La piana di Bolzano, caratterizzata dalla presenza di due fiumi impetuosi quali l’Adige e l’Isarco, che nel corso dei millenni l’hanno plasmata e poi rimodellata un’infinità di volte (pare che dopo l’ultima era glaciale si sia alzata di oltre 100 metri), copre un’area molto ampia che arriva fino alla periferia di Laives. Dal medioevo in poi, quando Laives e Bolzano formavano un’unità politico-amministrativa (definitivamente spezzata dal nuovo ordinamento comunale asburgico del 1849), la maggior parte di questo terreno era dominio pressoché incontrastato dei due fiumi e soltanto nei periodi di “magra” era adibito a pascolo del bestiame cittadino e ad attività occasionali quali raccolta di legname, pesca e coltivazioni stagionali del tutto marginali. Tuttavia, fin dal 1550 sono note ripetute disposizioni del governo di Innsbruck che suggerivano insistentemente un utilizzo più razionale dell’enorme area e, soprattutto, la bonifica della stessa da una pletora di personaggi dediti al malaffare che impedivano il pacifico transito di persone e merci, già allora molto intenso grazie alla presenza alle porte di Laives del porto di Bronzolo. Insomma, la tratta stradale (poco più di un tratturo) tra Bolzano, Unterau (S. Giacomo), Sissa (Pineta) e il comune rurale di Laives era infestata da fuorilegge di ogni lega, una sorta di far west che costringeva i viandanti a viaggi avventurosi per non farsi depredare dei propri beni e della stessa vita.
I suggerimenti governativi andavano nella direzione di una bonifica anche parziale del terreno paludoso e dell’assegnazione di piccoli appezzamenti alle famiglie indigenti del luogo affinché vi potessero coltivare i beni di prima necessità e nel contempo garantire la sicurezza della pubblica via. Ma le resistenze a questi progetti non mancavano, in quanto la “Au” (augia), sia a nord che a sud dell’odierno Agruzzo, rappresentava l’unico pascolo dei cavalli e buoi degli allevatori e dei carrettieri della zona. Al termine di una lunga controversia tra Bolzano, Dodiciville e Laives, fu raggiunto un accordo che prevedeva l’assegnazione della parte settentrionale della “Au” al Comune di Bolzano e quella a sud del Vurza, con un’estensione di circa 100 ettari, al Comune di Laives. Dodiciville mantenne alcuni diritti (come la raccolta della paglia) su entrambi i territori.
Nei primi anni il Comune di Laives non modificò la destinazione dei terreni che in sostanza rimasero pascolo, e solo in seguito alla riforma agraria di Maria Teresa e alla definitiva regolazione dell’Adige iniziò a migliorare anche i fossati e ad assegnare i terreni (le odierne “part”) ai contadini del luogo.
In foto principale: Vista di Laives negli anni ’40
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
Come nel resto d’Europa, anche dalle nostre parti per molti secoli il trasporto “pubblico” era prerogativa di carrozze trainate da cavalli. I percorsi erano accidentati, i tempi infiniti e le strade polverose. Gli spostamenti avvenivano tra una “posta” e l’altra, dove gli animali spossati trovavano il meritato ristoro. Ferdinand Prati istituì il suo “servizio di persone mediante carrozza” tra Bolzano e Egna nel 1837. Poi, agli albori del novecento, irruppe sulla scena un nuovo mezzo di trasporto che rivoluzionò i movimenti delle persone: l’automobile.
