Il Welschwirt di Laives

Nel XVI secolo, Laives, piccolo borgo rurale alle porte di Bolzano, era un noto centro commerciale. Le strade brulicavano di vita (anche troppa, secondo gli abitanti dell’epoca, esasperati dal “gazèr” dei forestieri) ed era un viavai ininterrotto di carri e carrozze che sollevavano un gran polverone. Vi transitavano quotidianamente – e in particolare nei periodi di fiere e mercati – decine di commercianti, zatterieri, carrettieri e tutto quel popolo nullafacente in cerca di fortuna che accompagna sempre le attività più floride.
I Sacco di Rovereto, che gestivano in regime di monopolio il trasporto sull’Adige, avevano la loro base operativa a Bronzolo e tenevano a libro paga una quantità infinita di maestranze. Costoro erano temuti per la loro condotta a dir poco esuberante, tanto che i pacifici agricoltori del posto li definivano “dei veri e propri banditi”.
Ruberie e zuffe erano all’ordine del giorno e non di rado sfociavano nel sangue.
Il luogo più frequentato da questa stravagante umanità erano ovviamente le osterie. Le più importanti si affacciavano sulla vecchia via postale e commerciale. Alle porte del paese si trovava il “Kalten Keller” (Caneve), poco oltre, dove la strada imboccava l’odierna via D. Chiesa, il “Krueg” o “Großhaus”.
Nel vecchio paese dominava la scena lo storico “Koelbl” (Posta Vecchia). Lungo l’odierna via Marconi si trovava il “Burger” (carceri) e alla biforcazione per Bronzolo e la “Länd” (porto e dogana), quella più frequentata dai zatterieri e commercianti di legname: il “Welschwirt” (oste degli italiani).
Non era questo il suo vero nome ma probabilmente veniva chiamata così grazie ai suoi avventori. In realtà si chiamava “Raimann” e, più tardi, anche “Goldene Rose”. Solo in epoca più recente prese poi il nome “Gutleben”, derivato da tale Johann Baptist Guettleben, che la gestiva a metà del XVIII secolo. Il nome “Casa Rossa”, prevalente nel XX secolo, derivò invece dalla colorazione dell’edificio.
Il “Welschwirt”, come detto, era il luogo di ritrovo preferito di tutti coloro che gravitavano attorno alle “Reif” (depositi di legname) e al porto sull’Adige. Sull’odierna via Vadena, si trovava infatti anche la “Reif” del Comune di Nova Ponente, che faceva concorrenza a quella vescovile e a quella dei Conti del Tirolo presso l’Aichner, che pure gestiva da decenni il trasporto dei tronchi fino all’imbarcadero.
Il “Welschwirt”, di proprietà dei Lichtenstein (e quindi dei vescovi di Trento), è documentato dalla fine del XV secolo; allora lo gestiva tale Lienhart Raimann, da cui prese il nome.
Nel 1540 gli subentrò Joerg Kippermann e nel 1582, dopo la sua morte, acquistò il maso il proprietario del “Großhaus” Matheis Preth. Nel 1726 appare la denominazione “Welschwirt”, e nel 1828 il sacerdote Johann Gentili acquistò il maso dal Barone von Eyrl per rivenderlo nel 1892 alla famiglia Gerber, che lo conservò fino ad oggi.
Ora, a breve, questo “monumento” cittadino farà posto ad un condominio: e speriamo che delle preziose mura rimanga non solo un pallido ricordo.

Autore: Reinhard Christanell

Avulss, mani tese che aiutano

Ogni giorno i volontari e le volontarie dell’Avulss di Laives sono vicine a chi ha bisogno: con il trasporto solidale, accompagnando a fare visite e analisi, ma anche dando conforto a chi si ritrova da solo nelle diverse situazioni della vita. Dal dicembre scorso l’associazione ha una nuova sede, mentre dall’autunno è entrato in carica il nuovo presidente Bruno Ceschini: una buona occasione per farci raccontare come è nata la passione per il volontariato e le attività dell’associazione.

