La vita torna in scena

Dal canto per Europa di Rumiz alla grande prosa di In scena, dai cantautori Michele Bravi, Morgan, i Rovere, al teatro per bambini, a quello amatoriale, ai corsi del Centro giovani fino agli interpreti di questo tempo sospeso: la suora di clausura Teresa Forcades, il cardinale Matteo Zuppi, Marco Balzano, Elvira Mujčić…

Anna Foglietta e Paola Minaccioni ne “L’attesa”

“È proprio lì, in mezzo al mare nero, che cominciai a sentire il canto d’Europa”.
Forse non ci rimane che il mito per tentare di capire quello che siamo in questo nostro tempo sospeso. Dentro il mare nero, oscuro, della nostra modernità presa in ostaggio da un virus informe che disintegra le antiche certezze, ecco che un narratore raffinato come Paolo Rumiz si fa sorprendere dal Canto per Europa, un viaggio fatto di barche di legno e remi di fortuna verso la libertà e la pace. La traversata di Rumiz andrà in scena sul palco del Teatro Cristallo il 7 ottobre alle ore 21. Il suo “Canto per Europa” (regia di Franco Però con Lara Komar, Giorgio Monte e musiche di Sasha Kalic e Vangelis Merkouris) sarà una potente metafora della speranza che sopravvive anche all’attraversamento del mare tenebroso, come avviene in questo mare limaccioso del tempo pandemico. Un tempo dove perfino i teatri e i cinema hanno dovuto spegnere luci e proiettori e sospendere i sogni in attesa di un ritorno possibile del canto, del delirio…
“La vita torna in scena” e tenta di riprendere il viaggio onirico verso un altrove possibile. Su questo ritorno in scena della vita il Teatro Cristallo ha costruito la nuova stagione 2021-2022, divisa in due atti, il primo fino a dicembre con gli spettacoli già programmati su libretto e la seconda a partire da gennaio con spettacoli ed eventi che verranno presentati successivamente, con l’avvio del nuovo anno.

Morgan

RACCONTI DI MUSICA
Dopo il concerto introduttivo di Michele Bravi la rassegna dell’associazione “L’obiettivo” curata da Lucio Paone, prosegue il 23 ottobre alle 21 con Morgan & Megahertz. I due artisti proporranno, sul palco del Cristallo, un viaggio epico-musicale sul solco di artisti famosi: David Bowie, Depeche Mode, Duran Duran, Kraftwerk. Sabato 25 alle ore 21 sarà la volta dei Rovere, una band giovanissima, nata e cresciuta a Bologna, che ha debuttato con l’album omonimo “Rovere”. Il 25 Novembre è la Giornata contro la violenza sulle donne con un palco tutto al femminile: Petra Gruber, Greta Marcolongo, Judith Pixner, Evi Mair e Camilla Guerrini. La serata “Donne in jazz. Stop the violence” vedrà anche l’esibizione di musicisti come Fiorenzo Zeni, Michele Giro, Flavio Zanon, Michele Vurchio. Sarà anche l’occasione per ricordare la cantante Michela Marinello.

Band Rovere

IN SCENA
La grande stagione in prosa del percorso “In Scena”, proposto in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano, inizia il 12 novembre alle ore 21 con “L’attesa” di Remo Binosi per la regia di Michela Cescon con Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Cornelia, nobile veneta promessa i sposa al duca di Francia, è segregata in campagna dalla famiglia perché resa gravida da un altro uomo durante una festa di Carnevale. Il 24 novembre (ore 21), con Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini – interpretato da Elio (arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri). Il 3 dicembre (ore 21) – va in scena uno spettacolo potente, di denuncia di quel male radicale che si insinua nelle pareti di casa e che penetra poi nella psiche delle vittime. “Dentro. Una storia vera, se volete” per la drammaturgia di Giuliana Musso, che è anche interprete del testo insieme a Maria Ariis, racconta la violenza sessuale come un segreto che permane tutta una vita dentro alle case, dentro agli studi dei medici, degli psicoterapeuti o degli avvocati.

