La responsabilità della scuola guida

Ipotizziamo di avere un incidente stradale e che dall’altra parte vi sia un’auto di una scuola guida con un conducente/allievo nel corso di una lezione; la scuola guida è sempre responsabile?

La risposta è no. La responsabilità della scuola guida può certamente configurarsi e può essere a titolo esclusivo o a titolo di concorso con l’allievo: risponde a titolo esclusivo dell’incidente tutte le volte in cui siano state date indicazioni errate o imprudenti all’allievo; risponde, invece, a titolo di concorso di colpa tutte le volte in cui non vi sia stato un intervento per evitare l’evento dannoso dovuto all’errore dell’allievo o quando l’intervento sia stato tardivo o inidoneo. Naturalmente il limite a questo concorso è costituito dalla concreta possibilità di agire e cioè dalla prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’istruttore.
Il problema è, allora, accertare il grado di colpa nel caso di volta in volta affrontato. è infatti ipotizzabile anche la totale responsabilità in capo all’allievo, tutte le volte in cui l’incidente sia ascrivibile a sua totale negligenza o imprudenza o violazione di norme. Infatti, l’allievo, prima di porsi alla guida di un veicolo, ha l’obbligo di conoscere, diligentemente, tutte le norme sulla circolazione stradale; tali oneri non vengono meno per il fatto che il soggetto si stia esercitando seguito dal proprio istruttore.
è comprensibile, quindi, come eventuali giudizi di responsabilità per colpa vadano compiuti valutando tutte le circostanze concrete. I presupposti di partenza rimangono comunque che: l’allievo ha il dovere giuridico di conoscere almeno le nozioni fondamentali dei comandi del mezzo che si appresta a condurre e il loro corretto uso prima di porsi alla guida; tale obbligo non può venir meno per la semplice presenza dell’istruttore; su quest’ultimo, invece, incombono tutti gli obblighi di vigilanza e di informazione affinché la lezione possa svolgersi in modo tale che non si creino pericoli per l’incolumità d’altri e dell’allievo.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Risveglio

[…] oggi dico sempre quando mi incontro coi ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali. […]
Da “Ritratti: Mario Rigoni Stern” di Carlo Mazzacurati, 1999

Rinascita, fertilità, resurrezione: la primavera non è solo una stagione, è una struttura archetipica colma di significati millenari e ubiqui, spesso legati al mito della rigenerazione dopo il lungo inverno arido, con una natura nuovamente rigogliosa che torna a essere madre benevola e non matrigna. Anche gli appassionati del BalconORTO sanno che a breve dovranno dosare la loro maestria per preparare la nuova stagione. Dai salotti, dalle verande, dai poggioli o da qualche vaso, dimenticato in un angolo, avvolto dal tessuto non tessuto le piante ci mostrano dei chiari segnali di risveglio. Basta un goccio d’acqua durante le ore più calde delle giornate più miti per vedere spuntare nuove minute gemme o i primordi dei narcisi fare capolino dal terriccio. Poi primule, falsi mughetti, tulipani, fresie, tarassachi, margherite, begonie, petunie e surfinie, come il perenne alisso, ricolmeranno di colori e di profumi la nostra anima. Le prime operazioni da effettuare consistono, innanzitutto, nel controllare bene i vasi: quelli vuoti saranno da pulire e da lavare con acqua e aceto per rimuovere le incrostazioni di calcare, lo sporco e gli inquinanti. Quelli con vecchio terriccio, ma privi di semi e/o bulbi dovranno essere rigenerati con nuovo terriccio, humus di lombrico, compost ed eventualmente del concime a lenta cessione. Se invece è nostra intenzione coltivare delle orticole è bene riempire i vasi a 2 cm dal bordo e unire gli stessi ingredienti menzionati con qualche manciata di terra da orto, sabbia e agriperlite per aumentarne il drenaggio e alleggerirne il peso. E dell’argilla espansa sul fondo di ogni vaso/fioriera per evitare ristagni. Le piante da orto hanno bisogno di più energia per fruttificare ed è indispensabile ricorrere ai concimi liquidi, da somministrare almeno una/due volta al mese e con metà delle dosi consigliate. Nei semenzai di gennaio e di febbraio le prime varietà da seminare saranno peperoncini e melanzane. Per i pomodorini, alle nostre latitudini, possiamo aspettare metà/fine marzo prima della semina in ambiente protetto.Ricordiamoci delle consociazioni favorevoli! Impariamo a far coabitare sia piante da fiori, che richiameranno tante belle api, coccinelle e insetti pronubi, sia piante aromatiche e sia più varietà di piante da orto nello stesso vaso. Insieme si faranno compagnia, sostegno, ombra, scambiandosi azoto, protezione contro alcuni parassiti e migliorando il sapore del nostro raccolto. Dopotutto, la biodiversità che sta tanto a cuore all’ecologista che è in noi inizia sempre dai nostri balconi.