“Fare bene il bene” è uno dei motti dell’Avulss, l’Associazione di volontariato di Laives che si occupa di trasporto solidale e non solo e che nel dicembre scorso ha tagliato il nastro della sua nuova sede in Via Galizia. Il suo presidente Bruno Ceschini incarna perfettamente lo spirito dell’associazione, e si commuove quando parla dei suoi volontari “di cui è fiero e orgoglioso” – ci racconta. Il secondo principio dell’Avulss è: “insieme si può servire meglio”. Ceschini ci tiene a sottolinearlo: è solo grazie alle tante persone, donne e uomini, che ogni giorno offrono il loro tempo e il loro impegno, che l’Avulss riesce a stare vicino a chi ha bisogno. L’associazione è infatti a disposizione, con mezzi e autisti, di chi per diverse ragioni non ha la possibilità di usare un mezzo o non ha nessuno che lo accompagni a fare una visita medica o un esame. Un aiuto concreto insomma, e ormai negli anni sono migliaia i viaggi di accompagnamento fatti da Avulss. Ma l’associazione si occupa anche di molto altro, come il servizio spesa, la compagnia agli anziani nelle case di riposo, alle persone sole e a quelle che stanno in ospedale.
Come accennato, lo scorso 11 dicembre si è svolta una cerimonia di inaugurazione della nuova sede di Avulss, messa a disposizione dal comune di Laives insieme al parcheggio coperto per i mezzi. Alla cerimonia erano presenti il decano e parroco don Walter Visintainer e diverse autorità locali: il sindaco Christian Bianchi con il vice Giovanni Seppi e l’assessora Claudia Furlani nonché la sindaca di Bronzolo Giorgia Mongillo, che si sono alternati nei saluti e ringraziamenti per l’attività svolta, sottolineando ancora una volta l’importanza della disponibilità al prossimo, anche in funzione delle necessità del territorio.
“Da assessora e cittadina posso dire che per me l’Avulss svolge un servizio essenziale: è un aiuto concreto che si dà alle famiglie. Dobbiamo anche considerare che la popolazione invecchia; i figli si fanno dopo i 30 anni e spesso ci si trova con dei bambini piccoli ed un genitore anziano da accudire. C’è chi è fortunato e può organizzarsi con le proprie forze, ma sappiamo che nella maggior parte dei casi non è così” – ci ha ra detto l’assessora Furlani. Tanto più prezioso è quindi il servizio di associazioni come Avulss.
La nuova sede è stata intitolata ad Armando Chiereghin, storico presidente dell’associazione, venuto a mancare di recente. E proprio da una promessa fatta a Chiereghin che nasce la decisione di Bruno Ceschini di diventare volontario.
“Poi conoscendo la realtà ho avuto la spinta definitiva, perché sono circondato da grandi volontari che capiscono e lo fanno con il cuore” ribadisce Ceschini.

Domanda inevitabile: com’è cambiato il vostro lavoro con la pandemia?
Le difficoltà sono aumentate, perché prima con un unico pulmino trasportavamo anche cinque, sette persone; ora per motivi di sicurezza ne possiamo portare al massimo due, ciò significa molti viaggi – e le richieste sono in aumento. Ci teniamo molto alla sicurezza di chi è trasportato e dei nostri volontari, rispettando tutte le regole e disposizioni anti Covid-19 in vigore. Tramite il Cup (Centro unico di prenotazione provinciale) le visite sono sparse un po’ in tutta la provincia; chi va solo a Bolzano magari riesce a fare più viaggi, ma se l’autista deve accompagnare qualcuno più lontano, allora è impegnato tutto il giorno.

Avete riscontrato difficoltà anche negli altri servizi?
Certo, anche gli altri servizi che offriamo hanno subito cambiamenti: ad esempio, le visite in casa delle persone sono state sostituite con le telefonate, per far sentire comunque una voce amica a chi è solo. Il servizio spesa e piccole commissioni che era stato sospeso ma ora con le dovute precauzioni è stato ripreso, mentre i servizi nelle case di riposo vengono eseguiti  solo previa autorizzazione delle rispettive direzioni.

