Agire nel rispetto degli altri anche dopo COVID-19?

La fase due è cominciata in tutto il Paese all’insegna della riapertura dei servizi e del rilancio dell’economia. Abbiamo chiuso, adesso riapriamo. Naturalmente nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria. Ovvero: possiamo ricominciare a fare ciò che facevamo prima, ma con attenzione alle conseguenze delle nostre azioni.

Non dovrebbe essere sempre così? Qualcuno si ricorda ancora dei Fridays for Future? Il coronavirus ci ha distratti da sfide ben più importanti (pur senza negare la portata della pandemia). Queste sfide sono state raccolte cinque anni fa dall’ONU, con l’adesione di 193 stati, nei 17 Obiettivi per uno sviluppo sostenibile (SDGs). Si va dalla riduzione di povertà e fame alla salute all’educazione per tutti, dalla parità di genere alla tutela dell’ambiente e delle risorse, dall’economia a misura d’uomo alla promozione di pace e giustizia. In Alto Adige si è costituita una “Rete per la sostenibilità” composta da organizzazioni, associazioni, gruppi e singole persone che condividono lo scopo di lavorare agli obiettivi, cominciando a farlo in provincia di Bolzano. L’Istat pubblica ogni anno un rapporto per riferire sul grado di attuazione degli obiettivi in Italia. Nel farlo, pochi giorni fa, ha integrato i dati del 2019 con una prima valutazione degli effetti di COVID-19 sul raggiungimento dei goal, evidenziando “come la sostenibilità sociale sia strettamente interconnessa a quella economica e non può essere disgiunta da quella ambientale”. Infatti “le dinamiche che intercorrono sono globali e locali allo stesso tempo. La salute umana è legata ai sistemi naturali e la crisi scatenata dalla pandemia è sistemica, riguarda tutti i domini”. Il virus incide su salute e benessere, ma ha effetti anche su altri obiettivi: aumento della povertà, diseguaglianze nel campo dell’uso dell’informatica, disuguaglianze di genere e poi l’emergenza economica con le sue conseguenze anche in campo ambientale.

Autore: Paolo Bill Valente

Liberi di riconoscersi fratelli nello “spezzare il pane”

L’ultimo provvedimento del Governo italiano, quello che ha inaugurato la cosiddetta “fase 2”, non ha restituito alle comunità religiose la possibilità di riunirsi per celebrare insieme. “I Vescovi italiani”, si è letto in un comunicato della Cei, “non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.”

A riportare la cosa alle sue giuste dimensioni è intervenuto il Papa, chiedendo per la Chiesa “la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Don Ivan Maffeis, vicesegretario della Cei, ha spiegato bene: “Il richiamo del Papa è davvero la cifra che ci serve per contemperare due esigenze che non possono essere contrapposte, la salute di tutti non può essere sottovalutata. Sottovalutare le indicazioni dell’autorità sanitaria significherebbe di fatto un’irresponsabilità che nessun cittadino può permettersi, sarebbe come calpestare i tanti morti, medici, infermieri, gli stessi sacerdoti e quanti, in una forma o nell’altra, si sono esposti per curare i malati di coronavirus compromettendo la loro stessa salute. Una sottovalutazione che sarebbe una irresponsabilità non scusabile.”

Il virus, un invito a “distinguere i segni dei tempi” (Mt 16,3), suscita alcune domande rispetto alla fase 3 e seguenti. Ad esempio: se le chiese vuote dopo il lockdown continuassero a rimanere vuote (come in buona parte lo erano prima del lockdown)? Il tempo presente non obbliga forse i cristiani a cercare il Signore là dove egli li aspetta (“vi precede in Galilea”, Mc 16,7, ovvero nelle periferie della storia), dove si fa riconoscere (“nello spezzare il pane”, Lc 24,13,35, ovvero nella condivisione), dove si è incarnato (“ho avuto fame, sete, ero malato, carcerato, straniero…”, Mt 25,31-46, ovvero nel servizio a chi è nel bisogno) e ad adorarlo in spirito e verità (Gv 4,23-24)?
Per poi tornare ogni settimana là dove si riunisce la comunità (pochi o tanti non importa) a dire insieme “grazie” e a fare memoria della Vita?