Il 7 agosto 1907, riferisce la “Bozner Zeitung”, ebbe luogo presso l’hotel Gasser un convegno pubblico convocato dal presidente della circoscrizione di Bolzano, il conte von Ceschi. Tema dell’incontro: la realizzazione di un collegamento automobilistico tra Bolzano e la Bassa Atesina per incrementare i rapporti, commerciali e non, tra il capoluogo e i paesi dell’Unterland mediante collegamenti rapidi e convenienti. Restava, ovviamente, la concorrenza della ferrovia, inaugurata mezzo secolo prima: ma questa era destinata anzitutto ai tragitti di lunga percorrenza e al turismo, dato che le stazioni ferroviarie erano per lo più dislocate lontano dai centri abitati. Qualcuno sperava anche nel prolungamento della linea tramviaria fino a Egna, ma questa idea venne ritenuta utopistica per gli eccessivi costi di realizzazione. I convenuti, tra cui il commissario von Trentini, i fratelli Mumelter e il banchiere Schwarz, concordarono all’unanimità che il “postale” a cavallo aveva fatto il suo tempo ed era arrivato il momento di “aprire le porte al mezzo di trasporto più nuovo e migliore, l’automobile”. Insieme ai colleghi di Bolzano (il noto Dr. Perathoner), Ora e Egna, tutti favorevoli alla richiesta della relativa concessione governativa, prese parte alla riunione anche il sindaco di Laives, Ebner. Riferì che il suo comune vedeva di buon occhio l’impresa e che di recente il consiglio comunale aveva già espresso un primo parere positivo anche se, ancora, mancava il sì definitivo. Riteneva che Laives potesse entrare nella costituenda società di trasporti con un capitale di 10000 fiorini. Bronzolo, Ora ed Egna erano ovviamente bendisposti verso l’automobile – mezzo dalle grandi potenzialità – e pronti a contribuire con 20000 fiorini, anche se le due località si contendevano caparbiamente il ruolo di paese “capolinea”. Fu quindi nominata una commissione di esperti incaricata di elaborare un conto costi-ricavi alla stregua dell’esperienza della neocostituita linea automobilistica pubblica Ora-Predazzo.
Autore: Reinhard Christanell
Se abbandoniamo la terra ferma della storia per addentrarci nell’intricato universo delle leggende che accompagnano la nascita e, spesso, anche la scomparsa dei paesi della nostra terra, ci imbattiamo immancabilmente nella misteriosa cittadina di Nisselburg, antesignana della moderna Laives. Si racconta infatti che la fiorente località sorgeva “molti anni addietro alle porte di Bolzano, dove oggi si estende, su un verde terrazzo ricco di vigneti affacciato sulla valle, il paese di Laives”.
A quei tempi (tra Impero romano e Medioevo?), il Montelargo e la caratteristica rocca di S. Pietro ancora uniti ospitavano un laghetto dalle acque cristalline, sulle cui rive viveva un’operosa colonia di piccoli minatori. Gli esuberanti abitanti di Nisselburg presero a canzonare ferocemente i laboriosi omini, arrivando al punto di tagliare entrambe le orecchie a uno di loro. Apparve allora in paese uno sconosciuto che, al cospetto degli increduli cittadini, pronunciò le seguenti parole: “Io sono così vecchio, / conosco il bosco del Montestretto / per nove volte i campi e nove volte i boschi, / lo Sciliar come un cuore di noce, / il passo degli Oclini / come una lama di coltello, / sul Corno del Renon / il miglior grano / e a Pietralba / il vino di Termeno”.
Gli abitanti di Nisselburg si piegarono in due dalle risate e presero a bastonate anche l’imperscrutabile vecchio, minacciando di affogarlo nell’Adige insieme a tutti gli gnomi del Lago Cristallino.
L’uomo che aveva ripreso i villani di Nisselburg era un contadino di Settequerce di nome Burkhard, che a suo tempo aveva venduto la figlia Elisabetta al Signore di Greifenstein, tale Mainardo. Accompagnando la figlia al castello (dove non giunse mai perché riuscì a fuggire), il contadino aveva attinto l’olio dalla roccia oleosa, che tuttora sorge ai piedi del castello, per rivenderlo al mercato di Bolzano. Per punizione era stato condannato a vagare in eterno nei boschi della zona avvisando gli abitanti dissoluti dei paesi delle disgrazie che stavano per colpirli.
Scacciato in malo modo dal paese, Burkhard raggiunse la rocca di S. Pietro ed esclamò: “Nisselburg deve scomparire, / nessuna casa deve rimanere in piedi / e poveri e ricchi, giù giù / nell’umida tomba”.
