Una chiacchierata con il Commissario

In autunno, il 10 ottobre, i cittadini meranesi saranno chiamati alle urne per l’elezione del Consiglio comunale, e con quella data cesserà ufficialmente il suo incarico. Vi propniamo una chiacchierata con il Commissario straordinario per la gestione provvisoria del Comune di Merano, Anna Aida Bruzzese, che dal 9 novembre scorso esercita le competenze e i poteri del sindaco, della Giunta e del Consiglio comunale.

Dottoressa Bruzzese, il commissariamento certifica in qualche modo un fallimento (a termine) della politica rappresentativa. Con quale spirito viene assunto il ruolo di colmare questa “sede vacante”?
L’impianto di attribuzioni conferite alla figura commissariale e a quella sub-commissariale discende direttamente dalla normativa sugli Enti locali: l’obiettivo posto è quello di evitare che la frattura creatasi nella maggioranza si riverberi sulla continuità e sugli standard dei servizi al cittadino, sulla programmazione già avviata, ovvero possa mettere a repentaglio progetti supportati da finanziamenti pubblici. Soprattutto però, vanno evitate ricadute sulla “tenuta” della coesione sociale e sulla salvaguardia del territorio. Tale è, in buona sostanza, il livello di responsabilità attribuito con il Decreto di nomina dal Capo dello Stato.

Da sinistra: il segretario generale Günther Bernhart, Anna Aida Bruzzese ed il subcommissario Hermann Berger

La città di Merano ha caratteristiche peculiari. Quali sono i temi più importanti di cui si è dovuta occupare in questi mesi?
Questa città ha il suo punto di forza nella splendida e strategica posizione geografica, con la corona delle Alpi a protezione dai venti del Nord, e nella secolare tradizione quale “ stazione di cura” prediletta dall’aristocrazia mitteleuropea, crocevia di culture e tuttora punto di riferimento per il turismo di fascia alta. Tuttavia anche Merano ha subito un durissimo contraccolpo nei gangli nodali della sua economia per effetto della pandemia: si è fermata quasi completamente nell’ultimo inverno e anche nella scorsa primavera, presa nella morsa dei contagi e delle limitazioni agli spostamenti, tanto che si stentava a riconoscerne i tratti caratteristici. Le categorie produttive più colpite sono state proprio quelle che risultano economicamente più performanti in tempi normali, cioè quelle legate al turismo e al benessere dei visitatori.
L’attività propria dell’apparato comunale ha dovuto essere rimodulata in progress per proteggere l’utenza e gli stessi operatori con formule organizzative ad hoc. Ai servizi tradizionali di competenza dell’Ente si sono aggiunte, direi prepotentemente, altre mission quasi sempre aventi carattere di urgenza, perché legate al supporto richiesto dalle autorità sanitarie per consentire l’efficacia delle campagne di testing e vaccinazioni di massa. Merano, essendo il secondo comune della provincia per ampiezza demografica ha difatti una valenza strategica per la riuscita dei piani di prevenzione sanitaria in Sud-Tirolo.
Il nostro impegno è sempre stato garantito nella misura massima possibile. Prova ne sia l’approntamento in tempo reale (circa un mese e mezzo di lavori per la rifunzionalizzazione della struttura prescelta all’interno della caserma Battisti) di un centro vaccinale dedicato, destinato a funzionare fino a cessate esigenze con valenza comprensoriale.

Il Commissario Bruzzese con la presidente della Comunità Ebraica Elisabetta Rossi Borenstein e Berger

Il commissariamento è subentrato proprio nella fase delicata dell’emergenza pandemica. Come sta reagendo la città? Lei sta ravvisando le necessarie responsabilità e fiducia da parte dei cittadini?
Sin dallo scorso inverno i contatti diretti con le persone fisiche per ovvii motivi, anche di tutela dei dipendenti comunali, sono stati drasticamente ridimensionati. Anche gli incontri con gli altri operatori pubblici sono avvenuti – sempre proficuamente – in modalità virtuale. Tuttavia le istanze in qualunque forma pervenute dai cittadini, in specie da portatori di interessi diffusi, hanno ricevuto la dovuta attenzione e sono state ponderate dal Commissario di concerto con la dirigenza comunale per avviare le possibili soluzioni ai problemi prospettati. Va detto che la macchina comunale ha funzionato regolarmente e non c’è stata alcuna interruzione nella erogazione dei servizi se non direttamente imposta dalla normativa anticovid: conseguentemente si è ridotta l’effettiva necessità di un interfaccia con gli amministrati. Inoltre la preoccupazione per il diffondersi del virus insieme con il rapido susseguirsi di misure anche assai fortemente limitative della circolazione delle persone messe in campo dalla sanità pubblica in questi mesi hanno finito col prevalere nel sentiment della popolazione, tanto che lo slittamento della competizione elettorale potrebbe essersi rivelato opportuno, oltre che sul piano della prevenzione, anche su quello del reale coinvolgimento dell’elettorato.
Bisogna comunque dare atto ai meranesi del senso civico e della coesione sociale con cui hanno saputo affrontare la situazione inedita, incredibilmente complessa, provocata dalla diffusione del virus.

In realtà la politica non è scomparsa ma solo “sospesa”. Quale tipo di relazioni lei ha instaurato in questo periodo con i partiti politici e gli ex amministratori?
Va dato atto che la politica territoriale e gli ex amministratori hanno tenuto in linea di massima un atteggiamento assolutamente rispettoso dei ruoli, smorzando i toni del confronto dialettico e nel contempo cogliendo ogni utile occasione per focalizzare sulla stampa specifiche problematiche rivenienti dal territorio. Un contributo di analisi che non ho mancato di tenere sempre nella debita considerazione.

Il Generale Berto, il Prefetto Cusumano, il direttore Zerzer e il Commissario

La città di Merano è costituita da quartieri e rioni, anche molto diversi tra loro. Ha avuto modo di visitarli? Quali sono le principali criticità che le capitato di individuare?
Il centro di Merano ha un filo conduttore chiaro, armonioso e coerente, dato dallo stile architettonico elegante e signorile dei palazzi dei quartieri storici che si affacciano sulle rive del Passirio.
Le scelte urbanistiche hanno consentito nel tempo di preservare questo nucleo primigenio che funge da attrattore per il turismo. Vi sono poi alcuni quartieri venuti su in epoca più recente o confluiti nel perimetro comunale per effetto della fusione operata nel ventennio fascista. Le rispettive criticità sono abbastanza eterogenee. Quello che va sottolineato è che in definitiva tutto il territorio necessita della massima cura e attenzione, come ha dimostrato, ad esempio sotto il profilo idrogeologico, la frana di San Zeno avvenuta in novembre. Voglio dire che, anche su quel fronte, non c’è solo il problema della falda di Sinigo.
Come tutti gli impianti urbani risalenti al Medioevo gli oneri della manutenzione del patrimonio pubblico sono assai gravosi, richiedendo apporti progettuali mirati e interventi altamente specialistici.
Poi bisogna tener conto che -per fortuna – vi è una marcata propensione per le politiche di sviluppo in chiave “green”: questo farà la differenza nella pianificazione a medio – lungo termine, portando Merano verso ulteriori riconoscimenti in materia di tutela ambientale e sostenibilità. Per l’ Amministrazione che si insedierà in autunno si prospetta un percorso stimolante e ricco di opportunità da cogliere, anche grazie alle risorse in arrivo con il Recovery Plan.

Come ricorda la sua esperienza nel Comune di Strongoli, sciolto per infiltrazioni mafiose?
L’esperienza nel Comune di Strongoli (KR) si è conclusa nel 2005, a diciotto mesi dall’insediamento. La ritengo davvero emblematica del servizio svolto a sostegno di un territorio indelebilmente segnato dalla marginalità economica e dalla presenza immanente della malavita organizzata di stampo ndranghetista.
È sempre un altissimo onore per un funzionario dello Stato rappresentare una collettività, ma in questi casi, cioè quando la cosa pubblica risulta tanto infiltrata da interessi delinquenziali da compromettere le difese immunitarie della democrazia – con ciò che ne deriva sotto ogni profilo per i comuni cittadini – prevale lo spirito del “civil servant” e la soddisfazione di essere di aiuto concreto nel recuperare margini di legalità i più ampi possibili. Ho mantenuto con piacere i contatti con alcuni degli impiegati comunali che in quei mesi hanno supportato con convinzione la Commissione Straordinaria di cui facevo parte.

Come ha vissuto il passaggio dalla Sardegna a Merano?
Quest’ultimo incarico in Val Passiria rappresenta uno sviluppo assolutamente imprevisto del mio percorso di carriera, che ritenevo concluso già nell’estate scorsa in Sardegna. Se non è stato così non posso che esserne contenta: Merano ha un altissimo gradiente di civiltà e rappresenta una realtà avanzata sotto moltissimi punti di vista.

Autore: Luca Masiello

E-mail che tracciano dove siamo

Ha fatto scalpore, a febbraio di quest’anno, la notizia, apparsa sulla BBC, che un numero impressionante di e-mail che riceviamo contiene un vero e proprio “trucco da prestigiatore” per tracciare informazioni sul ricevente. Per chi è interessato a leggere la notizia originale, basta cercare sul web il titolo “Spy pixels in emails have become endemic”. Il titolo stesso indica che questo trucco si basa sugli “spy” pixel.
Per spiegarvi come funziona, devo brevemente raccontarvi che quando navighiamo sul web, le pagine che vediamo vengono caricate sulla base di informazioni che otteniamo da computer “lontani”. Immaginate che con il mio cellulare (chiamiamolo C) io voglia vedere su web la foto di un hotel che mi piace. Quella foto è memorizzata nel computer dell’hotel (chiamiamolo H) collegato in rete (non possiamo qua approfondire come fa C a trovare H – immaginiamo che lo conosca già). Per ottenere l’immagine da H, C avvia un “protocollo di scambio informazioni”… immaginatelo proprio come due persone che si parlano: C si presenta, H risponde, poi C chiede di avere la foto, H la cerca e la spedisce a C (o meglio, spedisce i bit che permetteranno a C di ricomporre l’immagine).
Adesso immaginatevi lo stesso tipo di interazione, ma avviato in modo “nascosto”. Questo è quello che succede con quei famigerati “spy pixel” all’interno di una e-mail. Gli spy pixel altro non sono che minuscole immagini trasparenti, quindi invisibili all’occhio umano, che vengono inserite all’interno di una e-mail. In realtà, nell’e-mail viene inserito il fatto che quelle piccoli immaginette andranno richieste via internet a un computer lontano (chiamiamolo Z, il computer dell’azienda che ci ha mandato l’e-mail, esattamente come l’immagine dell’hotel memorizzata da H). A quel punto, appena apriamo l’e-mail, viene messo in moto, senza che ce ne accorgiamo, lo stesso protocollo che abbiamo descritto sopra per C e H, solo che questa volta il risultato è che C mostrerà un’immagine trasparente di cui la persona che sta leggendo l’e-mail non si accorgerà. Il fatto è che mentre C e Z si parlano, Z può memorizzare informazioni su C, come ad esempio le informazioni su dove C è localizzato, su quando l’e-mail è stata aperta, e altro. Questo è solo uno dei tanti esempi di come, ad oggi, produciamo continuamente dati senza che ce ne accorgiamo.

Autore: Marco Montali

Costruttori di ponti, contrabbandieri del dialogo

Ricorre in questi giorni l’anniversario della scomparsa di Alexander Langer. Nei giorni scorsi ha avuto luogo, per iniziativa del comune di Bolzano, l’intitolazione ufficiale del ponte pedociclabile che sull’Isarco collega viale Trento alla ciclabile retrostante il Lido di viale Trieste: ponte Langer. Un programma, una visione.

Nelle sue “dieci parole per la convivenza” Langer sottolinea proprio l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Occorrono, dice, “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. “In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità”. Per questo hanno un ruolo estremamente importante “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione”. Alex Langer scriveva queste cose, che possono apparire ovvie (ma non lo sono affatto), nell’Alto Adige di oltre 25 anni, mentre a poche centinaia di chilometri, nei Balcani, divampavano guerre sanguinose a matrice etnica. Nulla è facile. Le attività comuni richiedono “una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità”. Fondamentale è che qualcuno, nelle società plurietniche, “si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. “In ogni comunità etnica”, concludeva Langer i suoi pensieri, si devono valorizzare “le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

In cammino: tra libertà, accoglienza e natura

Un cappello in testa per proteggersi dal sole, uno zaino in spalla e tanta voglia di camminare e di incontrare nuove persone. L’esperienza fatta da Tiziana Battisti e Sara Mangialardo – la prima, bolzanina, insegnante nelle scuole dell’infanzia; l’altra di Milano, ingegnere, che da ormai 4 anni vive in Alto Adige – nasce da una grande passione per la montagna e un forte desiderio di conoscere nuovi territori, in modo profondo e intenso. Una spinta che le ha portate a percorrere centinaia di chilometri a piedi.

Prima la via Francigena, da Siena a Roma, poi il sentiero di Carlo Magno, da Lovere a Ponte di Legno, e infine la Magna Via Francigena, da Palermo ad Agrigento.
Tiziana e Sara, le due “Panama Walkers” – così soprannominate dagli altri pellegrini lungo il percorso visto il particolare cappello bianco a testa larga che indossano in tutti i loro cammini – hanno deciso di affidarsi esclusivamente alle cartine geografiche e a una bussola per immergersi completamente nell’esperienza che avrebbero vissuto.
Una sfida che, nonostante le numerose zone incontrate non antropizzate e spesso desolate, sono riuscite a portare a termine appassionandosi sempre di più a questo genere di attività.
A loro abbiamo chiesto di raccontarci la loro ultima impresa, in vista di una prossima camminata.

Arrivo in piazza San Pietro: via Francigena da Siena a Roma

Il racconto

“Il cammino che ci ha permesso di attraversare l’entroterra siciliano è nato solo nel vicino 2017 grazie ad un gruppo di volontari chiamato ‘amici delle vie Francigene di Sicilia’. 
Il percorso – iniziano a raccontare le due ‘Panama Walkers’ –  coinvolge in modo particolare la popolazione del posto, sono molti quelli che fanno manutenzione e creano posti di ricezione per i pellegrini. La Sicilia ha una preziosa particolarità: qui è molto diffuso il sentimento di ospitalità da parte della gente, ne abbiamo avuto la prova lungo tutto il percorso; l’accoglienza siciliana è stata travolgente.
Gli incontri lungo la strada sono fugaci, si entra in una casa la sera e si riparte la mattina alle 5; sono incontri brevi ma intensi”.

Tiziana e Sara

La signora Silvana, i pastori e una reflex sempre con noi

“Il primo giorno siamo state ospitate da una signora, Silvana, che ci ha chiesto di aiutarla a raccogliere le verdure dal suo orto, successivamente ci ha offerto quella che sarebbe stata la nostra prima cena del cammino verso Agrigento… impossibile rifiutare! Prima di lasciarla ci ha voluto regalare dei piccoli portafortuna, da lei cuciti all’uncinetto, che abbiamo voluto attaccare sui nostri zaini.”
Un altro giorno – racconta Tiziana – alcuni pastori hanno munto le mucche solo per noi per poi regalarci il loro latte e dei formaggi. Due pastori umili che vedono passare tanti giovani come noi e, con questi, condividono tutto quello che hanno senza accettare nulla in cambio.”
Per documentare il viaggio, essendo entrambe amanti della fotografia, Tiziana e Sara hanno deciso di portare con loro una macchina fotografica con cui hanno potuto scattare le foto a questi splendidi paesaggi.

Incontro con i pastori, lungo la Magna via Francigena

La libertà dopo le restrizioni

“In questo viaggio ci abbiamo sperato fino in fondo e abbiamo trovato la ‘finestra’ giusta nel mese di agosto, fortunatamente non abbiamo subito nessuna restrizione, ed è stato un vero e proprio tuffo nella libertà, la stessa che avevamo dovuto tralasciare i mesi prima. I paesaggi che abbiamo potuto vedere sono completamente inaspettati: vi è un equilibrio tra roccia e prateria; sono paesaggi che ci hanno regalato bellissimi momenti dopo la lunga reclusione in casa.”

Vista sulla Piana degli Albanesi

Sconnesse

Per questo viaggio le due ragazze hanno deciso di non utilizzare né GPS né smartphone, portando comunque quest’ultimi con loro per realizzare dei video e utilizzarli in caso d’emergenza.
“Il fatto di non avere i GPS, ma esclusivamente le cartine e la bussola, ci ha obbligate a potenziare il nostro orientamento e i nostri 5 sensi. Le indicazioni sono comunque presenti grazie ai segnavia lungo tutto il percorso. La scelta di ‘scollegarci’ da internet è dovuta anche al fatto che i momenti come la sera sono un’occasione per parlare e confrontarsi con gli altri pellegrini e gli abitanti del posto” spiegano.

Partenza dalla cattedrale di Palermo

La condivisione sui social e il prossimo viaggio

Il mese successivo al viaggio, a settembre, Tiziana e sara hanno deciso di aprire un profilo Instagram (@lepanamawalkers) dove condividere con tutti i loro viaggi, che per ora ammontano a tre, entrando in contatto con la comunità di camminatori estesa su tutto il territorio nazionale.
“Tornate a casa abbiamo scelto di condividere sia le nostre schede tecniche, con i punti d’interesse e gli aspetti organizzativi, sia le immagini e gli episodi vissuti. Un vero e proprio storytelling postumo al viaggio accessibile a tutti, ricco di foto meno tecniche, ma più emozionali e suggestive.”

Arrivo alla cattedrale di Agrigento

Insomma, il vostro è stato un viaggio che vi ha fatto bene anche all’anima e ha rafforzato la vostra passione. Quale la prossima meta?
“Per quest’estate abbiamo programmato di percorrere l’Alta via delle Dolomiti n.1 – dal Lago di Braies a Belluno – tornando dove tutto è iniziato, la montagna, il luogo dove ci siamo conosciute.”

Autore: Andrea Dalla Serra

I nomi del passato: Agruzzo

A nord di Laives (e a sud di Bolzano), nei pressi dell’attuale aeroporto, per secoli si trovava una zona incolta e insalubre utilizzata dagli abitanti delle due località (e di alcuni paesi montani) soprattutto come pascolo invernale. L’Isarco, che correva minaccioso a ridosso dei centri abitati prima di essere deviato verso Castelfirmiano, allagava costantemente l’area tra Oltrisarco (Oberau) e San Giacomo (Unterau) e perciò ogni coltivazione continuativa era destinata a scomparire rapidamente.
Quest’ampia superficie di quasi 50 ettari veniva chiamata Grutzen o Grutz, in italiano Agruzzo. Nel 1582 un documento noto proprio come “Grutz-Urbar” (Descrizione della Grutz in der Au sotto Bolzano) ne elencava tutti gli appezzamenti di terreno. Ma già nel “1496 i Niederthor bolzanini avevano ottenuto il diritto di assegnare terreni presso l’Isarco”. I piccoli coltivatori dovevano liberare la terra dal pietrame apportato dal fiume, qualcuno vi coltivava un piccolo vigneto o campo, altri erigevano improbabili muri di contenimento delle acque. Nel catasto teresiano è rimasta traccia di queste particelle.
Ma cosa significa Grutz / Agruzzo? Si tratta di una denominazione “tedesca” risalente all’arrivo dei Baiuvari nella valle dell’Adige tra il sesto e l’ottavo secolo? O di un vecchio nome romanico o addirittura preromano poi germanizzato?
I nomi dei campi spesso derivano dall’utilizzo o dalla consistenza degli stessi. Per esempio Laimburg deriva sicuramente da Laim, limo. Perciò la supposizione dei fratelli Grimm che Grutzen derivi da Grütze (frumento frantumato, cosa piccola, dalla radice indogermanica ghreud, sminuzzare) è decisamente pertinente. Un qualche collegamento è possibile anche con il termine “Gries” (Griez, arena) per terreno sabbioso.
L’ipotesi “bavarese” è suggestiva ma poco convincente. Scriveva infatti Karl Finsterwalder: “L’occupazione bavarese (…) trovò le nostre vali tirolesi ancora abitate e i moltissimi toponimi pregermanici dimostrano che la popolazione rimase nei propri paesi”.
Dunque i Baiuvari non sostituirono la vecchia popolazione romanica ma si insediarono accanto ad essa, utilizzando la toponomastica preesistente. Questi eventi tra il VII e l’VIII secolo sono comprovati anche dagli scontri proprio in questa zona tra Longobardi e Baiuvari. Solo nel 769 Bolzano con Laives divennero possedimento dei Baiuvari, dato che allora il loro duca Tassilo III, sposato a Liutberga, figlia dell’ultimo sovrano longobardo Desiderio, appare “in Bauzano rediente de Italia”.
È dunque assai probabile che il termine Grutz trovi origine in quest’epoca e nella lingua longobarda, che conosceva anche il termine grutsa o grutsena con il significato di piccolo podere di una dimensione tra i 12 e i 30 iugeri.

Autore: Reinhard Christanell

Quando Ronca “inventò” le gallerie di Corso della Libertà

Nello scenario collettivo, passare per Corso della Libertà e percorrere una delle due gallerie piene di negozi o per raggiungere la passeggiata Lungo Passirio è una cosa ormai usuale.
Non fu però così semplice, nel 1959, per Ronca progettare e costruire il complesso architettonico commerciale in quell’epoca. Da un lato si trovò contro gli esercenti del centro storico, timorosi dello stravolgimento del commercio meranese, dall’altra i nostalgici della Merano asburgica e dei suoi edifici d’epoca.
Venne organizzata una raccolta di firme per impedirne la sua realizzazione, ma prevalse il buon senso: la città era in pieno rilancio economico, e un edificio al passo coi tempi poteva contribuire a rilanciare Merano a livello europeo. A pochi passi dal centro storico, Ronca porta dunque la prima galleria con negozi, uffici, abitazioni con tutto il linguaggio dell’architettura moderna.
Soffermandosi sull’ aspetto compositivo, l’architettura è contrassegnata da tutte quelle forme a “spigolo” che diventeranno sue caratteristiche a partire dagli anni ‘60. Qui, per la prima volta abbandona le forme del passato, che avevano caratterizzato un’architettura più “morbida”, tipica invece del linguaggio roncaniano degli anni ‘30 / ‘50.
I negozi sul fronte strada e nelle gallerie si sviluppano su due piani con ampie superfici vetrate a “tutta vista”. A Merano diventa interessante da parte del progettista la rivisitazione delle gallerie ottocentesche tipiche delle grandi capitali europee, riconcepite con il linguaggio del moderno. Ronca adegua il suo lessico alle forme architettoniche locali, in primo luogo gli Erker: sul prospetto verso Corso Libertà vengono proposti movimenti di rientro e di sporgenza su tutta la facciata. Marcapiani e pilastri a vista demarcano la struttura compositiva, mentre rivestimenti in tessere ceramicate arricchiscono i prospetti principali. Elementi di completamento – come lampadari, altorilievi bronzei e la cura di altri particolari – ne fanno un insieme piacevole ed armonioso. Un modello come la galleria, portata a Merano, diventerà da subito un archetipo vincente: ultimata nel 1963, vide la quasi contemporanea costruzione di quella di via delle Corse (1960-1965). A queste ne ne seguiranno tante altre.

Autore: Flavio Schimenti

La fontana delle rane in piazza Stazione a Bolzano

Per molti decenni a chi arrivava in treno alla stazione di Bolzano, attraversando la hall della biglietteria e scendendo la scalinata, la prima immagine della città che si palesava era la “fontana delle rane”.
Progettata e realizzata nel 1930 dallo scultore Ignaz Gabloner, la fontana andò a completare lo spazio urbano del parco della Stazione.
La fontana è costituita da elementi in marmo, bronzo e tessere marmoree, contraddistinguendosi rispetto alle altre fontane cittadine ma costituendone anche una sorta di continuità, dal punto di vista simbolico ed iconografico. Il basamento della vasca realizzato interamente in marmo è di forma polilobata; sulle superfici esterne compaiono festoni stilizzati, simili a quelli posti alla base dei pilastri di accesso al ponte Talvera, con lo stemma della città di Bolzano. Un pilastro centrale di forma ottagonale, posto al centro della vasca, sorregge un ampio catino marmoreo svasato, al cui centro sono poste nove anfore in bronzo, con l’aggiunta di una sulla sommità. Le anfore sono di tipo italico, su modello di quelle del primo secolo d.C. che, per inciso, erano quelle che contenevano e trasportavano il vino. Prospetticamente ed in lontananza dalla fontana si può infatti osservare la collina di S.Maria Maddalena con i suoi vigneti, mentre dall’anfora posta al centro scaturisce un forte getto d’ acqua in verticale, con forte impatto scenografico. Alla base della struttura polilobata, tre per ogni parte, compaiono dodici rane, dalle quali scaturisce un getto d’acqua che raggiunge la vasca superiore centrale. Le rane bronzee stilizzate, dalle forme quasi geometriche, rappresentano il principio fondatore dell’acqua. Caro alla divinità egizia Heket, protettrice della vita, l’anfibio nasce e cresce nell’elemento liquido, ma non ne è vincolato. Simbolo portafortuna per gli egizi, per gli altri popoli la rana è metafora del passaggio delle prove della vita, dalle quali si esce rafforzati. Il numero tre e i suoi multipli sono puramente metaforici, come avviene anche nella fontana del Nettuno di piazza delle Erbe. Tre infatti sono i corsi d’acqua che attraversano la piana bolzanina: l’Isarco, il Talvera e l’Adige, e dunque tre rane per parte gettano l’acqua nel catino centrale. Il manufatto – danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale – venne riposto in essere nel 1955.

Autore: Flavio Schimenti

Duce a cavallo, non maschera ma… spari

Ogni cosa ha un suo perché!
Anche in merito al quesito posto nel numero 12 di Qui Bolzano, concernente il monumentale bassorilievo di Hans Piffrader in Piazza Tribunale e le tavole esplicative di esso nella stessa piazza, si può dare, utile per i lettori, nonché per cittadini e turisti che transitano per la piazza, un chiarimento, del quale ringraziamo Hannes Obermair, dell’Eurac Research di Bolzano. Riguardo alle tavole esplicative del bassorilievo, viene precisato che i pannelli “riprendono fedelmente l’opera piffraderiana stessa che rappresenta un volto di Mussolini fortemente danneggiato e deturpato grazie – suppongo – a degli spari mirati occorsi durante la liberazione dal nazifascismo nel maggio del 1945”. Erano tempi, infatti, con molte persone dal grilletto facile.
Concordiamo con Hannes Obermair, che nuovamente ringraziamo, secondo il quale si tratta di “un segno tangibile del secolo degli estremi, con una propria valenza e una dignità intrinseca, da leggere e da tener presente”.

Autore: Leone Sticcotti

piazza Tribunale a Bolzano
Hannes Obermair

Happy birthday Bob

Sabato 3 luglio alle ore 21 all’arena del Parco delle Semirurali avrà luogo una serata tributo a Bob Dylan, che recentemente ha compiuto 80 anni. Sul palco salirà Bobby Gualtirolo, accompagnato per l’occasione da una band costituita da Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi.

Lo scorso 24 maggio Bob Dylan ha compiuto ottant’anni: con la copertura che stampa (specializzata e non), televisione e internet hanno dato all’evento è assai difficile che a qualcuno la cosa possa essere sfuggita. D’altra parte Bob Dylan – che ci piaccia o meno – è stato un punto di riferimento quasi costante da sessant’anni in qua, e non ci riferiamo solamente alla musica, perché Bob Dylan – suo malgrado – è stato anche un modello, un autore, un oggetto di studio infinito, in un certo periodo della sua carriera anche un fenomeno di costume. Ininterrottamente.
Il tutto rimanendo vivo e vegeto: perché a diventare un mito da cadavere, quello riesce bene a molti, anche a quelli che miti altrimenti non lo sarebbero mai diventati (gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Francesco Guccini).
Negli ultimi anni, volente o nolente (la sua sfuggevolezza è ormai risaputa), Dylan ha fatto parlare parecchio di sé: per non essersi recato a ritirare il premio Nobel (più che per averlo ricevuto), per aver sfornato una serie di dischi in cui andava cantando le canzoni di Frank Sinatra e non ultimo per il suo disco dello scorso anno, apparentemente realizzato in pieno lockdown, ma probabilmente già più che abbozzato e anche assemblato molto prima.
Le restrizioni vigenti un po’ in tutto il globo non hanno però consentito l’organizzazione di un evento per celebrare gli ottant’anni del musicista, ma nel nostro piccolo posto tra i monti, un cantautore/rocker locale, grande fan e conoscitore del soggetto Dylan, ha ben pensato di omaggiarlo con una serata dal vivo.
Si tratta di Bobby Gualtirolo, che col patrocinio dell’Associazione Provinciale Musicisti sabato 3 luglio alle 21, presso l’arena del Parco delle Semirurali accompagnato da una band d’eccezione per riproporre un sonoro tributo a Bob Dylan basato soprattutto sul repertorio recente.

Bobby Gualtirolo

“I pezzi nuovi di Dylan – ci spiega Gualtirolo, intendendo per nuovi quelli degli ultimi venti, venticinque anni – più li ascolti e più sono dei gran pezzi. Per questo motivo ho scelto di eseguire solo un paio di cose del repertorio più vecchio, e una di queste sarà comunque in un arrangiamento dei primi anni duemila. Mi sembra un repertorio molto interessante, volevo evitare di fare una serata con più musicisti, con molti ospiti e una scaletta per così dire mainstream, mi interessava piuttosto un gruppo compatto, solido, per questo ho chiamato tre fuoriclasse come Manuel Randi, Marco Stagni e Mario Punzi, che tra l’altro sono già un trio preesistente. Volevo fare qualcosa che potesse andare vicino ad un concerto recente di Dylan”.
Dylan stesso, negli ultimi anni nei suoi concerti ha preferito concedere più spazio alle nuove composizioni piuttosto che ridursi a fare un mero e gratuito greatest hits col rischio di finire col sembrare la cover band di sé stesso e dei suoi anni d’oro piuttosto che un artista ancora ostinatamente e sensatamente sulla cresta dell’onda. E la formazione con Randi, Punzi e Stagni è sicuramente in grado di supportare Bobby Gualtirolo in questo progetto per cui, per essere più incisivo sta studiando le pronunce, gli accenti le sfumature con cui Dylan nelle sue esecuzioni dal vivo approccia i brani che figureranno in scaletta.
“Bob Dylan – conclude Gualtirolo – è un po’ il luogo dove, musicalmente parlando, si finisce prima o poi per tornare. Magari lo tralasci un po’ per qualche tempo, provi ad ascoltare altra musica, cerchi altre sonorità, ma poi succede sempre che ci torni, come ad una fonte a cui dissetarsi, è talmente pieno di spunti e di idee che trovi sempre qualcosa da attingere. E al tempo stesso è tradizionale, perché innovativo non è di certo; se musicalmente l’ultima canzone vera e propria è Mississippi che risale al 2001, a livello di testi continua a dire cose sensate. Che non è poco”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Terlano, la terra di Margarete

Terlano, “a due ore di cammino da Gries” (come scriveva nel 1901 nella sua “Chronik von Terlan” lo storico e sacerdote Karl Atz, che qui morì tre anni dopo, come ci ricorda una targa apposta sulla chiesa parrocchiale) è oggi nota soprattutto grazie al nome di Margarete: che da un lato richiama alla memoria l’ultima e indimenticata contessa del Tirolo, vissuta tra il 1318 e il 1369, dall’altro designa i meno nobili ma ciò nonostante apprezzabilissimi asparagi che qui crescono grazie al terreno sabbioso apportato nel corso dei secoli dall’Adige e ai quali un’accorta operazione di marketing ha assegnato questa denominazione proprio in onore della potentissima donna.
Margarete era discendente diretta di Mainardo II. A dodici anni venne data in sposa a Giovanni Enrico di Lussemburgo, uomo che poi ripudiò per sposare Ludovico di Brandeburgo. Dopo la morte del suo unico figlio Mainardo III, nel 1363 cedette il Tirolo agli Asburgo e si ritirò a Vienna. Margarete era particolarmente legata a Terlano dove dimorava spesso nel Castel Neuhaus o Maultasch, sotto il quale si trovava la famigerata dogana che imponeva ai passanti (con esclusione di sacerdoti e pellegrini) una gabella a favore dei signori del paese.
Per secoli la giurisdizione di Terlano, comprendente anche Nalles, Vilpiano e altri paesini del circondario, fu in mano ai potenti bolzanini Niederthor che la esercitarono fino alla loro estinzione nel XVI secolo.
Ma la ricchezza del paese non deriva (soltanto) dagli asparagi. Molto più importanti furono (fin dal tempo dei Romani e forse anche prima) e sono la viticoltura (notissimo il bianco Terlaner) e, nel medioevo, l’estrazione dell’argento. Oltre mille minatori erano occupati nelle varie miniere del luogo e il prezioso metallo, una volta fuso, transitava verso sud sull’Adige. Leggiamo ancora nella “Cronaca” di Atz: “Di sei quartieri si compone il comune. (…) Per primo si incontra il paesino di Settequerce… con il noto podere di Grosskarnell appartenuto ai Conti del Tirolo… Più avanti incontriamo Klaus (Chiusa) e poi il centro di Terlano attorno alla chiesa parrocchiale… Winkel è il villaggio dei minatori… Poi arriva Kreit, che dovrebbe chiamarsi “Gereut” in quanto deriva da rauten o reuten… A nord troviamo il quartiere di “Vorberg” e sopra la rocca di Neuhaus lo sperduto sobborgo di Montigl”.
Manca, dall’elenco di Atz, la frazione di Vilpiano, comune autonomo in seguito alla riforma del 1819 e aggregato a Terlano nel 1854. In quel periodo Terlano contava 1400 abitanti, oggi sono quasi 5000. Già prima dell’anno 15 a.C., ossia prima dell’arrivo di Druso e Tiberio, il luogo era popolato, come dimostrano i numerosi reperti rinvenuti soprattutto a Settequerce (di cui, data l’importanza del sito, parleremo in altra occasione), vero e proprio centro retico ai margini della piana bolzanina. Orazio celebrò con questi versi la conquista dell’ostico ma strategicamente rilevante territorio retico “delle genti indomabili arroccate nei loro castelli sulle Alpi spaventose”: “Drusus Genaunos, implacidum genus, / Breunosque velocis et arces / Alpibus impositas tremendis / Deiecit acer plus vice simplici”.
A tal riguardo, Atz parla anche del nome del paese: “A favore di un insediamento romano depone anche il nome del paese, noto come Terlianum, ad Teriolanos, Teriolanum, Turlanum, assai simile a Teriolis (Castel Tirolo) e apparentemente un baluardo meridionale del territorio di Maia – Tirolo e più avanti il punto più a sud del Burgraviato.” In epoca medievale il nome si trasforma in Torilan, poi Toerlan e infine, nel 1525, Terlan. Nei pressi della chiesa è stata recuperato anche uno straordinario battistero paleocristiano, testimone di grande valore della diffusione del Cristianesimo nella valle dell’Adige nel IV secolo.
Spicca, a bordo dell’antica strada militare, la chiesa parrocchiale tardo-gotica dell’Assunta (stupendo il ciclo di affreschi della Bozner Schule) con il suo campanile di 75 m smontato e rimontato nell’800 a causa della sua eccessiva pendenza.
Lasciando il paese, ci fermiamo ancora una volta sotto la rocca di Maultasch costruita nel 1206 e ben visibile in tutta la valle. Poco distante furono rinvenuti i resti di un antico ponte (romano?) sull’Adige citato in un antico documento: “apud pontem Nove domus, in loco, ubi solitum est haberi judicium”.

Autore: Reinhard Christanell