CORPI ERETICI
Il 24 settembre alle 21 torna Alessandro Bergonzoni, per la rassegna Corpi eretici, con il suo “Trascendi e sali”, lo spettacolo firmato insieme a Riccardo Ridolfi. Bergonzoni provoca la coscienza morale perché superi e scacci via i demoni della violenza e della guerra e innalzi, oltre i confini sociali e gli impedimenti culturali, l’aspirazione alla pace. La forbice di Bergonzoni taglia, con le parole, il tessuto ingiallito dei luoghi comuni e delle ristrettezze dell’ordine e si fa anelito di un cambiamento possibile.

IL TEATRO È DEI BAMBINI
Il 9 ottobre alle 16.30 debutta la rassegna “Teatro per bambini” della compagnia teatroBlu con “Il piccolo clown” per la regia di Klaus Saccardo, che prosegue sabato 30, sempre alle 16.30 con con “Forse che sì, forse che no…” per la regia di Nicola Benussi. In questo viaggio fra passato e futuro alla ricerca di un nuovo senso della storia, non poteva mancare Pippi Calzelunghe, l’eroina che vuole difendere lo spazio magico dei bambini. La compagnia ariaTeatro mette in scena la sua storia per la regia di Nicola Benussi. La rassegna si chiude il l’11 dicembre con “Fratellino Sorellina”, un testo che racconta il desiderio di conoscenza e di innocenza che muove i bambini a superare ogni impedimento e crescere.

Pippi Calzelunghe

BUONA DOMENICA A TEATRO
Come ogni anno la Uilt (Unione italiana libero teatro) porta il pubblico a teatro con spettacoli comici e grotteschi per una domenica all’insegna delle risate. Sei le proposte fino a dicembre: Il 10 ottobre (sempre con orario 16.30) Jena Ridens, uno spettacolo carico di risate del Teatro Amathen di Verona. Il 24 ottobre un rifacimento del testo shakesperiano Questo Otello è tutta un’altra storia del Teatro Ronzinante. Il 14 novembre le Luci della Ribalta propongono Il colpo della strega. Il 28 novembre, Una casa di pazzi, spettacolo che ruota intorno al tema della salute mentale e alla “rivoluzione” della legge Basaglia. Il 19 dicembre, La verità di Freud de La Kombriccola di Merano.

I PERCORSI CULTURALI
Accanto agli spettacoli, Il Cristallo prosegue con le sue proposte culturali nei vari percorsi (Madre Terra, Educare alla giustizia, Le vie del sacro).
Mercoledì 29 settembre (ore 20.30) il palco del Teatro ospiterà una delle donne più interessanti e affascinanti della nostra Europa. Teresa Forcades è una suora benedettina di clausura spagnola che era destinata, prima della conversione ai temi della teologia femminista e teologia queer, a una folgorante carriera come medico immunologo. Il richiamo di Dio l’ha messa sui sentieri della ricerca di nuovi aspetti della teologia.
“Quando tornerò” è il titolo del nuovo romanzo di Marco Balzano, giovane scrittore affermato, noto al pubblico per il successo di “Resto qui”. Nel nuovo libro, che verrà presentato il 14 ottobre alle ore 18 per il percorso Madre Terra, l’autore sarà in dialogo con Liliana Di Fede.
Per “Le vie del Sacro” il 16 novembre, alle ore 18, ci sarà un altro ospite d’eccezione, ossia il cardinale di Bologna Matteo Zuppi che rileggerà l’enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”.

Il teatro Cristallo ringrazia i sostenitori della nostra stagione, l’Assessorato alla Cultura Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Bolzano, la Regione Trentino Alto Adige, la Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Alperia SpA e la Cassa di Risparmio di Bolzano.

Foto principale: Elio in “Il grigio”. Fotografo: Giuseppe Maritati

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Nostalgia del telefono. Quello vero.

Lo so che sembra impossibile ma è un dato di fatto: noi sapiens sapiens per 40mila anni abbiamo vissuto senza smartphone. Di fatto questo oggetto di uso quotidiano è diventato parte di noi, penetrando nella nostra vita ad un livello tale che senza ci sentiamo perduti. Lo smartphone è infatti molto più di un oggetto essendo di fatto la sintesi di molti oggetti (e luoghi) che anche precedentemente caratterizzavano il nostro vissuto. Facilitato dal fatto che la mia età mi ha regalato una diversa consuetudine e anche per pura curiosità personale, ho provato a stilare una lista (parziale) degli oggetti che oggi si trovano in ogni momento nel nostro palmo della mano. Un computer, un elenco telefonico, un’enciclopedia, uno sportello bancario, una macchina fotografica, una videocamera, una calcolatrice, uno scanner, un telecomando, un’ufficio postale, la biglietteria della stazione dei treni e dell’aeroporto, una biblioteca e una raccolta di dischi, un cinema, una televisione, una biblioteca con tanto di emeroteca, una sala giochi, un contapassi, una sala riunioni, una torcia elettrica, un blocco per gli appunti. Potrei ancora proseguire, naturalmente, aggiungendo la lista il più enorme supermercato che si possa immaginare. Naturalmente è molto comodo avere tutte queste cose a portata di mano, ma in realtà a fare la fortuna dello smartphone e a renderlo l’oggetto per antonomasia della nostra vita negli ultimi 10 anni come sappiamo sono stati i social network. Che per noi sono diventati più che un mezzo di comunicazione un vero e proprio “luogo” di incontro, che in molti casi va addirittura a sostituire la piazza, soppiantandola.
A questo punto a me sorge spontaneo un quesito: siamo proprio sicuri di essere davvero solo contenti di questa rivoluzione sociale e antropologica di cui siamo protagonisti?
Si tratta di una domanda che interpella ognuno di noi e che molti di noi con ogni probabilità si sono già posti. Personalmente, in questa estate che ormai è agli sgoccioli, a più riprese ho provato ad “allontanare da me” per periodi più o meno lunghi l’oggetto in questione. La sensazione che ho provato in montagna, al mare, anche a casa, è stata molto interessante e “liberante”. Avete voglia di provare anche voi
e poi raccontarmi com’è andata?

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità verso terzi nell’appalto

I danni derivanti a terzi dall’esecuzione di un contratto di appalto possono essere imputabili o all’attività svolta dall’appaltatore, ovvero direttamente alla cosa oggetto di appalto.
Sotto il primo profilo, la responsabilità è imputabile all’impresa esecutrice a seguito della dimostrazione, da parte del danneggiato, della verificazione di un fatto che abbia cagionato un danno ingiusto in capo ad esso e che tale danno sia causalmente riconducibile al predetto fatto secondo gli ordinari criteri in materia di responsabilità civile, improntati al criterio della causalità adeguata.
Sotto il secondo profilo, è applicabile l’art. 2051 del codice civile. In tale ipotesi al danneggiato sarà sufficiente provare il fatto dannoso, l’evento e il nesso di causalità (materiale) tra questo e l’evento. La rigorosa prova dell’esonero da responsabilità graverà invece in capo all’appaltatore, il quale sarà tenuto a dimostrare il cosiddetto caso fortuito, ossia la prova dell’intervento di un fattore esterno (quindi indipendente dalla sua eventuale colpa) tale da recidere il nesso di causalità.
è poi necessario verificare se vi possa essere spazio per una concorrente responsabilità del committente. Tale responsabilità, il più delle volte, non è configurabile, in virtù dell’autonomia gestionale riconosciuta all’appaltatore. La giurisprudenza è concorde nel ritenere che: a) di regola risponde dei danni cagionati ai terzi dall’esecuzione di un appalto solamente l’appaltatore; b) tuttavia, qualora il committente si sia ingerito nell’attività con specifiche direttive che hanno limitato l’autonomia dell’appaltatore risponde in concorso anch’esso; c) se poi le direttive del committente sono particolarmente “invasive”, con prova a carico del danneggiato, solamente il primo risponde dei danni; d) in ogni caso il committente risponde laddove si sia avvalso di una impresa palesemente inadeguata.
Chiaramente, il committente potrà contestare la sua responsabilità, allegando e dimostrando che l’esecuzione dell’opera da parte dell’appaltatore non è stata conforme al contratto e/o alle norme, anche tecniche, di esecuzione, al punto che tale condotta difforme dalle regole di diligenza, sia stata essa stessa causa esclusiva nella verificazione dell’evento dannoso.

