Le contraddizioni del “vero” Alto Adige

In provincia di Bolzano la narrazione del territorio risulta quasi sempre deformata dal “modello difensivo” su cui è stata impostata la nostra convivenza. E molto spesso anche il mondo giornalistico è vittima di tali dinamiche, faticando soprattutto nella pur necessaria descrizione dei cambiamenti intervenuti negli ultimi 20 anni e che hanno radicalmente mutato il quadro di riferimento. A questi meccanismi fa eccezione una recente pubblicazione, di cui raccomandiamo vivamente la lettura.

Il libro “La montagna disincantata, l’Alto Adige / Südtirol tra mito e presente”, scritto da Massimiliano Boschi e uscito negli ultimi sussulti del 2020 per le edizioni Alphabeta, ha in realtà un certa “storia” alle spalle, essendo in sostanza costituito da una serie di reportage realizzati in prima battuta per la testata giornalistica online “Alto Adige Innovazione”, successivamente raccolti in un volume non in vendita intitolato come la rubrica di riferimento “Alto Adige Doc, viaggio oltre gli stereotipi”.
A nostro avviso, questo volume è una lettura irrinunciabile per tutti coloro – speriamo molti, che non si accontentano della narrazione consuetudinaria e quindi annoiata del nostro territorio. Potremmo dire di più: la serie di reportage realizzata da Massimiliano Boschi, freelance di origine emiliana ma bolzanino d’adozione, rappresenta un ottimo esempio del giornalismo del quale ci sarebbe bisogno e che invece, purtroppo, viene sempre meno praticato anche qui a causa di stanchezza o vittimismo, due malattie molto diffuse nella nostra professione.


Uscire dal circolo vizioso della cronaca nera o degli scandali politici o di potere risulta sempre più difficile, come evinciamo dalla lettura dei quotidiani locali, siano essi cartacei o online. Per questo risulta davvero prezioso l’intento assunto da Boschi di uscire dal vicolo cieco di una provincia che “per anni ha minimizzato l’importanza dell’individuo, massimizzando quella del gruppo”. Il giornalista sceglie quindi di concentrarsi sulle storie reali dei singoli individui, sulle opinioni personali e sui fatti, provando a uscire da tutte le logiche identitarie, non solo quelle etniche. Rifuggendo in questo modo
le lenti deformanti e ormai appannate che ormai (quasi) tutti noi riteniamo inadeguate per la lettura della nostra realtà. Boschi sceglie in questo modo di privilegiare “quel che avviene oggi e che potrà accadere domani”, mettendo da parte la solita interpretazione filtrata attraverso i fatti del passato.
Il volume edito da Alphabeta propone una carrellata di reportage realizzati in luoghi identificati secondo le direttrici (anche simboliche) nord / sud (immigrazione e confini) e est / ovest (confini e nuove generazioni). Molto preziosa è anche la prefazione in cui Francesco Palermo evoca un “Re Mida etnico”, ricordando come in Alto Adige Südtirol “tutto ciò che si tocca assume anche solo involontariamente una dimensione etnica”.
Poco prima del “post scriptum” che preannuncia la ripresa del percorso nei prossimi mesi, davvero significativa è anche la “versione di Sofia”, ovvero un breve e illuminante dialogo che vede protagonista Boschi insieme alla figlia diciassettenne, che ci fa capire quanto è importante fermarsi ad ascoltare i giovani, che non solo del futuro ma anche del presente dovrebbero essere i veri protagonisti.

L’alba a san Candido, una delle località visitate

Un viaggio oltre gli stereotipi

L’Alto Adige/Südtirol è una provincia “speciale” non solo nel suo statuto istituzionale, ma perché abituata a raccontarsi attraverso miti identitari e i traumi di un passato più o meno recente. Ma questo schema interpretativo funziona ancora? O piuttosto ha finito per ridurre altoatesini e sudtirolesi a migranti nel tempo invece che nello spazio? I luoghi comuni hanno ancora un fondamento di verità? L’Alto Adige/Südtirol è realmente così efficiente e ricco, tradizionalista e conservatore? È davvero una terra delle opportunità?
Queste sono solo alcune delle domande che hanno spinto l’autore a salire su bus, treni e biciclette per osservare da vicino luoghi meno noti e raccontare quasi in presa diretta un’Alto Adige ormai fin troppo “visibile”, ma che molti si ostinano a non vedere, per privilegi acquisiti o per pigra abitudine.
Il viaggio diventa così un confronto serrato e pieno di sorprese con le nuove “tensioni” che attraversano questa terra, più legate alla gestione dei flussi turistici e migratori che alle questioni etniche o alla famosa “proporzionale”.
Dai paesi dormitorio sull’asse nord-sud (da Brennero a Salorno) alle selfies zones di un turismo sempre più di massa e votato all’assoluta comodità sull’asse est-ovest (dalla Pusteria alla Venosta), emerge un modello di sviluppo sociale ed economico incerto e non sempre governabile, di cui la pandemia di Covid-19 ha messo a nudo tutte le fragilità. Un paesaggio umano che fugge dalle cartoline e chiama in causa una certa idea di futuro.

(dalla seconda di copertina del libro)

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Ciclabili: Bolzano premiata dalla FIAB

Ecologica, leggera, versatile ed economica. A incentivare l’utilizzo della bicicletta, però, non sono solo gli aggettivi che ne sottolineano la convenienza, ma anche, e soprattutto, le lunghe ciclabili che attraversano il comune di Bolzano. 53 chilometri di strade riservate ai ciclisti che uniscono i quartieri con le zone industriali e artigianali, facilitano gli spostamenti casa-scuola e consentono all’intera cittadinanza di raggiungere luoghi come la stazione, gli uffici amministrativi e i centri sportivi. A conferma di ciò, il Comune di Bolzano è stato premiato dalla Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta ottenendo il massimo punteggio nel concorso ‘ComuniCiclabili’ e venendo insignito con l’ambiziosa “bandiera gialla 2021”. I parametri scelti dalla FIAB per la valutazione dei comuni spaziano dalla mobilità urbana, quindi dal controllo sul traffico e sul flusso delle auto in città, alla qualità delle ciclabili, fino a comprendere il cicloturismo e le strutture di accoglienza per i turisti.

“Nella città di Bolzano circa il 30% degli spostamenti viene effettuato in bicicletta, un dato elevato che sottolinea la disponibilità da parte dei cittadini a muoversi con questo mezzo ecologico”, spiega Fabio Martorano di FIAB Bolzano. L’organizzazione ambientalista ha sede a Bolzano da soli 2 anni ma è già molto attiva nel territorio: “Tra le varie attività che proponiamo c’è la collaborazione con le scuole elementari per il progetto ‘Bimbi in bici’, finalizzata a educare i giovani cittadini al corretto utilizzo della bicicletta”. “In accordo con i Comuni e gli assessori – prosegue Martorano – vogliamo favorire l’utilizzo di modalità ecologiche per muoversi: come FIAB proponiamo infatti di creare nella nostra città nuovi parcheggi sicuri e accoglienti, che possano diventare dei veri e propri garage per le biciclette”. Se da una parte c’è l’elevato utilizzo delle ciclabili da parte dei bolzanini, dall’altra – sottolinea Martorano – dobbiamo prendere atto del problema della mobilità causato dallo spostamento dei pendolari provenienti da fuori comune e del conseguente significativo numero di automobili che entrano ed escono dalla città”. La bicicletta è un mezzo di trasporto vantaggioso da tutti i punti di vista, il suo utilizzo è ecologico ed economico, ma non solo: è anche sicuro. Si rispetta infatti il distanziamento sociale – dettato dalla pandemia – anche durante il tragitto, non essendo a stretto contatto con nessuno. Il fiore all’occhiello del Comune di Bolzano, che ha permesso di ottenere il massimo punteggio al concorso – 5 ‘bike smile’ – è il collegamento delle ciclabili con i diversi punti della città, ma si può ancora migliorare: “Desideriamo che le piste ciclabili non vengano progettate solo a ‘maglia larga’, ovvero strade che vadano da quartiere a quartiere, ma anche a ‘maglia stretta’, con l’ampliamento delle piste all’interno degli stessi quartieri” conclude Martorano.