Tornando al trasporto, qual è il vostro “raggio d’azione”?
Abbiamo quattro vetture e prestiamo servizio per le persone dei comuni di Laives, Bronzolo e Vadena.

Quanti viaggi fate in media?
Abbiamo quattro vetture che in media sono impegnate tutte ogni giorno, dal lunedì  al venerdì.

Per che tipo di trasporti venite chiamati?
Di tutti i tipi: accompagniamo a fare visite specialistiche, analisi e per diverse esigenze…. noi non chiediamo e non entriamo nel merito: il nostro compito è andare a prendere chi ha bisogno sotto casa, accompagnarlo dove deve recarsi e riaccompagnarlo a casa. Ormai le nostre signore volontarie, che accolgono le richieste, sanno calcolare i tempi e organizzare al meglio i trasporti. Preciso però che non siamo una cooperativa di taxi; cerchiamo di guardare a chi ha bisogno, perché altrimenti va a perderci chi ha la vera necessità.

Come è il rapporto con le persone che aiutate?
Una cosa che colpisce è quando le persone ci ringraziano mille volte e ci dicono che siamo degli angeli, che senza di noi non saprebbero come fare. è bello sentire che ci vogliono bene e scorgere il sorriso e la gratitudine dagli occhi, nonostante la mascherina.

E rispetto alla croce rossa e alla croce bianca, che differenze ci sono?
Loro fanno altri tipi di trasporti più specializzati: noi non abbiamo competenze sanitarie. Tutti i nostri volontari provengono dalle più svariate professioni e prima di prendere servizio presso Avulss partecipano ad un corso di preparazione, che viene svolto in varie sessioni.

A proposito: chi sono i volontari e le volontarie?
Sono tutti pensionati – altrimenti non sarebbe possibile fare questo servizio. Devo dire con piacevole sorpresa che negli ultimi tempi sono sempre di più le persone che stanno per andare in pensione e offrono il loro aiuto  alla nostra associazione… Solo nelle ultime settimane si sono uniti due nuovi autisti e anche delle nuove signore come volontarie in ufficio. Ci tengo a dire che il nostro servizio ha una grandissima flessibilità.

In che senso?
Che c’è molta disponibilità reciproca: se qualche volontario ha un impedimento e non può venire per il proprio turno, c’è sempre qualcuno che subentra. Tutto funziona bene perché c’è un clima positivo e sereno. E ci tengo a sottolinearlo: ogni contributo è essenziale e prezioso, anche il più piccolo!

Ad ascoltare Ceschini, tendere le mani per aiutare gli altri sembra una cosa tanto naturale, spontanea e gioiosa, che è difficile non seguire l’esempio di questi volontari. Una bella immagine per iniziare bene il nuovo anno.

Autrice: Caterina Longo

Un’altoatesina a Seul

Da Bolzano a Seul passando per Los Angeles. Passioni, lingue, amori e sorprese di Ayssata “Aisha” Ba, nata in Alto Adige da padre senegalese e madre sudtirolese. Sposata con un sudcoreano, è al terzo mese di gravidanza.

Si potrebbe iniziare dicendo che Aisha Ba ha i piedi in due continenti, non fosse che la sua storia ne copre tre e i piedi non sono sufficienti. Nata a Bolzano da padre senegalese e madre del Tirolo del Sud, ha sposato un coreano, sempre del sud, e ora vive a Seul. 

Tutto questo, ovviamente, non interessa agli uffici dell’anagrafe altoatesina, per loro è solo un’appartenente alla comunità linguistica tedesca della provincia di Bolzano, ma il resto del mondo la potrebbe selezionare come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. A essere più precisi, la cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Ufficio anagrafe escluso, quindi, non dovrebbe stupire nessuno che Aisha parli cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese,  il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”. 

Restando sulla questione “stupore”, non dovrebbe meravigliare nemmeno che Aisha abbia pensato di trasferirsi in Corea del Sud. Da un paio di decenni, infatti, non è più solo le metà meridionale di un paese diviso da una guerra. Da lì viene “Squid Game”, la serie più vista nella storia di Netflix, lì è stato girato “Parasite” film vincitore di quattro premi Oscar tra cui quello di miglior film nel 2020, da lì viene, probabilmente, anche il televisore piazzato nel vostro salotto.

