Le guglie che si stagliano nel cielo della città di Bolzano

I campanili, o più correttamente le torri campanarie, hanno per secoli caratterizzato il paesaggio urbano ed extraurbano. Ogni chiesa, convento o cappella privata ne aveva uno. Questi elementi architettonici che si protendono verso il cielo hanno in realtà un’origine antichissima. Pensiamo agli ziggurat, alle piramidi e ai templi dei Maya. Si tratta di elementi di congiunzione fra la terra e il cielo, dove l’eco e il suono delle campane arrivava all’udito di tutti, determinando i tempi e i ritmi della vita quotidiana.
La tipica forma a torre si differenzia per epoche e composizioni stilistiche. A Bolzano fra gli esempi più antichi abbiamo quello di S. Giovanni in Villa, massiccia composizione romanica con blocchi di porfido alleggeriti alla sommità da eleganti monofore, bifore e trifore. Il campanile, come tutti quelli di origine romanica, termina con una struttura piramidale. Nel periodo gotico, dove tutta la struttura dell’edificio ecclesiale si protende verso il cielo, anche la guglia della cella campanaria si allunga verso l’alto. Tale prerogativa caratterizzerà fortemente il paesaggio: pensiamo ai campanili delle chiese bolzanine di S.Maurizio, di S.Maddalena, di S. Giorgio, di S.Martino in Campiglio, della antica Parrocchiale di Gries, per arrivare fino a quello del Duomo di S.Maria Assunta.
Il campanile di quest’ultima si appoggia sulla struttura romanica preesistente.
Fra il 1500 e il 1519 su progetto di Burkhard Engelberg di Ausburg, Hans von Lutz realizza la nuova struttura riprendendola dal modello di S.Maria Gestalde a Vienna. A una base quadrata vi sovrappone, nella cella campanaria, una architettura di forma esagonale.
In esso trova spazio tutto il linguaggio formale del gotico, con pinnacoli, balaustre, statue, archi di collegamento rampanti e doccioni.
La cuspide alta quindici metri, interamente traforata, anche per motivi statici, è connotata da tre corone scultoree che si inanellano su di essa, sottolineando la dedizione alla Vergine della città di Bolzano. La guglia del duomo caratterizzerà per sempre l’immagine della città. Il secondo campanile, originariamente previsto sul lato meridionale, non verrà mai eseguito per motivi statici, ma soprattutto economici. Dal 1683, anno dell’occupazione di Vienna da parte delle truppe turche, i campanili prenderanno la caratteristica forma a cipolla, in qualche modo per esorcizzare lo scampato pericolo ottomano.

Autore: Flavio Schimenti

Dati: i vantaggi della raccolta alla fonte

Uno dei temi che sempre ricorrono in questa rubrica è quello dei dati. Nella città digitale i dati sono fondamentali per produrre servizi di qualità. Quando si parla di dati, spesso ci si riferisce al fatto che sono tantissimi, conseguentemente enfatizzando il fatto che per gestire questi “big data” abbiamo bisogno di un’enorme potenza “muscolare”. In realtà, la gestione dei dati è un tema molto più complesso. Una delle dimensioni fondamentali è quella della “qualità” del dato: se i dati che vengono raccolti sono interpretati male, troppo incompleti o non fedeli ai corrispondenti fenomeni reali, i servizi ai cittadini che vengono realizzati sulla base di questi dati diventano inutili, se non dannosi.
Per costruire una casa solida servono, dunque, solide fondamenta.
Un modo molto semplice per cercare di avere dati di qualità è quello di raccoglierli quanto più possibile vicino alla fonte, con dei meccanismi per cui chi sta alla fonte abbia interesse a essere quanto più possibile preciso e completo nel tradurre la propria realtà in dato.


Un esempio molto calzante è quello di lidonews.it. Si tratta di un sito che censisce tutti i lidi dell’Alto Adige, fornendo indicazioni su quali lidi sono aperti, e quali lidi hanno ancora posti disponibili – tema particolarmente importante in questa complessa fase di distanziamento sociale. Il sito funziona con un meccanismo molto semplice: sono i gestori stessi dei lidi a indicare, in tempo reale e tramite una app dedicata, quanti posti disponibili ci sono.
Lidonews si occupa a quel punto di aggregare tutte queste informazioni in un unico portale, dando anche indicazioni chiare su quando è stato effettuato l’ultimo aggiornamento dei posti disponibili, lido per lido.
Un servizio semplice ma davvero efficace.

Autore: Marco Montali

Traditori credibili del sistema di appartenenza etnica

Venticinque anni fa Alexander Langer se n’è andato, ma le sue provocazioni sono rimaste. E così il suo alto contributo di riflessione sulle situazioni che si ripropongono ciclicamente in una terra come l’Alto Adige, nella quale le appartenenze contano più dei diritti e il diritto non sa prescindere dalle appartenenze.

Una terra nella quale le dinamiche del potere (nella politica, nell’economia, nella comunicazione, nelle diverse forme in cui si articola la realtà sociale) sono condizionate dall’avere le spalle coperte da un qualche gruppo a vari livelli: di amicizia politica, economica, di parentela, di lingua.
In questo Sudtirolo fatto così Langer parlava “dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. E diceva che occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Discorsi pericolosi che si leggono nei suoi “Dieci punti per la convivenza inter-etnica”.
“Accanto all’identità e ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche”, scriveva Langer, “è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione.”
Serve anche oggi, come venticinque anni fa, questa “grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”? È necessario, diceva Langer, “che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili.”
Questioni superate? Anche oggi chi non è organico al sistema delle appartenenze, si pone a cavallo tra più culture e cerca il bene comune anziché il potere, sa quanto presto si possa entrare nel mirino di chi cerca il potere anziché il bene comune.

In foto principale: fotomontaggio di Roberto Tubaro

Autore: Paolo Bill valente

Il ricordo vivo di Giannantonio Manci

Un altro caso in cui si è dovuto celebrare un anniversario con le limitazioni anti Covid (distanza, mascherina…) , è quello riguardante il sacrificio di Giannantonio Manci, la cui figlia Annamaria era presente alla celebrazione dello scorso 6 luglio.
Di lui si fa memoria in una delle due lapidi commemorative di forma quadrata recanti iscrizioni in rilievo, che si trovano sulla facciata del Comando Truppe Alpine, in piazza 4 novembre.
La prima lapide è dedicata a Manlio Longon: “Manlio Longon qui ucciso da mano nazista nel sacrificio per la libertà qui rifulge 20 dicembre 1911-31 dicembre 1944”. La seconda invece recita così: “Giannantonio Manci combattente antifascista tra queste mura fu tratto a morte il 6 luglio 1944”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le armate tedesche avevano occupato la provincia di Bolzano, divenuta parte della “Zona d’operazione delle Prealpi”. Il Palazzo Alti Comandi di piazza 4 novembre a Bolzano divenne sede della Gestapo. Si creò allora un movimento di resistenza al nazifascismo, furono organizzati gruppi di partigiani, inquadrati nella Divisione CLN Zona Bolzano. Manlio Longon, dirigente della Magnesio di Bolzano, fu tra i promotori di tale resistenza. Il 15 dicembre 1944 cadde nelle mani della Gestapo e, dopo quindici giorni di torture, il 31 dicembre 1944 fu impiccato nella sua cella.
Giannantonio Manci, impegnato prima nell’opposizione al fascismo e poi al nazifascismo, come presidente del CLN di Trento organizzò il movimento partigiano trentino. Arrestato dalla Gestapo a Trento con altri partigiani il 28 giugno 1944, condotto a Bolzano, nella sede della Gestapo fu sottoposto a interrogatori e torture. Durante uno degli interrogatori, per non cedere alle torture, il 6 luglio 1944 si tolse la vita gettandosi da una finestra al terzo piano del palazzo.

In foto principale: La commemorazione avvenuta a Bolzano lo scorso 6 luglio

Autore: Leone Sticcotti

Bolzano che caos, Bolzano immaginaria e il Sudtirolo in musica

La canzone “Bolzano”, firmata da Johnny Ponta, nei giorni scorsi è stata presentata come la prima dedicata al capoluogo altoatesino. Non è esattamente così, come viene spiegato in questo articolo che coglie l’occasione per allargare anche un po’ il discorso al resto del nostro territorio.

Si è fatto un gran parlare nelle scorse settimane della nuova canzone del countryman Johnny Ponta, una canzone dedicata a Bolzano, sua città adottiva. Nell’eccessiva risonanza data alla notizia dai media è capitato addirittura di leggere o sentire che “Bolzano” (questo è il titolo del brano, suonato per altro abbastanza asetticamente da prezzolati turnisti) è forse la prima canzone mai dedicata al capoluogo della nostra provincia. Per fortuna non è così, fin dagli anni sessanta, quando i Pooh incisero “Brennero 66”, canzone dedicata ai tristi fatti delle bombe e dei tralicci, abbiamo fruito di spesso belle (e ancor più spesso interessanti) canzoni dedicate al capoluogo e ad altre località altoatesine.
Ecco così l’occasione per rendere giustizia ad alcune composizioni e ad alcuni artisti locali che hanno cantato, nel bene e nel male, la loro terra. Per quanto riguarda Bolzano, la palma va sicuramente all’adrenalinico funky dei Modo, “Bolzano che caos”, brano irrinunciabile che esprime nel suo testo tutto il malessere di chi ha vissuto la città intorno a fine anni Ottanta, una città assai diversa da quella attuale, deserta la sera e assai poco propositiva, fatta eccezione per le brillanti iniziative di realtà culturali indipendenti e alternative. I Modo e il cantante Macao Timpone registrarono il brano nel loro disco omonimo, ma la canzone era già una hit nei concerti, grazie a un sound trascinante e a un testo che mescolava orgogliosamente Bolzano alle radici calabresi del cantante. A ruota si colloca la più recente “Bolzano immaginaria”, di Bobby Gualtirolo, un brano che esprime il difficile rapporto tra l’autore e la sua “hometown”, al punto da doversene immaginare una differente. Lo stesso autore ha scritto anche, eseguendola solo raramente in concerto, “Nato in Via Resia”. Assai più trascurabile, a livello di toponomastica cittadina la canzone “Corso Libertà” incisa da Maurizio Ingigneri su un oscuro 45 giri.
Massimo poeta dell’Alto Adige in musica è sicuramente stato Klaus Tengler, Klaus Levi in arte, visto che con questo nome ha pubblicato il suo unico album cantautorale nel 1981: proprio in quel disco accanto al bluegrass elettrico intitolato “Scalando l’Ortles” appariva “Brennero”, una fulgida perla in fingerpicking dall’immenso testo che racconta di un passo di frontiera oggi lontano anni luce da quello con l’Outlet e i turisti dello shopping. Nel repertorio di Andrea Maffei dei primissimi anni novanta fa capolino la dimenticata “Per fare un bagno a Monticolo” e rimanendo negli immediati dintorni del capoluogo incontriamo di nuovo Gualtirolo, autore della caustica “This Is Unterland” e della bellissima “Lillian, Rosemarie e il Jack di cuori”, che su una musica di Bob Dylan sposta l’azione all’ombra del Corno del Renon, dimostrando in entrambi i casi un forte legame culturale con la nostra terra.

Klaus Tengler
Copyright: Giorgio Fait


A livello di testi poetici non bisogna poi assolutamente dimenticare Georg Clementi, autore di una bellissima “Südtirol, amore mio”, apparsa sul suo LP del 1989 “Ein singender Poet”; per contro poca poesia ma tanta, tantissima energia e sagacia risiedono nel punk-rock alla Ramones dei WC, gruppo dell’altipiano dello Sciliar, che sul loro primo CD, “Menschen”, si permisero di rileggere il tradizionale “Tirol isch lai oans” ironizzando con giusta irriverenza sulle tradizioni locali a ogni costo, dai Lederhosen all’autentico speck sudtirolese fatto con carne di suini olandesi!
E che dire dei profeti bolzanini dell’heavy metal classico, quegli Skanners che hanno condiviso il palco con i Deep Purple, Ronny James Dio, le Girlschool e molti altri. Uno dei brani storici dei loro esordi s’intitolava “Oltrisarco in the night”, autentico inno al loro quartiere, anni dopo, la title track del loro terzo disco traeva invece ispirazione da una scritta rinvenuta a Castel Mareccio. I bolzanini Mad Puppet, rimanendo in ambito letterario medievale, hanno addirittura inciso un disco intero ispirato alle leggende di Re Laurino mentre nel repertorio dei Klakson, indubbiamente la band più underground del capoluogo si perde il conto delle canzoni d’ispirazione cittadina, spesso con connotazione rionale, da “Tibetani de Oltrisarco” a “Shangarola Baby”, passando per “Seven Oaks Mary” (ispirata alle presunte apparizioni della Madonna nella frazione di Settequerce), “Women From Bronzolo” e il blues parlato su Ötzi (l’unica ad aver avuto l’onore di apparire su un CD).
Vi chiederete a questo punto come sia la canzone di Johnny Ponta (https://youtu.be/TnAY7KWsli): a livello musicale è una ballata lenta, romantica, furba. Come è il furbo il testo che cita la Bolzano da cartolina che si vende ai turisti: il Catinaccio, Piazza Walther, una parola in tedesco, una citazione della più celebre fiction televisiva ambientata in regione. Tutto un po’ laccato, patinato, lontano da quell’imperfetto Sudtirolo in cui invece viviamo.

In foto principale: Johnny Ponta

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo