Laives e Cortina, nuovi skatepark in arrivo

Disciplina sportiva consacrata alle Olimpiadi, fenomeno culturale e moda: lo skateboard vive un momento di gloria come non mai. Anche in Alto Adige già da anni nei paesi più periferici avere uno skatepark è un obbligo, quasi quanto un Kulturhaus. Buone notizie per gli skater della Bassa atesina e dell’Oltradige: dopo le attese, anche Laives e Cortina sulla Strada del Vino si preparano infatti a inaugurare due skatepark nuovi di zecca.

Il cantiere del nuovo skatepark a Cortina
foto: Comune di Cortina sulla Strada del VIno

Dalla Palestina all’Africa, dall’America fino, ebbene sì, all’Alto Adige: forse non esiste uno sport così diffuso e trasversale tra i ragazzi e le ragazze di tutto il mondo come lo skateboard. è celebrato dal cinema, ricordate il volopattino di “Ritorno al futuro” o il più recente “Skater Girl”? Pure fruttato commercialmente da linee di tavole, abbigliamento e accessori dei più prestigiosi marchi sportivi, quest’anno lo skateboard ha visto la definitiva consacrazione anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

foto: Thomas Plattner/Skateproject

“È un fenomeno che cresce stabilmente da vent’anni e che con l’arrivo alle Olimpiadi ha vinto la sua battaglia. Ma francamente erano più le Olimpiadi ad aver bisogno dello skateboard e non viceversa: non potevano ignorare un fenomeno sportivo, con partecipanti da ogni parte del mondo, che le ONG utilizzano addirittura come strumento di integrazione ed empowerment” – commenta Flavio Pintarelli, bolzanino autore del saggio “Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli”. “Anche se lo skateboard non è solo una disciplina sportiva, ma piuttosto una cultura, che ha al suo interno un lato spiccatamente sportivo. E, soprattutto, un grande potenziale aggregativo e di scoperta, perché ti porta letteralmente in strada, a fare esperienze fuori dalla famiglia; ti mette a confronto con l’altro, talvolta anche con la forza pubblica o realtà marginali” continua Pintarelli. Un contatto “con la strada”, che porta lo skateboard a essere una disciplina fluida, aperta ai cambiamenti della società, e quindi estremamente inclusiva.
Lo skateboard nasce sulle strade con esperienza tipicamente urbana – street skating- anche se da diversi anni si sono ormai affermati gli skatepark (luoghi deputati in toto allo skateboard con diversi tipi di rampe e costruiti in cemento, legno e ferro) ed in cui l’Alto Adige primeggia, anche perché le viuzze dei paesi altoatesini si prestano come le architetture delle metropoli.
“L’Alto Adige può considerarsi una grande skatepark valley: già dagli anni duemila, nel giro di trenta chilometri tra Bolzano e Merano c’erano almeno cinque strutture, anche in posti incredibilmente periferici” continua Pintarelli. La “punta di diamante” tra gli skatepark provinciali è certamente il Platza, sul parco Talvera Bolzano, considerato uno degli skatepark più grandi d’Italia. In genere qui si accede – ci racconta Gabriel Widmann, Presidente dell’associazione Skateboard Project – dopo essersi esercitati nel “Platzetta”, fratello minore a Bolzano nel parco Firmian.

foto Bill Eppridge/Time Life Pictures/Getty Images

NUOVI SKATEPARK in bassa e oltradige
In anni recenti anche la Bassa atesina e l’Oltradige si stanno “attrezzando” con nuove strutture dedicate allo skateboard. Nel 2019 lo skatepark di Ora è stato risistemato con strutture per BMX, mentre tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2022 sono in arrivo due skatepark nuovi di zecca.
Uno, praticamente già pronto, si trova a Cortina sulla strada del Vino. Manfred Mayr, sindaco del paese, attende solo i tempi tecnici per la conclusione dei lavori e l’assestamento della gettata di cemento per poter aprire lo skatepark, la cui inaugurazione dovrebbe avvenire entro quest’anno. Intanto è già stata stipulata una convenzione per la gestione del parco, che verrà affidato gratuitamente all’associazione giovanile Westcoast e sarà raggiungibile con i mezzi pubblici, grazie a un collegamento alla rete dei trasporti con il city bus. Il progetto dello skatepark, che sorgerà fuori dal paese, vicino all’ex casello ferroviario, è parte di un progetto più ampio di riqualificazione e messa in sicurezza dell’intera area che vede un investimento di 580 mila euro, inclusi i costi per l’esproprio e la costruzione di barriere antirumore (quest’ultime sono costate 107 mila euro) per la cui conclusione il sindaco ha avviato tutte le procedure e sta ancora attendendo, da questa primavera, le risposte da parte di RFI, Rete Ferrovia Italiana.

foto: Thomas Plattner/Skateproject


Considerata la zona “rurale”, l’amministrazione rassicura di aver pensato anche alla collocazione di bagni con allacciamento alle acque nere e all’acqua potabile, nel rispetto dei campi dei contadini adiacenti.
Ma soprattutto il fatto che la pista dello skatepark sorga fuori dal paese permetterà di promuovere eventi e musica senza disturbare nessuno. Insomma, lo skatepark di Cortina – che conta circa di seicento anime – aspira a diventare un punto di incontro sovracomunale per l’intera Bassa atesina.