Chi ha un figlio adolescente non dovrebbe aver bisogno di ulteriori dettagli, gli altri possono consultare Google alla voce “K drama”, serie televisive “made in South Korea”, o  cercare dettagli sul “K pop”, il pop coreano che vede tra i suoi maggiori esponenti i “Bts”, boy band che può vantare tre dischi di platino, due singoli multi-platino, tre singoli di platino, tre singoli d’oro e un disco d’oro, limitandosi solo al mercato discografico statunitense. Il video di uno dei loro ultimi successi, “Dynamite”, uscito un anno fa, è stato visualizzato oltre un miliardo di volte, per l’esattezza 1.350.372.123 (al 31 dicembre 2021).

Bene, tutto questo, però, non ha nulla a che fare con la scelta di Aisha che in Corea ci è andata per ballare:  “Io non sapevo nulla del K-Pop e tanto meno dei K-drama che hanno attratto l’attenzione della generazione della mia sorella più piccola. Ci sono andata perché volevo imparare a ballare il Locking, una danza hip hop di cui erano diventati maestri i coreani”.

Questo avveniva nel febbraio di quattro anni fa, quando Aisha si trovava a Los Angeles, ovvero proprio dove il Locking era nato. 

A questo punto i continenti diventano quattro e quindi è meglio ripartire dall’inizio.

Aisha ha concluso l’intero percorso scolastico in lingua tedesca a Bolzano. Poi si è iscritta all’Università di Innsbruck dove si è laureata in economia. In seguito, mentre alternava gli studi del dottorato con un lavoro part time alla Camera di commercio di Bolzano, si è accorta di essere troppo giovane per avere un futuro tanto prevedibile: “Mi sembrava di sapere esattamente come sarebbe continuata la mia vita, per cui ho deciso di partire per Los Angeles per un viaggio che unisse la vacanza all’approfondimento della mia passione per il Locking. Sono rimasta lì per tre mesi, ma non mi sono trovata bene, credo che lo stile di vita statunitense non faccia per me. Poi mi sono resa conto che in California il Locking era passato di moda, mentre continuava ad essere molto apprezzato in Asia. Così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che la soluzione migliore era la Corea del Sud. Sono atterrata a Seul con l’idea di restarci solo un anno, poi le cose sono cambiate”.

Come detto, era il febbraio 2018, ottenuto il visto per un anno per “vacanze di lavoro”, ha iniziato a lavorare in un ristorante (di giorno) e a seguire i corsi di ballo (di sera). “Già a Bolzano lavoravo saltuariamente come modella e in Corea ricevevo molte richieste che ho finito per accettare. Dopo dieci mesi di permanenza, ho ottenuto il visto di lavoro”. Nel frattempo, ha conosciuto Kim Jun Gu, il ragazzo che è diventato suo marito, anche questo in maniera molto “moderna”: “So che non è molto romantico, ma tutto è iniziato da un suo messaggio su Instagram”. 

Anche lui lavora come modello e col passare del tempo la relazione si è fatta seria e Aisha gli ha fatto conoscere i genitori: “Si sono incontrati in Thailandia nel Natale 2019, l’ultimo prima della pandemia. Subito dopo avrei voluto far conoscere Bolzano a Kim Jungu, ma il Covid non l’ha reso possibile. Siamo riusciti a venire solo ad agosto del 2021”. 

La visita e l’incontro sono descritti in un video sul frequentatissimo canale “You Tube” di Aisha,  e molto altro si trova anche su Instagram e su Tik Tok. Immagini che mostrano quanto Aisha si trovi bene a Seul. “La Corea mi piace, mi sento a mio agio e tutto si muove velocemente senza i rallentamenti burocratici a cui siamo abituati in Europa. Di Bolzano mi manca soprattutto l’atmosfera delle feste, in particolare quella del Natale”.

