Simbolo della città, tanto da apparire nello stemma comunale, la chiesetta di San Pietro – chiamata da tutti semplicemente “chiesetta” o “ceseta” – rappresenta un punto fermo non solo del paesaggio di Laives ma dell’identità stessa di generazioni di suoi abitanti. Uno dei pochi, verrebbe da dire – ma soltanto perché molte delle piccole e grandi ricchezza storiche e archeologiche di questo territorio spesso sottovalutato sono ampiamente sconosciute o note soltanto agli specialisti: e, per fare soltanto alcuni esempi, pensiamo a Enzbirg, alle “case” retiche, al tesoretto e agli orti e campi cinti da muri a secco.
Al di là della sua posizione dominante, la chiesetta colpisce la fantasia e la curiosità dell’osservatore per una certa sua “vicinanza al cielo”, per una sua “disposizione” per così dire misericordiosa nello spazio severo che la circonda. Inoltre, certe giornate lievemente uggiose le conferiscono anche un che di atemporale: un luogo vicino e allo stesso tempo irraggiungibile, noto e allo stesso tempo radicato in un passato avvolto dal mistero. Guardandola da basso, come quasi sempre succede, non si può fare a meno di porsi alcune domande: perché proprio qui, su questo colle all’apparenza così fragile? E da quando? E prima dell’aggraziata costruzione in muratura, c’era forse un altro luogo di culto “pagano”? La costruzione oggi visibile dovrebbe risalire all’XI secolo (con una sostanziosa ristrutturazione nel 1500) e con ciò precedere il castello dei Liechtenstein completamente distrutto. Ciò – insieme ai ritrovamenti archeologici e a certe tradizioni religiose a metà strada tra paganesimo e prima cristianità – confermerebbe l’ipotesi che qui un luogo sacro dedicato a una divinità collegata forse alla fertilità sia esistito dalla notte dei tempi. Anche la dedica a San Pietro è alquanto significativa: il nome del primo apostolo veniva spesso utilizzato per “scalzare” vecchie tradizioni blasfeme.
È abbastanza plausibile che la chiesetta sia stata incorporata – pur restando esterna alle mura per un motivo di accessibilità – nella fortezza costruita successivamente. Insomma ne faceva parte e nello stesso tempo non perse mai la propria indipendenza. Lo stesso Mainardo II la risparmiò in occasione della distruzione del castello – fatto peraltro singolare giacché il conte del Tirolo era abituato a radere al suolo ciò che si opponeva ai suoi intendimenti.
La chiesa, come è stato appurato, è eretta su una roccia che probabilmente ha dato il nome al luogo: “der lichte Stein”, scritto in vari modi in tempi diversi. Nella sostanza, una roccia esposta e ben visibile da lontano, insomma una pietra “chiara” che soccorre i bisognosi.
Immagine principale: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
È singolare come vecchi abitanti e nuovi arrivati che guardino vecchie fotografie spesso esprimano lo stesso commento di stupore: non la riconosco più. In effetti, il paese è non solo “lievitato” nelle sue dimensioni ma anche profondamente cambiato nell’aspetto. La crescita demografica costante, inizialmente favorita dal blocco edilizio di Bolzano, che ha visto la popolazione raddoppiare nell’ultimo mezzo secolo, ha portato Laives sulla soglia ormai vicinissima dei 20000 abitanti.
Questo dato dimostra come questa città moderna, ben inserita nel contesto provinciale, ormai non abbia quasi più nulla in comune con il “modesto” paesino del dopoguerra, e ancora meno con il comune rurale asburgico del XVIII e XIX secolo che, in certo senso, forma ancora la base della nostra memoria individuale e collettiva.
Le statistiche di allora ci raccontano di un paesino circoscritto ad un centinaio di case soprattutto agricole, per la maggior parte concentrate attorno alla chiesa; le altre erano sparse nelle campagne e sulle coste delle montagne. Probabile che queste fossero anche le “grandezze” del luogo quando Longobardi (di cui rimangono pochi toponimi come il “Mane” – da arimanni – di San Giacomo) e Bavari si contendevano, metro per metro, il confine che qui tagliava in due l’alta valle dell’Adige. Prima ancora, e prima dei Romani che vi rimasero per mezzo millennio, Laives era già un luogo importante sulla sponda sinistra dell’Adige – e soprattutto dell’Isarco, che scorreva più vicino al Montelargo e diede nome agli abitanti dell’intera vallata fino al passo del Brennero, gli Isarci. Gli scavi in zona Galizia e Reif documentano un insediamento duraturo e ben organizzato attorno ad un’area sacra dedicata al culto dei morti e degli dei.