Autore: Andrea Dalla Serra

Il progetto che offre un supporto ai nuovi genitori

Il progetto “Family Support” arriva in Bassa Atesina. Il team di educatori dell’associazione Il Melograno cerca volontari disponibili a dedicare del tempo alle famiglie, alle madri e ai padri con bambini sotto un anno di età. Il supporto nelle questioni concrete della quotidianità è un espediente: la presenza e l’ascolto dei volontari valorizzano nelle famiglie l’importanza del momento che stanno vivendo. Ne abbiamo parlato con la coordinatrice, Silvia Venturin.

// Di Luca De Marchi

“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio” recita un antico proverbio africano. Ma le condizioni di vita dei genitori nel corso degli anni sono cambiate e la comunità oggi invita tutti ad arrangiarsi. “Hai voluto un figlio? Ora lo devi crescere” sembra affermare, dimenticando che le nuove generazioni sono il cuore della sua prosperità umana e culturale. Così molte madri, molti padri, molte famiglie si ritrovano sopraffatte dalla quotidianità e sono costrette ad arrangiarsi facendo grossi compromessi, per esempio abbandonando i propri sogni e la carriera.

Family Support: il progetto
È per venire incontro a queste persone che nasce “Family Support”, progetto ideato dalla rete degli Elki, strutture in cui le mamme e i genitori possono andare a giocare coi bambini e dove propongono anche incontri sul tema della genitorialità, in collaborazione con l’ufficio famiglia. Il progetto “Family Support” vuole oggi estendersi in tutta la Bassa Atesina grazie all’associazione Il Melograno, che da anni accompagna le famiglie e i bambini nei primi anni di vita con il supporto di un team di operatori, educatori e volontari.
Già attivo in altre zone della provincia, il progetto “Family Support” porta volontarie e volontari a casa di mamme in gravidanza e di famiglie con bambini fino a un anno di vita. “Il sostegno che viene dato è concreto – spiega Silvia Venturin, coordinatrice del progetto – fare compagnia alla famiglia, passeggiare con la mamma, accompagnarla se ci sono visite o appuntamenti, fare la spesa, giocare con i figli più grandi mentre la mamma o il papà si dedicano al più piccolo, o anche tenere il bambino mentre si fanno una doccia e si prendono del tempo per se stessi”.
Sempre più coppie infatti hanno figli mentre i nonni ancora lavorano, o in città in cui non hanno una rete di contatti solida. In questo momento storico poi molte famiglie si ritrovano isolate a causa della pandemia. “Vogliamo affiancare le nuove famiglie, in particolare le neo-mamme, a persone con una sensibilità tale da poterle accompagnare in questo delicato momento di passaggio, valorizzando l’importanza e la bellezza che rappresenta questo momento per la loro vita” spiega Venturin. Ma a ricevere supporto non sono solo le famiglie sole: a volte a fare la differenza è proprio la presenza di una persona esterna dalla famiglia e senza alcun preconcetto.


Alla ricerca di nuovi volontarie e volontari
“Family Support” è ora alla ricerca di volontari disponibili a collaborare in tutta la Bassa Atesina, in particolare a Bronzolo, Laives e Vadena. Non servono competenze specifiche: “I volontari devono essere maggiorenni e motivati a dedicare due, tre ore del loro tempo a settimana. Mi piacerebbe che a collaborare fossero persone diverse, per esempio persone con esperienze di genitorialità alle spalle, ma anche donne e uomini con una sensibilità particolare verso questa tematica. Nessuno verrà lasciato solo e a tutti verranno offerte delle formazioni sull’arte di aiutare, ci focalizzeremo sull’importanza di essere presenti e di prendersi cura non nel senso di aiutare, ma nel senso di investire del tempo per la persona che abbiamo davanti”.