Prossimamente le mancherà ancora di più, perché come ha rivelato lei stessa sui suoi canali social, ora aspetta un bambino. In un video del 2 gennaio scorso, mostra suo rotondissimo pancino e racconta i suoi primi tre mesi di gravidanza con un’estrema dovizia di particolari. Neanche una parola sulla scelta riguardo al censimento etnico.

IL PERSONAGGIO
Aisha potrebbe essere selezionata come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. La cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Una classica cittadina del mondo che è arrivata a Seul dopo una sosta a Los Angeles, parla cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese, il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”.

Autore: Massimiliano Boschi

Via Vanga, viaggio all’origine del nome

Via dei Vanga, è una delle vie che delimitano il centro storico di Bolzano. A chi e cosa si riferisce tale denominazione? I Vanga erano una nobile famiglia bolzanina; originaria di Burgusio (Val Venosta), nel XII secolo si era stanziata a Wangen (Vanga), frazione del Comune di Renon. Ma i Vanga fissarono la loro residenza anche a Bolzano costruendo una torre intorno alla quale sarebbe sorto, all’imbocco della Val Sarentina, un maniero. A dare lustro alla famiglia dei Vanga fu Federico, il figlio di Adelperone I, il quale aveva spostato nei pressi di Bolzano i suoi interessi economici. Intrapresa la carriera ecclesiastica, Federico divenne canonico di Augusta, nonché decano del Capitolo di Bressanone. Il 9 agosto 1207 fu eletto vescovo di Trento, con insediamento nella residenza episcopale il 18 novembre, festa della dedicazione della cattedrale. Federico di Vanga, il quale fu il primo vescovo a segnarsi con il titolo di principe, si distinse per intelligenza, energia, senso e tatto politico. Si pose subito all’opera, infatti già nel 1208 celebrò un Sinodo diocesano. Oltre a concedere ai due fratelli la costruzione del castello che sorge all’estremità di una roccia porfirica, strapiombante su tre lati sul torrente Talvera, a lui si deve la fondazione di Castel Rafenstein (Sarentino), ma sopratutto l’ideazione e la programmazione dell’attuale cattedrale trentina. Promosse la fondazione di vari ospizi per pellegrini, come quello di Longomoso sul Renon. Il vescovo Federico di Vanga mostrò abilità ed esperienza anche nell’amministrazione del principato; godette della fiducia dei sovrani, come Ottone IV di Brunswick (1182-1218) e Federico II di Svevia (1194-1250). Partecipò anche al Concilio Lateranense IV (Roma, novembre 1215). Partito per la quinta Crociata, morì il 6 novembre 1218 ad Accon, sulle coste della Siria, presso Tolemaide. Fu sepolto nella chiesa di S. Maria degli Alemanni, dell’Ordine Teutonico.

Autore: Leone Sticcotti

Uno spazio dipinto di Blu pieno di musica

Nelle ultime settimane, sul canale Spotify di Musica Blu, hanno cominciato a fare capolino diversi post musicali dedicati alle attività presenti e passate dell’Associazione. Tutto è cominciato con la realizzazione di un EP con quattro brani intitolato Mettetevi scomodi, che è un po’ il sunto di un’iniziativa nata durante i mesi del lockdown e che si è poi conclusa con un incontro in presenza tenutosi la scorsa estate sui gradoni dell’arena del Pippo.Stage a Parco Petrarca.