Si tratta di un’attenzione per i giovani e lo spazio pubblico manifestata anche da Luca Dallago, assessore del Comune di Laives: “Esistono diversi sport che coinvolgono i ragazzi, oltre al calcio, ed è giusto dare spazio anche a queste passioni”. Per questo sorgerà un nuovo skatepark nella zona del Campo sportivo Galizia.
“Qui tanti anni fa c’era una vecchia struttura per lo skateboard in cemento, ormai obsoleta e non utilizzabile. Ora creeremo un nuovo skatepark anche per riqualificare la zona”. Alla domanda se il progetto sia una risposta agli episodi della scorsa estate, quando un gruppetto di giovani aveva lanciato oggetti contro i Vigili del Fuoco, l’assessore ci ha risposto che no, in realtà lo skatepark era previsto già in precedenza.
Come a Cortina, anche a Laives lo skatepark sorgerà in zona periferica, ma all’interno di un’area sportiva e sarà quindi illuminato anche la sera. Aspetti, questi, che daranno ai giovani (e quindi agli amministratori) la tranquillità di usufruirne senza la paura di proteste dei cittadini per i rumori.
I costi per la realizzazione dello skatepark dovrebbero aggirarsi intorno ai 40 mila euro, mentre a livello amministrativo ‘incarico alla ditta è in fase di affidamento e dovrebbe arrivare a breve a una conclusione. Insomma, con lo sciogliersi delle nevi, speriamo di vedere “sbocciare”, nel 2022, un nuovo skatepark fiammante anche a Laives.

Foto principale: Thomas Plattner/Skateproject

Autrice: Caterina Longo

Una casa a chi ne ha bisogno

Si chiama Housing First, e il suo obiettivo è il ritorno ad una situazione abitativa dignitosa di persone con problemi psichiatrici sanitari e di dipendenza, i quali vengono identificati senza dimora cronici (ovvero persone che da più di un anno vivono in strada). In Alto Adige il progetto pilota prevede l’inserimento in appartamenti autonomi in 3 comuni dell’Alto Adige (Bolzano Merano e Bressanone) e un accompagnamento socio-pedagogico da parte di personale competente.

“Housing first è un progetto importante, quanto difficile da realizzare. Ci vogliono competenza, pazienza e un lavoro di rete con tutti gli attori coinvolti”, spiegano i referenti responsabili del progetto pilota per Merano ovvero l’educatrice professionale Emanuela Albieri e l’assistente sociale Robert Vorhauser, che lavorano presso il centro per persone con disabilità e disagio psichico Pastor Angelicus di Merano.

Emanuela Albieri, Robert Vorhauser e Melanie Frei

Quando nasce l’idea di questo progetto? 
Robert Vorhauser – Questo progetto nasce nel 2017 con l’intento di trovare un’abitazione a persone che vivono da molto tempo sulla strada. L’intenzione è di promuovere questo concetto su tutto il territorio provinciale, ma noi seguiamo la zona di Merano e del Burgraviato.

Che differenza c’è rispetto ai progetti del passato che si occupavano ugualmente del recupero di persone con disabilità mentale? 
Robert Vorhauser – Il classico programma di inclusione, detto anche programma a gradini, prevede una serie di step che la persona coinvolta è tenuta a superare per accedere ai servizi come quello dell’accompagnamento o della casa. Questo modello di intervento è considerato in molti casi fallimentare; il sistema di premio o punizione non porta la persona a raggiungere l’obiettivo dell’autonomia totale anche perché ci troviamo di fronte a persone pluri problematiche o con doppia diagnosi che a fatica soddisfano i requisiti minimi per accedere al servizio stesso o che abbandonano il progetto semplicemente perché non ce la fanno. 
L’idea nuova è quella di capovolgere questo approccio, partendo proprio da un bene essenziale, dal bisogno fondamentale di avere un rifugio sicuro dove la persona si può ritirare e cominciare il proprio recupero. 

Fisicamente dove dobbiamo immaginarci questo progetto? Dove si trovano le case che ospitano i senzatetto? 
Robert Vorhauser – La difficoltà è trovare proprio le abitazioni. In questo momento stiamo seguendo sei progetti attivi tra Merano e Lagundo. Si tratta di persone che si trovano sia in appartamenti privati che in quelli gestiti dal Comune. 

Come si fa a sensibilizzare la comunità nella ricerca di appartamenti sfitti? 
Emanuela Albieri – La cittadinanza deve conoscere il progetto, deve essere informata. Solo se facciamo passare il messaggio di un progetto utile e volto al bene comune, la collettività può rispondere in maniera positiva.

Qual è il profilo delle persone coinvolte in questo progetto? Di chi parliamo?
Emanuela Albieri – Parliamo di persone che nascono sul territorio e sono molto legate alla loro Heimat, ma che non riescono a superare quegli step che consentono loro l’accesso a un servizio. Ci sono persone seguite dal Sert, ma che non riescono a rientrare in un progetto specifico perché ci sono degli “obblighi” o dei “requisiti”. Non è soltanto una questione di volontà, ma è la malattia stessa a rappresentare un ostacolo. Per intenderci: ci sono alcuni clochard che non riescono a usufruire del servizio mensa perché la loro condizione psichica è così fragile da non reggere il confronto con altre persone o con ambienti a loro estranei.

Questo progetto è costruito attorno alla persona e non alla malattia o al disagio. Si intercettano storie, biografie e si guarda alle esigenze e ai bisogni di ogni singolo individuo. Si cercano soluzioni individualizzate nel rispetto delle specificità. Quanto costa in termini di energie una ricerca simile? 
Emanuela Albieri – Concettualmente il progetto è molto dispendioso. Ma dobbiamo pensare ad una cosa: dove finiscono queste persone? Che fine fanno? A chi si rivolgono? Il rischio è che si riversino negli ospedali o in strutture più costose. Housing first si è posto il problema dei costi benefici ed è per questo che riteniamo che la soluzione abitativa sia non solo più economica, ma anche più vantaggiosa per tutta la comunità. Chi beneficia del servizio può essere seguito; l’eliminazione dello stress per la sopravvivenza aiuta a stabilizzare  l’assistito e a curare le malattie psichiche e l’abuso di sostanze. 

Come si riesce a convincere le persone ad entrare in una casa?  
Robert Vorhauser: È fondamentale che la persona sia convinta di voler vivere in una casa e di accettare l’aiuto e l’accompagnamento di un operatore. Senza questi requisiti formali, è impensabile intraprendere un percorso di Housing first. 
Emanuela Albieri: È un lavoro lento e paziente che non produce effetti immediati. Lo step più difficile è far sentire a casa una persona, a volte anche quattro pareti possono essere strette. Secondo lo studio su Housing first ci vogliono circa sei mesi prima che la persona indigente accetti la nuova dimora. Sono donne e uomini con una storia apparentemente normale, ma che per una serie di eventi drammatici e pesanti, si sono ritrovati per strada. Inoltre oggi il problema riguarda anche famiglie con minori che si trovano a perdere una casa, pur avendo un lavoro. Per questo anche il ventaglio di intervento si sta allargando.  

Qual è dunque la filosofia dietro Housing first? 
Robert Vorhauser – Le persone devono essere immediatamente sottratte alla strada, più a lungo restano lì e più difficile sarà il percorso di recupero e guarigione. 

In che modo dobbiamo accogliere questo progetto? Come convincere quella parte incerta  della cittadinanza sulla bontà di Housing first?  
Emanuela Albieri – Togliere dalla strada persone con situazioni di disagio è un bene non solo per la persona stessa, ma anche per la comunità che quel disagio lo avverte e lo subisce. La persona malata mentale non rappresenta di per sé un pericolo, ma viene vissuta con diffidenza da chi non conosce il problema. Inoltre Housing first non soltanto toglie le persone dalla strada, ma offre un servizio di accompagnamento e di monitoraggio dell’assistito. Tra gli obiettivi da considerare ci sono: una formazione sui temi dell’igiene personale, sull’alimentazione e sulla gestione economica, la costruzione di reti sociali con il vicinato, l’integrazione all’interno di un condominio, l’apprendimento di regole di comportamento verso il prossimo, e tanti altri aspetti.

Cosa vi preme dire ancora sul progetto Housing first? 
Robert Vorhauser – Ci servono appartamenti, stanze, soluzioni abitative semplici, piccole, assolutamente non lussuose. Ci rivolgiamo al mercato privato, alle istituzioni, a tutti i cittadini e cittadine che vorranno aiutarci con un semplice passaparola. Per informazioni e contatti le persone interessate possono scrivere al seguente indirizzo email  robert.vorhauser@bzgbga.it o telefonare al numero  0473 272813.
Emanuela Albieri – Vogliamo ringraziare tutti i nostri partner e collaboratori, soprattutto il distretto sociale di Merano e il Sert, senza i quali Housing First non potrebbe funzionare.