E così avvenne. Gli omini offesi scavarono notte e giorno finché la montagna franò sul paese sommergendo tutte le sue case, torri e mura. Anche il bel castello sulla rocca crollò e rimase, unica traccia del suo glorioso passato, solo un enorme buco che un tempo aveva collegato il castello al fondovalle.
L’uomo scomparve verso il passo degli Oclini e gli omini si ritirarono per sempre nel cuore della montagna. Di Nisselburg non restò traccia.
In foto principale: Il lago di Laives
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
A metà degli anni ’90, quando Laives completò una sostanziosa espansione edilizia e si trasformò in città, l’archeologo Alberti scoprì nella parte bassa del paese, denominata “Jauch”, tra le odierne vie Kennedy, Hofer e Galizia, le tracce inequivocabili di un grande insediamento preistorico risalente all’Età del ferro e appartenente alla cultura di “Fritzens-Sanzeno”.
Si trattava di un sito probabilmente successivo a quello già esplorato della “Reif”, a suo tempo abbandonato dagli abitanti senza apparenti motivi. Forse furono attratti dalle vie di comunicazione sempre più importanti per il nascente commercio tra nord e sud ai piedi del conoide o, forse, da un utilizzo più sistematico dei terreni disponibili: meno ripidi, più soleggiati e praticabili con i mezzi dell’epoca. Non è neppure escluso che queste “laite” ai margini dell’abitato fossero state occupate da nuovi nuclei familiari, ai quali con il tempo si aggregarono anche quelli già insediati ai piedi del Montelargo.
Vennero così alla luce, oltre a una vasta area destinata a zona di culto del tipo a rogo votivo (“Brandopferplatz”), con un gran numero di ossa umane e animali combuste, costruzioni “retiche” e molti oggetti d’uso quotidiano di produzione locale o, anche, d’importazione, soprattutto italica.
La parte più interessante di questo ritrovamento era rappresentata tuttavia dalle decine di muretti a secco, interrati a circa 1,5 m e allineati a una distanza di 20-60 cm l’uno all’altro, in modo da formare appezzamenti di 100×200 metri. Queste “parti” di terreno (le odierne “part” sono lì a due passi) furono frutto di un’ampia opera di bonifica e rappresentano quasi certamente il primo esempio di coltivazione della vite in questo territorio. E con ciò torniamo alla “vocazione” principale del luogo, protrattasi per oltre due millenni: il filo rosso che lega gli antichi abitanti di Laives a quelli del nostro tempo. Se oggi prevale la produzione intensiva della mela, fino a metà del secolo scorso ogni maso aveva la propria vigna e produceva il vino per uso privato – esattamente come ai vecchi tempi. Infatti a Laives non ci sono mai state molte cantine destinate alla commercializzazione del vino come nel vicino Oltradige. Vari oggetti appartenenti a una élite della società retica – analogamente a quelle etrusche e romane – e collegabili alla produzione, alla conservazione e al consumo della preziosa bevanda, quasi tutti di ispirazione o imitazione etrusco-padana, come torchi, botti di legno, situle (secchielli) con raffigurazioni di scene conviviali, colini e attingitoi, ci parlano delle ritualità collegate al consumo del vino.