Silvia Venturin

Come si può aiutare
Rafforzare e alleggerire le famiglie con neonati può prevenire situazioni di solitudine e sovraccarico. Il modello del “Family Support”, molto diffuso nel nord Europa, si ispira a un concetto primordiale: restituire fiducia alla comunità e ridurne l’individualismo. Per crescere un bambino ci vuole un villaggio, appunto. Chi fosse interessato a collaborare può contattare Silvia Venturin al numero 389 986 9117 o alla mail melogranoaltoadige@family-support.it

Il progetto in breve

Family Support, iniziativa promossa dall’associazione Il Melograno, promuove l’incontro di volontari con neo-famiglie e mamme in gravidanza in tutta la Bassa Atesina e le accompagna nel primo anno di maternità. L’obiettivo è offrire loro supporto concreto nella quotidianità e valorizzare il loro ruolo e il momento che stanno vivendo.


I volontari vengono seguiti da professionisti e si incontrano tra loro almeno cinque volte l’anno per confrontarsi sulle proprie esperienze e per formarsi.
Per le attività si è assicurati contro gli infortuni ed eventuali spese vengono rimborsate. Per maggiori informazioni o per un primo colloquio il progetto si può contattare alla mail info@family-support.it

Si inizia a pensare alla prossima estate

SALORNO Il Gruppo giovani Salorno pensa già all’estate, e lo fa proponendo ai bambini della scuola primaria quattro settimane di divertimento in sicurezza. “Nonostante la pandemia, l’associazione non si è mai fermata”, ha dichiarato la portavoce Sibille Bazzanella. “La tecnologia ci ha aiutati molto, dandoci la possibilità di organizzare attività, corsi e video online, mantenendo attivi sia i rapporti con i ragazzi sia l’entusiasmo che ci contraddistingue.” Un’altra importante iniziativa portata avanti dall’associazione in questo periodo è il progetto “Mi per Ti – Mir bringens dar Hoam”, attualmente ancora attivo, che ha riscosso molto successo. Infatti sono diversi i ragazzi che si sono messi a disposizione per portare aiuto alle persone ammalate o in quarantena. Comprare il giornale, recarsi in farmacia, portare fuori il cane, spedire un pacco, portare l’immondizia in discarica: sono tante le necessità che possono essere svolte in completa sicurezza dai volontari chiamando Sibille o Lisa al 345/2220752 o al 342/1736905. Ma il Gruppo giovani di Salorno, oltre a proseguire con le attività in corso, pensa già al futuro programmando il periodo estivo per offrire ai ragazzi un’estate ricca di divertimento e attività in sicurezza.

Così, è nata l’iniziativa “2BE-SUN”, indirizzata ai bambini della scuola primaria, che durerà quattro settimane (dal 28 giugno al 23 luglio) e coinvolgerà i partecipanti dalle 8 del mattino fino alle 15.30 del pomeriggio. “Sappiamo quanto sia importante per i genitori poter contare sul nostro supporto durante i periodi in cui la scuola è chiusa”, ha aggiunto Sibille. “Da anni, l’associazione organizza le attività estive per i ragazzi coinvolgendoli in esperienze ludiche, giocose e divertenti ma allo stesso tempo formative e educative”. I bambini potranno quindi contare su un’estate senza noia da trascorrere all’insegna dell’amicizia e dello stare insieme. Le iscrizioni al progetto “2BE-SUN” sono aperte dall’1/3 fino al 3/4 telefonando al 342/1736905 o scrivendo a
info@gruppogiovanisalorno.com, i posti sono limitati.