Autore: Donatello Vallotta

L’impegno di Leone per la comunità

Michele Leone si definisce “un pugliese doc”, giunto in Alto Adige come Carabiniere nel 1978 e a Egna nel 1985, che si è perfettamente integrato nella realtà locale. Grande appassionato di musica e di viaggi, oggi è presidente dell’Associazione Nazionale Carabinieri di Egna. È sempre a disposizione della comunità e ama stare in compagnia.

La cosa che mi piace di più di me.
La sincerità e l’impegno che metto in tutto.


Il mio principale difetto.
Dico sempre quello che penso.


La volta che sono stato più felice.
Quando sono nati i miei figli.


La volta che sono stato più infelice.
Il furto del portafogli subito in clinica.


Da bambino sognavo di diventare.
Un medico.


La persona che ammiro di più.
Tutte le persone intelligenti e rispettose.


Un libro da portare su un’isola deserta.
Preferisco le parole crociate.


L’ultima volta che ho perso la calma…
Ho un forte autocontrollo.


Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Suonare sul palco con Vasco Rossi.


La mia occupazione preferita.
Suonare la chitarra.


Il mio piatto preferito.
“Graukassuppe”.


L’ultima volta che ho pianto.
Alla scomparsa di mio fratello.


Il mio musicista preferito.
Dodi Battaglia.


Non sopporto…
I bugiardi.


La mia paura più grande.
Contrarre una brutta malattia.


Dico bugie solo…
Non dico bugie.


Il giocattolo che ho amato di più.
La trottola.


La disgrazia più grande.
Aver perso i genitori in tenera età.


Il mio più grande rimorso.
Non aver studiato medicina.


Il mio più grande rimpianto.
Avere la famiglia lontana.


Il mio pittore preferito.
Leonardo da Vinci.


L’ultima volta che ho pregato.
Un po’ di tempo fa.


Dove mi vedo tra 10 anni.
Continuerò a essere attivo socialmente.


Per un giorno vorrei essere.
Invisibile.


Nel mio frigorifero non manca mai.
Una birra.


Se fossi un animale sarei…
…un leone.


In famiglia mi chiamano.
Michl.


Del mio aspetto non mi piace.
La calvizie.


Il colore che preferisco.
Il rosso.


Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando.
Ho pagato l’ultima rata del mutuo della casa.

Pineta, la vecchia Sissa

Se osserviamo l’immagine di Pineta che accompagna questo testo, possiamo riconoscere tutti i cambiamenti avvenuti dagli anni cinquanta dell’ultimo secolo in poi: le prime casette unifamiliari con la chiesa costruite dalle famiglie arrivate dal Polesine, gli ampliamenti degli anni sessanta e settanta, la Pineta nuova e, infine, la zona di espansione sui terreni Toggenburg.
Sono visibili anche i due masi storici del luogo: il Renner e lo Steinmann. Da quest’ultimo la frazione prende il nome tedesco, Steinmannwald. Sarebbe forse stato meglio conservare il nome originario della località: Sissa. Non serviva neppure una traduzione, in quanto Sissa non è né italiano né tedesco ed è comprensibile a tutti.
Quel che si sa di questa località riguarda soprattutto i due masi, entrambi compresi nelle vaste proprietà vescovili e citati fin dal medioevo come “duo mansi” di Sissa. Si presume che proprio qui i Romani avessero eretto una piccola stazione a protezione dell’importante via di collegamento tra Tridentum e Pons Drusi e i due masi potrebbero rappresentarne, per così dire, la prosecuzione in forma agricola. Ma già prima dell’arrivo di Druso e della definitiva sottomissione della popolazione retica, questo piccolo centro ai piedi del Montestretto era noto: infatti la valle e il rio che ne discendono erano chiamati Zisa, per la precisione Zisatal e Zisabach. Da Zisa è derivato Sissa e da questa tutte le varianti successive fino all’odierno Süßenbach, Rio Dolce.
Ma chi era dunque questa Zisa, patrona del luogo e della fonte?
Si trattava di una divinità probabilmente retica o comunque preromana, nota anche in altre zone alpine e non solo. Il suo “compito” principale era quello della protezione degli animali dalle varie forme di epizoozia. A lei era dedicata la fonte sacra situata proprio all’uscita dell’odierno paese, Nisselbrunn. Viene chiamata anche Siesenbrunn o Sessenbrunn o Ezilobrunn. Evidentemente il nome non attiene né alle acque “dolci” né tanto meno ai fantomatici asini (Esel) che avrebbero trasportato fin qui non meglio precisati beni ma bensì al nome della divinità a cui erano dedicate: in onore della quale, a monte dell’omonima valle, pare fosse stato eretto anche un piccolo tempio.
Questa fonte è citata anche in uno dei rari documenti riguardanti l’epoca delle invasioni barbariche. Pare infatti che il confine tra il ducato trentino dei Longobardi e i possedimenti dei Bavari insediati a Bolzano corresse proprio qui, lungo la valle della Zisa, e che in queste campagne paludose si sia svolta una cruenta battaglia di confine tra i due eserciti che si contendevano il controllo della valle dell’Adige.

In foto principale: Vista di Pineta
Copyright: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Egna, tra iniziative passate e nuove idee

EGNA Dopo un anno singolare, trascorso a modificare progetti previsti o a riformularli in soluzioni nuove, il Comitato ha comunque continuato a promuovere e a sostenere finanziariamente diverse iniziative di carattere culturale, in collaborazione con le scuole, con la biblioteca comunale, con le associazioni e gli enti impegnati nel sociale.
Alla musica è stato indubbiamente riservato ampio spazio, seppur con un ridotto programma rispetto a quanto previsto: a inizio anno, il concerto introduttivo di Itinerari Musicali Operetta mon amour con l’ensemble Voci all’opera; in collaborazione con l’Udae, un concerto per chitarra e voce di musica latino-americana con le musiciste Liss Amado e Silvia Cesco; artisti musicali come Marco Rinaudo e Cristian Battaglioli hanno omaggiato il grande compositore e poliedrico artista Ennio Morricone, così come Enzo Weber in una serata che ha abbracciato anche il ragtime di Scott Joplin e la musica jazz; tramite il lavoro coordinato di diversi Comuni della Bassa Atesina e il Music Club di Egna, si è collaborato nel concretizzare l’undicesima Rassegna musicale Classic&More con il Quintetto di fiati Lignum; con l’Upad di Egna e la sua fondazione, si è garantita l’esibizione del Coro lirico Giuseppe Verdi; con Ennemase, lo svolgimento di un concerto durante il mercatino dell’usato.
Con la biblioteca Endidae i contatti sono stati costanti, anche per garantire alcuni percorsi on line, mentre le visite previste a mostre importanti sono state sospese o annullate. Quanto previsto con le scuole e con il Circolo culturale di Laghetti è stato sospeso per via dell’emergenza, e rimandato a quest’anno.
In chiusura dell’anno 2020, il Comitato ha collaborato con associazioni diverse, tra cui la sezione Acli di Egna, nel dare supporto a iniziative di aiuto a persone bisognose.
Per l’anno 2021, è stato elaborato un programma fitto di iniziative.
Sono previsti concerti e serate musicali e teatrali in collaborazione con associazioni del territorio comunale, comprese quelle affiliate all’Udae, con il Circolo culturale e con le Acli di Laghetti, nonché in rete con lo staff del Festival Classic&More e con l’Upad.
Tra le altre cose, è intenzione del Cep contribuire all’attivazione del laboratorio teatrale plurilingue “Il Gioco del Conoscersi-Das Spiel des Kennenlernens», per il quale è prevista una stretta collaborazione con le scuole. Si valuterà di riprendere l’organizzazione del “Cinema sotto le stelle-Kino im Freien”.
Sono in programma alcuni eventi culturali su temi storici, artistici e architettonici, nei quali saranno coinvolti esperti del settore. Inoltre, quale forma di promozione e valorizzazione storico-culturale del centro e delle sue frazioni, è previsto il coinvolgimento di un operatore che riprenda siti e luoghi, da montare in video, caricare e diffondere in rete.
Un altro ambito in cui il Comitato intende operare è quello ambientale, tramite iniziative condivise con svariate realtà, tra cui la scuola.
Resta aperta, tuttavia, la possibilità che il sito subisca modifiche in base all’andamento della pandemia.

In foto principale: Le vie del paese

Rudy Giovannini, il Caruso delle Alpi

Rudy Giovannini ha le sue radici in Alto Adige e per questo motivo viene soprannominato il Caruso delle Alpi. Già da bambino scopre la passione per il canto e canta nel coro parrocchiale, in un gruppo rock giovanile per poi scoprire la musica lirica; frequenta i conservatori di Bolzano e Verona e si perfeziona a Modena dal Maestro Arrigo Pola, già Maestro di Luciano Pavarotti. Comincia con il musical, dove riscuote notevole successo, continuando poi con il Grand Prix der Volksmusik. Oggi, Rudy Giovannini possiede una sua personalissima linea musicale che lo rende unico nel suo repertorio. 

La cosa che mi piace di più di me.
La mia capacità di rendere felici le persone con la mia voce e la mia musica. 

Il mio principale difetto.
Cerco di non dare ai miei difetti molte chance di sopravvivere, ho persone sincere al mio fianco che mi aiutano a farlo.

La volta che sono stato più felice.
Quando ho vinto il Grand Prix der Volksmusik. 

La volta che sono stato più infelice.
Ogni volta che perdo per sempre una persona cara.

L’errore che non rifarei.
Che meraviglia, non so rispondere, forse non l’ho ancora fatto.

La persona che ammiro di più.
Ammiro tutte le persone solari, in loro sta il segreto della felicità.

Un libro da portare su un’isola deserta. 
Ne porterei molti, ma i primi 3 sarebbero il “Don Chisciotte”, “L’isola di Arturo” e “Madame Bovary”.

L’ultima volta che ho perso la calma…
…l’ho ritrovata subito dopo, non era andata molto lontana.

La mia occupazione preferita. 
Cantare e scrivere canzoni.

Il Paese dove vorrei vivere.
La Namibia. 

L’ultima volta che ho pianto.
Lo scorso 7 dicembre, quando ho visto e sentito in tv, dal Teatro alla Scala di Milano, il finale dell’opera Guglielmo Tell.

Il mio musicista preferito.
Tanti, tanti, tanti. Ma soprattutto Giuseppe Verdi.

Non sopporto…
Le persone intolleranti. Non ho detto che non le tollero!

La mia paura più grande.
La raucedine.

Dico bugie solo…
Quando non dico la verità, e cerco di dire la verità il più spesso possibile.

Il giocattolo che ho amato di più.
La fisarmonica ricevuta a Natale da bambino.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo nei primi anni del Novecento per poter sentire dal vivo la voce del grande Enrico Caruso.

Il mio primo ricordo.
Una maestra che mi disinfetta il ginocchio.

Il mio più grande rimpianto.
Che mio padre non possa condividere il mio successo attuale, lui che tanto ha fatto affinché lo raggiungessi.

Il tennis nel cuore

Classe 2001, Matteo Rizzi è un giovane sportivo molto conosciuto in zona per i suoi successi sportivi nel campo del tennis, uno sport che gli ha insegnato la disciplina, la serietà e la responsabilità. Fino ad oggi ha collezionato una lunga serie di vittorie, partecipando a diversi tornei a livello locale, ma anche internazionale. Oggi studia Scienze motorie e spera in futuro di poter diventare allenatore di tennis.

La cosa che mi piace di me. 
La mia caparbietà.

Il mio principale difetto.
La mia impulsività.

La volta in cui sono stato più felice.
La felicità non esiste, mi sento sereno con quello che ho.

La persona che ammiro.
Mio nonno Carlo.

Un libro da portare sull’isola deserta.
La Divina Commedia.

La mia occupazione preferita.
Giocare a tennis.

Il paese dove vorrei vivere.
A Lugano. 

Il mio piatto preferito.
Risotto radicchio e salsiccia.

Non sopporto…
L’ipocrisia di certe persone.

Per un giorno vorrei essere…
Ricco sfondato. 

La mia paura maggiore.
Morire.

Nel mio frigo non manca…
Il tè alla pesca.

Se fossi un animale sarei.
Un lupo. 

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Mi sono diplomato.

Il mio motto.
Se insisti e resisti, raggiungi econquisti (Trilussa).

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Frequentare l’accademia di tennis.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il castello della Playmobil.

I miei artisti preferiti.
Gue Pequeno e Salvdor Dalì.

Il dono di natura che vorrei avere.
Essere più alto.

La qualità che preferisco in una donna.
La sincerità.

…e in un uomo.
La lealtà.

Dico bugie solo…
Solo se strettamente necessario.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Qui a Merano, con la mia nuovafamiglia.

Il colore che preferisco.
Il nero. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
A Capodanno.

Da bambino sognavo…
Di diventare un tennista di sucesso, come Federer.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare…
Avere un’attività in proprio di articoli sportivi.

Autore: Francesca Morrone

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.
Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.
Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.