Abbiamo colto l’occasione per incontrare Diego Baruffaldi e Thomas Traversa (artefici dell’iniziativa insieme a Maddalena Ansaloni) e fare il punto della situazione su questa ed altre recenti iniziative nate nell’ambito di Blu Space (la branca aggregativa di Musica Blu).
“Il nostro obiettivo – spiega Baruffaldi – è sempre stato quello di far diventare il nostro centro giovani un punto d’incontro anche per musicisti, farli conoscere, creare una situazione di supporto, vicinanza, crescita, condivisione di musica. In tempi normali lo facevamo con l’organizzazione di laboratori e concerti, coinvolgendo quando possibile anche dei big. Col secondo, lungo lockdown ci si è posto il problema di come fare non potendo contare sugli eventi in presenza, così sono nate alcune situazioni con concerti online senza pubblico, o, nel caso di Mettetevi scomodi, un’intervista accompagnata da ascolti di mp3 o video che abbiamo ricevuto dai partecipanti. La dimensione online, se da un lato è penalizzata dall’assenza del pubblico, dall’altra ha la capillarità della diffusione e ci ha permesso di raggiungere giovani interessati al progetto in tutta la penisola.”
Alla base dell’idea delle interviste con ascolti c’è l’esperienza maturata da Thomas Traversa, che nel primo lockdown aveva condotto dei programmi d’impostazione simile su Radio Quarantenna. Quando verso l’estate è stato possibile tornare ad organizzare eventi col pubblico, per i ragazzi di Blu Space è stato naturale, a chiosa del loro progetto, portare alcuni dei musicisti incontrati online nell’anfiteatro del Pippo per una sorta di gran finale.
“Maddalena ed io – è Thomas Traversa a parlare – abbiamo molti contatti in giro, in altre città, così abbiamo allargato il circuito anche al di fuori dei confini locali. Nel 2021 abbiamo realizzato quindici puntate, il format era abbastanza semplice, basato su una chiacchierata di una quarantina di minuti.
Col nuovo anno sarà Maddalena da sola a condurre la cosa, ma finché sarà possibile invece di essere online, gli incontri si svolgeranno in diretta.”
Tra i progetti messi in cantiere da Blu Space, a coronamento di Mettetevi scomodi e del Songwriting Circle, c’erano le realizzazioni di due CD durante l’estate, contando sul fatto che Musica Blu ha un eccellente studio di registrazione. Dopo aver riflettuto su come concretizzare la cosa, i responsabili sono però giunti alla considerazione che trattandosi di prodotti dedicati ai giovani il formato CD poteva essere obsoleto oltre che costoso da produrre.
“Thomas ha avuto l’idea di creare un canale Spotify di Musica Blu – prosegue Baruffaldi – e da lì, dall’avere il canale al comprendere che c’era la possibilità di mettere online un sacco di altre cose legate alle nostre iniziative, il passo è stato breve. Così un po’ alla volta oltre all’EP Mettetevi scomodi abbiamo postato anche i brani registrati nel nostro studio durante le varie edizioni di Mixer, produzioni musicali per bambini realizzate da Franco Bertoldi e alte cose.”
L’ultima iniziativa di Blu Space è partita a fine novembre ed è la nuova edizione di una versione autoctona di Ka Boom, la serie che viene postata su youtube: nella fattispecie vengono create delle coppie tra i musicisti che prendono parte all’iniziativa, viene poi affibbiato loro un titolo a sorpresa e partendo dal titolo devono cimentarsi col comporre una canzone.
“Visto che la cosa è nata durante il lockdown – racconta Baruffaldi – di solito per il titolo veniva preso un libro lo si apriva a pagina 19 e se possibile si trovava qualcosa di adatto alla diciannovesima riga. Per il primo ciclo di Ka Boom ci siamo affidati alle frequenze di Radio Quarantenna, i ragazzi avevano a disposizione una settimana, poi facevamo ascoltare il risultato dell’esperimento lasciando raccontare ai ragazzi il processo creativo. Al momento, un po’ nello studio di Musica Blu, e un po’ in quello casalingo di Thomas, si stanno producendo le canzoni nate da questa esperienza e quando saranno pronte saranno anch’esse disponibili sul nostro canale Spotify. Per quanto riguarda la nuova stagione di Ka Boom, come per Mettetevi scomodi, tutto avverrà in presenza nella nostra sede e i ragazzi invece che in una settimana dovranno comporre la canzone in un’ora e mezza. Ovviamente non vogliamo dimostrare che scrivere una canzone è cosa facile o da poco, l’obiettivo primario resta quello di fare incontrare i ragazzi, facendo fare loro una cosa carina, che li entusiasma e che li fa uscire da qui felici.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Uno sguardo diverso sull’anno passato