Autrice: Erica Nardin

Piazza Cristo Re pronta a rinascere e a dare un tocco “green” al quartiere

Piazza Cristo Re, uno dei luoghi iconici del quartiere Gries-San Quirino, da molti ricordata per il celebre ex-cinema Concordia, era una volta una piazza vivace, un luogo di incontro e un centro importante per la vita sociale e culturale del quartiere. Con il trascorrere degli anni e la chiusura del cinema, però, la piazza ha gradualmente perso la sua vitalità, riducendosi progressivamente a un mero luogo di passaggio o di parcheggio. Mentre la chiesa resta frequentata e attiva, grazie anche alle attività del centro parrocchiale quali il mercatino dell’usato e le feste per bambini organizzate nelle apposite sale della parrocchia, l’area circostante in cui è inserita necessita sicuramente di un rinnovamento.
È per questo motivo che nel 2016 è stato approvato un piano di recupero per la piazza, recepito dalla giunta comunale, che nella seduta dell’otto febbraio 2021 ha finalmente approvato il “progetto esecutivo per la riqualificazione di piazza Cristo Re”.

La costruzione della chiesa e della piazza nel 1939


“Con il progetto aggiornato, si raccordano le quote d’ingresso della chiesa con la piazza, realizzando un grande spazio continuo a disposizione della comunità, eliminando i dislivelli e le barriere presenti, valorizzando lo spazio piazza antistante la chiesa e trovando un equilibrio tra le aree pavimentate e quelle verdi. Importo dei lavori che comprendono anche un tratto di pista ciclabile è di 523.728 Euro”, si può leggere nel comunicato stampa della seduta pubblicato sul sito del Comune.
Lo scopo del progetto è quindi rendere la piazza più vivibile e accessibile, rimuovendone le barriere architettoniche, e restituirle il suo ruolo di luogo di aggregazione e d’incontro. Un altro punto focale nella visione del progetto sono le aree verdi che verranno valorizzate e rese anch’esse più fruibili e meglio inserite nel contesto urbano. Il piano di recupero vuole integrare gli spazi verdi in modo che risultino maggiormente in armonia con l’architettura della piazza, senza toccare le aiuole già esistenti e gli alberi storici, ma aggiungendo alcune piante basse.
Verranno poi ridisegnati i marciapiedi e la ciclabile e ridotti i parcheggi; sono previsti inoltre interventi per migliorare l’illuminazione, cosicché la piazza, oltre a rinascere esteticamente, sia anche funzionale e permetta la sicura e piacevole convivenza tra pedoni, ciclisti e automobili.
La chiesa, protagonista della piazza, vedrà anch’essa una valorizzazione della sua facciata con l’obiettivo di esaltare sia il luogo di culto che lo spazio esterno a cui fa da sfondo.

Autrice: Greta Sofia Lampis

Tutto è possibile!

Nato a Bolzano nel 1981, dal 2008 è giornalista professionista. Per sei anni ha condotto Fussball Arena, trasmissione televisiva di calcio regionale che va in onda su RAI Südtirol. Nel 2017 ha iniziato a lavorare full time per l’agenzia stampa hkMedia da lui fondata nel 2007, che si occupa della comunicazione per diversi eventi e alcune società nel campo dello sport in Alto Adige.

La cosa che più mi piace di me stesso.
La mia determinazione.


Il mio principale difetto.
Spesso sono troppo impulsivo.


La volta in cui sono stato più felice.
Il giorno in cui sono nati i miei due figli, Sebastian e Ferdinand.


La volta in cui sono stato più infelice.
L’infelicità fa parte della nostra vita. Secondo me è fondamentale non farsi prendere troppo da questo sentimento negativo e guardare sempre avanti…


Da bambino sognavo di diventare…
Una guardia forestale o un veterinario.


L’errore che non rifarei.
Gli errori sono esperienza nella vita, fanno solo crescere.


La persona che ammiro di più.
Tutte le persone che si prendono cura dei malati e dei deboli.


Un libro da portare sull’isola deserta.
Siddharta di Hermann Hesse.


Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Viaggiare per un lungo periodo nel mondo.


L’ultima volta che ho perso la calma.
Durante il primo lockdown, quando venivano cancellati eventi sportivi e svanirono le speranze per una ripresa. Oggi, un anno dopo, il mio lavoro lo sento un privilegio in tempi Covid. Questo anche grazie ai protocolli di sicurezza e ai test che vengono fatti prima e durante gli eventi.


La mia occupazione preferita.
Una sciata, un’uscita con l’e-bike o una corsa nelle montagne di casa.


I miei musicisti preferiti.
Blur, The Hives e The Kaiser Chiefs.


Del mio aspetto non mi piace…
I miei fianchi.


La qualità che preferisco in un uomo.
L’umorismo.


E in una donna.
L’eleganza.


Il giocattolo che ho amato di più.
Andavo pazzo per il LEGO. Un amore che ho passato ai miei figli…


Il mio motto.
Everything is possible: tutto è possibile!


Il mio primo ricordo.
Il giorno del mio 4°compleanno, seduto sulle ginocchia di mio nonno Oskar.


Il mio più grande rimorso.
Non essere andato a vivere o a studiare all’estero quando ero più giovane.


Nel mio frigorifero non mancano mai…
Un pezzo di speck, yogurt e una bottiglia di Franciacorta Ca’ del Bosco.

Voglia di evadere

Chiusi in casa o quasi. Da mesi. Ai bolzanini non resta che sognare (e progettare) le future vacanze nei luoghi del cuore. A questo tema è dedicata la gallery realizzata da Daniel Valentini di COOLtour.
Il grande desiderio di tornare viaggiare traspare dagli sguardi, catturati sotto le mascherine d’ordinanza.

In foto principale: Elisabeth Paone (Svizzera)

Sara Giuliani (Un’isola al mare)
Piero Gastaldo (Giro d’Italia)
Nadia Palomino (Roma)
Monica e Roberto (Formentera)
Mattia De Somma (Sardegna)
Marcello Marchetto (Riccione)
Lorenzo Dandaro (Concerto dei 21pilots)
Kristian Anselmi (Marocco)
Klaudia Schürmann (Toscana)
Jonida Vilcari (a Torino dalla sorella)
Cinzia Giongo (Sud Italia)
Maria Grusu (Sicilia e Puglia)
Alessia Busselli (Salerno)

Vicini agli operatori sanitari

Giusto un anno fa, il 24 febbraio 2020, con un comunicato stampa la Provincia di Bolzano annunciava il primo caso di Coronavirus in provincia di Bolzano. La fotografia collegata al comunicato sembra parlare di un’altra epoca, con i responsabili politici e sanitari seduti fianco a fianco, senza mascherine, e con i capelli decisamente meno brizzolati rispetto a oggi. Da quel momento è iniziata un’emergenza della quale ahinoi non riusciamo ancora a vedere la fine, anche se con speranza almeno oggi possiamo contare su maggiore consapevolezza e – soprattutto – una serie di vaccini che entro la fine dell’anno potrebbero dare finalmente il respiro di cui tutti noi abbiamo bisogno. Ricordando questi 366 giorni di grande pazienza e fatica, il pensiero va soprattutto alle mille storie di dolore che hanno colpito le nostre famiglie. Ma in secondo luogo un grande grazie va anche e soprattutto agli operatori sanitari che da mesi e mesi sono sotto pressione. Sono loro ad aver sostenuto in quest’anno il carico maggiore di lavoro, accompagnando nel modo più umano possibile coloro che ci hanno lasciato e i loro familiari, e sostenendo le migliaia di malati che invece da questa malattia sono riusciti a guarire. Gli operatori attivi nel comparto sanitario – medici, paramedici, infermieri, operatori sociali, amministrativi, tecnici, ausiliari di ogni tipo – sono stati chiamati a svolgere un compito gravosissimo, spesso mettendo a repentaglio la loro stessa salute. Le loro famiglie li hanno supportati, potendo direttamente testimoniare la gravità della situazione anche nei confronti dei pochi – ma comunque troppi – che tendevano a sottovalutare questa malattia che ci ha messi a dura prova, come società intera. Oltre al nostro grazie, agli operatori sanitari dobbiamo ora l’ulteriore necessario supporto per i prossimi mesi, che saranno cruciali nella fase della vaccinazione di massa. Questa solidarietà avrà un ruolo fondamentale non solo per metterci finalmente dietro le spalle la pandemia, ma anche per la successiva e necessaria riflessione sul ruolo delle professioni sanitarie e sull’attuale sistema, che sarà senz’altro da ripensare. Tutti noi saremo chiamati a contribuire, in un modo o nell’altro.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene

Molti cittadini, soprattutto in presenza di situazioni di necessità ed emergenza, vogliono dare una mano. Di fronte a una tragedia improvvisa e a casi di povertà evidente, partono gare di solidarietà capaci di mobilitare in breve tempo un gran numero di persone. Vale il vecchio detto: non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene.

Premesso che nessuno ha il monopolio né conosce con certezza il segreto di ciò che è “buono”, tuttavia le persone attente e solidali si sforzano ogni giorno di riconoscere il “bene” e di operare scelte “buone”. Sanno naturalmente che si può sbagliare.
Per sbagliare meno possibile si possono usare alcune precauzioni che, da che mondo è mondo, si sono rivelate efficaci.
In primo luogo, chi compie azioni per essere visto, ammirato, per finire sul giornale o per essere ringraziato probabilmente non sta facendo il bene. Il più delle volte i veri bisogni delle persone sono invisibili e le mani che aiutano non si mettono in mostra (“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…” “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti… per essere lodati dalla gente”. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto”, Marco 6).
Un secondo criterio è quello di chi si chiede, prima di muoversi, chi è meglio che dia una risposta efficace a un determinato bisogno. Sono io, spinto dal mio entusiasmo o è, ad esempio, il Comune con i suoi servizi? Spesso certe azioni “solidali” offrono un alibi a chi avrebbe la responsabilità di risolvere le situazioni (e di rimuoverne le cause).
Infine è importante ricordare che fare il bene (nostro e delle altre persone) non è facile e non si improvvisa. Non basta un clic, non è sufficiente estrarre una banconota dal portafoglio o commuoversi davanti a immagini e storie di cui non si conosce nulla. Fare il bene richiede pazienza, attenzione, studio delle situazioni, un’informazione competente e adeguata. Fare il bene è uno stile di vita, non l’avventura di un istante.

Autore: Paolo Bill Valente

Nient’altro che “Noi 3”

Non è una novità: i lunghi mesi del lockdown della scorsa primavera, la pallida estate che le ha fatto seguito e il ritorno delle limitazioni in autunno hanno dato una sonora mazzata al mondo della cultura, e con essa al mondo musicale.
Abbiamo in un primo tempo visto e apprezzato gli sforzi dei musicisti per non finire nel dimenticatoio e per dimostrare che c’era la volontà di non arrendersi e di non farsi tarpare le ali da una situazione surreale.
Dapprima sono arrivati i concerti al balcone, poi i meeting via zoom o skype e le produzioni musicali casalinghe, con ottimi risultati anche, ma pur sempre limitati per via dell’assenza del pubblico, soprattutto nei casi dei concerti in streaming, e non ci riferiamo solo alla scena di casa nostra, ovviamente.


Il lungo periodo di assenza dai palchi ha però permesso a molti di portare a termine dei lavori che erano in cantiere e verso fine anno abbiamo visto le uscite discografiche di parecchi dei nostri musicisti: e non ci riferiamo solo alle uscite digitali o liquide (come si usa dire per la musica che non è fruibile in formato solido).
Tra le varie produzioni figlie di questo periodo balengo, a metà gennaio è stata realizzata una piccola chicca musicale realizzata con amore da un trio che per questa sua uscita ha deciso di usare la denominazione Noi 3, che è poi anche il titolo del lavoro: si tratta di Franco Mugliari, Tony Gazzignato e Walter Pitscheider, che hanno infilato in questo disco, realizzato con tutti i crismi, con stampa professionale e tanto di bollino SIAE, tutta la loro passione per un certo modo di fare jazz, molto tradizionale e d’atmosfera, basato sugli standard, come si usava una volta. Il tutto senza fini commerciali o aspirazioni di gloria, soprattutto per il piacere di farlo, ad uso e consumo proprio e degli amici.
“Il titolo Noi 3 – ci racconta il bassista e cantante del trio, Franco Mugliari – è stato discusso a lungo, soprattutto da me, tra me e me, perché in realtà il significato avrebbe voluto essere ‘noi in tre’, che sarebbe stato poco chiaro: per intenderci, nel CD ci sono dei brani in cui compaiono tre chitarre, due sassofoni, cinque percussioni, voce e basso, ma il tutto è suonato da noi tre, appunto, solo noi tre, visto che possiamo contare su Walter che suona ugualmente bene sia la chitarra che il sax ed è sicuramente il punto di forza del trio. Però ognuno ha la sua peculiarità; Tony, ad esempio, si occupa di tutta la parte tecnica: noi per registrare usiamo la sala prove dei King’s Friends, di cui Tony è il batterista, ed è lui che sa smanettare con i programmi di registrazione. Per di più si occupa anche della parte grafica del disco”.
Mugliari si schermisce sminuendo la propria importanza all’interno della formazione, relegandosi nel ruolo di un bassista non virtuoso, ma in realtà in questo disco – rispetto al CD solista pubblicato da Mugliari un paio d’anni fa, in cui il trio compariva con la medesima formazione sotto il nome di Cantina Band Trio – oltre ai suoi progressi allo strumento, ascoltate ad esempio la ripresa dello standard Fly Me To The Moon, in cui il nostro si concede anche un assolo, non è possibile non prendere atto della novità della voce.
“In realtà – prosegue Mugliari – i brani sono concepiti per poter essere suonati o ascoltati anche in versione strumentale, Walter col sax, in corrispondenza con la parte cantata, esegue anche il tema, prima dello spazio riservato all’assolo. Questo perché non ero sicuro di tenere le parti che avevo cantato. Perché io non sono un cantante . Sono nato come cantante, da teenager, con grandi aspirazioni forse, ma, diciamocelo, non con grandi capacità. Non ho voce, non ho estensione, soprattutto non ho volume. Come se non bastasse, in questo disco il cantato non era da sottovalutare, ho cantato in portoghese, lingua che non conosco e di cui mi sono fatto aiutare con fonemi e accenti, in tedesco, in francese, in italiano. Si è trattato di un impegno non da poco”.
Comunque stiano le cose, riguardo al cantato di Mugliari, ascoltando il disco del trio è evidente che la voce è invece fondamentale nell’economia del prodotto, a riprova che non sempre la tecnica è fondamentale quando c’è un grande sentimento: provate ad ascoltare la versione della contiana Via con me (It’s Wonderful), Bei Dir War Es Immer So Schön o la classica Les Feuilles Mortes: il cantato del nostro ci sta alla perfezione proprio perché ci sono il mood e la partecipazione necessari.
Certo, probabilmente siamo lontani dal disco perfetto, ma per quanto riguarda il fatto in casa – e durante il lockdown gli italiani si sono davvero sbizzarriti a riguardo, in particolare a livello gastronomico – Noi 3 o, se vogliamo, Noi in tre, ha il gusto, il sapore e l’aroma giusti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale