“Metti su da lavar zo”: modi di dire tipici del laivesot

Le lingue, si sa, non rappresentano solo un elenco di parole ma, quasi sempre, una testimonianza “dinamica” della presenza e degli incontri di genti. Parole a volte insospettabili sono messaggere di elementi culturali assai stratificati che vanno “letti” come altri reperti di epoche passate.
Per quanto riguarda la nostra terra, votata all’andirivieni di persone e cose e inserita in un contesto linguistico che dalla Baviera raggiunge le pianure veneto-lombarde, si può dire che molto – ma non tutto – parte dal latino: non tutto perché sono assai significative, anche se numericamente scarse, le tracce delle cosiddette lingue pre-romane. Tra queste, il “retico”, imparentato con il più nobile etrusco, di cui a partire dal VII secolo a.C. utilizzava l’alfabeto, traspare ancora in decine di misteriosi toponimi locali. Accanto a questo idioma sappiamo della presenza del veneto antico e del celtico. Se il latino è stato capace, nei suoi cinque secoli di presenza, di assimilare queste lingue, fu l’arrivo di Goti e Longobardi a dare avvio alla lenta formazione, nella bocca delle persone, di un linguaggio “misto”, dove accanto alla lingua pura degli eruditi venne a codificarsi l’idioma multilinguistico definito “volgare”. Qualche traccia possiamo ancora trovarla nella caratteristica parlata “ladina” ora confinata in poche valli ma fino all’anno 1000 estesa su gran parte del nostro territorio. Dal medioevo in poi il latino volgare è stato fortemente contaminato dalle parlate delle popolazioni “barbariche” scese dal Brennero: dopo Goti e Longobardi, furono soprattutto i Baiuvari a imporsi per molti secoli. Scambi più o meno evidenti di vocaboli, prestiti, corruzioni a volte fantastiche sono il risultato di questi incroci secolari. Ma qui non vogliamo soffermarci su questa o quella parola stramba bensì su alcune espressioni verbali composte, sconosciute all’italiano e presenti nel dialetto. Partiamo da un classico: “metter su da lavar zo” (rigovernare i piatti), dal germanico “ab-spülen”e “auf-stellen”. Poi “tajar zo” e “tajar su”, con le stesse radici: “ab-schneiden” e “auf-schneiden”. “Svoidar fora” (svuotare) ricorda “aus-leeren. Espressioni come “’nar fora” e “vame for dai pei”, (uscire e togliti di mezzo), corrispondono a “aus-gehen”. Anche “dar fora” (distribuire o spendere) si rispecchia nel tedesco “aus-geben”. Il contrario, “dar endrio”, (restituire) deriva da “zurück-geben, “sentarse zo” (sedersi) da “sich nieder-setzen”. “Levar su” (alzarsi) corrisponde a “auf-stehen, “nar zo, nar su” (scendere, salire) a “hinunter-gehen e hinauf-gehen”. Ultimo esempio: “rider fora” (deridere), chiaramente ispirato ad “aus-lachen”.

In foto principale: Un’inscrizione retica. Oltre al retico sono molte le lingue che hanno contribuito allo sviluppo del dialetto

Autore: Reinhard Christanell

I Parassiti #1

Dopo due decadi di un giugno tanto fresco quanto perturbato, che ha fatto prosperare nevai, foreste e molti di noi, l’estate astronomica è alle porte. I minimi barici restano confinati oltralpe e chi abita a ridosso dello spartiacque alpino, oltre al gran caldo, deve sorbirsi pure il favonio. Un vento di caduta mite e secco che inibisce la nascita dei funghi, modella le nuvole in nubi lenticolari e mostra delle latifoglie il verso chiaro. Con queste condizioni anche le nostre piante del BalconORTO soffrono le folate aride: il terriccio si asciuga, le foglie si afflosciano, i fiori si seccano. Inizia lo stress idrico. Le piante così indebolite sono soggette ad attacchi parassitari, fungini e di varie malattie. Diagnosi che possono peraltro manifestarsi anche in condizioni diametralmente opposte, magari dopo piogge abbondanti e umidità stagnanti. Dimensioni dei vasi, esposizioni, annaffiature, consociazioni, ph del terriccio, ammendanti sono certo i primi passi verso una corretta gestione delle colture, ma non esiste garanzia di salute totale nonostante le nostre premure. Va da sé, naturalmente, affidarsi a metodi il più possibile naturali escludendo la chimica, fin troppo presente nella coltivazione tradizionale e nella distribuzione agroalimentare.
Queste puntate saranno pertanto incentrate, come utile compendio, in patologie e rimedi.
NOTA: il tempo di carenza (o intervallo di sicurezza) è il numero minimo dei giorni che deve intercorrere tra la data del trattamento e la data di raccolta degli ortaggi, prima di essere lavati e messi in tavola.

