“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

Matite e tenacia

Nato e cresciuto in una splendida famiglia nel varesotto e molto portato per il disegno, Alberto Ciro Taddei ha frequentato il Liceo Artistico e poi una scuola di grafica pubblicitaria. Dal 1999 abita in Alto Adige con la sua famiglia. Da allora, la sua passione è anche il suo lavoro. Nel suo atelier a Bolzano disegna e insegna il disegno a matita, sia a mano libera che in stile iperrealistico, occupandosi anche di materiale artistico e cornici.

La cosa che mi piace di più di me stesso.
Il coraggio e la tenacia.

I miei principali difetti.
La paura e il dubbio.

La volta in cui sono stato più felice.
Ogni  giorno cerco di avere delle piccole felicità.

Da bambino sognavo di diventare…
Una persona da ricordare.

L’errore che non rifarei.
Non fidarmi di me stesso.

La persona che invidio di più.
Chi ha scoperto subito il suo ruolo nella vita.

La persona che ammiro di più…
L’ostinato, il coraggioso, l’eroe.

Un libro da portare sull’isola deserta. 
La Bibbia.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Sicuramente ieri con un mio famigliare.

L’ultima volta che ho pianto. 
Nell’ottobre 2020, quando è morta mia mamma.

Il paese dove vorrei vivere.
Vivrei volentieri negli Stati uniti ma sicuramente seguirò i miei figli e la mia famiglia indipendentemente dal paese che sceglieranno.

Il colore che preferisco.
Il verde.

Il mio piatto preferito.
Le polpette al ragù.

Il mio pittore preferito.
Dipende dal periodo… in questo momento Basquiat.

Del mio aspetto non mi piacciono…
Gli occhi.

Non sopporto…
La falsità, le bugie, l’ingiustizia, l’avarizia, l’ignoranza.

Dico bugie solo…
Non dico più bugie.

Le mie maggiori paure.
Il dolore, la morte e il dubbio.

Il giocattolo che ho amato di più…
Il Lego.

Mi sento orgoglioso di me stesso quando…
Ogni volta che mi rendo conto di quello che sono e di cosa ho fatto e raggiunto.

Il mio motto.
Vivi il tuo sogno nonostante tutto.

Il mio primo ricordo…
Da bambino passeggio in giardino con mia mamma di notte, per calmare le mie voci interiori.

Il mio più grande rimpianto.
Non aver imparato tutte le lingue possibili.

Per un giorno vorrei essere…
Il Presidente della Repubblica.

Nel mio frigo non manca mai…
La marmellata di fragole.

Insalata di Bosco, un ricettario condiviso

“Come si può superare l’isolamento? Cosa ci unisce come esseri umani? Come possiamo creare esperienze condivise? Non c’è modo migliore per connettere le persone quanto il cibo o, meglio ancora, un pasto condiviso”. è così che viene spiegato il nuovo progetto “Insalata di Bosco”, realizzato dagli studenti di Eco-Social Design della Libera Università di Bolzano Darlene Sullivan, Eric Whyte e Lena Daur, e portato avanti grazie alla collaborazione con le Officine Vispa e il Comune di Bolzano. “Insalata di Bosco” è un ricettario condiviso del quartiere Don Bosco che cerca di connettere le persone attraverso la raccolta di ricette e di ricordi legati ai sapori, agli odori e ai momenti legati alla preparazione dei piatti provenienti dalle tradizioni culinarie delle famiglie del quartiere. 

Gli stessi ideatori di questo progetto di condivisione si sono visti protagonisti di video in cui raccontano aneddoti legati alle loro ricette preferite. Darlene, che viene da New York, in un video racconta ad esempio di come i suoi parenti italiani le preparassero ogni anno a Natale i calamari ripieni e di come questa ricetta sia per lei diventata un sinonimo di casa. Questo è esattamente ciò che il progetto cerca, ovvero condividere e mettere in contatto le persone e gli abitanti del quartiere Don Bosco, in modo da conoscersi meglio e stringere dei legami, sempre più difficili da tenere saldi nella società odierna in generale, ma soprattutto in un periodo di distanziamento sociale come quello che stiamo vivendo. 

L’aspettativa degli ideatori di questo ricettario in divenire è chiaramente quello di riuscire a implementare il ricettario anche provando a raccogliere le ricette in maniera “analogica”, somministrando questionari, momenti e spazi di incontro nelle vie del quartiere per poter permettere a chiunque, anche a chi non vuole realizzare testi o video, di partecipare o condividere. Ogni persona ha delle storie interessanti sul cibo e ogni persona può far conoscere sé stesso e il luogo in cui vive attraverso i piatti che mangia. Il cibo è un comune denominatore nei ricordi e nel vissuto di ognuno di noi: le tradizioni culinarie del quartiere sono più che varie, legate alle radici regionali e internazionali di chi vive a Don Bosco. La visione dei ragazzi di “Insalata di Bosco” è quella di poter ritrovare questo tipo di storie ma anche di offrire una narrazione diversa a un quartiere che ha oramai una sua storia e una composizione culturale e anagrafica estremamente varia. Durante l’intervista, infatti, Eric ci ha detto: “Noi siamo molto contenti di sentire quali cibi le persone si cucinano da sole, cosa preparano con gli altri – cose che ricordino loro della loro famiglia, della loro eredità culturale (se sono cresciuti a Don Bosco, oppure fuori dall’Alto Adige o dall’Italia) e sì, siamo molto interessati nel sapere qual è il background di Don Bosco.”  

Al momento è possibile partecipare a questo progetto di condivisione semplicemente visitando la pagina Facebook o Instagram “Insalata di Bosco” e cliccando sul link presente nella descrizione delle pagine. è possibile inviare disegni o foto dei piatti, video in cui si prepara e racconta oppure anche dei testi scritti, ogni forma è accettata e apprezzata soprattutto perché per i tre ragazzi dell’università di Bolzano ciò che conta è lo scambio e il contatto tra persone che sono magari culturalmente  distanti, ma che possono senza dubbio mettere in comune la passione per il cibo e, perché no, scoprire anche di essere molto simili. 

Autore: Daniel Valentini – COOLtour

A 22 anni presidente di Circoscrizione

Diego Laratta, classe 1998, da novembre è il nuovo presidente della Circoscrizione Gries e il più giovane fra i presidenti di circoscrizione. In un’intervista gli chiediamo come sono stati questi primi mesi nel suo ruolo.

In cosa consiste esattamente il tuo ruolo? 
Il mio ruolo consiste sia nel fare da tramite tra le amministrazioni comunali e i consiglieri, sia nell’essere un punto di riferimento per Gries poiché rappresento il Consiglio di Quartiere. Fra i vari compiti sovraintendo ai servizi offerti dal Quartiere e dal Centro Civico, convoco il Consiglio di Quartiere, dispongo l’ordine del giorno e devo dare esecuzione alle delibere approvate. Quando richiesto posso partecipare alle riunioni della Giunta Comunale o della Commissione consiliare al Decentramento. Al di là del ruolo istituzionale, ciò che credo sia importante e che mi impegno a fare è coinvolgere la cittadinanza e renderla attiva, svolgere riunioni e assemblee affinché i cittadini possano essere informati sulle questioni che li riguardano. Molti problemi vengono spesso dibattuti superficialmente, mentre ci sono regole e fatti che bisogna conoscere. Credo che questo sia un ruolo importante che il Quartiere deve assumere per fare chiarezza in alcuni passaggi e dare strumenti ai cittadini per formarsi un’opinione consapevole. Io nel mio piccolo cerco di farlo organizzando eventi e, ultimamente, online attraverso i social  network. Anche questo credo sia un passo utile per la digitalizzazione della P.A.: dare la possibilità ai cittadini di informarsi su canali che già utilizzano normalmente e non obbligarli ad andare a cercare le informazioni sul sito del Comune, poiché spesso non si sa neanche cosa si cerca. 

Sicuramente una grande responsabilità a 22 anni. Come ti senti a ricoprire questo ruolo essendo così giovane?
È una bella sfida, le dinamiche sono tante e complesse, bisogna essere attenti e avere la sensibilità per capirle tutte. È un impegno che credo e spero di portare avanti con massima serietà e attenzione, è sicuramente faticoso ma lo faccio davvero con felicità. Mi interessa molto sentire i problemi dei miei concittadini e spesso scopro aspetti che prima non conoscevo o davo per scontati. I problemi sono tanti e ci sono anche a Gries, questo fa parte delle città. L’importante è esserci per ascoltarli e impegnarsi al massimo per risolverli. 

Quali sono in questo momento i temi più dibattuti in Consiglio?
Nei quartieri io sono un convinto sostenitore che maggioranza e minoranza continuo poco, conta di più l’idea di quartiere in sé. Al di là dei partiti politici, la circoscrizione è una realtà piccola e quindi non ci dividiamo su questioni di politica nazionale, perché sarebbe sciocco. Stiamo cercando come gruppo di lavorare su molti temi: il Parco di Via della Vigna e la questione cancello sono i più discussi sui giornali, ma ce ne sono tanti altri. Ciascun problema per noi è importante e non esistono problemi piccoli o grandi, l’attenzione deve essere uguale per tutti.

I consiglieri della Circoscrizione Gries San Quirino

Quali sono le prossime iniziative che avete intenzione di proporre?
Sicuramente il cinema all’aperto è un’attività a cui cercheremo di partecipare, compatibilmente con il bilancio del Quartiere che ha visto entrate ridotte a causa della pandemia. Vorremmo anche ripetere la festa in Piazza Vittoria, organizzata gli scorsi anni dal Quartiere con l’aiuto delle associazioni. Purtroppo però è ovvio che in questo momento attività del genere restano in dubbio. Speriamo di poterle riproporre perché tenere attivo il quartiere è anche il nostro modo per creare convivialità, combattere l’insicurezza che può insorgere in alcune piazze e strade e non lasciare spazio a situazioni spiacevoli di microcriminalità.

Autore: Greta Sofia Lampis

“Ci sono cose da non dimenticare mai”

 Il progetto “Promemoria_Auschwitz.eu” – proposto nella nostra provincia ormai da 10 anni e realizzato grazie alla collaborazione tra Arciragazzi, Deina e AGJD – prenderà vita, seppur in una modalità diversa e innovativa – anche quest’anno, grazie ad una serie di incontri formativi a distanza. 

Esattamente un anno fa, quasi 300 ragazze e ragazzi dell’Alto Adige tornavano nelle proprie case dopo il viaggio della memoria. Un percorso, questo, che ha portato i partecipanti e gli accompagnatori a vedere con i propri occhi i campi di sterminio di Auschwitz. Il progetto “Promemoria_Auschwitz.eu”, proposto nella nostra Provincia ormai da 10 anni e realizzato grazie alla collaborazione tra Arciragazzi, Deina e AGJD, prenderà vita – seppur in una modalità diversa e innovativa – anche quest’anno. Verranno proposti, da qui a giugno 2021, una serie di incontri formativi a distanza e delle proiezioni di filmati immersivi, a 360˚, del Ghetto di Cracovia, della Fabbrica di Schindler, dei campi di Auschwitz e Birkenau con visite realizzate appositamente per i partecipanti.

Abbiamo parlato con Lucia Di Michele e Sofia Mazzoleni, entrambe in passato partecipanti e, da un anno, tutor di due diversi gruppi di iscritti. “La scelta di diventare tutor è maturata alla fine dell’esperienza – racconta Lucia – durante diverse situazioni vissute grazie a Promemoria mi sono accorta del valore del rapporto e della vicinanza tra le persone”.

Sofia Mazzoleni

La stessa vicinanza è però difficile da riprodurre virtualmente ed è per questo che l’iscrizione è aperta anche alle intere classi, facendo sì che i partecipanti si conoscano già tra loro. “È un aspetto importante che renderà possibile il coinvolgimento e l’interazione tra staff e ragazzi – spiega Sofia – inoltre, credo che il progetto sarà un vero e proprio esperimento, diverso dal solito, anche per noi.”

In una società stravolta dalla pandemia non ci si può dimenticare dell’importanza della memoria. “Anche a causa della didattica a distanza, gli studenti sono indietro con il programma di storia – prosegue Sofia – le nostre proposte possono integrare le conoscenze dei ragazzi riguardo alla storia del Novecento, che spesso a scuola viene trascurata”. La storia va avanti, è vero, ma come sottolinea Lucia Di Michele: “Ci sono cose che non vanno dimenticate per rendere possibile una società migliore, anche quando si sta attraversando un momento di grande crisi”. Promemoria Auschwitz diventerà così un nuovo modo di fare memoria, dando la  possibilità agli studenti di quarta e quinta superiore di approfondire la storia europea, ma anche quella locale. “Quest’anno, infatti, si percorrerà la storia territoriale con i suoi protagonisti e i suoi luoghi – una storia fatta di tracce del passato, di nomi di vie e di luoghi – una realtà complicata che va necessariamente affrontata se si desidera sfatare i pregiudizi e gli stereotipi che la affliggono”, conclude Lucia.

Lucia di Michele

Il progetto porrà l’attenzione sugli uomini e le donne che hanno scelto di resistere, valorizzando la loro memoria e le loro scelte. Ci si concentrerà sulle figure di Lidia Menapace, Franz Thaler, Josef Mayr Nusser e Franz Innerhofer. Anche in questo 2021 si è deciso di partire, virtualmente, per un viaggio; senza muoversi, ma “scegliendo di avere coraggio di cambiare”.

Autore: Andrea Dalla Serra

Mario Drughi

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

L’intero Paese si è immobilizzato quando il presidente Mattarella ha dato l’incarico di formare il governo a Mario Drughi, il leader della banda criminale omonima. “Sarà un onore poter governare gli italiani, popolo dal grande Gulliver!”, ha dichiarato. Aggiungendo: “Ci sarà finalmente Lattepiù per tutti, più sostegno per le babushke e, prima di tutto, il nuovo inno italiano sarà l’inno alla gioia del buon vecchio Ludovico Van”. “L’Europa me lo deve, con tutto quello che ho fatto!”, ha concluso.

Autore: Roberto Tubaro

Una nuova circoscrizione già al lavoro

A leggerne i nomi della presidente e del vicepresidente, il Consiglio di Quartiere Centro-Piani-Rencio appare da subito molto particolare. La Presidente è Sylvia Hofer, una donna forte espressione del suo partito, la SVP, con 15 anni di presenza in consiglio comunale e già presidente della Commissione consiliare alla Cultura. Per l’ultima tornata elettorale Hofer si è candidata solo per la circoscrizione del centro ed ha ricevuto ben 600 voti di preferenza. Il vicepresidente invece è Salvatore Falcomatà, con alle spalle una lunga storia di militanza politica di sinistra iniziata ancora negli anni ’70, con una esperienza di decenni nel sindacato e nel volontariato. Si tratta di una coppia decisamente ben assortita. 

Chi è Salvatore Falcomatà e come è finito a fare il Vicepresidente di circoscrizione?

Politicamente dal 1974 al 1980 ho militato nel PdUP, il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, poi sono stato nel PCI e poi Rifondazione Comunista con cui nel 2005 sono stato presidente della Circoscrizione di Oltrisarco. Ma vanto anche una esperienza pluridecennale nel volontariato laico. Per le ultime elezioni è stato Caramaschi a chiedermi di candidarmi nei quartieri per la sua lista civica. Tra di noi c’è un rapporto di stima reciproca. Sono stato eletto ad Oltrisarco e ai Piani, ma su invito del sindaco ho scelto di andare ai Piani, sia per coprire una assenza (se non fossi andato, la lista avrebbe perso un seggio), sia per la mia esperienza, utile per una circoscrizione dalle difficili e complicate tematiche…

Come valuta la Sua esperienza fino a questo momento e come si trova a lavorare con la Presidente del Consiglio di Quartiere?
Pur essendo un organo per molte questioni solo consultivo, io ritengo che i consigli di circoscrizione siano il vero collante tra cittadinanza e Comune. A me questa possibilità di dialogo con la cittadinanza piace molto. Per quanto riguarda il rapporto con Sylvia Hofer, devo dire che ci troviamo bene a lavorare insieme, certo le discussioni sono accese, ma abbiamo entrambi un approccio molto pratico alle questioni.
Si tratta di un aspetto confermato anche da Sylvia Hofer: “Non conoscevo Salvatore. Ci capiamo bene, entrambi siamo molto pratici, ritengo che siamo molto compatibili.” 

Sylvia Hofer prosegue quindi con le sue valutazioni. 

“Il consiglio è molto variegato, degli 11 consiglieri, 8 sono di liste di maggioranza anche se le dinamiche in consiglio di circoscrizione sono diverse rispetto al consiglio comunale. Affrontiamo più situazioni pratiche e auspichiamo di trovare soluzioni ampiamente condivise.”

Come valuta fino a qui la sua esperienza da Presidente?
Una delle prime misure che da me adottate, oltre a fissare da subito tutte le riunioni fino a giugno, è stato il passaggio dalle riunioni in presenza a quelle online. La mia circoscrizione in questo senso ha fatto da apripista. 

Quali sono i prossimi temi all’ordine del giorno?
Nelle future riunioni affronteremo questioni spinose come la gestione dei rifiuti – un tema molto dibattuto è il pessimo stato in cui versano molte isole ecologiche. Poi c’è il tema della mobilità, che comprende la variante sotto Monte Tondo, ma anche Rencio, dove l’abitato sorge praticamente lungo la strada, e quindi il traffico lì andrebbe alleggerito. Un altro tema caldo riguarda l’ARBO, il piano di recupero dell’areale ferroviario. Anticipo qui che ci batteremo anche per la riapertura dell’ufficio postale di via Brennero, chiuso in occasione del primo lockdown e non più riaperto.

La sede della circoscrizione

Autore: Till Antonio Mola

Un deficit di responsabilità generalizzato

Nei giorni scorsi ho letto con interesse un’intervista rilasciata dal biostatistico Markus Falk in merito alla pandemia in Alto Adige. Dati alla mano, Falk definisce “inevitabile” il nuovo lockdown in cui siamo entrati, visto il trend in crescita di contagi e ricoveri negli ospedali. Allo stesso tempo, l’esperto mette in evidenza il forte aumento di casi tra gli ultrasettantenni. Sviluppando ulteriormente lo stesso concetto in un’altra intervista, Falk definisce molto più pericolosi (per loro e per i pari età) gli assembramenti degli anziani, a quanto si dice molto frequenti nelle valli, rispetto a quelli dei giovani. Il biostatistico non manca di indicare come particolarmente a rischio per la diffusione del contagio le famiglie allargate, più diffuse in periferia piuttosto che nei grandi centri.
Ecco: a mio avviso nelle ultime settimane si è registrato nel nostro territorio un pericoloso e generalizzato calo nel senso di responsabilità, portando spesso a esasperare gli animi. Si tratta di una deriva pericolosa, e occorre che tutti facciamo un doveroso esame di coscienza. Ad essere chiamata a risponderne è la politica provinciale in primis, che in questi mesi si è spesso dimostrata incapace di dare risposte adeguate e tempestive, nel suo procedere ondivago, incerto e – quel che è più grave – privo di qualsivoglia atteggiamento autocritico.
Ma anche noi cittadini abbiamo le nostre responsabilità, sia individualmente che in tutte le situazioni in cui siamo coinvolti, a livello lavorativo, associativo e del tempo libero. Le nuove contrapposizioni manifestatesi tra i vari settori del nostro sistema economico e addirittura le “barricate” preannunciate dai settori più penalizzati, come commercio e turismo, hanno fanno suonare un campanello d’allarme che deve essere preso molto sul serio. La società altoatesina intera è chiamata a dare un segnale molto forte, in cui gli interessi di parte, le paure e gli egoismi vengano accantonati nel nome dell’interesse comune. Stigmatizzando in questo modo con la massima fermezza l’ignoranza e addirittura i negazionismi, che non possono essere più accettati nell’ottica della salvaguardia della salute e della serenità dei più deboli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale