Prendendo spunto dall’articolo da ultimo pubblicato, mi viene posta da un lettore la seguente domanda: in caso di separazione consensuale, in assenza di testamento, come sono regolati i rapporti ereditari con l’ex coniuge?
L’eredità del coniuge dopo la separazione è disciplinata da due articoli del codice civile: l’art. 585 secondo cui il coniuge cui non è stata addebitata la separazione ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato (pertanto, tornando alla domanda postami, ciò vale anche in caso di separazione consensuale); l’art. 548, secondo cui al coniuge responsabile della separazione spetta soltanto un assegno vitalizio se, al momento della morte, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. Le stesse regole si applicano anche nel caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi. Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex defunto, anche se ha rifiutato l’eredità. Se al coniuge superstite viene addebitata la colpa della separazione, egli ha diritto alla reversibilità solo se gli è stato riconosciuto dal giudice il diritto agli alimenti a carico del coniuge deceduto. Altrimenti ne è escluso. A differenza della separazione, con il divorzio il vincolo matrimoniale viene definitivamente sciolto e si perdono i diritti successori acquistati con il matrimonio. L’ex coniuge divorziato, quindi, esce definitivamente dall’asse ereditario del defunto, ma conserva il diritto all’assegno di divorzio anche dopo la morte del soggetto obbligato. Se il coniuge defunto, prima di morire, versava l’assegno divorzile all’ex, i suoi eredi dovranno continuare a farlo – nei limiti dell’eredità percepita – per arginare lo stato di bisogno del superstite. Se le parti sono d’accordo, la corresponsione dell’assegno può avvenire anche in un’unica soluzione. Se però il coniuge divorziato convola a nuove nozze, stipula un’unione civile o instaura una convivenza stabile, perde il diritto all’assegno divorzile. Infine – ma solo in determinati casi – il coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto.
La meranese Valeria Crivellari, giovane mamma, blogger, influencer con la passione per la scrittura ha pubblicato un libro intitolato “MammaRaccontati”, in collaborazione con la sua amica Francesca Ferragina. Si tratta di una raccolta di testimonianze al femminile per parlare senza veli di maternità, sessualità, lavoro, adozioni, mobbing e burn out in gravidanza. è lavoro cooperativo che nasce dal confronto con esperienze reali, con lo scopo di aiutare anche chi non ce la fa da sola.
Chi è Valeria? In realtà nel mondo social (instagram) sono conosciuta come maman0nmama. Ho 36 anni, sono laureata in arti visive e nello specifico nel campo moda. Dopo la maternità mi sono specializzata in Copywriting e Social Media. Ho aperto un blog e ho iniziato a collaborare con alcuni brand, faccio consulenze per chi vuole migliorare la propria comunicazione e scrivo testi per il web.
Ha sempre avuto la passione per la scrittura? Direi di sì, quando ero piccola divoravo libri su libri e ho sempre detto che da grande avrei fatto la scrittrice. A otto anni, per Natale, mi regalarono una macchina da scrivere e da allora non ho mai smesso di sognare e ovviamente di scrivere.
Come si intitola il suo ultimo lavoro editoriale? E di che cosa parla? Il titolo è “MammaRaccontati – Quello di cui le mamme non parlano”. Si tratta di 36 testimonianze raccolte su un social, Instagram, in cui le mamme raccontano come è cambiata la loro vita dopo la maternità, chi ha perso il lavoro o ha subito mobbing, chi ha scelto di diventare mamma da giovane e ha dovuto reinventarsi o attraversare mille ostacoli per poter diventare madre.
Come nasce l’idea di un libro dedicato alle mamme? Nasce dall’esigenza di restituire un’idea reale della maternità. Da quando mi sono avvicinata al mondo dei social media l’immagine di famiglie da Mulino Bianco e di mamme all’apparenza perfette mi hanno spesso provocato sensazioni di inadeguatezza.Il mio secondo post parto, inoltre, è stato difficile e il confronto con altre mamme diventa ancora più forte nei momenti di fragilità. Ho capito che, attraverso la condivisione di storie vere, avrei potuto aiutare molte mamme che in quelle storie si sarebbero ritrovate.
Come è riuscita a raccogliere le testimonianze di cui racconta? Come è riuscita ad avvicinare le mamme? Su Instagram ho un seguito di 14 mila followers e si tratta perlopiù di mamme e donne. È stato sufficiente chiedere nelle mie stories come fosse cambiata la vita dopo la maternità per ricevere le prime testimonianze.
È stato più facile raccontarsi come mamma o come donna? Le due cose non si possono separare. Una mamma è la stessa donna di prima, solo con qualcosa in più da incastrare nel suo percorso. Raccontarsi come mamma significa parlare anche dei sogni, delle ambizioni e progetti che fanno parte di noi come donne.
Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano le donne-mamme? Purtroppo le difficoltà maggiori oggi riguardano il reintegro nella società. Viviamo in un mondo che va a cento all’ora e inevitabilmente diventare madre significa rallentare, fermarsi. Soprattutto nel mondo del lavoro spesso c’è una totale mancanza di empatia e le mamme diventano lavoratrici di serie B di cui doversi sbarazzare.
Il libro è legato ad un progetto. Ce ne vuole parlare? Le vendite del libro servono a raccogliere fondi per Elena, una bimba di Genova. È portatrice di una malattia molto rara, si tratta dell’unico caso in Italia, e servono finanziamenti per la ricerca. Insomma, non è un semplice libro, ma un forte simbolo di collaborazione tra donne: una rete di mamme che, donando le loro storie, aiutano un’altra mamma.Potete acquistare “MammaRaccontati” su Amazon in formato ebook oppure cartaceo.
Il libro si divide in 4 sezioni. Qual è la parte che l’ ha maggiormente intrigato? Sicuramente l’ultima sulla difficoltà di diventare madre. In questo capitolo si trova la storia di Silvia sul loro percorso di adozione, mi commuovo ogni volta che la leggo. È un messaggio bello e forte: diventare madre significa soltanto avere amore da dare, non si diventa mamma solo di pancia ma anche di cuore.
Dalle testimonianze che ha raccolto, crede che la maternità resti un momento esclusivo delle donne? Credo proprio che in Italia sia ancora così. Siamo un paese con tradizioni molto radicate e, nonostante oggi ci siano padri più presenti, resta molto lavoro da fare. Mancano leggi e cambiamenti forti per disegnare una nuova idea di famiglia.
Quali sono i suoi progetti futuri? Insieme a Francesca Ferragina, autrice della prefazione di “MammaRaccontati”, abbiamo aperto una pagina Facebook per spiegare meglio il progetto. Mi piacerebbe continuare a raccogliere testimonianze attraverso i canali social e magari trasformarle in podcast e/o in un progetto teatrale. A breve uscirà anche il libro illustrato “Otto sotto il mare”, di cui ho scritto i testi. Attraverso la favola di un pesciolino adottato da una mamma polpo ho voluto spiegare ai bambini l’idea di famiglia: un semplice luogo d’amore senza nessuna distinzione o regola matematica che la definisca.
Da poco hai aperto un nuovo profilo Instagram vipervaleria, quali sono i temi trattati? Qui tratto temi un po’ più forti partendo dal mio percorso di rinascita. Affronto la sfera della sessualità, problemi di coppia, psicoterapia e self confidence. Ho sentito l’esigenza di creare questo nuovo spazio per raccogliere una community di donne che troppo spesso si vergognano di tirare fuori determinate problematiche, che a causa della pandemia sono divenuti disagi ancora più profondi.
Un altro pezzo della nostra memoria storica se n’è andato, un altro personaggio che ha contribuito alla nascita del nostro Paese ci ha lasciato.
Lo ha fatto in silenzio, improvvisamente, alla soglia del secolo di vita, quella vita che aveva amato fino all’ultimo, con le sue difficoltà e le sue tante gioie, dettate in primis dalla presenza costante della sua amata moglie Maria.
Bruno Zito avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 9 marzo, era un meranese, ed è stato un partigiano, uno di quelli che nel 2016 era stato insignito assieme ad altri compagni (fra cui Lidia Menapace) di una grande onorificienza: la Medaglia della Liberazione della Repubblica Italiana.
Come racconta il professor Antonio Testini nel suo libro “Petto in fuori, pancia in dentro” (reperibile anche sul sito della Biblioteca provinciale Claudia Augusta), durante la Seconda guerra mondiale, l’alpino Zito faceva parte del “Battaglione Bolzano”, 11esimo Reggimento, divisione Pusteria, ed era stato mandato in Provenza per fornire supporto agli invasori. Il 9 settembre del 1943, il giorno dopo l’armistizio, Zito aveva appena 19 anni, quando i tedeschi circondarono la caserma dove si trovava con gli altri alpini; assieme a tre amici (Carlo Delugan, Gino Vecchi e Bruno Filippi), venne fatto prigioniero e portato all’Ente Fiera di Grenoble. Pochi giorni dopo venne trasferito in Germania , ma lungo il tragitto lui e i tre amici riuscirono a darsi alla fuga grazie a uno zainetto che conteneva gli attrezzi di un calzolaio: subito dopo aver varcato il confine tra Francia e Germania, i quattro riuscirono ad aprire le sicure che chiudevano il vagone sul quale stavano viaggiando e saltarono giù dal treno. Filippi e Delugan si fermarono in Svizzera, mentre Vecchi e Zito continuarono il loro percorso verso l’Italia.
Il primo si fermò a Bolzano, il secondo proseguì alla volta della Valsugana, dove si trovava la sua famiglia. E qui entrò nelle fila dei partigiani che organizzavano gli attacchi ai convogli che rifornivano i tedeschi.
Autore: Luca Masiello
Il ricordo dell’Anpi
A dare per primi la triste notizia della dipartita del partigiano Bruno Zito sono stati i suoi amici della sezione altoatesina dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che hanno voluto salutarlo con un post commovente sulla loro pagina Facebook. “È un giorno di grande tristezza. Un abbraccio alla sua amatissima Maria e a tutta la sua famiglia. Avevamo incontrato Bruno e Maria pochi mesi fa per la consegna della tessera Anpi e con il loro solito spirito avevano voluto che, nonostante il Covid, l’incontro fosse conviviale accompagnato da un buon bicchiere e biscotti. Bruno amava la vita e ne era orgoglioso, così come lo era della sua famiglia. Ci teneva sempre a raccontare tutto in modo semplice, spontaneo e divertente. E nel racconto non mancava mai di riferirsi alla sua esperienza di Partigiano, per ribadire come l’Italia fosse ben diversa da quella che avevano sognato durante la Resistenza, ma che non bisognava mai disperare, mai abbassare la guardia nella difesa della democrazia e della libertà e mai abbandonare la lotta per attuare i valori della Resistenza incardinati nella Costituzione. Ciao Bruno. Grazie! Ci mancherai, ma cercheremo di far camminare quegli ideali nel mondo di oggi. Partigiani per sempre! Alla memoria di Bruno dedicheremo le iniziative per il giorno della Memoria e ci auguriamo che la sua Città sappia ricordarlo come merita”.
“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Queste parole, dopo oltre ottant’anni, suonano oggi di tragica attualità.
È l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) che continua così: l’individuo “ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”. Se ci fermiamo al “diritto all’abitazione” non possiamo non pensare alle persone cosiddette “senza dimora” che in questi giorni, in cui è fatto obbligo di rimanere a casa, una casa non ce l’hanno. In realtà non è proprio così. Molte di queste persone vivono in strutture messe a disposizione da comuni e comunità comprensoriali. Solo la Caritas diocesana ne sta accogliendo circa duecento (oltre alle varie altre forme di housing, per i profughi, per famiglie in difficoltà, i lavoratori ecc.).
Il diritto alla casa ispira un approccio (sviluppatosi negli Stati Uniti e in Europa) che va sotto il nome di “Housing first” (la casa prima di tutto). Secondo questo modello l’abitazione, nei percorsi di integrazione/inclusione sociale, non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È il riconoscimento di quella dignità sulla quale (ri)costruire tutto il resto.
Già nel 2017 le Linee guida provinciali – “Interventi per persone senza dimora” – hanno definito “un passo fondamentale” l’avvio “di un progetto pilota Housing first”. L’assessorato al Sociale (W. Deeg), malgrado le difficoltà di ordine finanziario legate all’attuale crisi, intende ora “offrire, oltre a un sostegno economico, anche un aiuto strutturale rafforzando ulteriormente il progetto Housing first” e in tal modo dare concretezza al diritto alla casa.
Nell’Ottocento, Bolzano annoverava già due parchi pubblici: quello della Stazione e il Rosegger di via Marconi. Dall’altra parte del Talvera, il comune autonomo di Gries non era rimasto a guardare. Nel 1898 i cittadini di quel borgo potevano godere di uno spazio pubblico verde, pari per estensione a quello della Stazione di Bolzano. Questo parco si attestava frontalmente al ponte Talvera sul lato di Gries, e ricalcava, in parte, il sedime dell’attuale parco della Vittoria. Il perimetro verde era di forma triangolare ed era suddiviso in sei vaste aree alberate con piante ad alto fusto. Il giardino era di tipo all’inglese ed era ingentilito da un laghetto artificiale di forma circolare. Altresì, veniva denominato “parco” anche il lato più a nord, dove oggi si trova parco Petrarca. In quel luogo, in realtà, venivano raccolti i legnami provenienti dal Talvera e lì depositati. Sul lato sud, in corrispondenza delle attuali passeggiate S. Quirino, esisteva un grande piazza d’armi, destinata alle esercitazioni militari, anche se le leggende cittadine, ci narrano un’altra storia. Lì, in verità, venivano infatti stesi alla luce del sole i panni dei cittadini di Gries ad asciugare. Con la costruzione del ponte in ferro e l’arrivo del tram, che da Bolzano conduceva verso Gries, il parco venne arricchito da un bel portale di ingresso. Esso era composto da tre archi e ben presto, sopra di essi, fiorì una bella pianta di glicini. L’arco trilobato venne quindi rinominato dai cittadini “il portale dei glicini”. La pianta fioriva in primavera e durava per tutta la bella stagione. Ma la pace e l’armonia di questa parte della città, durarono poco. Dietro al portale, allo scoppio della Prima guerra mondiale, si decise di costruire il monumento dedicato ai Kaiserjäger. Perduta la guerra dall’Austria-Ungheria, il nuovo governo proprio su quel sito realizzò l’attuale monumento della Vittoria. Il parco restò, mantenendo parte delle precedenti colture arboree. Sul lato nord invece, in uno spazio adeguato, venne realizzato il parco Petrarca. Il vero e proprio accesso a tale parco diverrà, nel 1936, la Fontana delle Legioni di piazza 4 Novembre e verrà arricchito di pini mediterranei e di altre piante non autocone su lato di via Cadorna. Passate le guerre, e grazie all’intuizione di un grande “maestro”, l’ingegnere Michele Lettieri, nascerà infine l’enorme spazio verde urbano del Talvera. Il nostro “Central Park”. Ma questa storia l’abbiamo già raccibtata, proprio su questo giornale.
Merano, notte del 15 settembre 1943. Un gruppo armato del S.o.d, acronimo di “Servizio di ordine pubblico sudtirolese” al servizio delle Ss e della Gestapo, rastrella nella città donne e bambini di origine ebraica. Sono quarantatre persone che – impaurite e spaventate, con urla, spintoni e sotto la pressione dei fucili mitragliatori – vengono condotte nelle cantine della Casa del Balilla. Il loro destino è segnato, dopo un breve interrogatorio, in quella notte stessa, verranno condotte presso i campi di sterminio di Reichenau (Innsbruck) e poi ad Auschwitz – Birkenau. Solo una di quelle quarantatre persone sopravviverà alle atrocità dei lager. Il suo nome è Walli Hoffman. Tornata a Merano nel dopoguerra, Walli convinse la Comunità ebraica ad erigere un monumento in ricordo di quell’efferato crimine. L’opera venne affidata ad una giovane artista, figlia di una delle quarantatre vittime dei nazifascisti. Il suo nome era Ceza Somoskeoy e si mise subito all’opera. La statua doveva rappresentare tutta l’infinita dolcezza e gentilezza, in contrapposizione all’odio e la rabbia che hanno altresì caratterizzato i due regimi autoritari. L’opera realizzata in marmo bianco raffigura una giovane donna, vestita con una sobria tunica dalle mille pieghe e tesature. È in ginocchio, ma non sta implorando “alcuno”, il suo sguardo è rivolto verso l’alto, raccolto e sereno, in un punto che sembra guardare verso l’infinito. Le mani sono giunte, ma non stanno pregando, sembrano quasi avere pietà nei confronti dei propri aguzzini. Tutta l’opera tende ad esprimere una grande serenità ed una inesauribile bellezza , nei confronti di un grande dolore e di un atto atroce, ovvero l’eliminazione dell’altro e del diverso. Collocata all’interno di un condominio in via Otto Huber l’opera fa tutt’ora bella mostra di sé nei pressi del luogo dove sorgeva, la demolita Casa della G.i.l., insieme ad una targa commemorativa che ci ricorda i fatti di quella tragica notte meranese. Di recente la statua è stata completamente ripulita dall’incuria del tempo, a cura del nostro gruppo di volontari di Retake insieme agli amici di Merano. Spetta ad ognuno di noi ricordarci di come è stata atroce e crudele la guerra, ma di come da essa possano nascere opere che ci ricordano altro. E di come – in effetti e citando il filoso Cvetan Todorov – la bellezza è l’unica arma che può salvare il mondo.
Si sente sempre più spesso parlare degli algoritmi come fossero vere e proprie “intelligenze artificiali”, capaci di decidere i nostri destini in modo opaco e distopico. Di esempi concreti ce ne sono a bizzeffe. Molti di voi ricorderanno il caso di qualche anno fa dell’algoritmo utilizzato per allocare i docenti alle scuole sul territorio nazionale, e che in vari casi ha portato persone a doversi spostare di centinaia di km. Per non parlare degli algoritmi che, proprio in questi giorni, portano a colorare le diverse regioni e provincie d’Italia in base all’andamento della pandemia di COVID-19.
Il problema è in realtà molto più ampio. La nostra storia recente abbonda di situazioni in cui gli algoritmi hanno “mostrato comportamenti scorretti o poco etici”: algoritmi di riconoscimento facciale che confondono persone e gorilla, algoritmi per decidere sui prestiti bancari che “preferiscono” gli uomini alle donne, algoritmi per l’analisi dei carcerati che indicano genericamente le persone di colore come più tendenti a recidivare nei propri crimini.
In tutti questi esempi, torna di nuovo un riferirsi agli algoritmi come esseri senzienti, dotati di “preferenze”, “potere decisionale” e, non per ultimi, “preconcetti”. Cercheremo, nei prossimi numeri della nostra rubrica, di fare un’opera di chiarezza su questi fantomatici algoritmi, cercando di ristabilire un po’ di ordine e di sano equilibrio. Lo faremo utilizzando esempi concreti, con un triplice scopo. In primis, ricorderemo da dove proviene il termine “algoritmo”, e cosa sia davvero un algoritmo. In secondo luogo, distingueremo tra gli algoritmi che vengono utilizzati per risolvere problemi, e quelli che vengono utilizzati per imparare dai dati. Da ultimo, ci soffermeremo, come già molte volte abbiamo fatto, sulla natura di questi dati: chi li ha prodotti, chi li consegna agli algoritmi. Con un tema di fondo sempre presente: quello della responsabilità e dell’importanza di responsabilizzarsi.
Parlando di targhe commemorative vanno ricordate quelle che si trovano sulla Collina dei Saggi, inaugurata al Parco Firmian il 17 marzo 2017. Il Comune ha piantato particolari alberi in omaggio a persone che hanno avuto profondi legami con la città; ogni albero, oltre alla targhetta con un numero, ha una targa con nome e cognome, data di nascita e morte, della persona da ricordare. Un esempio è l’albero n.73, dedicato a Carlo Maria Giulini, cittadino onorario dal 2002, sul quale diamo qualche notizia. Nato a Barletta il 9 maggio 1914, sin da bambino si interessò alla musica, dopo aver sentito suonare un violino da un musicista ambulante. Le prime esperienze musicali le fece a Bolzano, dove la famiglia si era trasferita dopo la guerra. Dopo la Musikschule e l’Istituto musicale Gioacchino Rossini, seguì i corsi del celebre violinista Remigio Principe. Trasferitosi a Roma nel 1930, studiò e si diplomò in viola. Suonando come viola di fila con celebri direttori e compositori, nacque l’interesse per la direzione. Dopo le esperienze in conservatori con un’orchestra di allievi e altre dirigendo formazioni studentesche, diplomatosi in composizione e perfezionatosi in direzione d’orchestra, fu la serata del 16 luglio 1944 al teatro Adriano di Roma a segnare l’inizio ufficiale della sua carriera. Dal 1945 al 1952 fu direttore dell’Orchestra Sinfonica della Rai di Milano, poi, fino al 1955, del Teatro alla Scala. Dal 1955 al 1958 debuttò negli USA con la Chicago Symphony Orchestra, che diresse anche dal 1969 al 1972. Nel 1958 diresse la Philarmonic Orchestra di Londra. Nel 1960 fu in Giappone. Nel 1978 sostituì Zubin Mehta alla Los Angeles Philarmonic Orchestra, dove rimase fino al 1984. Furono molti i concerti che dal 1977 al 1997 diresse alla Scala. Dal 1998 per problemi di salute abbandonò la direzione d’orchestra ma insegnò fino a poco prima della morte, avvenuta il 14 giugno 2005. Fu sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Bolzano.
Non capita di rado che nella nostra rubrica ci occupiamo di bolzanini che hanno messo radici altrove pur rimanendo attivi in ambito musicale: parliamo oggi di un musicista bolzanino di stanza a Bologna e che proprio poche settimane fa, insieme al gruppo di cui fa parte, gli Stereokimono, è finito in un ricco tributo a Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd nonché principale artefice del primo disco del gruppo nel lontano 1967. Alex Vittorio degli Stereokimono è il bassista (insieme a lui ci sono la batterista Cristina Atzori e il chitarrista Antonio Severi), ne è uno dei fondatori e componenti da quasi venticinque anni, e con loro ha realizzato tre CD. I suoi trascorsi musicali sono cominciati a Bolzano, nella cella frigorifera di fronte alla sala dove provavano La Stanza e altri gruppi storici del capoluogo. “Eravamo alcuni amici appassionati della musica che girava intorno in quegli anni – ci racconta Alex –, tutti più o meno alle prime armi, ma facevamo ostinatamente pezzi nostri. Poi c’è stata l’esperienza un po’ più seria con gli Zarah, nei primi anni Ottanta. Quello alla Eule fu il mio primo vero concerto in un locale pieno, e non per i soliti dieci amici, con pubblico pagante. Ricordo ancora che ero terrorizzato! Poi ci fu l’Altrockio: Eule e fiera, posti che oggi non esistono più, ma indelebili per noi ex ragazzi dell’epoca. Come Zarah abbiamo anche partecipato a un progetto di Ricky Gobbo, mio amico d’infanzia e di cortile.” Alex ha mantenuto i contatti con alcuni amici dell’epoca, in particolare con Enrico Visintin, con cui ricorda con piacere le jam ai tempi dei Gegia Miranda, e con Marco Dalle Luche di cui ha pubblicato sulla propria etichetta (Peter’s Music Castle) il disco di debutto dei Satelliti. Alex è uno di quelli che sono rimasti davvero fedeli alla linea; se il prog rock e certa musica d’avanguardia britannica erano i modelli dei suoi esordi, con gli Stereokimono si muove in direzione analoga, con una spruzzata di psichedelia colta e Canterbury sound. “Hai ragione – commenta – il Prog è entrato nel mio DNA musicale quand’ero ragazzino, insieme però a tanti altri stimoli come wave, elettronica, jazz. È anche vero che certi barocchismi o ipertecnicismi fini a sé stessi di parte di quella musica mi annoiano. Tra le band mi hanno influenzato molto i mitici Gong: spaziali, psichedelici e folli, con quella loro personalissima vena surreale, ironica e totalmente bizzarra. Abbiamo definito la nostra musica rock psicofonico obliquo perché non ci volevamo riconoscere in un genere preciso, ma spaziare liberamente senza preclusioni, ci piace molto scherzare anche attraverso la musica, quello che ci importa è riuscire a portare il nostro pubblico a sognare in una dimensione di viaggio immaginifico, facendo musica in totale libertà, magari con un pizzico di autoironia.” E basta ascoltare i dischi degli Stereokimono per rendersene conto, fin dalle copertine il richiamo ai Gong è palese. Il gruppo è anche andato molto vicino al diventare professionista, ma Alex orgogliosamente ci racconta che comunque per vent’anni, fino a poco tempo fa è davvero riuscito a vivere di musica lavorando a tempo pieno al centro musicale Ca’ Vaina di Imola. Il contributo al disco Love You, A Tribute To Syd Barrett uscito per l’etichetta inglese Gonzo Multimedia lo scorso 6 gennaio, giorno del compleanno di Barrett, vede gli Stereokimono alle prese con una riuscita versione di It’s Obvious. Gruppi da diverse parti del mondo (dagli USA al Messico al Giappone) hanno riarrangiato liberamente i brani di Barrett. “Anni fa – conclude il musicista – partecipammo a Vegetable Man Project, sempre dedicato a Syd e uscito su vinile per un’etichetta italiana. Siamo stati invitati a partecipare al nuovo progetto dai produttori artistici che già conoscevano i nostri trascorsi. Per prima cosa abbiamo tirato giù dal disco accordi e temi del brano originale e poi abbiamo cominciato a improvvisare in libertà, l’idea era di fingere che gli Stereokimono, entrati in una macchina del tempo, fossero lì a provare il pezzo con Syd, insomma abbiamo semplicemente stereokimonizzato il brano cercando di mantenerne intatto lo spirito di fondo ma giocando sulle forme a modo nostro. Per il cantato abbiamo scelto il cantautore psichedelico Dario Antonetti.”