In foto principale: Da settimane il vescovo celebra nel Duomo di Bolzano privo di fedeli

Autore: Paolo Bill Valente

La Liberazione 75 anni fa. Idee e parole per la fase tre.

In questo tempo in cui si vive e si muore, rischia di passare sotto silenzio il 75° anniversario della Liberazione. Oggi chiediamo di essere liberati dal virus e dalle restrizioni che esso impone. Aspettiamo la fase due, quella dell’uscita graduale dall’incubo. Arriverà anche la fase tre, quella della vita che continua, ma in modo diverso?

Lo spirito di una liberazione che lascia tracce nel lungo periodo è bene espresso dalle parole che don Josef Ferrari, assistente dei giovani di Azione Cattolica, pronunciò 75 anni fa nel ricordare l’amico Josef Mayr-Nusser nella chiesa del S. Cuore di Bolzano. Era l’11 aprile, ancora infuriava la guerra e da poco era giunta la tragica notizia della morte di Josef.
Disse don Ferrari: “Anche se molti altri hanno agito diversamente, prese solitario la sua decisione, ben consapevole delle conseguenze che essa avrebbe comportato. Davanti a lui la vita – sua moglie, che amava teneramente, il suo figlioletto, oggetto delle sue cure paterne e del suo amore, i suoi fratelli, ai quali era legato da amore fraterno – la sua terra tra i monti, che in un paesaggio estraneo e desolato aveva imparato ad amare ancora di più: tutto ciò deve essere stato davanti a lui. Egli prese tuttavia la sua decisione”.
Ci tenne a sottolineare che la sua non era stata una testimonianza improvvisata, una tantum, ma il frutto di un progetto di vita.
Don Ferrari lo spiegò con queste parole: “Quello che diceva era chiaro come l’acqua di una sorgente di montagna – quello che faceva, lo faceva per una bontà calda, che aveva il suo fondamento nella carità cristiana. Che portasse questo amore, lungo le sue camminate vincenziane, nelle baracche e nelle abitazioni dei poveri, che offrisse l’amore come una forza di conciliazione per le tensioni nella comunità dei giovani, era sempre lo stesso amore che nasceva dal suo cuore vicino a Dio. La sua gratuità era senza limiti e la sua disponibilità al servizio instancabile”.

In foto principale: Josef Mayr-Nusser è il primo da sinistra

Autore: Paolo Bill Valente

La Pasqua si celebra nelle case di riposo e negli ospedali

Nemmeno i più vecchi, quelli che hanno vissuto la guerra, ricordano una Settimana santa e una Pasqua senza celebrazioni, processioni, tutti chiusi in casa per un coprifuoco che non vuole finire. “Oggi le cattedrali sono le case di riposo, dove si soffre e si muore”, ha detto qualche giorno fa il vescovo di Trento mons. Lauro Tisi.

Ciò che si dice a Trento è vero anche per l’Alto Adige, dove le residenze per anziani sono luogo di sofferenza, di forzata solitudine, ma anche di impegno indefesso da parte degli operatori socio-sanitari, che insieme al personale degli ospedali, ai volontari che si prendono cura di chi non può uscire di casa, alle forze dell’ordine e alle commesse dei supermercati sono i veri celebranti delle liturgie penitenziali e di ringraziamento di questa settimana, che diventa “santa” perché in molti la santificano con il loro servizio.
Il Triduo pasquale comincia il Giovedì. È il giorno dello spezzare il pane e del lavarsi i piedi gli uni gli altri. È il giorno della condivisione e del servizio, dedicato a tutti coloro che in queste settimane fanno la spesa per le persone anziane, tengono aperti i centri di distribuzione di cibo, assemblano pacchi viveri e li consegnano a chi non ce la fa e non può uscire di casa. È il giorno di chi assiste a domicilio e nelle strutture di accoglienza donne e uomini non più autosufficienti.
Il Venerdì è il giorno della solitudine e della morte. Della solitudine di chi muore, come avviene nei nostri ospedali e nelle case di riposo. Dell’impotenza di chi vede morire senza avere un rimedio, perché per combattere il virus manca ancora un vaccino e le cure sono efficaci ma non per tutti.
Il Sabato è il giorno del silenzio. Dell’attesa silenziosa. Non di quel brusio confuso che mette in giro notizie false, che fa disinformazione e che complica la vita a chi si sta occupando del bene degli altri. È il giorno dell’attesa piena di speranza.