Cos’è lo Spid #2

Nell’ultimo numero della “città digitale”, abbiamo raccontato brevemente cosa sia il Sistema Pubblico di Identità Digitale (meglio noto con l’acronimo SPID) e come si possa ottenere la popria identità digitale con SPID. Per chi si fosse perso l’articolo: le istruzioni ufficiali sono disponibili al link www.spid.gov.it
Una volta ottenuto il proprio accesso SPID, cosa ce ne facciamo? L’idea è quella di fornire al cittadino una serie di servizi dell’amministrazione pubblica in forma digitale: senza dover recarsi fisicamente in un ufficio, senza code, ed integrando quanto più possibile i dati del cittadino stesso. “Amministrazione pubblica” è qui da intendersi in senso lato: si va da servizi offerti dai paesi dell’unione europea che hanno aderito all’iniziativa italiana, fino a servizi offerti dalle singole province. Rimanendo sul territorio nazionale, si va da la richiesta di finanziamenti per aziende e privati fino ai servizi INPS e INAIL, quelli dell’anagrafe, e quelli appunto delle amministrazioni locali.
A Bolzano, il portale web chiamato “myCIVIS”, raggiungibile all’indirizzo web my.civis.unibz.it, offre una vasta gamma di servizi a livello provinciale e dei singoli comuni: richiesta d’iscrizione online per le scuole primarie e gestione dei servizi mensa, dichiarazione DURP per redditi e patrimonio, portale provinciale dei pagamenti, solo per citare alcuni esempi.
Particolarmente interessante è il fatto che nuovi servizi possono essere facilmente aggiunti dall’ente pubblico, sfruttando appunto il fatto che la verifica dell’identità del cittadino viene gestita, in sicurezza e con garanzia di privacy, proprio da SPID stesso.
Si tratta, in conclusione, di un servizio che può inizialmente presentare un po’ di difficoltà nel comprendere come registrarsi e nel prendere confidenza su come utilizzare la propria identità digitale. Passato questo scoglio, però, si può davvero beneficiare del fatto che le nostre città stanno diventando, sempre di più, città digitali, permettendoci di effettuare operazioni anche molto complesse comodamente da casa.

Autore: Marco Montali

Vaccini per tutti tra gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile

Tra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 elaborati dall’ONU e ratificati da tutti gli Stati, il numero 3 prevede il pieno riconoscimento del diritto alla salute. Per tutti. “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”. Una sfida non da poco, soprattutto in tempo di pandemia.

“Per raggiungere lo sviluppo sostenibile – così viene illustrato l’obiettivo 3 – è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti”. Malgrado i progressi “sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente un’ampia varietà di malattie e affrontare numerose e diverse questioni relative alla salute, siano esse recenti o persistenti nel tempo”.
In più di un punto, nell’illustrazione del macro-obiettivo e dei sotto-obiettivi, risuona la parola “vaccino”. Nel fornire “fatti e cifre” si spiega che “dal 2000, i vaccini contro il morbillo hanno prevenuto quasi 15,6 milioni di morti”. Analoghe notizie si potrebbero fornire per tante altre malattie che sono state contenute o debellate grazie alla pratica, anche obbligatoria, della vaccinazione.
Tra i traguardi che si vogliono raggiungere entro il 2030: porre fine alle epidemie e combattere le malattie trasmissibili. Va garantito “l’accesso ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l’accesso sicuro, efficace, di qualità e a prezzi accessibili a medicinali di base”, nonché i “vaccini per tutti”. Si tratta anche di “sostenere la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci per le malattie trasmissibili e non trasmissibili che colpiscono soprattutto i paesi in via di sviluppo” e di “fornire l’accesso a farmaci e vaccini essenziali ed economici”.
La vera questione che attanaglia il pianeta non è la libertà vaccinale. Questo è un problema dei ricchi. I poveri rivendicano invece il diritto (e la libertà) di vaccinare sé e i propri figli. Contro il coronavirus e tante altre malattie.

Autore: Paolo Bill Valente

Viaggiatori a Laives, la visita di Beda Weber

Molti sono stati i viaggiatori noti e meno noti passati dal nostro comune. Imperatori, condottieri, semplici pellegrini e, per fortuna, anche ricercatori interessati alle specificità di questo territorio.
Tra i più importanti va annoverato lo scrittore e sacerdote Beda Weber, che nel suo “Die Stadt Bozen und ihre Umgebungen”, pubblicato nel 1849, raccolse studi e impressioni di viaggio sulla città di Bolzano e i comuni del circondario.
Abbandonando Bolzano in carrozza per un’esplorazione allora avventurosa “nel selvaggio sud”, rimase colpito dai pioppi che cingevano la polverosa “via postale”. Il paesaggio, plasmato dall’attività alluvionale di Adige e Isarco, “fiumi che tengono in pugno il destino degli uomini con la loro furia”, versava in stato di abbandono. Pochi gli alberi e i cespugli.
“Una vera piaga dato che in quelle lande si annida ogni sorta di malfattori”, commentò. Ma poi apprezzò le siepi di prugnolo e gelsi che delimitavano le proprietà, “a differenza degli orribili muri di pietra che circondano i campi a Bolzano e Merano”. Ovviamente si faceva sentire “l’aria del sud” e Weber ne rimase affascinato. A S. Giacomo ammirò la chiesa eretta “nel 1477 grazie alla generosità dei signori Hans e Konrad Ellinger”.
Lo stupirono per i minuscoli vigneti “che certamente producono poco vino perlopiù malsano”. Il conducente lo tranquillizzò affermando che si trattava comunque di vino bevuto dai soli “indigeni”.
Dopo S. Giacomo, la strada continuava ancora sotto la montagna e “le magnifiche rocce di porfido sotto i masi di Seit”. Sull’altro versante, una distesa di campi di mais e i di gelsi”. Qua e là s’intravedevano anche piante “tra cui il dolce mandorlo”.
Poi l’agognato arrivo a Laives. “Il paese si trova 770 piedi sopra il mare dove la valle raggiunge un’ora di larghezza e conta 280 abitanti rispetto ai 790 complessivi di questo comune.” Weber, ammirata la bella scuola nuova, visitò la Vallarsa e il Peterköfele (interessante la tesi secondo la quale il castello distrutto dei Lichtenstein venne abbandonato poiché i proprietari avevano trovato di meglio altrove) e incontrò molti pellegrini “di ogni dove nei loro costumi tradizionali” diretti a Pietralba.
La permanenza della sacra immagine, contesa tra Laives e Pietralba, era l’argomento del giorno, come del resto la più volte annunciata regolazione dell’Adige che continuava a distruggere ciò che gli uomini faticosamente creavano. Ma da lì a poco sarebbe arrivata, nel 1859, la ferrovia e “con questa una nuova barriera contro le inondazioni”.
Quando accennò con disappunto al “noto” clima insalubre del paese, dovuto ai terreni acquitrinosi, venne vivacemente contraddetto dall’oste (del Casagrande?) che criticò aspramente coloro “che denigrano il nostro comune senza conoscerlo mentre in realtà è migliore di quelli montani”.
Partì quindi alla volta di Bronzolo, dove gran parte della popolazione era occupata presso il porto sull’Adige. Osservò meravigliato i portatori d’acqua con le lunghe pertiche e i due secchi alle estremità che andavano e venivano dalle fontane pubbliche. Era arrivato in Italia.

Autore: Reinhard Christanell

Due artisti, due epoche, due stili che hanno lasciato il loro segno

Anno 1480: Hans Schnatterpeck nativo di Vipiteno apre la sua bottega artistica a Merano ed assume la cittadinanza meranese. Educato alla luce dei lavori di Hans Multscher, che proprio a Vipiteno aveva realizzato uno dei più importanti altari a portelle della regione, cercherà di eguagliarlo negli spunti creativi.
A Merano la sua bottega coinvolgerà, per una trentina d’anni, pittori, scultori e maestri artigiani con importanti commissioni in città e fino in Val Venosta: proprio dalla sua bottega meranese uscirà il più grande altare realizzato in Trentino Alto Adige e, pare, di tutta la regione alpina.

L’altare della chiesa parrocchiale di Lana realizzato da Hans Schnatterpeck
foto: ManfredK


Siamo nel 1503, Hans Schnatterpeck ottiene la commissione di costruire l’altare maggiore per la chiesa parrocchiale di Lana. Il maestro impiegherà otto anni per assemblare il grande altare ligneo con i vari pezzi che usciranno dalla sua bottega. Il grande altare a portelle, alto complessivamente 14 metri, occuperà per estensione tutto il catino absidale, e sarà un ricco, intrigato ed elaborato linguaggio di coronamento dello stile gotico e con decine di figure in altorilievo. Di notevole pregio una “Adorazione dei Magi” ed una “Nascita di Cristo”.
Nel 1540 Schnatterpeck muore presso l’Ospedale di S. Spirito di Merano, proprio sotto la volta di quella S.S.Trinità che anch’egli aveva raffigurato.
Duecento anni dopo, nel 1680, un altro grande artista si trasferisce a Merano dando luogo ad un’altra bottega d’arte, sarà quella dello scultore Matthias Pussjaegher. Nativo di Rottenbuch in Baviera aveva studiato a Venezia, e influenzato dalla pittura caravaggesca apre il suo studio nella città del Passirio. Già nel 1681 ottiene l’incarico per la realizzazione dell’altare maggiore del duomo meranese (oggi a Lana), quello per la chiesa di Santa Barbara, due pale d’altare per la chiesa di Maia Bassa e l’altare maggiore della chiesa dei Cappuccini, sempre a Merano.
Due artisti, due stili elaborati in epoche diverse, che hanno lasciato il loro segno, la loro “pietra” nel contesto della città e non solo.

Foto principale: L’altare della chiesa di Santa Barbara realizzato da Matthias Pussjaegher

Autore: Flavio Schimenti

Bolzano ai tempi di Ötzi

Sull’uomo del Similaun sono state compiute moltissime ricerche, che hanno consentito di realizzarne una sorta di identikit. Ma cosa sappiamo di com’era la conca di Bolzano all’epoca e da chi era abitata?