In foto principale: I muretti a secco
Copyright: Alberto Alberti
Autore: Reinhard Christanell
A meno che non ci venga in soccorso la mitologia (come nel caso di Roma e di altre leggendarie località) o, in casi del tutto eccezionali, una prova documentale certa, non è mai impresa agevole accertare l’esatto momento in cui è stata fondata una città. Nel caso di Laives e San Giacomo, zone frequentate da cacciatori in transito – e non solo – fin dai tempi più remoti, le prime tracce di vita collettiva stabile e organizzata risalgono presumibilmente al periodo intorno al VII secolo avanti Cristo, nell’Età del ferro. Infatti, tra il 1980 e il 1990 l’archeologo Lorenzo Dal Rì scoprì in località Reif, ai piedi del Peterköfele, a sua volta un antichissimo luogo di culto, 14 costruzioni “retiche” appartenenti a quell’epoca e abbandonate alcuni secoli più tardi. Si può dunque affermare che “l’età” di Laives, intesa come nucleo abitativo, è ormai prossima ai tre millenni. L’insediamento della Reif in realtà non si esauriva in quelle quattordici case di pietra e legno lievemente interrate – in parte rudimentali abitazioni dotate di focolare e in parte depositi o stalle – ma abbracciava sicuramente l’intera striscia di territorio che dal Rio Vallarsa arriva al Monte degli ulivi, successivamente sede della nota filanda. I molti reperti rinvenuti nelle case, dagli attrezzi e utensili ai resti di cibo, ossa animali e sementi, permettono di tracciare un quadro abbastanza circostanziato della vita di quella prima comunità laivesotta scesa dal Montelargo, sicuramente dedita all’allevamento del bestiame (bovini e ovini) e alla coltivazione di legumi e cereali (specialmente orzo). Insomma, siamo in presenza di un’economia di sussistenza con attività “commerciali” ancora ridotte al minimo. Nei periodi seguenti altre attività, quali l’estrazione del porfido e il commercio del legname, caratterizzeranno questo territorio. In tempi più recenti si sono aggiunti la coltivazione dei bachi da seta e quella ancora oggi prevalente delle mele; ma il vero filo rosso che attraversa tutta la storia di questa terra è sicuramente la coltivazione della vite e la produzione del vino. Il vino ha alle spalle una ricchissima storia mediorientale-mediterranea ed è stato introdotto nella penisola, attraverso l’Egeo, dagli Etruschi. Di certo non si può pensare al consumo del vino come avviene oggi: si trattava di una bevanda quasi sacrale che grazie alle sue facoltà inebrianti aveva il potere di mettere in contatto gli individui con le divinità. Perciò il vino era riservato prevalentemente a un’élite o a circostanze particolari. Ne parleremo la prossima volta.
Autore: Reinhard Christanell
Nei secoli immediatamente precedenti la rovinosa invasione romana del 15 a.C., che condusse al crollo della civiltà retica alpina, sul conoide di Laives era insediato un consistente nucleo di persone dedite principalmente alla coltivazione della vite.
Nelle abitazioni di pietra e legno e soprattutto negli edifici di pertinenza risalenti a quel periodo sono stati ritrovati, accanto a macine e telai, utensili per la spremitura dell’uva e la conservazione del vino. Siamo dunque in presenza di una collettività agricola organizzata e capace, oltretutto, di intrattenere rapporti di scambio culturale e commerciale con comunità limitrofe sia a nord che, soprattutto a sud. È infatti evidente il legame che ancora unisce questi individui al mondo mediterraneo-etrusco, del quale peraltro utilizza già in quel periodo l’alfabeto. È pure indiscutibile che questa popolazione iniziò ben presto a confrontarsi anche con una realtà decisamente superiore e in costante espansione come quella romana, che di lì a poco ne avrebbe sancito la definitiva scomparsa.
Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che i Reti di Laives, anche dopo aver abbandonato il secolare sito sulle sponde del rio Vallarsa per stabilirsi ai margini delle campagne paludose della valle dell’Adige, dove forse era più immediato il contatto con i viandanti che iniziarono a transitare tra Roma e l’Europa settentrionale, erano non solo abituati a interagire in vari modi con l’universo romano ma ne vennero influenzati in modo via via crescente fino a non distinguersi quasi più dai potenti vicini. I Romani, da parte loro, descrivevano i Reti anche romanizzati della zona come persone brute e inaffidabili, giacché erano all’ordine del giorno assalti e saccheggi nei confronti dei viaggiatori in transito sulla rete stradale tra Tridentum e Pons Drusi.
In una delle 14 case retiche scavate in località Reif negli anni 80 del secolo scorso venne alla luce anche il cosiddetto “tesoretto di Laives”, 22 monete d’argento romane di un’epoca compresa all’incirca tra il 155 e il 115 a.C. I preziosi denari erano stati interrati in una di quelle case forse già abbandonate con l’evidente intenzione di sottrarle alle attenzioni di chi le cercava. Non è infatti difficile immaginare la provenienza di quel gruzzolo, che difficilmente poteva essere stato accumulato da un “bacan” del tempo nel corso di una vita lavorativa; molto più probabile si trattasse del bottino di un agguato ai danni di un commerciante romano forse rimasto anche vittima dell’aggressione lungo l’insidiose tracciato della vecchia via Claudia Augusta.
In foto principale: Una moneta ritrovata in località Reif
Copyright: L. Dal Rì
Autore: Reinhard Christanell
Le lingue, si sa, non rappresentano solo un elenco di parole ma, quasi sempre, una testimonianza “dinamica” della presenza e degli incontri di genti. Parole a volte insospettabili sono messaggere di elementi culturali assai stratificati che vanno “letti” come altri reperti di epoche passate.
Per quanto riguarda la nostra terra, votata all’andirivieni di persone e cose e inserita in un contesto linguistico che dalla Baviera raggiunge le pianure veneto-lombarde, si può dire che molto – ma non tutto – parte dal latino: non tutto perché sono assai significative, anche se numericamente scarse, le tracce delle cosiddette lingue pre-romane. Tra queste, il “retico”, imparentato con il più nobile etrusco, di cui a partire dal VII secolo a.C. utilizzava l’alfabeto, traspare ancora in decine di misteriosi toponimi locali. Accanto a questo idioma sappiamo della presenza del veneto antico e del celtico. Se il latino è stato capace, nei suoi cinque secoli di presenza, di assimilare queste lingue, fu l’arrivo di Goti e Longobardi a dare avvio alla lenta formazione, nella bocca delle persone, di un linguaggio “misto”, dove accanto alla lingua pura degli eruditi venne a codificarsi l’idioma multilinguistico definito “volgare”. Qualche traccia possiamo ancora trovarla nella caratteristica parlata “ladina” ora confinata in poche valli ma fino all’anno 1000 estesa su gran parte del nostro territorio. Dal medioevo in poi il latino volgare è stato fortemente contaminato dalle parlate delle popolazioni “barbariche” scese dal Brennero: dopo Goti e Longobardi, furono soprattutto i Baiuvari a imporsi per molti secoli. Scambi più o meno evidenti di vocaboli, prestiti, corruzioni a volte fantastiche sono il risultato di questi incroci secolari. Ma qui non vogliamo soffermarci su questa o quella parola stramba bensì su alcune espressioni verbali composte, sconosciute all’italiano e presenti nel dialetto. Partiamo da un classico: “metter su da lavar zo” (rigovernare i piatti), dal germanico “ab-spülen”e “auf-stellen”. Poi “tajar zo” e “tajar su”, con le stesse radici: “ab-schneiden” e “auf-schneiden”. “Svoidar fora” (svuotare) ricorda “aus-leeren. Espressioni come “’nar fora” e “vame for dai pei”, (uscire e togliti di mezzo), corrispondono a “aus-gehen”. Anche “dar fora” (distribuire o spendere) si rispecchia nel tedesco “aus-geben”. Il contrario, “dar endrio”, (restituire) deriva da “zurück-geben, “sentarse zo” (sedersi) da “sich nieder-setzen”. “Levar su” (alzarsi) corrisponde a “auf-stehen, “nar zo, nar su” (scendere, salire) a “hinunter-gehen e hinauf-gehen”. Ultimo esempio: “rider fora” (deridere), chiaramente ispirato ad “aus-lachen”.
In foto principale: Un’inscrizione retica. Oltre al retico sono molte le lingue che hanno contribuito allo sviluppo del dialetto
Autore: Reinhard Christanell
Per molti secoli il centro economico di Laives è stata la cosiddetta “Reif”, in tedesco “Holzreif” o “Liechtensteiner Reif bei der Pfleg”.
Il grande deposito di legname all’imbocco della Vallarsa era di proprietà del Vescovo di Trento, che lo aveva affidato, come gran parte dei propri averi, ai suoi ministeriali del luogo, i Liechtenstein. Questi si erano avvalsi di un “Pfleger” (curatore), che risiedeva nel castrum inferius, poi denominato “Pfleg” proprio per questo motivo. Il Pfleger si faceva remunerare direttamente dai contadini, che gli consegnavano un tronco per ogni catasta di legname. Esistevano, a Laives, altre due Reif: una presso il maso Aichner, di proprietà dei Conti del Tirolo, e l’altra nell’odierna via Vadena, gestita direttamente dal Comune di Nova Ponente.
Il legname collocato per la commercializzazione presso la Reif proveniva dalla Val d’Ega e dal Monte Regolo, in particolare da Nova Ponente. Se inizialmente gli acquirenti di legna da ardere e da costruzione arrivavano soprattutto dalle zone limitrofe, verso il sedicesimo secolo la Reif di Laives esplose e divenne il punto di snodo di tutto il commercio di legname tra l’Alto Adige e l’Italia, in particolare verso la potente repubblica veneziana. Accanto alla Reif fiorì ovviamente anche il trasporto fluviale sull’Adige, gestito da poche famiglie in virtù di antichi privilegi. I tronchi, riuniti in zattere, scendevano le acque del fiume verso Venezia; con il legname viaggiavano anche persone e molte merci provenienti soprattutto dalla Germania.
Il trasporto dei tronchi dalla Reif fino al porto di Bronzolo era gestito dai “Tschanderer”, veri e propri monopolisti in costante lite tra loro e con gli altri utenti della strada che contribuivano a danneggiare con i loro carichi strascinati.
Per molti decenni tutta l’economia girò attorno a questo lucroso affare: fabbri, carrettieri, osti e molte altre figure professionali approfittarono del gran viavai di merci e persone. Quasi ogni famiglia trovava sostentamento in queste attività e anche gli agricoltori, altrimenti costretti alla pura sopravvivenza, poterono godere di una qualità di vita meno grama.
Oggi della Reif, il cui nome potrebbe derivare da un’antica unità di misura del legname (e non da “ripa” come molti pensano), è rimasto, purtroppo, solo il nome che designa il quartiere a monte del centro. Va comunque rimarcato che proprio qui è probabilmente sorto il primo “villaggio” stabile della zona già nell’età del ferro, come dimostrano i numerosi rinvenimenti di “case retiche” e, non ultimo, del noto tesoretto di Laives.
Autore: Reinhard Christanell
Un’epoca che per evidenti motivi ha segnato fortemente l’Alto Adige è quella del ventennio mussoliniano. Accanto al radicale cambio di indirizzo politico e amministrativo, anche in ambito economico e sociale i cambiamenti sono stati profondi e sconvolgenti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla proibizione della scuola tedesca e dell’uso di quella lingua in tutti gli ambiti pubblici introdotto già a metà degli anni venti.
Tuttavia in questa sede non ci occupiamo degli aspetti ampiamente risaputi di quel periodo ma soltanto di una notizia curiosa apparsa sulla stampa dell’epoca. Prendiamo infatti spunto da un articoletto comparso sul quotidiano di ispirazione fascista “Alpenzeitung”. A pagina 5, nella rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (da Bolzano città e circondario), con il testo in tedesco ma tutti i nomi rigorosamente in italiano, spicca un articoletto che ci restituisce un quadro abbastanza fedele di quella che era la Laives dell’epoca. Nel pezzo si parla di un “Rapport des Fascio von Laives”, insomma della relazione annuale sull’attività del fascio locale. Scrive il cronista: “Ieri sera presso il dopolavoro ben adornato ha avuto luogo l’assemblea del fascio di Laives alla presenza del segretario federale Bellini, dell’ispettore di zona Maculan e del podestà Barone Altenburger.” Insomma, le massime autorità locali. Nel proseguire il cronista, riportando il discorso del segretario, ci dà delle informazioni sulle condizioni socio-economiche del paese: “Il segretario politico ha quindi illustrato lo stato nei campi, nelle numerose cave (importante ramo industriale del luogo), nella pubblica amministrazione (il bilancio comunale si è chiuso con un attivo di 30.000 lire), nei lavori pubblici (mezzo milione è stato speso per la scuola di S. Giacomo) e, anche, della grave disoccupazione. Ha infine esposto i desideri espressi dalla popolazione relativi ai prezzi (troppo alti) del biglietto del tram e del pagamento (sempre in ritardo) degli acconti ai produttori agricoli.” In particolar modo la disoccupazione di settanta persone e le misure a sostegno dei poveri sono state diffusamente trattate dall’oratore, come narrato dal cronista che riporta un altro dato interessante: “I soci del fascio sono passati dai 26 del 1932 ai 144 dell’anno successivo, i balilla da 45 a 181, le piccole italiane da 70 a 210”. Insomma, dopo un decennio, il fascismo aveva decisamente preso piede anche a Laives.
In foto principale: foto di gruppo a Laives negli anni Trenta
Autore: Reinhard Christanell
Punto centrale di Laives, cuore della città, è indubbiamente la chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate. Questo ampio e luminoso spazio sembra essere stato collocato da sempre in un’area sacra, accanto agli antichi luoghi di culto posti sul Gampnerknott (“crozet”), sul Peterköfele e in cima al Montelargo. Nella zona solo in epoche recenti si sono poi aggiunti edifici pubblici di varia natura, dal municipio alle scuole.
Ma come ottennero quel nome la chiesa e lo stesso “quartiere” centrale? Intorno all’anno 1000 si diffuse in Europa il culto di questo santo e le sue reliquie furono portate in Francia a La-Motte-au-Bois. Non è dunque azzardato supporre che solo dopo quel momento il sito di Laives, denominato “St. Anton Abt”, avesse acquisito quel nome.
La testimonianza medievale del Vescovo di Trento che parla di “capella in honorem sancti Antoni confessoris antiquitis constructa” circoscrive ulteriormente l’intervallo di tempo da prendere in considerazione. “Antiquitis” non può che riferirsi a tempi remotissimi, che per un alto prelato tardo-medievale possono ragionevolmente considerarsi gli albori del proprio tempo ossia la parte terminale dell’Alto Medioevo.
Ciò appare convincente anche perché il Cristianesimo tardò a diffondersi nelle valli alpine anche a causa del dominio bavarese (fino al 788) su gran parte del territorio tirolese, Bolzano e Laives comprese. La scarsità di edifici di culto paleocristiani rinvenuti è abbastanza eloquente: dalle nostre parti è nota solamente la basilica di S. Pietro presso Castelvecchio/Caldaro, risalente al V secolo. È dunque solo in epoca carolingia o postcarolingia che si può ipotizzare l’introduzione del toponimo “St. Anton”.
Scrive lo studioso Imbrighi: “Tutti i toponimi preceduti dal titolo Sant- o Santo spesso hanno sostituito quelli di origine più antica.” In effetti, appare probabile che prima di quella “cappella” (un edificio molto piccolo per un abitato di qualche decina di case) il luogo fosse consacrato a una divinità pagana, posto che è difficile pensare che i (pochi) Romani e post-Romani insediati sul nostro territorio (specialmente in Galizia e Sottomonte) non praticassero alcun culto. E poiché l’agricoltura era il perno di quel mondo, si può senz’altro dedurre che un tempio (piccolo e di legno) dedicato a Saturno esistesse in quel posto da tempo immemorabile. Non si dimentichi che il culto di Saturno era diffusissimo nella Valle dell’Adige e lo stesso S. Vigilio subì il proprio martirio a colpi di “sgalmere”, degli zoccoli di legno, in Val Rendena per aver gettato nel fiume Sarca una statua proprio di questa divinità.
Autore: Reinhard Christanell