Dall’anno 1000 in poi – con l’attribuzione della contea di Bolzano al Vescovo di Trento, Laives entra nell’orbita di una città in rapida ascesa: Bolzano. La frenetica attività mercantile imprime al luogo il suo nuovo carattere “espansivo”. Laives, distante due ore di cammino, ha chiaramente tutta la convenienza a rimanere agganciata a questo carro che offre sostentamento alle famiglie e i servizi indispensabili. E saranno otto secoli in perfetta simbiosi, civile e religiosa, senza nessuna rivendicazione “separatista” da parte dei laivesotti. I mercati bolzanini portavano merci e uomini, molti dei quali dovevano per forza transitare da Laives. Era anche cresciuta l’importanza del porto tra Bronzolo e Vadena, punto di partenza e approdo delle merci lombardo-venete e d’Oltralpe. Questa attività basata principalmente sui trasporti ha consentito ai contadini laivesotti, perché questo erano e questo rimasero – di sfamare le proprie famiglie e di rimanere sulle proprie terre.
Copyright foto principale: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
Si sa che i servi di due padroni rischiano di morire di fame. Questo, forse, vale anche per i paesi. Non che S. Giacomo vada intesso come un paese “servo” ma, indubbiamente, siamo in presenza di una località da molto tempo divisa tra due comuni. La causa di questo suo destino “bipolare” risiede proprio nel suo nome: in der Au o Unterau e, prima ancora, in der Schinte o Shint, da un originario, romanico Cinte (luogo “cinctum”, circondato da mura). Comunque, fino all’XIX secolo qui non esisteva che uno sparuto pugno di masi sparpagliati tra le anse del fiume Isarco che, oltretutto, ne insidiava l’esistenza correndo dritto verso il paese e ricongiungendosi all’Adige notevolmente più a sud di oggi.
Abbiamo detto “in der Au”: già, quello che interessava entrambi i comuni era proprio la distesa selvaggia di pascoli ubicati tra l’odierno Agruzzo e il Vurza. I bolzanini ne avevano assoluto bisogno per i loro animali, i laivesotti li rivendicavano per ragioni storiche. Alla fine, tra il XVIII e il XIX secolo fu decisa un’equa divisione del territorio: che alla fine accontentò tutti tranne, forse, gli abitanti di S. Giacomo.
Al di là di questo, vorremmo ricordare che proprio qui, sull’altura della vecchia e preziosa chiesa di S. Giacomo (il vecchio), ai cui piedi in epoche successive si stabilirono anche Romani e Longobardi, su un terreno dell’odierno Putzerhof sono stati rivenuti i resti di un antichissimo insediamento del mesolitico finale e del neolitico iniziale.
A quell’epoca, la conca bolzanina è un deserto paludoso dominato da tre fiumi, qui sotto si trovano tre laghetti e il bosco scende a coprire buona parte del territorio. In lontananza non si vedono altri insediamenti: benché forse qualcosa ci sia a Castel Firmiano, sul Guncina e, dall’altra parte, nella zona sopra Settequerce.
Ma da dove venivano questi cacciatori-raccoglitori? Che ci facevano qui? I reperti ritrovati, soprattutto frammenti di ceramica rosso-brunastra e frammenti di selce (punte di lance o frecce) insieme ad altri minuscoli utensili fanno pensare, per l’appunto, a un punto di riparo/riposo abbastanza stabile e rimasto attivo per molto tempo, forse addirittura fino all’età del rame quando già sui pendii soleggiati sopra Bolzano si erano insediati i primi agricoltori. Insomma, stiamo parlando di uno dei luoghi più antichi della parte bassa dell’odierno Alto Adige, occupato probabilmente e in prevalenza da cacciatori nomadi provenienti da sud, dato che le ceramiche ritrovate possono essere apparentate a quelle rinvenute nel vicino Trentino e appartenenti al cosiddetto gruppo del Gabàn.