Autore: Massimo Mira

Holzmeister, quell’architetto che cambiò l’immagine delle chiese

Clemens Holzmeister, Luis Trenker e Merano. Cosa hanno in comune un grande architetto, il primo, un altro architetto e noto alpinista, scrittore, regista il secondo, e la città sul Passirio?
Clemens Holzmeister nasce a Fulpmes in Austria il 27 marzo del 1886 da genitori tirolesi emigrati in Brasile e tornati in patria. Si diploma ad Innsbruck e prosegue i propri studi a Vienna, dove si laurea con una tesi sulla architettura dell’ Abbazia Cistercense di Stams. Nel 1924 apre uno studio di architettura con l’amico, di vecchia data, Luis Trenker.
Sarà proprio Trenker ad incentivarlo ed a stimolarlo nei grandi progetti architettonici. Agli inizi degli anni Trenta conta già la realizzazione di tre grandi opere architettoniche : l’Hotel Adler ad Ortisei, l’Hotel Tre Cime a Sesto e Villa Pretz a Bolzano.
Holzmeister nel 1935 è a Merano dove gli viene affidato l’impegnativo incarico di ricostruzione e ristrutturazione della chiesa parrocchiale di San Vigilio di Maia Bassa. Negli schizzi preparatori dal tratto fortemente espressionista, egli dà luogo ad una basilica dalla facciata neoromanica, con due campanili gemelli, alla maniera Normanna. Negli interni esegue un intervento rivoluzionario per quell’epoca: mantiene una parte consistente della primitiva impostazione della chiesa medievale facendo sì che il Coro ed il presbiterio precedente diventino cappella laterale posta sul lato sinistro.
L’edificio nella planimetria diventa una chiesa con formazione di pianta a “croce greca”. Anche qui è qualcosa di innovativo ed interessante. Nei coevi esempi dell’epoca veniva privilegiata l’impostazione della basilica tradizionale a “croce latina”, mentre quella scelta permette di avvicinare i fedeli alle funzioni religiose, cosa che avverrà solo con la riforma ecclesiale a partire dal 1965 (Concilio Vaticano Il, normative sugli edifici ecclesiastici).
Grande cura viene destinata al recupero degli elementi precedenti, affreschi e altorilievi, arricchendo la chiesa con nuove opere, quali l’affresco del nuovo altare opera di Rudolf Stolz (1936 / 38) e le nuove vetrate opera di Hans Pruester.
Sicuramente la sua formazione culturale e poetica, a partire dalla tesi di laurea, ha fatto sì che Holzmeister diventasse a partire da Merano uno dei più ascoltati e realizzatore di edifici ecclesiastici (una decina costruiti fra Austria e Germania ).
Allontanato dai regimi fascista e nazista, dal 1938 si rifugia in Turchia dove vi resterà fino al 1954 e dove continuerà la sua opera di architetto realizzando strutture di notevole pregio architettonico.
A Merano ed in tutto l’Alto Adige lascerà il segno. E sarà da guida per tutte le future generazioni di architetti e progettisti europei.

Autore: Flavio Schimenti

SPID (prima parte)

Nel 2013, il deputato Stefano Quintarelli ebbe un’idea pionieristica: quella di rendere più semplice l’accesso ai servizi pubblici utilizzando le tecnologie informatiche. L’idea era quella di superare l’intricata burocrazia del cartaceo e dei classici “mille uffici” da consultare per ottenere un servizio, permettendo ai cittadini di accedere a quello stesso servizio tramite internet. Tra i problemi più difficili da risolvere, ce n’era in particolare uno. Quando si va in un ufficio, la prima cosa da fare è mostrare la propria identità. Come rendere possibile questo nel mondo digitale, garantendo sicurezza e privacy? Dalla soluzione di questo problema è nato l’ormai famoso SPID – letteralmente “Sistema Pubblico di Identità Digitale”, attualmente riconosciuto come sistema di riconoscimento della propria identità valido in tutti i paesi membri della Comunità Europea. Per poter richiedere lo SPID, è necessario rivolgersi a enti accreditati capaci di fornire l’identità digitale, e quindi creare “l’alter ego” digitale del cittadino. Questi enti, chiamati “identity provider”, sono riconosciuti e vigilati da AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, agenzia pubblica che opera sotto la vigilanza diretta del presidente del Consiglio dei ministri. Come si può evincere facilmente visitando il sito ufficiale di SPID (www.spid.gov.it), nove sono gli “identity providers” attualmente accreditati. Tali enti definiscono specifiche procedure per creare l’identità digitale di un cittadino. Queste procedure si basano principalmente sul riconoscimento del cittadino effettuato da una persona preposta, tramite tesserino del codice fiscale, carta di identità, e riconoscimento facciale – esattamente come accade di solito. Ciò può avvenire in presenza o, per vari enti, utilizzando la videocamera del proprio computer o cellulare. Una volta effettuato questo primo passaggio, è possibile accedere a tutti i servizi associati a SPID utilizzando la propria identità digitale. In base alla tipologia di servizio e alla corrispondente esigenza di sicurezza, ci sono tre diverse modalità per poter provare la propria identità, corrispondenti a tre livelli di sicurezza. Per i servizi di primo livello, al cittadino viene richiesta la classica coppia “nome utente” e “password”… con il vantaggio che questa stessa coppia può essere definita una volta per tutte, e poi utilizzata per accedere a tutti i servizi collegati a SPID. Per i servizi di secondo livello, oltre al nome utente e alla password viene anche richiesta una ulteriore password “usa e getta” (in inglese OTP – one-time password), che viene generata da una app specifica da installare sul proprio cellulare. Per i servizi di terzo livello, viene anche richiesto l’uso di una smartcard – modalità di autenticazione supportata solo da alcuni degli “identity provider” attualmente accreditati.
In pratica, SPID ci permette di ricorrere ad un’unica modalità di autenticazione per provare la nostra identità nel mondo digitale. Ma a quali servizi possiamo accedere a quel punto? Ne parleremo nel prossimo numero della “città digitale”.

continua…

Autore: Marco Montali

Padri, madri, figli dell’autonomia altoatesinasudtirolese

È difficile dire se personaggi come Silvius Magnago e Alcide Berloffa siano da considerarsi “padri” dell’autonomia o non piuttosto semplicemente “figli” della storia altoatesina. Figli di una terra particolare, che può mostrare la sua specialità da ben prima del 1972 (o del 1969). Terra di confine, terra di contraddizioni.

Il percorso “Autonomiae”, installato all’inizio del mese in mezzo ai palazzi provinciali, ruota attorno a questi due nomi: Magnago e, più defilato (come sempre fu), Berloffa.
Di Silvius Magnago leggiamo che, “considerato unanimemente il padre dell’autonomia sudtirolese, durante il suo lungo mandato ha avuto il grande merito di aver perseguito la pacifica convivenza tra i gruppi linguistici e avviato l’Alto Adige sulla strada del benessere e dello sviluppo”. Di Alcide Berloffa: “È considerato uno dei protagonisti della storia dell’autonomia altoatesina. Nel corso del suo lungo percorso politico ha seguito con grande sensibilità e capacità di mediazione le trattative tra Roma, Vienna e Bolzano”.
Diciamo pure che senza i Berloffa, i Moro, i Gargitter, l’autonomia che oggi conosciamo non avrebbe mai visto la luce. Se Magnago fu il padre, loro furono – se mi è permesso – la madre. Loro che, come succede ahimè a molte madri, lavorarono spesso dietro le quinte con umiltà, a volte a correggere gli errori dei padri.
Ma se vogliamo dare completezza al racconto del cammino dell’autonomia che, come giustamente si sottolinea, è sempre “dinamica”, non si può non pronunciare un terzo nome, quello di Alexander Langer. Fu Langer, sottolineandone le contraddizioni e le aberrazioni, a dare all’autonomia un’anima che andasse oltre i concetti di riparazione e rivendicazione, oltre l’approccio politico-diplomatico, oltre l’equilibrio instabile tra i nazionalismi. Un’anima europea in comunicazione col mondo.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives 1850: arrivano le “Part” e i vaccini…

Se per un istante si concretizzasse il sogno di girare indietro la ruota del tempo e potessimo osservare il paesino di Laives di metà ‘800, faremmo fatica a credere che si tratti dello stesso luogo che vediamo oggigiorno. Ma se questa opportunità ci è giocoforza negata nella realtà, un singolare testo dal curioso titolo “Physisch-medizinisch-statistische Topographie der Stadt Bozen mit den drei Landgemeinden zwölf Malgreien, Gries und Leifers, oder des ehemaligen Magistratbezirkes Bozen”, edito (“a proprie spese!”, ci informa l’autore in copertina) nel 1854 dal medico comunale di Bolzano Andrä J. Bergmeister, ci apre una ricca finestra sulla vita (di Bolzano, Dodiciville, Gries e Laives) di quell’epoca. In seguito alla riforma comunale del 1849, i tre comuni rurali si erano di fatto staccati dalla città-circoscrizione di Bolzano e dotati di autonomia amministrativa. In particolare, scopriamo che Laives era governata da un sindaco e due consiglieri comunali. Da non più di un decennio, dopo secoli bui di miseria e insalubrità del suo territorio flagellato dalla malaria (der Leiferer Tod), Laives era diventato uno dei comuni più prosperi della zona.
Il benessere, secondo Bergmeister, era dovuto principalmente alla bonifica della “Leiferer Au”, l’estesa palude adibita a pascolo ai piedi del conoide del Vallarsa, e la sua trasformazione in terreni agricoli. Infatti nel 1843 le famose “Part / Toaler” furono assegnate ai piccoli coltivatori del luogo e a famiglie immigrate dal Trentino. Dove prima si trovavano sterpaglie e rovi, ora facevano bella mostra di sé floridi campi di granturco. Anche la popolazione subì profonde trasformazioni e nel giro di poco tempo arrivarono in paese molte famiglie dal vicino Welschtirol, un terzo degli abitanti totali. Laives divenne un comune “italiano”. Accanto al mais iniziò la massiccia produzione di bachi da sete e Laives ne forniva oltre 150 quintali annui. Anton Giorgi fece costruire la filanda.
Nel circondario di Bolzano abitavano 13.127 persone, suddivise in 2829 famiglie. A Laives risiedevano 1202 abitanti (contro i 1078 del 1841) e 218 famiglie. Le case erano 113, di cui 70 a Laives-paese e le altre suddivise nei quartieri di Unterau, Breitenberg e Seit. Curiosamente, Laives era l’unico paese in cui c’erano più uomini che donne: 635 contro 567. A molti maschi laivesotti non rimase che cercar moglie altrove o rimanere scapoli.
Altra curiosità: dopo la scoperta del vaccino contro il vaiolo a cura di Edward Jenner nel 1796 (iniettò del materiale purulento nel braccio di un ragazzino che divenne immune), anche nel circondario di Bolzano ogni anno furono promosse campagne di vaccinazione contro questa malattia. Inizialmente vi aderì quasi l’80% della popolazione, dopo il 1830 iniziarono le resistenze e si creò un movimento che oggi definiremmo di “no vax”.
Le vaccinazioni ripresero con maggior successo dopo una grave epidemia scoppiata a Gries ed anche a Laives si registrarono 2 casi “importati da Nova Levante”: il mondo, si sa, era più piccolo, allora, e la Cina ancora lontana…

Autore: Reinhard Christanell

La Scuola di Arti e Mestieri nel convento dei Domenicani

Nel 1785 fu soppresso il convento di San Domenico per ordine dell’ imperatore Giuseppe II e nel 1794 una parte di esso viene destinato ad ospedale. Dal 1803/20 il complesso architettonico viene trasformato in caserma. Fra il 1876/77 subisce altre trasformazioni, e rimane in attesa di altre destinazioni d’uso. Nel 1883 si inizia a pensare a una scuola per “Arti e mestieri” da realizzare in città, alla maniera analoga a ciò che era avvenuto a Vienna con la “Secessione” a partire dal 1867 con l’opera di Gustav Klimt, Josef Hoffman, Josef Maria Olbrich ed altri. Nel 1884, la scuola trova inizialmente i propri spazi in vicolo Vintola, un paio di aule, magazzini e laboratori divenuti ben presto insufficienti. Vi avranno sede da subito laboratori per il legno e l’intaglio. Altre aule e altri spazi troveranno collocazione provvisoria, in via Francescani. La Camera di commercio di Bolzano, vedendo in tale scuola delle enormi potenzialità economiche e culturali per la città, inizia a stanziare fondi per la costruzione di una nuova sede ed ad aiutare le famiglie degli studenti in difficoltà economica. Nel 1902 è pronto il progetto per trasferire in toto la scuola, con spazi adeguati nell’ex convento dei Domenicani. Nel 1903 la nuova scuola è pronta. Il corpo docente è notevolmente qualificato, insegnanti provenienti da Vienna e da altre città dell’Impero, insieme ad insegnanti locali, si succedono nell’insegnamento.
Dalla scuola d’ arte e mestieri escono elementi di arredo, sculture, oggetti della vita comune, col nuovo gusto dell’epoca, con elementi di altissimo rilievo. I suoi studenti e la scuola vengono premiati nelle più importanti esposizioni internazionali. Vengono tenuti contatti frequenti con i diversi artisti locali e vicini alle tendenze artistiche del Jugendstil. Giovanni Segantini, August Rodin ed altri verranno inviati spesse volte a Bolzano. Il banco di prova della scuola di Arti e mestieri sarà l’odierna scuola Dante di via Cassa di Risparmio, dove gli studenti ed i loro insegnanti progetteranno e realizzeranno dalle sculture alle maniglie e tutti gli elementi di arredo. Seguiranno gli interessanti arredi realizzati per il ristorante “Il torchio”, il “Voegele” ed altri. Da tale grande laboratorio creativo che era la Fachschule, usciranno, fra l’altro, artisti che svolgeranno un ruolo incisivo nella storia artistica della città, quali Ignazio Gabloner. Una mostra tutt’ora in corso al palazzo Mercantile di Bolzano ci mostra in sintesi le opere prodotte dal 1884/21.
Abolita la scuola, una parte di essa venne assorbita dall’Istituto Tecnico Industriale, ma con tutt’altre caratteristiche.

Autore: Flavio Schimenti

Il busto dedicato a Giacomo Matteotti

Sono in fiduciosa attesa gli abitanti del rione per quanto si sta facendo per la riqualificazione di Piazza Matteotti. Ma altrettando lo sono stati fino a pochi giorni fa, per quanto concerne la ricollocazione del busto ritratto di Giacomo Matteotti, opera in bronzo dello studio Scaramella, scoperta il 22 aprile 2009. A lungo posto ai margini della piazza, con un piedistallo che a qualcuno pareva un tubo di grondaia piegato, il busto si è senz’altro meritato l’attuale ricollocazione, centrale come chi fu apostolo della giustizia sociale e paladino della verità.
Giacomo Lauro Matteotti, nato a Fratta Polesine il 12 maggio 1885, laureatosi in Giurisprudenza nel 1907, da giovane socialista fu tra i protagonisti della vita politica e amministrativa di Rovigo. Deputato al Parlamento nel 1919, fu rieletto nel 1921 e nel 1924; lottò con la parola e con la penna: disegni di legge e relazioni, 106 interventi in Aula, discorsi su temi tecnici, amministrativi e finanziari. Fu lui a far conoscere, con le inchieste del 1921 e del 1923, gli atti di violenza fascista contro gli oppositori. Fu cofondatore e segretario del Partito Socialista Unitario. Il 30 maggio 1924 intervenne alla Camera per contestare i risultati delle elezioni svoltesi il 6 aprile. Finì l’intervento con le parole rivolte ai compagni di partito: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Il 10 giugno si stava recando in Parlamento quando sul Lungotevere Arnaldo da Brescia fu aggredito, caricato a forza su una Lancia Lambda, percosso e infine accoltellato. Il corpo fu ritrovato il 16 agosto in un boschetto di Riano Flaminio, noto come la Macchia della Quartarella. Ci fu un processo nel 1926 e la sua revisione nel 1947. Tra gli storici emerse una diversa ipotesi sulla causa del delitto Matteotti: più che il discorso denuncia del 30 maggio 1924, sarebbe stato il possesso di documenti attestanti le tangenti versate dalla Sinclair Oil Company a membri del governo; infatti dalla macchina usata per l’aggressione fu estratta anche una borsa di documenti.

Autore: Leone Sticcotti