La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi.
Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua.
Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni.
Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi.
Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata.
Sappiamo anche di un insediamento di case dove la strada da Gries e San Maurizio interseca la vecchia strada provinciale per Merano. Inoltre sul conoide di Settequerce abbiamo conto dell’esistenza di case, cosiddette di tipo retico di un importante insediamento protostorico. Il luogo era molto abitato, senz’altro molto più di oggi.
Ulteriori dettagli li chiediamo al dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.

Alberto Alberti

Dott. Alberti, abbiamo indicazioni sulla grandezza degli insediamenti umani nella conca di Bolzano all’epoca di Ötzi?
Nell’epoca neolitica possiamo immaginare che ci fossero dei piccoli insediamenti sparsi sul fondovalle, e anche in zona di montagna media. Ipotizziamo fossero comunità di 50 persone o poco più. Per avere dei dati precisi, dovremmo individuare e scavare un intero insediamento e allora con calcoli vari, dati dalla presenza di ossa, alla presenza effettiva di abitazioni, potremmo eventualmente dedurne la quantità. In questa direzione aiuterebbe anche trovare una necropoli, un antico cimitero.

Sappiamo qualcosa di queste popolazioni?
Diciamo che si tratta di Reti o di civiltà retica quando parliamo della popolazione locale autoctona che abitava le nostre valli perlomeno dall’età del bronzo, ma molto probabilmente già dall’età neolitica. La loro zona di insediamento si estendeva dall’odierno Cantone dei Grigioni in Svizzera, passando dagli odierni Alto Adige e Trentino fino a ridosso della prealpi venete. I Reti erano una popolazione pre-indoeuropea che parlava una lingua che aveva delle relazioni con l’etrusco. I Reti vivevano nella Valle Tridentina, la quale altro non è che l’odierna valle dell’Adige tra Trento e Merano. I tridentini erano una tribù locale e tra l’VIII ed il V secolo a.C. erano ben sistemati lungo tutta la valle dell’Adige. Rispetto alle epoche successive l’elemento più importante per la loro vita era senz’altro il fiume. Navigabile con barche e zattere dallo sbocco in mare fino a Vadena, l’Adige da lì in poi acquisiva un carattere torrentizio o perlomeno più tortuoso. In determinate stagioni il fiume era percorribile fino a Settequerce, una zona all’epoca lambita da un meandro dell’Adige. Vadena veniva considerato all’epoca un emporio, un punto di commercio internazionale, nato intorno al 1300 a.C. Da lì le merci proseguivano via terra, verso i mercati nordici, dell’Europa centrale. A Vadena e Settequerce sono stati rinvenuti diversi reperti relativi ad altre aree, celtiche, padane (etrusche), ecc.

Gli scavi presso la necropoli di Settequerce

Sappiamo qualcosa sugli animali dell’epoca?
Per quanto riguarda l’età del bronzo, sono rappresentati molti buoi, pecore e capre. Erano quelle le specie che venivano allevate. Sappiamo anche della presenza di animali selvatici che venivano cacciati. Verosimilmente nella zona della conca si cacciava e si pescava – abbiamo infatti tracce di pesci, ad esempio, anche se è più difficile vederli e rintracciarli in quanto sono più delicati e non sempre si conservano nel tempo.

Scavi a Laives

Può dirci qualcosa sui ritrovamenti nella conca di Bolzano?
Sappiamo che nell’età del Ferro, nel primo millennio a.C., nella zona di Bolzano c’erano degli insediamenti a ridosso della montagna. Nella zona di Gries, verso San Maurizio, in località Bagni di zolfo, c’è un affioramento di acqua sulfurea e lì è stato identificato un luogo di culto, evidentemente dovuto a quest’acqua particolare. A San Maurizio inoltre, è stato trovato un deposito di centinaia di anelli in bronzo, che oggi sono conservati al museo civico di Bolzano. 
Nella zona di Maso Berger, sempre nella zona tra San Maurizio e Gries, è stata trovata una necropoli dell’età del ferro media e tarda. 

Gli anelli rinvenuti a San Maurizio


La conca di Bolzano ha cominciato ad essere abitata con l’avvento dei Romani, conseguente alla calata dei Cimbri (intorno al 100 a.C.). I Cimbri, passati da quelle parti in una delle loro scorrerie, alla fine sono stati sconfitti dai romani. La lotta ai Cimbri è stata la causa della romanizzazione dell’area alpina. I romani misero piede in modo un po’ più stabile nelle nostre valli, proprio per premunirsi da queste incursioni che avevano fatto tanti danni. Con i romani ha cominciato a prendere forma anche un vero e proprio insediamento in zona conca. Dell’epoca romana ci sono testimonianze vicino alla casa di riposo Grieserhof: un insediamento romano stabile con tanto di luogo di culto/tempio (gli scavi sono visitabili). In ogni caso abbiamo molti altri ritrovamenti di epoca romana sparsi sul territorio. In modo particolare vorrei ricordare il ritrovamento di epoca tarda romana consistente nei resti di una basilica paleocristiana sottostante il Duomo di Bolzano. Scoperta, questa, da mettere in relazione al nucleo storico di Pons Drusi, Ponte di Druso, abitato che prende il nome dal famoso condottiero e che si presume fosse collocato nella zona tra l’odierno Ponte Loreto e Piazza Walther.

Autore: Till Antonio Mola

Fra presente e passato il complesso dell’ex Pascoli-Longon

È aperta fino al 13 novembre 2021 (ingresso libero) presso la galleria Arge Kunst di via Museo la mostra in ricordo dell’architetto Christoph Mayr Fingerle e delle sue opere. Vincitore del concorso del nuovo Polo bibliotecario di Bolzano, un grande plastico in scala 1:50 ci mostra come avverrà la trasformazione del plesso scolastico progettato da Guido Pellizzari nel 1934, secondo il progetto vincitore. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte progettuali e nemmeno sulle lentezze giuridiche annesse all’esecuzione del nuovo progetto ideato dallo scomparso architetto. Vogliamo, invece, prendere in considerazione un’altro fattore. Lo stato attuale della struttura è sotto gli occhi di tutti. Il Comune di Bolzano ha recentemente stanziato 100 mila euro per mantenere integra la sua architettura dagli scempi dei “graffittari”, dai danneggiamenti eseguiti da terzi e per provvedere ad un’ordinaria manutenzione. Sono molto lontani nel ricordo gli echi dei bambini che un tempo giocavano nel cortile, oppure in attesa, con ogni stagione climatica, che suonasse la campanella per poter entrare in classe. Ad un’attenta osservazione, a parte i danni esterni e qualche infiltrazione d’acqua, gli infissi sono ancora in buono stato e le normative anticendio sembrerebbero ancora reggere all’usura del tempo.Gli adiacenti plessi scolastici vicini, come l’Itcat Delai, IIS Galilei ed altri istituti, sono in carenza di aule, ora che gli studenti sono tutti di nuovo in presenza. Perché non fare allora dell’ex Pascoli una scuola di “rotazione”, finché non venga sbloccato il suo utilizzo finale ?
Ciò è già successo in altre strutture scolastiche bolzanine. Da un lato si impedirebbe che un capolavoro dell’architettura razionalista andasse completamente in rovina, e dall’altro si darebbe respiro ad alcune strutture scolastiche che sono in sofferenza. Il blocco del Pascoli, in realtà è costituito da due distinte strutture, con accessi ed utilizzi differenti sin dall’ origine. Quello prospiciente l’attuale Corso della Libertà era destinato alla Scuola di avviamento al lavoro, voluta con la riforma del 1928 e del 1932, dove vi trovavano collocazione gli studenti che, terminate le elementari, continuavano la formazione verso il mondo del lavoro. Abolita con l’istituzione della scuola media, vi trovò quindi posto la scuola Magistrale. Il secondo blocco, quello delle Longon, è stato da sempre utilizzato per la scuola primaria. Nel progetto di Fingerle quest’ultimo verrebbe interamente demolito. Intanto la grande struttura giace silente in attesa…

Autore: Flavio Schimenti

Il beato Arrigo

Bolzano-Treviso: c’è un forte legame tra le due città, come tra le due diocesi. Oltre ad avere, Treviso, un altoatesino come vescovo dal 6 ottobre 2019, hanno anche un Beato in comune. Si tratta del Beato Arrigo, o Enrico da Bolzano; a lui è intitolata una via di Bolzano, collegante via Castel Roncolo e via Weggenstein a via S. Antonio; si tratta di “via Beato Arrigo – Selig Heinrichstrasse”, dedica che si trova in due targhe: una in pietra che si nota sul muro di un edificio, l’altra, più recente, dell’odonomastica comunale. Non lontano dalla via vi è un maso, detto “Heinrichshof”, dove Arrigo-Enrico sarebbe nato nel 1250. Di famiglia povera, si guadagnò da vivere come operaio a giornata; pur essendo analfabeta, partecipava con devozione a funzioni religiose. A trent’anni, con la moglie Benvenuta e il figlio Lorenzo si trasferì a Biancade, nel trevigiano. Continuò anche da vedovo a condurre una vita di umile lavoro e a partecipare a varie celebrazioni liturgiche. Trasferitosi a Treviso, quando per l’età avanzata non poté più lavorare, condusse una vita di penitenza, chiedendo l’elemosina, anche per gli altri poveri, e di preghiera, recitando il Rosario in qualche angolo della chiesa, e se la chiesa era chiusa pregando in ginocchio davanti al portale. Morto in fama di santità il 10 giugno 1315 il popolo in massa partecipò alle esequie, durante le quali guarì un paralitico. Arrigo fu sepolto nel duomo di Treviso. Due sue reliquie si trovano dal 1759 nel duomo di Bolzano in una teca di cristallo. Di lui hanno scritto sia Boccaccio che D’Annunzio. Nel 1859 in sua memoria fu costruita una chiesetta sulla destra della strada che porta il suo nome. Al beato Enrico da Bolzano è dedicata una parrocchia della diocesi di Bolzano-Bressanone, quella di Seit-La Costa, presso Laives; la chiesa a lui dedicata fu consacrata nel 1854. Beato Arrigo è compatrono sia di Bolzano (con Maria Assunta) che di Treviso (con San Liberale).

Autore: Leone Sticcotti

Monika Callegaro e la bellezza della musica

Calca i palchi da ben cinquant’anni, ma anagraficamente non ne ha molti di più visto che ha cominciato davvero in tenera età: il nome di Monika Callegaro è uno di quelli che chi segue le cronache musicali conosce molto bene, sia come cantante di storiche formazioni come Cela Aguai, S.A.M Session, la Lovetown Band di Benno Simma o le Swingin’ Sisters di fama nazionale (con le sorelle Bertagnolli), sia come insegnante di canto, sia, in tempi recenti, come apprezzata conduttrice radiofonica.

Ha avuto sempre una grande attenzione per la scena musicale della sua (e nostra) città. Ed è naturale quindi che per festeggiare i suoi cinquant’anni di palcoscenico, Monika abbia deciso di mettere online, sul suo canale youtube quattro canzoni registrate per l’occasione, una autografa e tre con le firme di autori locali.
MK, questo il titolo del brano composto per l’occasione, è un biglietto da visita importante, il video ci mostra l’artista in perfetta solitudine e sicurezza, seduta al pianoforte e alle prese con un testo personale, autobiografico, molto convincente.
“MK – ci racconta la Callegaro – è la sigla con cui di solito firmo i messaggi quando ho poco tempo. La K è importante nel mio nome e ho dovuto difenderla sempre perché spesso mi è stata tramutata in C, cosa che toglieva al mio nome l’unica testimonianza della mia parte di radici tedesche. MK è poi un po’ come una contrazione di Monik, che suona come Diabolik o Cattivik… Insomma è una cosa a cui tengo parecchio. Così quando ho cominciato a cercare un titolo per una canzone che parla così intimamente di me, quasi fosse una confessione riguardo al mio rapporto col canto, mi è parso che non ce ne fosse uno migliore”.
L’incipit del brano, “Sono caduta nella bellezza appena ho potuto”, la dice lunga sul rapporto tra la cantante e la musica, la bellezza è la musica e il riferimento è chiaramente alla prima volta in cui il padre l’ha spinta sul palco, in età prescolare, per partecipare ad un concorso (come Monika Leitner, col cognome della mamma) dove si classificò seconda col brano “Un sogno”, che recava la firma insospettabile di Giorgio Dobrilla, che è poi un’altra delle canzoni scelte per l’EP registrato da Monika la scorsa estate sotto la guida artistica di Mattia Mariotti, responsabile anche delle riprese video realizzate in un suggestivo bianco e nero per nulla datato.
“Quell’incipit – ci spiega l’artista – è esattamente quello che sento ogni volta che canto, ogni volta che mi ritrovo in nello stato di grazia in cui mi sento quando canto, ho la consapevolezza di essere immersa in un bagno di bellezza. Quando poi ho cominciato a pensare ai brani da registrare ho scelto queste cover non a caso, dietro ognuna di esse c’ è un legame particolare. Ho sempre desiderato fare un disco in cui cantare gli autori locali, da Jacopo Schiesaro agli Skanners, ad Andrea Maffei, i Morisco, Bobbi Gualtirolo, ce n’è tanta gente bravissima che scrive bellissime canzoni… in realtà per i miei cinquant’anni di palcoscenico avrei voluto fare un concerto, ma poi è successo quel che è successo. Alla fine c’era davvero poco tempo per imbastire il progetto e quindi mi sono appoggiata a Mattia, che è stato importantissimo non solo a livello musicale, ma anche umano, psicologico. Mi ha aiutata a mettere a fuoco il fatto che dovesse essere un lavoro emotivo, e così è stato. Diretto, senza artifizi, a parte il brano originale in cui il pianoforte l’ho suonato io, negli altri tre mi ha accompagnata Marco Facchin.”
Le altre due composizioni interpretate dalla cantante nel suo EP, sono ugualmente importanti: “Pastelli” porta le firme di Andrea Maffei e Sergio Farina (compagno di vita di Monika), un brano che la Spritz Band non ha mai trovato il tempo di inserire in nessun disco ma che non è passato inosservato, “Basta così” viene invece dal repertorio di Benno Simma (ed aveva avuto una prima cover dal vivo da parte dei Morisco in un Live Muse di alcuni anni fa).
“Sono canzoni bellissime – conclude la Callegaro – belle da ascoltare, belle da cantare, al di là della bellezza in sé, dal punto di vista armonico, melodico, del testo; per quel che mi riguarda c’è il contesto, l’importanza che quei brani hanno avuto per me, come è poi descritto anche al termine di ciascuno dei video realizzati per accompagnarli”.

Foto principale: Carmelo Giacchino

Autore: Paolo Crazy Carnevale