La Domenica è il giorno della vita. Del passaggio. Buona Pasqua 2020!

Autore: Paolo Bill Valente

Coronavirus. Io resto a casa. E io vorrei… ma non posso.

L’indicazione del momento è #IoRestoaCasa. Una scelta necessaria per arginare la diffusione del virus che, come abbiamo ormai appreso, si trasmette da persona a persona per via aerea. Per questo bisogna mantenere una distanza minima di un metro nei rapporti interpersonali. Tutti aspettano i primi segnali della fine dell’incubo.

Molte attività che prevedono l’incontro tra persone, sono state sospese e vietate. Chi può deve restare a casa. È una misura di prevenzione. Qualcuno lo definisce anche un atto di solidarietà nei confronti di chi, come gli anziani già malati, è particolarmente a rischio di contrarre la malattia. Paura e solidarietà: i motivi per i quali la gran parte dei cittadini obbedisce alle ordinanze. Ma c’è un problema. Non tutti hanno una casa. La Caritas di Roma ha lanciato un nuovo hashtag: #vorrei…manonposso. Le persone senza dimora per definizione non ce l’hanno un’abitazione. Ce ne sono molte anche nella nostra provincia. Una parte di esse è già alloggiata in case di accoglienza. In certi casi le strutture di ospitalità notturna hanno esteso gli orari di apertura. È chiaro che non si può chiedere a chi non ha casa di restare a casa. Ma ciò non fa altro che mettere in rilievo un problema che precede l’epidemia e che il virus rende solamente più evidente. È curioso che solo ora, per paura del contagio, le istituzioni si accorgano dei “senza dimora”. Le ordinanze e la situazione sanitaria obbligano a casa soprattutto chi appartiene a categorie a rischio. È bello vedere come ovunque ci sia mobilitati per dare una mano alle persone più anziane, ad esempio nel fare per loro la spesa. Hanno cominciato alcune organizzazioni giovanili di Bolzano e poi l’iniziativa si è diffusa a molti altri. Infine ci sono quelli che non possono restare a casa perché prestano la loro opera negli ospedali e nell’ordine pubblico, nelle case di riposo, nei centri di accoglienza e nei servizi alle persone fragili. Operatori e volontari. A loro va un grazie tutto particolare.

Autore: Paolo Bill Valente

Il virus ci ricorda le cose di cui ci eravamo scordati

“Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo”. Così il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo messaggio della scorsa settimana. Non si costruisce nulla se non sulla fiducia tra le persone e nelle istituzioni.

L’epidemia a cui il nostro Paese cerca di far fronte ci sta ricordando alcune cose che avevamo dimenticato.
La prima è che doversi fermare davanti a un confine non è bello. La creazione di “zone rosse”, la limitazione degli spostamenti da e verso alcune provincie, erigono attorno a noi muri invisibili ma reali, forse più reali di tanti muri che attraversano il nostro mondo e le nostre teste.
Allo stesso tempo facciamo l’esperienza opposta: non c’è confine che tenga. Possiamo schierare l’esercito, ma il virus, lui passa. L’unico modo per “difendersi” non è prendersela contro il microrganismo che varca la frontiera, ma è cambiare noi comportamenti e atteggiamenti.
Ecco una terza (ri)scoperta. Le nostre azioni, anche le più semplici, hanno delle conseguenze sugli altri. Questa cosa si chiama anche “etica” e “responsabilità”. I consigli e le restrizioni che ci vengono dalle autorità competenti, non sono solo per noi. Non servono solo per sfuggire noi stessi al contagio, ma soprattutto perché il nostro comportamento non sia causa di infezione per altri, magari per persone più deboli di noi, che non potrebbero sopravvivere alla malattia. Rispetto a ciò siamo però ancora un po’ lontani. Abbiamo visto molti, nei giorni passati, preoccuparsi in modo esagerato della propria incolumità. Un po’ meno – ma ci sono stati, eccome – quelli che hanno capito che la salute è un bene comune. Ci sono stati pure coloro – i cosiddetti sciacalli – che hanno approfittato della crisi sanitaria per racimolare consenso.
Infine la distanza. Quel metro di distanza che ci viene imposto ci ricorda la necessità esistenziale della vicinanza. Della prossimità.

Autore: Paolo Bill Valente

Mantenere la calma. Non avere paura. Ma dite sul serio?

Cosa fare per evitare il contagio? Lavarsi le mani, come suggerisce il Ministero della Salute? O “lavarsene” le mani, come si fa normalmente (nell’ottica della “globalizzazione dell’indifferenza”)? Ma non più da quando l’epidemia ha smesso di essere una notizia di cronaca estera e il virus ha violato i sacri confini della patria.

Malgrado le misure di prevenzione il morbo si è diffuso in diversi paesi del mondo tra cui l’Italia. Le istituzioni preposte fanno sapere che la situazione è sotto controllo ed esortano a mantenere la calma. Il decalogo pubblicato dal Ministero della Salute invita a lavarsi spesso le mani, a evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, a non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani, a coprirsi bocca e naso se si starnutisce, a pulire le superfici col disinfettante. Si specifica inoltre che i prodotti e i pacchi provenienti dalla Cina non sono pericolosi e che gli animali da compagnia non trasmettono il nuovo coronavirus.
Assisteremo nei prossimi giorni al rincorrersi di provvedimenti volti a evitare assembramenti umani di vario genere. Manifestazioni saranno annullate, scuole chiuse, vivremo agli arresti domiciliari volontari avvolti da un sentimento di impotenza e di rabbia.
Mantenere la calma. Non avere paura. Ma sul serio? Viviamo in anni nei quali la produzione di paura è stata la strategia principale (e perfino vincente) della comunicazione politica. Sulla paura, sul turbamento della calma sono stati costruiti i grattacieli del consenso elettorale. Si sono seminati ad arte i virus dell’intolleranza, della chiusura, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’orgogliosa ignoranza, dell’odio e della costruzione/distruzione del nemico. E ora dovremmo non avere più paura e mantenere la calma? Solo perché il virus non ci raggiunge attraversando il mare con un gommone, ma sbarcando da un volo di linea in un aeroporto del Lombardoveneto?

Autore: Paolo Bill Valente

Josef Mayr-Nusser e il suo no alla realtà percepita

Ricorre il 24 febbraio il 75° anniversario della morte di Josef Mayr-Nusser. Il suo corpo senza vita fu rinvenuto alla stazione di Erlangen, presso Norimberga, sul carro bestiame diretto al campo di Dachau. Oggi, in un tempo in cui non si distingue più tra percezione e realtà, la sua testimonianza è un richiamo alla retta coscienza.

La casa natale di Mayr-Nusser

Josef Mayr-Nusser era stato condannato a morte per esseri rifiutato di pronunciare il giuramento di fedeltà a Hitler. Arruolato di forza nelle SS combattenti, alla vigilia della cerimonia si era alzato tra le altre reclute e aveva detto al maresciallo maggiore: Io non giuro.

Mayr-Nusser stava bene attento alle parole. Conosceva la loro capacità di generare le peggiori emozioni. E sapeva distinguere tra emozione e ragionamento, tra percezione e realtà. Oggi, quando spesso la percezione (individuale o collettiva) conta più della verità e della realtà oggettiva, Josef ha ancora molto da dirci.
A proposito di emozioni che vengono manipolate a costituire una realtà fittizia, disse: “Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale”. Oppure: “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai leader. Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria”. Il trionfo delle emozioni a scapito della ragione. “Si ha quasi l’impressione che davvero debba irrompere su di noi ciò che è terribile, perché altrimenti molti, troppi nel nostro popolo, non si scuoteranno”. “Due mondi si stanno scontrando”: menzogna e verità, il bene e l’assenza di bene.
La coscienza che portò Mayr-Nusser alla sua scelta non è un coacervo di facili emozioni e di percezioni fallaci, ma il frutto di un serio percorso di conoscenza, di maturazione, di confronto coraggioso con la realtà delle cose.

Autore: Paolo Bill Valente

Storia e memoria. “C’è bisogno di una narrazione umana”

Nei giorni dedicati alla memoria cade la festa patronale dei giornalisti, tradizionalmente legata alla commemorazione di san Francesco di Sales. Proprio il tema della memoria è al centro degli interventi del vescovo Muser e di papa Francesco. La vita si fa storia e la narrazione può e deve costruire ponti tra passato e presente.

Mentre riemergono, in più luoghi d’Europa e del nostro paese, i segni di una memoria malata (razzista, antisemita, fonte di odio), papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali, dedica la sua riflessione alla memoria intesa come narrazione perché, dice, “credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme”. E aggiunge: “Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri”. È la vita che si fa storia.
Il vescovo diocesano Ivo Muser, nel salutare i giornalisti nel giorno del loro santo patrono nell’ambito della settimana dedicata alla memoria, a 75 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, riprende lo stesso tema. “La cultura del ricordo e della memoria oggi – dice agli operatori della stampa altoatesina – affronta nuove sfide: la scomparsa dei testimoni diretti, che hanno assistito agli eventi distintivi della storia recente, da un lato, e la rielaborazione mediatica del passato dall’altro, influenzano i nostri ricordi più che mai.” Questo è anche il motivo per cui i rappresentanti dei media devono “aiutare a costruire ponti, sia tra il passato e il presente che tra le persone”.

Autore: Paolo Bill Valente

L’autonomia è modello positivo quando diventa bene comune

L’Austria, dopo le elezioni anticipate di settembre, ha un nuovo governo che mette insieme, per la prima volta a livello nazionale, popolari (ÖVP) e Verdi. Il lungo e articolato documento dell’accordo di coalizione dedica alcuni passi all’Alto Adige. Non si parla più di doppio passaporto ma di “modello Alto Adige” e di competenze perdute.

Il paragrafo, collocato tra le priorità regionali della politica estera, si apre con una premessa tutta positiva: “L’Austria continuerà anche in futuro a stare a fianco dell’Alto Adige e a svolgere la sua funzione di tutela (Schutzfunktion). 50 anni dopo l’approvazione del Pacchetto per l’Alto Adige, che ha posto le basi per la moderna autonomia della regione, oggi l’Alto Adige è un modello positivo per un cammino riuscito, che è partito da un conflitto, espressosi anche nella violenza, per arrivare al dialogo e agli sforzi sinceri per trovare soluzioni e una reale tutela delle minoranze”.
Concretamente il nuovo governo di Vienna si impegna affinché siano ripristinate “le competenze che sono andate perdute dopo la quietanza liberatoria del 1992, a meno che le limitazioni non siano da ricondursi al diritto comunitario”. Si tratta principalmente di competenze che erano state limitate con l’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001, questioni che riguardano ad esempio l’urbanistica e il paesaggio, la previdenza, la caccia, l’artigianato e il commercio, l’ordinamento degli uffici, del personale e della protezione civile.
Condivisibile l’affermazione che sia “comune responsabilità di Austria e Italia garantire uno sviluppo indipendente e sviluppare ulteriormente l’autonomia in Alto Adige”, meno che questo debba avvenire solo “in stretto rapporto di consultazione con le rappresentanti e i rappresentanti dei gruppi etnici di lingua tedesca e ladina”. L’autonomia può crescere e restare modello positivo unicamente con il pieno coinvolgimento di tutte le sue componenti.

Autore: Paolo Bill Valente