Flavio Schimeti

Ripartire. Ma con quale economia e in quale società?

Lo screening di massa dello scorso fine settimana è stato una bella lezione di partecipazione. Al di là di alcuni problemi tecnici (che sempre ci saranno) l’Alto Adige (che non è solo Provincia, ma anche istituzioni statali, comuni, organizzazioni di volontariato e cittadini) si è mostrato capace di reagire con tempestività ed efficacia.

Si può discutere a lungo sui motivi di una adesione così ampia della popolazione altoatesina allo screening anti-Covid. Un motivo che pesa è certo il fatto che si è tutti stufi e che si è disposti a ogni cosa (purché ragionevole) possa farci uscire da una situazione che penalizza ognuno. Ma è lo stesso una bella immagine quella dei molti, moltissimi altoatesini, vecchi e nuovi cittadini, che vanno a fare il loro test, a volte tremando nel freddo, per una sorta di “senso di cittadinanza”, se non proprio per dare un consapevole contributo al bene comune. Insomma: che le estenuanti e sterili polemiche quotidiane di questi mesi abbiano lasciato il campo a tre giorni di impegno civico può solo far piacere e incoraggiare tutti a fare meglio.
Nella speranza che tutto questo sforzo serva davvero a combattere la diffusione del virus, l’esperienza di questi giorni solleva anche alcune altre questioni.
La prima riguarda l’economia. Abbiamo fatto il test di massa (anche) per consentire alle attività produttive di ripartire il più presto possibile. Ma quale economia guarirà un pianeta in affanno? Lo scorso fine settimana ad Assisi i giovani economisti e imprenditori hanno chiesto alle grandi potenze mondiali e alle istituzioni economico-finanziarie che “rallentino la loro corsa per lasciare respirare la Terra”.
La seconda questione riguarda la casa e chi non ce l’ha. Allo screening di massa hanno preso parte anche persone senza dimora, altre che vivono in strutture comunitarie di accoglienza. Di fronte a un esito “positivo” è stato detto loro di mettersi in “isolamento domiciliare”. Ma chi la casa, nella quale isolarsi, non ce l’ha?

Autore: Paolo Bill Valente