Afidi (pidocchi delle piante o gorgoglioni): questi insetti fitomizi, che si nutrono succhiando la linfa, sono lunghi da 1 a 4 mm e sono di vario colore: giallo, verde, grigio, marrone, nero. Alcune varietà di afidi hanno le ali, altre ne sono sprovviste. Solitamente l’afide nero aggredisce sia le parti epigee (cioè quelle fuori dal terreno), sia quelle ipogee (le radici) della pianta, mentre tutti gli altri solo le parti epigee. Colonizzano foglie, rami, e frutti, trasmettono forme virali da pianta a pianta. Si sviluppano molto velocemente e in colonie numerose. Esiste comunque un indizio, che potrebbe permettervi di individuare la presenza degli afidi, quando ancora non è massiccia: le formiche! Se notate spesso delle formiche intorno ai vostri ortaggi, ai vostri vasi è probabile che presto compariranno anche gli afidi. Le formiche infatti vivono in simbiosi con questi parassiti: trasportano le larve di afide sulle piante e le allevano, nutrendosi della sostanza zuccherina – la melata – che i parassiti secernono.
Rimedi: 1) rimozione manuale 2) 5 g di sapone di Marsiglia a scaglie in 500 ml di acqua. Irrorare la sera tramite spruzzino, poi ogni mattina risciacquare solo con acqua. Ripetere per 3 sere o più, in base al grado di infestazione. 3) Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare sempre di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni 4) Piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.

Autore: Donatello Vallotta

L’attività di Luis Trenker architetto in città a Bolzano

Forse pochi sono a conoscenza che Luis Trenker, gardenese di nascita, alpinista, scalatore, romanziere , attore e regista – girò il film “Montagne in fiamme” nel 1931 – era anche architetto. A Bolzano per un breve periodo dal 1925 al 1930 mette in pratica pienamente la sua idea di architettura. Nel 1925 realizza a Oltrisarco, in località “Prato ghiacciato”, il progetto per un insediamento abitativo per la Cooperativa Case Popolari. Quattro blocchi di edifici, dalle forme semplici ed essenziali. Nel 1926 realizza Villa Pretz in via Castel Roncolo che firma insieme a Clemens Holzmeister. Si tratta di una bella residenza dalle forme razionali e innesti classicheggianti. Ma possiamo trovare le tracce più significative del suo linguaggio architettonico in quello che allora verrà chiamato “Rione Cesare Battisti” e in tedesco
“Beamtenhäuser”, realizzato fra il 1927 ed il 1930 fra via Armando Diaz e Piazza 4 Novembre, firmato anch’esso con l’architetto Holzmeister. Il rione che sorge di fronte al Palazzo degli Alti Comandi, nelle vicinanze del Monumento alla Vittoria e dietro il piacentiniano, ieratico e monumentale Corso Libertà (Corso 9 Maggio) avrà tutt’altre caratteristiche. L’idea sarà quella di creare una piccola città-giardino. Un lungo edificio che si affaccia su via Diaz, un secondo blocco in via Longon, e altre otto piccole unità abitative, poste simmetricamente all’interno del lotto. Anche qui la committenza non è pubblica, è privata la “Cooperativa impiegati statali e comunali”. Tale edilizia si ispira agli esperimenti abitativi realizzati nella cosiddetta “Vienna Rossa” degli anni ’20 e a quelli dell’edilizia socialista olandese. Nel blocco più lungo, rivolto verso sud, esso tende a incurvarsi, di fronte a esso ampi giardini, oggi coltivati a orti. Qui Trenker pone una scelta progettuale vincente, ogni blocco abitativo ha il suo balcone con l’angolo tagliato a spicchio. Il risultato è che i raggi solari possono penetrare più facilmente all’interno delle abitazioni e l’esposizione è tale che garantisce un’ideale illuminazione per tutta la giornata. Una stradina interna garantisce la comunicazione fra le unità abitative interne. Il complesso edilizio è inoltre fornito di un pozzo artesiano autonomo, tuttora utilizzato per irrigare gli orti. Tale esperimento abitativo nel ricreare una socialità di vicinato, di spazi urbani a dimensione umana, ne fanno uno dei pochi casi riusciti, oltre all’architettura puramente razionalista, dell’edilizia residenziale a Bolzano in quegli anni.

Autore: Flavio Schimenti

Lentius, profundius, suavius. Il messaggio attuale di Langer

Venticinque anni fa (3 luglio 1995) se ne andava Alexander Langer, un uomo che con la sua vita, la sua ricerca, le sue fatiche e la sua solitudine contribuì a dare dignità alla politica, che è l’arte della costruzione del bene comune e non un’attività di lotta per il potere e la spartizione delle risorse. Guardava a un cambiamento culturale.

“Sono convinto”, scrisse sul settimanale “Il Segno” nel marzo 1995, “che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto della definizione dei ‘diritti etnici’ (o nazionali, o confessionali, ecc.), ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluri-culturale, che ovviamente non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e di statuizioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione.”
Vedeva con la passione del profeta la necessità di una correzione di rotta in campo politico, ecologico, economico nei rapporti tra gruppi etnico-religiosi (era in corso la guerra nei Balcani).
Negli ultimi mesi della sua vita fece appello a una “decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile”.
Espresse questa esigenza in un discorso memorabile. “Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius’ (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.”

Autore: Paolo Bill Valente

La memoria di Falcone e Borsellino

Un altro anniversario che non si è potuto celebrare come di consueto, per le limitazioni sugli assembramenti, è stato quello del 23 maggio 2020.
Con una ridotta presenza di autorità e rappresentanze, si è ricordato, celebrando la “Giornata della legalità”, il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai quali a Bolzano è intitolato il “Largo” che collega via Duca d’Aosta e Corso Italia, dietro il Tribunale. Nel medesimo luogo vi è anche una targa, dal 2015, raffigurante i due giudici, paladini della legalità.
Falcone e Borsellino si erano conosciuti da giovani giocando a calcio in parrocchia, furono poi colleghi, a Palermo, nell’Ufficio istruzione della sezione penale; collaborarono attivamente nel “pool antimafia”, guidato dal giudice Rocco Chinnici (anche lui vittima della mafia il 29 luglio 1983). I due colleghi magistrati prepararono assieme, ritirati con le famiglie per motivi di sicurezza presso il carcere dell’Asinara, l’istruttoria per il “maxiprocesso di Palermo” (10 febbraio 1986-16 dicembre 1987).


Fu tra le braccia di Paolo Borsellino che morì Giovanni Falcone, tra i colpiti dalla “strage di Capaci” del 23 maggio 1992. Borsellino si rendeva conto di essere anche lui nel mirino di “Cosa nostra”, di essere un “condannato a morte”.
Come furono importanti le indagini di Giovanni Falcone per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici di droga, ai fini di un quadro sulla gigantesca organizzazione criminale collegante mafia americana e siciliana, non meno furono quelle di Borsellino sui legami tra Cosa Nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale. Fu infatti vittima del tritolo anche Borsellino, il 19 luglio 1992, in via d’Amelio, sotto l’abitazione di sua madre. Sicuramente Borsellino ha condiviso fino alla fine il pensiero del collega e amico Giovanni Falcone, che si trova nella frase riportata nella targa: “Gli uomini passano ma gli ideali restano e continueranno a camminare sulla gambe di altri uomini.” Un pensiero da fare nostro!

In foto principale: La commemorazione dell’Anpi a Bolzano

Autore: Leone Sticcotti