Autore: Reinhard Christanell
Se osserviamo l’immagine di Pineta che accompagna questo testo, possiamo riconoscere tutti i cambiamenti avvenuti dagli anni cinquanta dell’ultimo secolo in poi: le prime casette unifamiliari con la chiesa costruite dalle famiglie arrivate dal Polesine, gli ampliamenti degli anni sessanta e settanta, la Pineta nuova e, infine, la zona di espansione sui terreni Toggenburg.
Sono visibili anche i due masi storici del luogo: il Renner e lo Steinmann. Da quest’ultimo la frazione prende il nome tedesco, Steinmannwald. Sarebbe forse stato meglio conservare il nome originario della località: Sissa. Non serviva neppure una traduzione, in quanto Sissa non è né italiano né tedesco ed è comprensibile a tutti.
Quel che si sa di questa località riguarda soprattutto i due masi, entrambi compresi nelle vaste proprietà vescovili e citati fin dal medioevo come “duo mansi” di Sissa. Si presume che proprio qui i Romani avessero eretto una piccola stazione a protezione dell’importante via di collegamento tra Tridentum e Pons Drusi e i due masi potrebbero rappresentarne, per così dire, la prosecuzione in forma agricola. Ma già prima dell’arrivo di Druso e della definitiva sottomissione della popolazione retica, questo piccolo centro ai piedi del Montestretto era noto: infatti la valle e il rio che ne discendono erano chiamati Zisa, per la precisione Zisatal e Zisabach. Da Zisa è derivato Sissa e da questa tutte le varianti successive fino all’odierno Süßenbach, Rio Dolce.
Ma chi era dunque questa Zisa, patrona del luogo e della fonte?
Si trattava di una divinità probabilmente retica o comunque preromana, nota anche in altre zone alpine e non solo. Il suo “compito” principale era quello della protezione degli animali dalle varie forme di epizoozia. A lei era dedicata la fonte sacra situata proprio all’uscita dell’odierno paese, Nisselbrunn. Viene chiamata anche Siesenbrunn o Sessenbrunn o Ezilobrunn. Evidentemente il nome non attiene né alle acque “dolci” né tanto meno ai fantomatici asini (Esel) che avrebbero trasportato fin qui non meglio precisati beni ma bensì al nome della divinità a cui erano dedicate: in onore della quale, a monte dell’omonima valle, pare fosse stato eretto anche un piccolo tempio.
Questa fonte è citata anche in uno dei rari documenti riguardanti l’epoca delle invasioni barbariche. Pare infatti che il confine tra il ducato trentino dei Longobardi e i possedimenti dei Bavari insediati a Bolzano corresse proprio qui, lungo la valle della Zisa, e che in queste campagne paludose si sia svolta una cruenta battaglia di confine tra i due eserciti che si contendevano il controllo della valle dell’Adige.
In foto principale: Vista di Pineta
Copyright: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
In qualsiasi punto di Laives ci si trovi, non si possono non notare, tutt’attorno, le pareti di una pietra che assume varie tonalità di colore tra il rosso e il marrone o tra il grigio e il viola. Ovviamente stiamo parlando delle rocce di porfido a forma di lastra o di colonna che spiccano sui rilievi tra Bolzano e Bronzolo e, sull’altro versante, anche sopra Vadena. Infatti, viviamo in un territorio di origine vulcanica e la piana di Bolzano altro non è che una gigantesca caldera. La piastra di porfido quarzifero che la circonda, spessa quasi 4000 metri, si è formata circa 300 milioni di anni fa e comprende un’area di 2000 km/quadrati.
Non deve quindi stupire se questa pietra fa parte non solo nel nostro territorio ma, in ugual misura, anche della vita e dell’economia dei suoi abitanti. Da millenni si utilizza il porfido per la costruzione di case, strade, ponti ma anche oggetti vari come macine o altari. E da una certa epoca in poi diventa anche un importante fattore economico.
La prima cava nota risale al 1513 e le pietre venivano esportate soprattutto in Tirolo. Poi dal 1850 in poi vennero aperte cave un po’ ovunque tra Pineta e Bronzolo. I primi imprenditori del settore furono Josef Gerber e Johann Lentsch. Poi arrivarono Franz Defranceschi e Franz Gamper e, a cavallo dei secoli, colui che ancora oggi rappresenta un emblema in questo settore: il noneso Ferdinand Flor.
Flor fu un imprenditore a tutto tondo, un uomo che a Laives riuscì, tra l’altro, a portare perfino la luce elettrica. La sua vita purtroppo finì in modo tragico nel 1929 proprio a causa delle difficoltà economiche che lo affiggevano.
Il lavoro in cava era massacrante, gli incidenti – anche mortali – all’ordine del giorno. La manodopera proveniva dal Trentino o anche da altre regioni dell’impero. Le figure professionali che vi operavano avevano nomi strani: slaiferi, steinrichteri, ritzeri accanto a manovali, minatori, fabbri e addetti alle americane.
Già: non era sufficiente estrarre e tagliare le “plote” e trasformarle in “birfel” o “smolleri”: si dovevano portare a valle. E perciò in varie parti del territorio erano state montate delle rudimentali teleferiche che fino agli anni settanta del secolo scorso facevano bella mostra di sé ai piedi del Montelargo (sede della cava Flor), a Pineta e a Bronzolo.
Oggi il lavoro in cava si è molto ridotto e il porfido è stato in gran parte sostituito dall’asfalto e altri materiali. Tuttavia se in giro per la provincia si notano gruppi di selciatori, quasi sempre essi provengono dalla nostra città dove questo mestiere ha, come detto, antiche tradizioni.
In foto principale: Montelargo
Copyright: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
TE RICORDET… LAIVES
scritta da Reinhard Christanell
www.tericordetlaives.com
Terminati i secoli bui delle invasioni di popoli germanici – tra cui quella bavarica di origine boema che ha poi messo radici nelle nostre valli – seguiti alla storica presenza retica nelle regioni alpine (e a Laives in particolare) e a 500 anni di dominio romano, attorno all’anno 1000 si aprì una nuova era per il nostro territorio. Un equilibrio politico-amministrativo laico-clericale traghettò la società dal primo medioevo fino alle soglie dell’epoca industriale. Il potere europeo, per quanto ci riguarda, era concentrato in terre d’Oltralpe: dove veniva eletto l’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica poi incoronato dal Papa a Roma.
Proprio uno di questi, Corrado II, incise in modo determinante sulle vicende locali, affidando, al suo rientro da Roma nel 1027, le contee di Trento, Venosta e Bolzano al Vescovo di Trento. Ovviamente l’enorme potere temporale costrinse i vescovi a organizzare il territorio loro assegnato: sia per controllare le importanti vie di transito, sia per riscuotere le ricche prebende in beni o denaro loro spettanti.
Vennero costruiti molti castelli, attorno ai quali si svilupparono villaggi e cittadine. Avevano il duplice compito di “vedette” e di raccogliere al riparo delle mura l’apparato amministrativo-giudiziario necessario a esercitare il dominio. I signori-affidatari di questi castelli vescovili venivano chiamati ministeriali, nel senso che prestavano un ministero al Vescovo. Certo con il passare dei secoli divennero essi stessi molto potenti e non di rado entrarono in conflitto con il loro “padrone”.
A Laives, come sappiamo, il castello (di cui poco o nulla rimane) sul Peterköfele fu eretto nel XII secolo su una “pietra chiara”, lichten Stein, alla luce del sole verrebbe da dire, ben visibile da vicino e lontano. Certo il luogo era stato occupato anche in precedenza – soprattutto per pratiche di culto. Ma a partire da quel periodo divenne – accanto al castrum inferius (Pfleg) – il centro del potere locale e tale rimase per secoli: anche dopo la sua distruzione ad opera di Mainardo II che in poco tempo “acquistò” gran parte del territorio altoatesino: pratica peraltro diffuse anche ai nostri tempi.
Dunque fu il castello, che aveva preso il nome dal luogo, (secondo lo storico Stolz uno dei primi “documentati” di Laives) ad attribuire il nome alla casata – e non viceversa. Quest’ultima era di origini sconosciute. Il castello viene nominato per la prima volta in un documento del 18 aprile 1189 come castrum de Liehtenstaine. Il Codex Wangianus conserva l’atto notarile con cui il vescovo Corrado attribuisce ad “Adeleitam de Castelruto” (una donna!), a suo figlio “Henricum” e a suo marito (probabilmente di secondo letto) Otto di Weineck soltanto la guardia e custodia “castri de Liehthenstaine”. Il castello rimase dunque proprietà vescovile: e forse proprio questo spiega la furia del conte del Tirolo che lo distrusse.
Foto: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
A un’agricoltura di sussistenza calibrata sul fabbisogno delle famiglie (tradizione tramandata da secoli anche in campo vinicolo, dove ogni maso aveva il suo vigneto per uso proprio), nel primo dopoguerra si sostituì lentamente un’attività mirata alla commercializzazione dei prodotti coltivati, soprattutto mele e pere. Ovviamente il “cambio di passo” fu graduale e difficoltoso: gli appezzamenti a Laives erano di piccole dimensioni, gli strumenti a disposizione pochi e malandati. Il carro trainato da animali era ancora il mezzo di trasporto più diffuso e solo la nuova ferrovia permise forme rudimentali di export verso Innsbruck, Vienna o San Pietroburgo.
I primi commercianti attivi sul territorio in primavera giravano per i campi e acquistavano – quasi sempre per pochi soldi – la frutta “alla fioritura”; poi si occupavano personalmente delle fasi finali della coltivazione, raccolto compreso. Si chiamavano Cadsky, Santifaller e Koessler. Il bolzanino Cadsky, una potenza nel settore, costruì per primo un vero e proprio magazzino dove stivare la merce. Le celle frigorifere non esistevano.
Ovviamente anche altri fiutarono l’affare e Laives divenne un punto d’attrazione anche per i commercianti dell’Italia settentrionale. Si stabilirono in paese “agenti” come Milani, Carlini e Gaggero. Milani aveva il suo magazzino presso l’attuale Despar di via Kennedy. A Carlini succedette Groselli in via Marconi. Il magazzino Santifaller, invece, fu successivamente rilevato dalla famiglia Clementi che operava anche in via Damiano Chiesa.
Con l’aumento esponenziale della produzione e l’arrivo di sempre nuove varietà di mele e pere (su tutte la Golden Delicious e la Kaiser Alexander), vi fu la necessità di un sempre maggior numero di magazzini. I vari Pedrotti, Slanzi, Dallago, Monsorno e Mittermair si aggiunsero o in parte sostituirono i primi commercianti di Laives. A San Giacomo rimase attivo a lungo Espen.
Accanto ai magazzini privati, che ancora oggi rappresentano una particolarità nel settore, nacquero, in era fascista, le cooperative. La prima fu la OGL nel 1933. A un certo punto se ne contarono tre che poi si unirono nella più vecchia e rinomata, la Kaiser Alexander di via Fabio Filzi.
I magazzini furono importanti non solo per il commercio ma anche perché offrivano opportunità di occupazione a molte persone, soprattutto donne che erano impiegate nella cernita della frutta. Poco prima di mezzogiorno, nelle vie del paese era tutto uno sciamare frenetico di cernitrici verso i focolari domestici per preparare in tempo il pranzo per mariti e figli.
In foto principale: Lavoratrici di mele
Copyright: Giuseppe Camelin
Autore: Reinhard Christanell
Il filosofo Pascal ebbe a dire che “un fiume regio e ben curato è una magnifica strada che cammina”. Una considerazione che oggi, almeno dalle nostre parti, appare di dubbia utilità. Le “strade in cammino” – e in particolare l’Adige, in passato autentica autostrada tra l’agiata Venezia, porto affacciato sull’Oriente, e i paesi dell’Europa settentrionale – hanno in larga parte perso questa loro funzione. Ora, le banchine del molo sono scomparse sotto l’erba, la Dogana ha cambiato destinazione e quelli dei carrettieri e zatterieri sono mestieri estinti. È arduo anche solo immaginare il traffico caotico di uomini e di bestie, di mercanti e di gendarmi, di carri e di sfaccendati in cerca di fortuna, insomma la “vita” che il trasporto fluviale dal Medioevo in poi aveva portato nei tranquilli paesini di Laives e Bronzolo.
I laivesotti si erano da subito specializzati nel trasporto delle merci da e per Bolzano, città commerciale in rapida ascesa, e dal XVI secolo in poi avevano operato in una posizione pressoché monopolistica. Erano i dominatori incontrastati delle sconnesse, spesso impraticabili strade di allora e contribuivano notevolmente a peggiorarne lo stato disastroso con i loro pesanti carri trainati da cavalli o buoi. Certo non mancavano le dispute anche violente per spedizioni effettuate – specialmente nelle ore notturne, in cui ogni attività “lecita” era interdetta – fuori dalle convenzioni e, soprattutto, dalla tabella tariffaria ufficiale. I mercanti bolzanini cercavano di risparmiare sul “soldo” del viaggio e sovente ingaggiavano soggetti privi di “privilegio”. In questi casi, più delle autorità competenti poterono le feroci baruffe serali nelle varie osterie del paese – a iniziare dal Gutleben o Welschwirt (Ca’ rossa), dove si trovavano anche il maggior deposito mercantile e il bivio verso Bronzolo e Vadena. Una volta all’anno, davanti alla chiesa di Laives, un tempo sede di un rudimentale “tribunale” all’aperto, veniva scandito l’elenco di coloro che erano autorizzati all’acquisto del legname della “Reif” da trasportare.
Quelli di Bronzolo, per ovvie ragioni, privilegiavano l’attività portuale in senso stretto. Il trasporto verso Verona, centro di smistamento di maggior rilievo verso Venezia, Padova, Ferrara e le città lombarde, rimase pressoché ininterrottamente privilegio di dieci famiglie di Sacco presso Rovereto, tra cui i noti Fedrigotti. Tutta l’attività doveva essere tenuta sotto stretto controllo dalle autorità competenti, che ovviamente vedevano di buon occhio i ricchi commerci soprattutto per via dei cospicui dazi che vi potevano applicare. Sale, stoffe, vino, pietre, tronchi, frumento – tutto doveva essere esibito e tassato dagli agenti governativi della Dogana di Bronzolo. Poiché allora come ora l’evasione era sempre in agguato, i governi di Innsbruck e Vienna emettevano ordinanze su ordinanze per regolamentare ogni dettaglio delle lucrose e avventurose spedizioni.
Copyright foto: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
Sarebbe curioso sapere quanti ragazzi di Laives abbiano mai sentito parlare dello “stradon”. Probabilmente pochi, o forse nessuno. Invece fino agli anni ’70/’80 del secolo scorso quasi nessuno usava il nome ufficiale della via principale di Laives, si chiamasse Nazionale o, successivamente, J.F. Kennedy. Per la maggior parte dei laivesotti la via che dal tabaccaio “Sergio” (oggi “Barbon”), fino al dopoguerra capolinea del tram, conduceva in linea retta all’hotel Ideal e, dopo una semicurva, ai bar Defranceschi/Ravina e Nazionale/Manzana, era semplicemente “el stradon”.
Lo stradon era, in un certo senso, un territorio extraurbano che ospitava un avvenimento che nulla aveva a che vedere con la vita quotidiana del paese. Gli oziosi di allora raggiungevano la “piazza” o “crosara”, uno spazio comune del quale era rimasto solo il nome proprio per fare posto allo stradon – che in precedenza s’insinuava tra i muri a secco e le case in via D. Chiesa e Marconi – e sostavano per ore sul ciglio della strada o seduti sui gradini del “Caracristi” o, di fronte, del Consorzio Agrario. Lo spettacolo che andava in scena, specialmente da Pasqua ai Morti, era quello del transito di un cordone interminabile di colorate autovetture germaniche dirette al Garda o ai lidi adriatici, luoghi fantastici mai visitati dalla gioventù locale. Il traffico, in quegli anni di boom economico, era intenso, e si faceva in tempo a scrutare le facce straniere all’interno delle vetture che procedevano a passo d’uomo. Ogni macchina uno scambio di occhiate compiaciute, un commento salace, o, spesso, il gelo dell’indifferenza. Insomma, lo stradon era un nastro su cui transitavano, insieme alle ore vuote d’estate, sogni, visioni, storie di vite sconosciute. Questo enorme spettacolo conobbe il suo epilogo l’anno in cui entrò in funzione l’autostrada del Brennero. D’un colpo, lo “stradon” divenne una via paesana. Vi sistemarono perfino un semaforo, dove prima un autorevole vigile urbano indirizzava con gesti solenni le macchine teutoniche verso mete inesplorate. Eh già… Chi ancora si recava in “crosara” ora vedeva solo facce note, macchine di amici e conoscenti. Insomma uno spettacolino casereccio che nulla aveva a che vedere con il colossal di prima. Ma da dove prese il suo nome quella strada? Dobbiamo tornare indietro nel tempo di secoli, forse di un paio di millenni. Infatti questa via è antichissima e probabilmente non è mai stata abbandonata dal tempo dei Reti in poi. Ai piedi della montagna collegava, in alternativa al ramo della via Claudia Augusta d’Oltradige, Ora, Bronzolo, Laives, Sissa (Pineta), S. Giacomo e Pons Drusi. E proprio in epoca medievale, quando vi transitavano gli sfavillanti cortei degli imperatori germanici diretti a Roma, prese quel nome un po’ ridondante di “stradon” (tridentino).
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
Per tutto il medioevo e fino agli albori del Novecento, l’economia di Laives era incentrata sul commercio di legname controllato soprattutto dal Vescovo di Trento e dai suoi ministeriali, i Liechtenstein. La sua commercializzazione verso i lucrosi e insaziabili mercati del Nord Italia e della Germania meridionale richiesero molta manodopera e l’intera società era strutturata sulle occorrenze di boscaioli, carrettieri e compagnie di zatterieri.
A Laives sorgeva uno dei maggiori depositi di legname, la “Liechtensteinerreif”. Chiunque vi volesse depositare del legname doveva corrispondere un tributo ai Liechtenstein, a loro volta grandi proprietari di boschi e quindi di legname. Come sia iniziato il commercio di legname non si è mai appurato. Sicuramente l’iniziativa partì dai contadini del Monte Regolo, intenzionati a vendere qualche tronco nel fondovalle. Poi, visto il crescente successo dell’attività, a costoro si aggiunsero altri possidenti fino ad arrivare alle dimensioni “europee” del Sette- e Ottocento. La persona incaricata di riscuotere per conto dei Liechtenstein il tributo dai contadini, che potevano vendere in prima persona o tramite intermediari il proprio prodotto, era denominata “Pfleger” (curatore) e aveva la sua sede stabile presso la casa di proprietà dei conti denominata “Unteres Schloss”, castello inferiore. Da questo Pfleger prese poi il nome l’edificio che ancora oggi si chiama “Pfleg”, unica proprietà che, insieme ai masi Unterberg / Sottomonte e Weisshaus, i Liechtenstein non concessero mai in affitto.
Tramontata l’era dei conti, nel 1758 la Pfleg insieme a molti altri possedimenti fu ceduta in blocco al convento di St. Ulrich e Afra di Augsburg, che di fatto divenne uno dei grandi proprietari terrieri di Laives. Da questo in epoche successive la Pfleg passò ai von Reich e, quindi, dai Kurzel, altra grande famiglia laivesotta, agli Ebner. Che la Pfleg fosse inoltre un rinomato e frequentatissimo luogo di ritrovo è documentato ampiamente dai giornali dell’epoca. Così dalla “Bozner Zeitung” apprendiamo che l’8 dicembre 1898 il coro maschile di Bolzano, a bordo di quattro carrozze trainate da cavalli, raggiunse Laives e precisamente la Pfleg di Alois Ebner. Tra canti, costine di maiale, castagne annaffiate da “ottimo bianco e rosso cresciuto nelle ‘laite’ di Laives”, trascorse una memorabile giornata arricchita, sul finire, anche da una divertente battaglia a palle di neve. Verso le 19, quando la valle era già immersa in un buio profondo, tra canti e risate la compagnia rientrò a Bolzano, ripromettendosi di tornare quanto prima nell’ospitale casa del signor Ebner.
Copyright foto: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell