Salorno dice addio allo storico forno

Chiude lo storico forno di Salorno, gestito dal 1977 dalla famiglia Dalpiaz. Tra il profumo di pane fresco e dolci appena sfornati, il paese saluta Milena e Diego Dalpiaz, con grande nostalgia e affetto. Proprio Milena ci ha raccontato qualcosa di più di questa fantastica storia andata avanti per oltre quarant’anni.

Qual è la vostra storia?
Papà Gervasio ha fatto il panettiere da quando aveva 14 anni e nel 1977 ha deciso di comprare il panificio a Salorno. Mio fratello Diego aveva 16 anni all’epoca, e ha subito iniziato a lavorarci anche lui. Poi sono arrivata anch’io e ormai sono più di trent’anni che lavoro in negozio.

Siete un punto di riferimento, a Salorno.
Sì, il paese è piccolo, ci conoscono tutti come famiglia e io sono praticamente cresciuta in negozio. Poi è una di quelle realtà che purtroppo stanno scomparendo, dove ti ritrovi a fare due chiacchiere con più calma. Si crea un altro tipo di rapporto con il cliente, a lungo andare e a forza di vedersi tutti i giorni.

I fratelli Diego e Milena Dalpiaz

Perché la decisione di chiudere?
Mio fratello è in pensione, non ha senso continuare nell’avventura. Purtroppo, non abbiamo trovato nessuno che rilevi l’attività. Secondo noi è un bene prezioso per il paese, avere un forno artigianale, sentire il profumo del pane appena sfornato, dei dolci — soprattutto adesso con la grande distribuzione, dove arriva già tutto confezionato. Insomma, è tutta un’altra cosa, sia per quanto riguarda il servizio che per quanto riguarda la qualità.

Sono tutti dispiaciuti, compresa l’amministrazione comunale.
Sì, oltre ai saluti, ho ricevuto ad esempio una bellissima lettera di un signore di Egna che mi ha fatta emozionare. Sono tutti dispiaciuti perché va a perdersi un ottimo prodotto e perché comunque è un negozio di famiglia ormai: a frequentare sempre un posto alla fine ti affezioni. Sindaco e vicesindaco sono clienti e siamo praticamente cresciuti insieme, sono molto dispiaciuti. È un momento più che mai familiare, anche con il resto del paese, oltre che di cessata attività commerciale.

E ora?
Mi prendo una pausa, voglio godermi i miei genitori che sono anziani. Sia io che mio fratello abbiamo bisogno di riposarci. Poi ricomincerò a lavorare, ma non ci ho ancora pensato. So che mi mancherà un sacco stare in mezzo alla gente, starò incastrata in ogni angolo del paese per parlare con tutti.

Qual è il ricordo più bello di questa attività?
Ne avrei tutti i giorni di belli, perché è una vita che le persone ci danno fiducia e l’affetto. Lo dimostrano entrando dalla porta; nessuno è obbligato ad entrare, il pane si trova anche in altri negozi – questo vuol dire che tengono a noi e scelgono il nostro prodotto, ne apprezzano la qualità. Ci sono molti gesti che mi lasciano stupita perché sono fatti dal cuore.

Autore: Ana Andros COOLtour

Le mestruazioni sono (ancora) un lusso

È stata bocciata nei giorni scorsi dal Consiglio comunale di Egna una mozione lanciata dal Gruppo Verde che chiedeva il rifornimento gratuito degli articoli mestruali da parte del Comune. Una tematica che tiene banco da tempo a causa della famosa tassa di lusso del 22% di IVA presente su questi prodotti di necessità per il mondo femminile. Un’indagine dell’Infocafé femminista di Merano ha dimostrato che in media un’alunna su otto in Alto Adige è colpita dalla cosiddetta povertà del periodo, ovvero quella condizione per cui non è possibile accedere ai servizi igienici e ai dispositivi sanitari necessari per una gestione sicura delle mestruazioni, mentre una su sette è già rimasta a casa a causa di essa. Tra le ragazze intervistate, il 91,5% ha dichiarato che troverebbe utile se gli articoli mestruali fossero disponibili gratuitamente nelle scuole. “Anche se per molte persone l’argomento non sembra abbastanza rilevante, l’indagine mostra chiaramente come la povertà del ciclo esiste in Alto Adige”, dice la consigliera comunale Sadbhavana Pfaffstaller.

Sadbhavana Pfaffstaller

Tra le motivazioni per cui questo non viene ancora riconosciuto, c’è sicuramente un grande senso di pudore che porta le persone colpite a rimanere in silenzio.
“È importante che nella nostra società le donne abbiano la possibilità di accedere ai prodotti mestruali necessari in maniera indipendentemente. Molte altre comunità dell’Alto Adige hanno già fatto il primo passo in questa direzione, Egna no”.
Come spiegato in una nota, la sindaca di Egna Karin Jost ha fatto presente come non sia compito del Comune trattare tale tematica. Anche per questo il respingimento della mozione è stato accolto con particolare disappunto. “Colpisce il fatto che quasi tutti sono contrari alla tassa di lusso sui prodotti mestruali, ma allo stesso tempo non vogliono fare alcun sforzo amministrativo per il comune. È un mistero per me, donna adulta, come nell’anno 2021 si possa etichettare fatti biologici come imbarazzanti. Mi chiedo seriamente se rendere le mestruazioni un tabù non sia più vergognoso di una discussione vivace sui vari modi di sostenere le donne”, conclude Pfaffstaller.

Autore: Al.G.

I bellissimi 70 anni del Campo tenda

Un traguardo storico e bellissimo. Non facile da raggiungere e tantomeno da riassumere, quello del Campo Tenda Don Bosco di Laives, vera e propria istituzione del territorio laivesotto e provinciale. Il compleanno è stato festeggiato sabato 19 giugno nel piazzale del Centro don Bosco, alla presenza del sindaco di Laives Christian Bianchi e diverse istituzioni delle giunte comunali di Laives, Bronozolo e Vadena a sottolineare l’importanza che il campo tenda ha avuto e ha tutt’ora per la città e i suoi abitanti. Filo conduttore iniziale dell’evento è stato il ricordo, sempre vivo e limpido, di due figure fondamentali di Laives: don Luigi Simoni e Gino Coseri, che nel 1950 lanciarono il Campo Tenda con il primo cammino fino a Pietralba per far trascorrere ai ragazzi giornate tra giochi e attività.
“Il Campo Tenda – sottolinea il presidente del Centro don Bosco Luigi Giovannini – è l’iniziativa estiva per bambini e ragazzi con la più lunga tradizione nel territorio comunale e probabilmente una delle iniziative estive con la più lunga tradizione in tutto il territorio provinciale. La prima edizione si svolse a Pietralba, quando i ragazzi ancora raggiungevano il campo a piedi da Laives”. La celebrazione si è svolta in realtà con un anno di ritardo. Sarebbe stato il 2020 l’anno del 70esimo anniversario, ma purtroppo per via della pandemia da Covid il Centro non è riuscito a svolgere ciò che era già stato organizzato. “Anche se tuttora è difficile organizzare grandi eventi, volevamo comunque dare un segno e vivere insieme un piccolo momento celebrativo”, conclude Giovannini.
È stata una cerimonia volutamente ridotta per ragioni di sicurezza contro il Covid, ma fra gli invitati c’erano anche Mario Zanotti e Gervasio Giusti, due fra i più anziani campeggiatori, allora bambini e oggi nonni.
Il salto a due piedi nel mondo dei ricordi è proseguito poi con le canzoni che da sempre sono colonna sonora del Campo tenda, e che sono state cantate da alcuni coristi del Monti Pallidi (tra i quali lo stesso Zanotti), e con la mostra fotografica che ha permesso un’immersione profonda nei ricordi di tutte le generazioni.
Qualche giorno fa i primi ragazzi si sono rimessi lo zaino in spalla e sono partiti per il primo turno, salendo – adesso in pullman – fino alla struttura di passo San Lugano per vivere le stesse emozioni che vissero quei primi giovani che 70 anni fa inaugurarono un’istituzione che ha accolto migliaia di ragazzi nel tempo. E allora ancora tanti auguri.

Autore: Alexander Ginestous

Tornano i canti del Coro Artemisia

Chiacchierata con Laura Ghirardini, corista del coro Artemisia di Laives che ci ha raccontato la ripartenza del settore e delle attività. Con la gioia del poter ritornare a provare dal vivo e la speranza di potersi presto esibire davanti al pubblico.

Riparte la cultura e riparte la musica. A Laives tornano a farsi sentire le voci dei cori. Lo racconta Laura Ghirardini, corista del Coro Artemisia e membro del direttivo nella neonata Associazione di Promozione Sociale Monti Pallidi.

Innanzitutto, come è nata la Sua passione per il canto?
A me è sempre piaciuto cantare e cercavo un momento giusto della mia vita per avere il tempo di poterlo fare. Il Coro Artemisia è stata un’occasione.

Come si è avvicinata al Coro Artemisia?
Sono entrata nel coro qualche mese dopo la sua fondazione, nel 2015, perché l’ho saputo da una mia amica che già ne faceva parte. Da tempo cercavo un coro in cui cantare, ma a Bolzano le compagini a cui mi ero rivolta erano troppo impegnate. Da un gruppo di amiche la cosa si è allargata per passaparola, e si è arrivati alla realtà di adesso, con 58 voci di tutte le età.

E durante la pandemia?
Grazie alla disponibilità assoluta di entrambi i maestri, Paolo e Lorenza Maccagnan, abbiamo provato online. Ora abbiamo ripreso a provare dal vivo, a piccoli gruppi.

Laura Ghirardini

Ora è nata anche l’Associazione.
Sì, il coro ha preso un’altra dimensione dal punto di vista organizzativo, perché siamo in tanti. L’associazione riunisce le cinque compagini corali: il coro maschile Monti Pallidi, quello femminile Artemisia, Schola Cantorum, il coro giovanile e quello dei bambini. Si sentiva la necessità di avere un’organizzazione unitaria, oltre che la necessità di avere qualcuno che si occupi, in forma volontaria ma costante e strutturata, dell’aspetto organizzativo.

Cosa vuol dire per Lei essere membro del direttivo?
In un gruppo così grande deve esserci qualcuno che faccia una serie di operazioni necessarie affinché l’apparato vada avanti. Personalmente penso che se una cosa ti piace e ti fa bene, devi anche essere disposto ad impegnarti perché questa cosa funzioni, quindi ho accettato di fare parte del direttivo. Ho la possibilità di farlo, in questo momento della mia vita, e di dedicarci tempo ed energie con piacere.

Il gruppo di lavoro Artemisia

E fare parte del coro?
Ho sempre cantato per conto mio e mi è sempre piaciuto esprimermi con la voce. Cantare insieme è una grande emozione, perché senti la tua voce che con quella di tutti gli altri diventa un unicum. È bellissima la commistione di tonalità diverse, ed è una fortissima emozione che mi dà un’energia incredibile.

Quando tornerete ad esibirvi?
Ci stiamo organizzando nell’ipotesi che la situazione sanitaria ci permetta di fare dei concerti in presenza. Abbiamo già delle date fissate per dei concerti all’aperto i primi di settembre, delle rassegne corali e anche per possibili concerti natalizi.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Harrison, Strada e…Puccini!

Il cantante e artista Dodicianni, all’anagrafe Andrea Cavallaro, è nato a Rovigo e risiede a Pineta di Laives. Ha all’attivo due album ufficiali: “Canzoni al Buio” e “Puoi tenerti le chiavi”. Artista poliedrico, ha coltivato parallelamente una carriera anche nell’arte contemporanea, riscontrando in pochi anni contatti e produzioni in molte gallerie e festival italiani ed europei. Recentemente è uscito il suo nuovo EP “Lettere dalla lunga notte”.

La cosa che mi piace di più di me.
Le mani.

Il mio principale difetto.
Sono molto vendicativo.

La volta in cui sono stato più felice.
Al concerto di Tom Petty.

La volta in cui sono stato più infelice.
Durante la quarantena.

Da bambino sognavo di diventare…
Ricco.

L’errore che non rifarei.
Una volta ho preso la BreBeMi. 17€ per pochi km. Ancora ci rimugino.

La persona che invidio di più.
Al momento Jack Antonoff, ma anche Ronnie Wood non se la deve passare male…

La persona che ammiro di più.
Gino Strada.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Meglio un disco: ‘Living in the material world’ di George Harrison.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare un pieno di benzina verde a Bolzano.

L’ultima volta che ho pianto.
Al concerto di Bob Dylan a Verona, credo.

Il luogo dove vorrei vivere.
Bronzolo, ma anche Aldino spacca!

Il colore che preferisco.
Il verde, ma anche il rosso.

Il mio piatto preferito.
Capesante gratinate.

Il mio musicista preferito.
Giacomo Puccini.

Il mio pittore preferito.
Damien Hirst.

Non sopporto…
Le scarpe bianche.

Dico bugie solo…
Nelle interviste.

La mia paura maggiore.
Morire senza aver lasciato un segno, anche minimo.

L’ultima volta che ho pregato.
All’ultima estrazione della green card. Ma non è andata bene.

Il giocattolo che ho amato di più.
L’action figures di Zack, il Power Ranger nero.

La disgrazia più grande.
Svegliarsi e accorgersi di non essere felici.

L’oggetto a cui sono più legato.
Le Moment da 300mg.

La massima stravaganza della mia vita.
Una volta alla Halloween Parade di Hollywood mi sono vestito da prete pedofilo. Ma agli americani non piace molto scherzare su certi temi, vai te a capirli…

Il mio primo ricordo.
Un gran premio del 1995 sul divano dei miei, tifavo già Williams.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La verdura, mia moglie è vegana.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Ho capito che quella che sarebbe diventata mia moglie aveva deciso di passare il resto della vita con me.

Autore: Alexander Ginestous

Quando la falda fa tanta paura

“La falda non ha colore politico e non guarda in faccia a nessuno”. Questo è il messaggio dei membri del Comitato di quartiere di Sinigo, che ancora una volta denunciano il dissesto idrogeologico e chiedono che la nuova bonifica idraulica diventi la priorità assoluta della prossima Giunta comunale. “Già in passato l’unità, la tenacia e il coraggio dei sinighesi hanno strappato questo territorio alla palude, facciamolo di nuovo, senza divisioni, insieme”, spiegano. Ecco la situazione attuale, illustrata dalle loro eloquenti foto.

Quei volontari che aiutano i genitori

L’arrivo di un neonato è come un improvviso raggio di sole che scalda ogni parete della casa rendendola una reggia; i suoni si attutiscono, i profumi cambiano. Ecco: “cambiamento”, fuori di metafora, è forse un termine – seppur poco romantico – che descrive il periodo immediatamente successivo all’arrivo del nuovo “ospite” a casa. E oltre alla gioia, sono davvero tante le sfide che vengono affrontate dalla famiglia, tanto che molto spesso le esigenze della coppia vengono messe per forza in secondo piano.
“Restare in forza, però, è la cosa migliore sia per se stessi che per il proprio bambino”, spiega Nadine Lutz, responsabile di un progetto appena arrivato a Merano, il “Family support”, un sodalizio formato da volontari che mettono a disposizione le proprie competenze in maniera gratuita per portare un sostegno concreto ai neo genitori.

Dottoressa Nadine Lutz, come nasce “Family support”?
“Family support” è nato a Lana nel 2014 su iniziativa di Sarah Passler in seno all’Elki. Il successo è stato da subito così grande che da lì a poco si sono formati altri gruppi a Silandro, Naturno, Bolzano, Laives, Val Gardena e adesso anche a Merano, dove abbiamo formato un primo gruppo di volontarie.

Nadine Lutz, Responsabile “Family support” Merano

Quanti siete a Merano?
Per ora siamo in otto. Ognuno di loro ha una particolare consapevolezza che il periodo dopo la nascita di un bebè rappresenta un momento particolare per tutti i membri della famiglia, nel quale si deve ribilanciare l’equilibrio famigliare.
Le nostre volontarie sono motivate nel regalare alle famiglie – e in particolare alle mamme – il loro tempo, rafforzando le risorse e dando sollievo, offrendo quel sostegno concreto che serve alla famiglia in questo particolare momento.

Cosa fanno le vostre volontarie? Come operano?
La volontaria visita la famiglia solitamente una volta a settimana, regala ai genitori il proprio tempo, ascolta, e offre uno sostegno pratico nella quotidianità: andare a passeggio con il bambino, giocare con i fratellini o le sorelline, accompagnare la mamma ai diversi appuntamenti, svolgere piccoli lavori di casa e tante altre attività.
In questo senso le volontarie sostengono la coppia come lo fanno i nonni, il vicinato o gli amici. La sensibilità, l’empatia e la riservatezza sono principi fondamentali per questo impegno volontario.

Come è possibile diventare volontari del “Family support”?
Basta contattarci, cliccare sul sito www.family-support.it o telefonare direttamente a me al numero 347 2716271. Saremmo felici di ampliare la nostra squadra e riuscire a portare le nostre competenze nelle case dei neo genitori.

COME FUNZIONA

Il sostegno pratico nella quotidianità prestato da volontari serve a dare ai neo genitori delle piccole pause durante la giornata, con l’obiettivo di sollevarli e rafforzarli per preservarli da un eventuale sovraccarico. Saranno i genitori a decidere che cosa fa bene e in quale modo il volontario può essere d’aiuto; il volontario non è un babysitter o un addetto alle pulizie di professione, ma fornisce un sostegno come farebbe un familiare, un vicino o un amico, e in questa attività di volontariato la sensibilità e la discrezione stanno al primo posto. Una volta contattato il centro “Family support” si fissa un primo colloquio, durante il quale i genitori possono parlare della propria situazione e dei propri bisogni. Verrà dunque stabilita la durata del sostegno, e il collaboratore troverà un volontario adatto alla situazione. A partire da questo momento il volontario inizierà a far visita regolarmente, e alla fine del periodo concordato, l’accompagnamento si conclude o, in caso di necessità, viene prolungato. Per diventare volontari di “Family support” basta contattate le responsabili. Se le rispettive aspettative corrispondono, si verrà invitati ad una prima formazione della durata di circa tre ore, a conclusione della quale si potrà iniziare l’attività. Il volontario parteciperà a 5 incontri all’anno di 2 ore ciascuno, i professionisti lo contatteranno quando una famiglia avrà bisogno del suo sostegno, lo accompagneranno alla prima visita in famiglia e continuerà ad essere per lui un riferimento. Su richiesta – o se necessario – il volontario potrà frequentare ulteriori formazioni o richiedere una supervisione. Nella sua attività sarà coperto da assicurazione contro la responsabilità civile e gli infortuni, e gli sarà naturalmente garantito un eventuale rimborso spese.

Da soli si va più veloci, insieme più lontano

SINIGO – Giovedì 10 e venerdì 11 giugno sono giunti al termine rispettivamente il sedicesimo anno e il quinto anno dei progetti “1,2,3…stella” e “Gli Argonauti”, attività di accompagnamento allo studio organizzate dal Punto d’incontro per giovani “Cilla” presso la scuola primaria “Giovanni XXIII” di Sinigo e la scuola secondaria di primo grado “L. Negrelli”.
Grazie alla convenzione stipulata con l’Istituto comprensivo Merano 2, durante tutto l’anno scolastico sono stati coinvolti 41 bambini e 6 educatori (oltre ad alcuni volontari) per tre pomeriggi a settimana nella scuola primaria e 28 ragazzi e 4 educatori per due pomeriggi nella scuola secondaria, con lo scopo di svolgere i compiti assegnati. C’è sempre un momento iniziale di accoglienza e socializzazione, e al termine merenda e giochi per i più piccoli mentre per i più grandi viene proposta una riflessione condivisa e la stesura del diario di bordo.
Il nome “1,2,3…stella” trae origine dal gioco che un tempo animava i cortili, mentre “Gli Argonauti” si sono ispirati al mito greco dei navigatori che hanno intrapreso il loro viaggio ricco di imprevisti e di insidie ma in compagnia.
Affrontare la fatica dello studio con un lavoro costante sulle motivazioni, favorire l’acquisizione di un metodo e accettare la sfida che studiare in compagnia è un’avventura che aiuta ad andare fino in fondo e a non arrendersi di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, assieme ad adulti pronti a coinvolgersi e ad imparare assieme, sono stati i punti qualificanti dei due progetti.
Nonostante la fatica imposta a tutti dalle norme antiCovid, tutto l’anno è stato occasione per imparare come si può esser amici anche senza grandi abbracci e dell’importanza dell’osservare se stessi e gli altri guardandosi negli occhi, quando la mascherina rendeva un po’ più complicato “capirsi al volo”.

A Sinigo l’anno si è concluso con una festa nel cortile della scuola nuova alla presenza di genitori, nonni e amici. I ragazzi della classe V hanno salutato in un clima di grande silenzio ed emozione mentre i bambini delle altre classi, con l’aiuto di cartelloni, hanno raccontato i vari progetti e le esperienze più significative. È stato consegnato ad ogni bambino un libro con tutte le opere realizzate da loro, imparando dalla gioia di vivere di Matisse e provando a fare quello che faceva lui: “I pesci rossi”, “La danza”, “Le finestre”, “L’autoritratto”, “Il circo” ed infine “Icaro”, il mito del sogno e della libertà.
Anche alla scuola “Negrelli” non è mancata la festa finale con una ricca tombola, una buona merenda e le fotografie di tutto l’anno. Il momento culmine per i ragazzi è stato la consegna dei Diplomi personalizzati: niente li rende più felici di sentirsi protagonisti e apprezzati in tutta la loro unicità.
In particolare al doposcuola “1,2,3…stella” nel corso di tutto l’anno è stata scelta la lettura di “Barracudino Superstar”, che è la storia di un’amicizia tra gli abitanti del mare dei Caraibi: chi pieno di paure e chi in preda alla rabbia, chi presuntuoso e chi distratto, ma tutti accomunati dal desiderio di essere felici e di stare assieme. Parole come viaggio, allenamento, autocontrollo, il cerchio del pensiero, emozioni e frasi della calma sono diventate familiari e compagne nella crescita in questi mesi.
La storia finisce con il ritrovamento del tesoro e la scoperta che il tesoro siamo noi, noi così come siamo, insieme, perché, per usare le parole di Nello, il pesce martello, “…siamo insieme per imparare le cose, non quelle inutili ma quelle preziose. Vorrei che questo vascello fosse di tutti, perché è in gruppo che si danno buoni frutti”.

Ambiente e pedali

Il meranese Francesco Rosani è un insegnante trentatreenne appassionato di storia, biciclette e vecchie “ghost stories” britanniche. I viaggi – a piedi, in bici o in autostop – sono una delle sue ragioni di vita. Ambientalista convinto, fa parte attiva di un gruppo spontaneo nato sui social che organizza eventi per ripulire le vie della città dai rifiuti.

La cosa che mi piace di me.
La curiosità.

Il mio principale difetto.
L’irascibilità.

La volta che sono stato più felice.
Girovagando in autostop per la Bretagna.

La persona che ammiro.
Henry David Thoreau.

Un libro da portare su un’isola deserta.
“Papalagi: discorso del capo Tuiavii di Tiavea”.

La mia occupazione preferita.
Pedalare.

Il paese dove vorrei vivere.
In Danimarca (d’estate).

Il mio piatto preferito.
È quello che trovo pronto quando sono affamato.

Non sopporto…
La finta gentilezza e le chiacchiere vuote.

Per un giorno vorrei essere…
Un’aquila.

La mia paura maggiore.
La malattia.

Nel mio frigo non manca…
Il latte.

Se fossi un animale sarei…
Un orso.

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Mi sono laureato in Austria.

Il mio motto.
“Non c’è rosa senza spine; ma ci sono parecchie spine senza rose“ (Schopenhauer).

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Un tatuaggio.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il giardino di casa mia.

I miei artisti preferiti.
Il musicista Van de Sfroos, il pittore Turner, lo scrittore Fenoglio.

Il dono di natura che vorrei avere.
L’abilità nel disegno.

La qualità che preferisco in una donna…
La capacità di adattamento.

…e in un uomo.
Idem come sopra.

Dico bugie solo…
Cerco di evitare, ci vorrebbe troppa memoria per rimanere credibile.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Sempre qui, con qualche capello in meno.

Il colore che preferisco…
Mi piacciono tutti, tranne il bianco.

L’ultima volta che ho perso la calma.
L’ho ritrovata poco dopo.

Da bambino sognavo…
Di diventare archeologo.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.
Un anno in viaggio attorno al mondo.

Autrice: Francesca Morrone

Nuovi occhi sulla città

Un museo a “cielo aperto” per guardare Bolzano con nuovi occhi. è stata inaugurata lo scorso 18 giugno la nuova edizione di Bolzanism Museum che invita a “cambiare prospettiva” sui quartieri Don Bosco ed Europa Novacella. Protagonisti gli edifici e gli abitanti raccontati da giovani narratori attraverso diversi percorsi in lingua italiana e tedesca fra le vie della città.
Gli scatti COOLtour sono di Valentina Gentili.