Monticolo, il bosco e Col dell’Uomo

Benché si trovi alle porte di Bolzano e nei pressi di centri abitati come Appiano e Caldaro, il bosco di Monticolo, nel cuore del troncone settentrionale del Monte di Mezzo, mantiene una sua ancestrale “selvatichezza”.
Bisogna andarci, per assaporarla, camminare in silenzio lungo sentieri e strade forestali che, da Colterenzio e da S. Michele, dalla valle della Primavera e da Vadena l’attraversano in ogni direzione. Un labirinto tra cielo e terra, tra noto e ignoto, dove orientarsi non è mai facile. Accompagnati dal cinguettio e, a tratti, dallo stridio infernale degli uccelli, passo dopo passo si perdono le proprie certezze “urbane” per oltrepassare il velo che ci separa dal fantasmatico mondo del passato.
Strani vapori mattutini affiorano sulla superficie verde scuro del lago grande, un solitario pescatore sembra cercare la pace dell’anima nella sua immobile attesa. Noi andiamo per la nostra strada e, dopo il lago piccolo, svoltiamo verso una collina che qualche millennio fa (tra il bronzo e il ferro, a quanto pare – ovvero tra le culture di Lugo e Fritzens-Sanzeno) era piuttosto frequentata.
Cosa ci facessero, lassù, i nostri “selvaggi” predecessori, non è dato sapere. Riti religiosi? Rievocazione degli antenati? Difesa di antiche consuetudini? Come nella lontana Machu Picchu, si è più vicini agli dei che agli uomini, su quella vetta appartata e, soprattutto, ad un modello di economia basato su caccia, pesca e raccolta piuttosto che sull’agricoltura stanziale introdotta dalla rivoluzione neolitica che ha trasformato anche il fertile Oltradige in un giardino.
Wilder-Mann-Bühel, Col dell’Uomo (selvaggio) è chiamato, non a caso, il luogo: forse proprio in memoria degli ultimi “selvaggi” insediati per millenni in queste arcane aree tra Castel Firmiano (sito di ritrovamento di un’antichissima sepoltura) e Gmund, tra i laghi di Monticolo e quello di Caldaro.
D’altronde, ancora oggi il territorio esibisce evidenti le tracce dell’eterna lotta tra boschi e campi coltivati, tra natura e “cultura”, con quest’ultima che anno dopo anno continua a erodere spazi vitali alla prima.
Le leggende del posto narrano di un tale Peter Wöth, “der Amerikaner”, uomo anch’egli selvaggio nato nel 1824 e poi emigrato verso le Americhe in cerca di fortuna. Dopo aver vissuto come cercatore d’oro con gli indiani, tornò in patria e si ritirò proprio quassù, in una capanna di pietre. Su una di queste sono ancora incise le sue iniziali e la sua data di nascita.
Poco è rimasto dell’antico castelliere con vista sul Penegal e il gruppo del Tessa, scoperto cento anni fa dal maestro Josef Saxl: migliaia di pietre di porfido sparse sui 280 metri quadri dell’area, qua e là qualche frammento di muro, le basi di una torre quadrangolare, alcune fosse scavate nel terreno.
Sotto la cupola, un terrazzamento che poteva ospitare qualche rudimentale capanna anche nella stagione fredda: giacché, malgrado le apparenze, ci troviamo ad un’altezza di soli 650 metri ed il clima è mite tutto l’anno.
Il Col dell”Uomo è, con il Joben- e l’Hohenbühel, una delle colline maggiori che si elevano nei 100 ettari di bosco di larici, latifoglie, pini e abeti che offrono al visitatore, accanto alle testimonianze di un passato ancora tutto da scoprire, l’occasione di una immersione completa in un ambiente antico e affascinante. Scriveva nel 1886 l’esploratore Heinrich Noë: “Dal paesino di Monticolo, si gode la vista di una grandiosa “Waldeinsamkeit” (idillio silvestre), inimmaginabile dai lussureggianti vigneti di Appiano o dal profondo della valle dell’Adige”. E ancora: “Dopo venti minuti di cammino si raggiunge il lago piccolo incastonato nel fitto del bosco. A nord, est e ovest non si vede null’altro che la vetta del Corno del Renon – una scena di singolare abbandono”.
Parole che condividiamo appieno.

Autore: Reinhard Christanell

Reati in provincia, percezione e realtà

L’Alto Adige è in fondo alle classifiche per numero di crimini e anche le ultime statistiche lo confermano: i reati sono in calo. Ma com’è percepita la sicurezza nella nostra provincia? Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale dei Carabinieri. “Se confrontata con il resto d’Italia, quella altoatesina è una situazione estremamente sana e invidiabile. In questo contesto, qualsiasi cosa accade viene percepita come una turbativa e provoca allarme sociale”, ci ha detto. Tra i temi affrontati nell’intervista ci sono anche i giovani, l’alcol e guida e le truffe online.

Nello scorso numero abbiamo parlato dell’intenzione, da parte del comune di Egna, di dotare la polizia municipale di armi nel servizio notturno, nell’ottica della creazione di una polizia intercomunale.
Dopo aver dato la parola alla sindaca di Egna, Karin Jost e ai comandanti dei vigili di Laives e Bolzano, allarghiamo lo sguardo sulla situazione della criminalità in Bassa atesina e in Alto Adige.
Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale Carabinieri di Bolzano. Con ottanta stazioni a livello provinciale, i carabinieri hanno una presenza capillare e ramificata su tutto il territorio altoatesino, che permette loro di avere “il polso della situazione”.
Anche la Bassa non fa eccezione: il comando compagnia di Egna ha dieci stazioni alle dipendenze. “Procediamo per la stragrande maggioranza dei reati in Bassa atesina” – ci dice Rivola, che, romagnolo, ha assunto il comando provinciale dallo scorso settembre. Il Colonnello può vantare una vasta esperienza: nel suo percorso professionale ha svolto numerosi incarichi di stato maggiore, investigativi e internazionali – ad esempio in Calabria si è occupato di lotta alla ‘ndrangheta, a Tropea e Taurianova. A Bolzano è arrivato direttamente dall’Ambasciata d’Italia negli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi, dove ha svolto dal gennaio 2018 l’incarico di Addetto Aggiunto per la Difesa.

Comandante, com’è la situazione riguardo alla criminalità a Bolzano e in provincia? In particolare, sa darci indicazioni sulla criminalità nella Bassa atesina?
Dall’andamento generale registriamo un calo sensibile dei reati: nel periodo da gennaio ad ottobre 2021 erano il 14% in meno rispetto agli stessi mesi del 2019 – il 2020 è un’eccezione e non lo consideriamo a causa dei lockdown imposti dalla pandemia. Guardando ai dati relativi ai reati per cui procedono i Carabinieri nella Bassa Atesina, ed esaminando in particolare quelli che destano maggiore allarme sociale, come i furti, abbiamo un 76% in meno di furti nelle abitazioni, un 56% in meno di furti di automobili e un -38% dei furti con destrezza. Tra i casi particolari, le segnalo quello di un giovane rapinatore, che si è “fatto notare” per numerosi reati tra Appiano e Caldaro, commessi a danno di minorenni, anche a bordo degli autobus. A proposito di giovani, c’è un aspetto che ci preme.

Sono emersi aspetti particolari riguardo ai giovani?
Si, registriamo episodi di delinquenza giovanile, in particolare nel capoluogo, ma anche a Laives, con cui c’è contiguità territoriale e nei centri urbani, come Merano, Bressanone e, in misura minore, Brunico. Si tratta di reati a scapito dei coetanei – parliamo di minori e giovani dai 18 ai 24 anni.

Di che reati si tratta?
Furti e rapine, anche con caratteristiche violente, con angherie e sopraffazione. Lo potremmo definire un bullismo portato all’estremo.

Che estrazione sociale hanno questi ragazzi?
La provenienza sociale è trasversale. Non si tratta solo di giovani provenienti da situazioni di disagio, indigenza o con un retroterra migratorio, ma anche di ragazzi di famiglie che definiremmo “normali”. Insomma, non parliamo di una situazione da banlieue francese e non abbiamo difficoltà a identificarli. È importante notare che, anche se questi episodi sono in calo nel 2021 rispetto al 2019, teniamo alta l’attenzione perché si tratta di un disagio sociale su cui intervenire, non con misure repressive, ma attraverso un lavoro di rete a stretto contatto con gli enti locali.

Rispetto al resto del paese, come valuta la situazione sulla criminalità in Alto Adige?
Rispetto al resto d’Italia, parliamo di dati confortanti, e di una situazione estremamente sana ed invidiabile. Siamo in un contesto abituato a standard altissimi per efficienza e qualità e quindi qualsiasi cosa accade è percepita come una turbativa e provoca allarme sociale. è un po’ come una parete bianca, su cui anche una macchiolina balza subito all’occhio. Il nostro compito è comunque darci sempre da fare perché la situazione migliori ulteriormente.

Il contesto quindi gioca un ruolo fondamentale anche nella percezione dei reati…
Certamente. A seconda del tipo di persona e della fascia d’età un furto con intrusione può provocare un trauma significativo. Vale anche per i turisti: l’Alto Adige ha una reputazione altissima a livello di sicurezza – se il turista subisce il furto di una bicicletta elettrica o della macchina qui, durante le ferie, l’impatto è molto più traumatico rispetto allo stesso furto avvenuto a casa. In questo senso, la percezione del danno subito trascende il valore economico, perché tocca la fiducia del trovarsi in un luogo sicuro. Noi cerchiamo sempre di metterci nei panni della vittima e, soprattutto, abbiamo una grande responsabilità nel mantenere alta la reputazione dell’Alto Adige come luogo sicuro.

Avete registrato dei cambiamenti nel tipo di reato/ denunce/percezione della sicurezza con la situazione dovuta alla pandemia?
Registriamo un aumento di truffe online, legate al fatto che con il lockdown molte persone si sono avvicinate agli acquisti sul web. Un altro ambito su cui focalizzare l’attenzione è quello della violenza di genere e domestica – terreno delicato, su cui ci muoviamo in stretta collaborazione con gli operatori sociali e gli enti locali.

Capitolo alcol, com’è la situazione?
Purtroppo abbiamo continue segnalazioni di persone colte alla guida in stato di ebbrezza, che, ricordo, può avere anche pesanti conseguenze penali, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e degli stessi automobilisti.
Da quello che vedono gli operatori sulla strada, le persone fermate non ne percepiscono assolutamente la gravità. Una mancanza di consapevolezza che riscontriamo in maniera diffusa, tra cittadini di tutte le estrazioni sociali, e che desta preoccupazione.

Autrice: Caterina Longo

Obbligo Green Pass e raccolta mele

L’obbligo del green pass per i lavoratori, scattato da metà ottobre scorso, ha riguardato non solo il settore delle aziende e uffici pubblici e privati, ma anche quello dell’agricoltura. Una disposizione arrivata con la raccolta delle mele ancora in corso, che ha provocato qualche amara sorpresa ai contadini della Bassa. 
Molti lavoratori addetti alla raccolta provenienti dai paesi dell’est Europa, hanno abbandonato da un giorno all’altro la Bassa per tornare a casa, lasciando scoperta la raccolta. Ora la situazione è tornata sotto controllo. 
Ne abbiamo con Reinhard Dissertori, presidente del distretto Bassa atesina del Bauernbund e membro del consiglio di amministrazione della cooperativa frutticola Kurmark Unifrut di Magrè.

Presidente, cosa è successo a metà ottobre con l’obbligo di green pass?
Diversi lavoratori stagionali assunti per la raccolta delle mele sono tornati a casa perché non si volevano vaccinare e la situazione con i test era problematica.

In che senso?
Il centro vaccinale di Ora non offriva i tamponi per i cittadini stranieri e farli nelle farmacie era complicato per via degli orari. L’emergenza è poi rientrata per fortuna: le farmacie si sono organizzate per ampliare gli orari e il centro di Ora ha allargato i servizi anche ai non residenti nei comuni – basta avere un codice fiscale italiano, documento di cui i raccoglitori sono in possesso. Inoltre, abbiamo ricevuto aiuto dai colleghi della Val Venosta – lì la raccolta è terminata e così ci stanno dando una mano.

Da che paesi provengono i raccoglitori tornati a casa?
Polonia, Romania e Bulgaria.

Erano vaccinati Sputnik?
No, ce n’erano solo pochi vaccinati con lo Sputnik, che, sappiamo, non è riconosciuto in Europa.

E ora come procede la raccolta?
Bene per fortuna, anche grazie al bel tempo – contiamo di terminare intorno al 15-20 novembre. 

Ci sono stati problemi anche per la raccolta dell’uva?
No per fortuna – la raccolta dell’uva è molto più veloce e anche qui abbiamo beneficiato del bel tempo e dell’aiuto reciproco tra contadini, fondamentale. La situazione sembra quindi rientrata, e speriamo di andare incontro a settimane più serene prima della meritata pausa invernale.

Autrice: Caterina Longo

Il fascino del “Mostro della pioggia”

Ci sono la Cina e le Alpi, il sacro e il profano, le tradizioni contadine e le cattedrali gotiche e molto ancora nel “Mostro della pioggia” – The Monster Rain, l’esposizione di Lukas Zanotti ospitata presso la sala mostre di Vadena (fino al 18 novembre prossimo vedi info in fondo). La mostra ispirerà anche un “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra- in una suggestiva performance in programma per venerdì 12 novembre alle ore 19. Sempre venerdì, alle ore 10, l’artista bolzanino sarà presente a Vadena per un incontro sulla mostra e sul Kuka Museum di cui è fondatore ed attuale direttore (ingresso libero, prenotazione obbligatoria scrivendo a info@gemeinde.pfatten.bz.it).
Ci siamo fatti raccontare da Zanotti della mostra e del suo misterioso protagonista: “A Vadena propongo una serie di opere inedite sul mostro della pioggia. Fin dall’antichità, il drago è un animale favoloso: simile a un enorme rettile alato, vomita fuoco, è capace di paralizzare con il suo sguardo, ma è anche il signore della tempesta, del tuono e della pioggia. Soprattutto nella realtà contadina e rurale la pioggia ha sempre avuto un ruolo fondamentale – se è troppa o troppo poca crea comunque disastri. Questo ha fatto scaturire, anche a diverse latitudini, pratiche simili: in Cina quando manca la pioggia si fabbrica un gran dragone di carta o di legno che viene portato in processione; se la pioggia non arriva, il dragone viene maledetto e fatto a pezzi. Queste pratiche meteorologiche dell’Estremo Oriente somigliano a metodi simili in uso nell’Europa cristiana e tante sono le leggende alpine legate a queste creature come causa della pioggia. Tanti anche i toponimi legati alla definizione di ‘buchi dei draghi’, ‘gole del drago’, ecc.; esiste anche il ‘lago del drago’, chiamato anche ‘lago del parroco’ a Marienberg in Val Venosta. Spesso a capo delle grondaie dei tetti troviamo una testa di drago che apre le fauci facendo uscire l’acqua di scolo. Insomma, la pioggia è un drago nascosto tra le nuvole e non per nulla i contadini, ancora oggi, sparano alle nuvole per scongiurare la grandine!”.

Che forma prenderà “Il mostro della pioggia” a Vadena? “Le mie immagini riflettono le influenze delle diverse tradizioni, elementi della tradizione cristiana, ma anche aspetti pagani e della cultura orientale. In mostra ci saranno tanti lavori di piccolo e medio formato (circa A4 e A3) che, come tasselli di un mosaico, andranno a formare una grande figura antropomorfa.”
I lavori di Zanotti sono realizzati con la tecnica della xilografia, ovvero incisione sul legno e della linoleografia, tecnica di stampa da una matrice di lineoleum. Le figure che ne risultano hanno un carattere primitivo ed arcaico, espressionista, che li ricollega, ci racconta l’artista, anche alle antiche xilografie della tradizione tedesca.
Oltre alla mostra, è previsto un appuntamento “speciale”… “Sì, venerdì 12 novembre alle ore 19 ci sarà il momento ‘clou’. Il mostro della pioggia si esprime infatti non solo attraverso le immagini, ma anche in un mio poemetto, invocazione alla pioggia, a cui daranno voce Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa. Non posso svelare troppo, ma posso anticipare che ci sarà l’acqua come elemento sonoro, in una performance che gioca con l’eco tra voci dal vivo e registrate.”
Un momento denso di suggestioni insomma, sotto il segno dell’incontro tra tradizioni e culture diverse, di quelle capaci di incantare come le storie di una volta.

Info: Lukas Zanotti, The Monster Rain, Sala mostre di Vadena
Fino al 18 novembre, da lun a sab ore 15-17.30 / dom 10-12
venerdì 12 novembre, ore 10 presentazione del progetto, ore 19 “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra.
Ingresso libero, su prenotazione info@gemeinde.pfatten.bz.it. Green pass obbligatorio.

Autrice: Caterina Longo

Portare l’arte tra la gente

Brigitte Matthias è cresciuta a Egna e dopo la scuola per insegnanti a Merano ha studiato a Innsbruck storia dell’arte e germanistica.
Per diversi anni si è dedicata all’insegnamento nelle scuole elementari, medie e superiori, coordinando anche progetti artistici nelle scuole dell’infanzia. Dal 1997 Matthias è alla guida del Kunstforum Unterland, dove organizza mostre temporanee con l’obiettivo di avvicinare le persone all’arte contemporanea. Del resto, le visite a mostre e musei sono la sua passione un po’ ovunque.

La cosa che mi piace di più di me.
La mia creatività.


Il mio principale difetto.
Voler bruciare le tappe.


Da bambino sognavo di diventare…
Pittrice.


L’errore che non rifarei.
Sbagliando s’impara.


La persona che invidio di più.
L’invidia non mi appartiene.


La persona che ammiro di più.
Ognuno ha i suoi difetti.


Un libro da portare sull’isola deserta.
Le lettere di Vincent van Gogh.


La mia occupazione preferita.
Leggere (di tutto e di più).


Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Santa Fe, New Mexico.


Il colore che preferisco.
Per i vestiti: il nero.


Il fiore che amo.
Calla.


Il piatto preferito.
Mamma pusterese e padre germanico, perciò patate in tutte le salse.


Il mio musicista preferito.
Leonard Cohen.


Il mio pittore preferito.
Jean Michel Basquiat.


Non sopporto…
La prepotenza.


La mia paura maggiore.
Soffrire, il dolore.


Il giocattolo che ho amato di più.
Un orsacchiotto di peluche che ho ricevuto a 2 anni.


La disgrazia più grande.
L’ingiustizia nel mondo.


L’oggetto a cui sono più legata.
Meglio non avere legami.


Il mio primo ricordo.
La colla bianca per i lavoretti al asilo.


Il mio più grande rimpianto.
Non avere insistito con le lezioni di chitarra.


Dove mi vedo fra dieci anni.
Pensionata per la seconda volta.


Per un giorno vorrei essere…
Nell’universo.


Nel mio frigorifero non manca mai…
Rose of dolomites.

Se fossi un animale, sarei…
Non lo sarei perché mi fanno tutti paura.


Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Abbiamo festeggiato i 20 anni del Kunstforum Unterland con una marea di artisti ed i loro autoritratti.


Il mio motto:
Smile, Art loves you.

Autrice: Caterina Longo

Una vita per l’arte

Per Tiziano Rosani, l’attuale curatore del Palais Mamming Museum di Merano, l’attenzione per l’arte e la storia è fondamentale. Conseguita la laurea in Conservazione dei beni culturali, Rosani ha deciso di fare ritorno nella sua “Heimat” – come la chiama lui – collaborando per vent’anni come free lance con svariati musei, tra organizzazione di mostre e scrittura di libri e cataloghi. Oggi spende le sue energie per il Museo Civico organizzando mostre e dedicandosi alla comunicazione. “Il mio chiodo fisso è far sì che i meranesi di ogni lingua e provenienza comprendano appieno le potenzialità di questo loro Museo e ne rendano così possibile l’ulteriore crescita”.

Il tratto principale del mio carattere.
Tendo a non mollare facilmente la presa. Non che questo, sia chiaro, rappresenti sempre un pregio.


Da bambino sognavo di diventare…
In un primo tempo macchinista, poi geologo.


L’ultima volta che ho pianto.
Non ricordo la circostanza esatta, capita però spesso perché mi emoziono facilmente.


Non sopporto…
Chi propone soluzioni rapide su tutto: la storia ci insegna che quasi mai la risposta al volo si rivela essere poi quella giusta.


Un libro su un’isola deserta.
In attesa di una nave di passaggio, che chissà quando arriverà, penso sarebbe utile disporre di un’enciclopedia a più volumi.


La qualità preferita in un uomo.
L’umanità, l’intelligenza e la lungimiranza.


… e in una donna.
L’umanità, l’intelligenza e la lungimiranza, associate alla dolcezza.


Dico bugie solo…
Per evitare a qualcuno/a inutili sofferenze. Di esse ne abbiamo già in abbondanza, meglio ridurne il numero.


La mia paura maggiore.
Non riuscire a dare, per mancanza di tempo o per circostanze sfavorevoli, senso pieno alla vita.


Il fiore che amo.
Tutte le specie di rose. Forse “Rosani” non è cognome casuale…


La disgrazia più grande.
Perdere anche la speranza.


Il mio motto…
È in realtà una citazione: “[…] giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà a noi. […]”.


Il paese dove vorrei vivere.
In verità è una città: Merano.


Il mio primo ricordo…
È un flash, uno dei pochissimi rimasti, di mia mamma, davanti alla casa dove abitavamo. Può anche darsi che me lo sia semplicemente sognato in seguito, non sono mai riuscito a capirlo.


La mia occupazione preferita.
Fuggire da Merano, anche solo per poche ore o pochi giorni: torno regolarmente rigenerato.


Nel mio frigo non manca mai…
L’insalata, nelle sue molte declinazioni.


L’ultima volta che ho perso la calma…
Sarà stato sicuramente in auto, in coda.


L’errore che non rifarei.
Sopravvalutare la volontà degli uomini.

Autrice: Chiara Caobelli

Scampia – Milano on the road

Recentemente un progetto esperienziale di sensibilizzazione sulle mafie ha portato i giovani del centro giovanile Vintola18 da Scampia a Milano. Quelle che vi proponiamo sono alcune fotografie che testimoniano le persone incontrate durante la spedizione.
Copyright foto: arting with light – Shakira Casin.

Un cittadino “vero”

“L’umanità è il risultato di miliardi di contributi accumulati nel corso dei secoli da esseri umani che hanno lasciato il loro segno, quello di alcuni, grandissimo, ma per la maggior parte, piccolo e quotidiano. Moriremo, ma il nostro segno resterà anche in futuro, creando quello che chiamiamo umanità: è questo che rende la nostra esistenza colma di senso. Ogni essere umano ha non solo il diritto, ma anche il compito e perfino il proprio debito di lasciare il proprio segno anche se piccolo e non visibile. Allora, ogni singola vita ha il suo significato, unita alla vita di tutti gli altri nella continuità del tempo, dello spazio e della storia.”
Questa citazione da Gustavo Zagrebelski è uno degli ultimi post social di Flavio Schimenti, il nostro collaboratore delle edizioni di Bolzano e Merano che è mancato all’improvviso venerdì scorso. L’architetto Schimenti nei suoi 62 anni di vita ha lasciato molti segni, tracce ed anche… “Pietre”, potremmo dire, riecheggiando il nome della rubrica di “memorie urbanistiche” che ci regalava da più di due anni. Il caro Flavio era un vero e proprio vulcano di idee. Oltre ad avere esercitato la professione di architetto Schimenti è stato insegnante d’arte, autore di pubblicazioni storico artistiche, divulgatore culturale, ma anche un vero e proprio “creativo” nel mondo del volontariato. Molti lo ricordano con il progetto Retake, intento a ripulire dai rifiuti parchi pubblici e angoli delicati dei centri storici. Per quanto riguarda la salvaguardia dei parchi l’architetto Schimenti aveva una passione sconfinata; negli anni non si sono contati in particolare gli appelli per salvare dal degrado il parco Petrarca del capoluogo. Ma Flavio non esauriva la sua azione nel campo del verde e dell’arte; anche sulla scia di una sua difficile esperienza personale passata, da anni Schimenti si dedicava con passione al volontariato nel settore delle dipendenze da alcol. E recentemente si era ritrovato sui social (e non solo) con gli altri altoatesini con il Sud Italia nel retaggio e cuore. Possiamo dunque dire che l’architetto Schimenti è stato un vero testimone di passione civile e culturale, tessitura di relazioni, costruzione di comunità. E quindi un vero e proprio punto di riferimento anche per il tipo di cittadinanza che i nostri giornali QuiMedia intendono promuovere. Una cittadinanza che guarda sempre all’altro e alle cose “belle” con rispetto e come un’opportunità di arricchimento, umano e culturale. Grazie di tutto Flavio,
ci mancherai. Ma il tuo segno resterà, puoi starne certo.

Autore: Luca Sticcotti Direttore del giornale

La responsabilità del produttore

La responsabilità del produttore di un bene di consumo è una particolare forma di responsabilità, riguardo alla quale vi è stato l’intervento sovranazionale del legislatore comunitario, il quale ha introdotto una disciplina di compromesso tra l’esigenza di tutela dell’utente danneggiato e quella di prevedibilità degli esiti negativi per il produttore. La norma, nel nostro ordinamento nazionale, è confluita negli artt. 114 ss. del Codice del Consumo.
Ai sensi dell’art. 117: “Un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto conto di tutte le circostanze”. Un prodotto, quindi, è difettoso solo quando non offre la sicurezza attesa, in considerazione: a) del modo in cui esso è stato presentato; b) delle sue caratteristiche palesi; c) delle istruzioni e avvertenze ricevute; d) dell’uso al quale il prodotto è normalmente destinato. Il difetto consiste, quindi, nell’insicurezza inattesa, a prescindere dall’eventuale esistenza di vizi in senso tecnico o errori di fabbricazione.
In questi casi è possibile esercitare l’azione di risarcimento, come disciplinata dagli art. 123 ss. Cod. Cons.
Non sempre, però, il produttore è responsabile per il prodotto difettoso. L’art. 118 Cod. Cons. elenca una serie di ipotesi in cui la responsabilità è esclusa: a) ove il produttore non ha messo il prodotto in circolazione; b) ove il produttore non ha fabbricato il prodotto per la vendita o per qualsiasi altra forma di distribuzione a titolo oneroso, né lo ha fabbricato o distribuito nell’esercizio della sua attività professionale; c) se il difetto è dovuto alla conformità del prodotto a una norma giuridica imperativa o a un provvedimento vincolante; d) ove lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche, al momento in cui il produttore ha messo in circolazione il prodotto, non permetteva ancora di considerare il prodotto come difettoso; e) nel caso del produttore o fornitore di una parte componente o di una materia prima, se il difetto è interamente dovuto alla concezione del prodotto in cui è stata incorporata la parte o materia prima o alla conformità di questa alle istruzioni date dal produttore che la ha utilizzata.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Giornata dei poveri. La condivisione genera fratellanza

Questa domenica per la quinta volta si celebra in tutto il mondo la Giornata dei poveri, indetta da papa Francesco. Un invito “rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza”.

Che cosa è la povertà? È la condizione in cui alla persona manca qualcosa per vivere in modo dignitoso. La povertà ha varie forme che si incrociano e si sovrappongono. Accanto alla povertà materiale di chi muore di fame o di freddo ci sono le povertà immateriali di chi è solo, malato, escluso, descolarizzato, privo degli elementi indispensabili a partecipare alla vita della comunità.
C’è anche una povertà e umana da parte di coloro che alzano muri ogni volta che viene aperto un nuovo servizio per le persone più deboli. Perciò le strutture di accoglienza e di accompagnamento devono essere nascoste o collocate il più possibile in periferia. Questa mentalità è una forma di povertà culturale.
A monte di questi atteggiamenti c’è una forma più radicata di povertà, quella rappresentata dall’individualismo esasperato, che nega la fondamentale importanza delle relazioni. Proprio l’individualismo sta alla base di molte forme di “solitudine”. L’individualista stesso è una persona sola e la cultura individualista produce solitudine.
Nel suo messaggio per la Giornata dei poveri papa Francesco invita alla condivisione. “I poveri non sono persone ‘esterne’ alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l’emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l’inclusione sociale necessaria. D’altronde, si sa che un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L’elemosina, è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia”.

Autore: Paolo Bill Valente