Capita anche a tutti, a fine anno, di sentirti appesantiti dagli eventi accaduti e di aspettare l’inizio dell’anno nuovo come fosse una nuova porta che si apre per farti entrare in uno spazio di possibilità.
Tutti noi, familiari e “carepartner” di persone che vivono con demenza, abbiamo lasciato alle spalle 365 giorni in cui la vita ci ha lanciato nuove sfide, ci ha fatto qualche “sgambetto”, lasciandoci forse quella sensazione di vuoto e di stanchezza che rendono le giornate più impegnative da vivere e la tendenza a lamentarci.
L’insieme delle esperienze dell’anno passato assomiglia ad uno stagno pieno di acqua torbida nel quale diventa complesso distinguere cosa pulsa di buono in profondità, perché il fango ne oscura la limpidezza.
Vivere accanto ad una persona con demenza richiede molte energie e la stanchezza davvero a volte può intorpidire il nostro presente e anche il nostro passato.
Alla luce di questo “sentire”, come possiamo filtrare l’acqua di questo stagno per vedere con più chiarezza attraverso essa, per poter riconoscere la natura di ogni momento vissuto e lanciare così uno sguardo diverso all’anno passato?
La gratitudine è il nostro filtro, il setaccio attraverso il quale far scorrere il nostro vissuto depurandolo da ciò che lo rende inafferrabile, incomprensibile, illogico.
Ecco perché in questo articolo ti propongo un paio di occhiali e due paia di scarpe per guardare al tuo 2021 e per spalancare il cuore al 2022: gli occhiali sono rappresentati dalla gratitudine che scientificamente è l’emozione più potente capace di trasformare la biochimica del nostro corpo, mettendo in circolo delle molecole straordinarie che diventano i mattoni per costruire il nostro benessere. Non si tratta di una magia, è la fisiologia stessa del nostro corpo che per “stare bene” ha bisogno di produrre neurotrasmettitori specifici come la serotonina e le endorfine che influiscono sul benessere sia psicofisico che emozionale e sulla creazione di relazioni più profonde e soddisfacenti.
Accompagnare noi stessi a coltivare la gratitudine diventa una strategia per vivere in pienezza le giornate e per leggere gli eventi passati con gli occhiali speciali della riconoscenza.
Da dove iniziare?
Munisciti di quaderno e penna, scrivere ti aiuterà a rischiarare le acque torbide dello stagno facendo sedimentare il fango e brillare l’acqua di rinnovata purezza.
Creati uno spazio: uno luogo fisico ed uno spazio temporale da dedicare ad una “re-visione consapevole” del tuo 2021. Regalati alcuni momenti in cui ri-guardare a quanto accaduto nel corso dell’anno appena trascorso scegliendo di indossare occhiali nuovi.
Ripercorri il tuo anno: con l’aiuto di fotografie che hai scattato o appunti nel tuo diario o sul calendario, vai alla ricerca delle esperienze che hai vissuto. Metti a fuoco ogni momento, i fatti e le emozioni che hai vissuto che forse risuonano ancora dentro di te.
Soffermati sulle esperienze che “senti” essere state più significative per te, lasciandoti sensazioni piacevoli. Rispetto a queste, per che cosa in particolare ti senti grata/o? Quali persone hanno contribuito a rendere “bello” quel momento? Le hai ringraziate esplicitamente per la gioia che ti hanno donato? Qual è stato l’ingrediente speciale che ha reso memorabile l’istante?
Scrivi sul tuo quaderno le tue riflessioni.
Ora dirigi la tua attenzione a ciò che ti ha fatto soffrire, fisicamente o emotivamente. Inforca bene i tuoi occhiali della riconoscenza e impegnati a scorgere in quella particolare situazione alcuni elementi per cui essere grata/o. Lo so, è una sfida, ma se non ti fermi di fronte all’apparente incongruenza di questa richiesta, potrai realmente sperimentare il potere trasformante di ogni lezione che la vita offre. Chiediti. Quale aspetto di quell’esperienza mi ha richiesto di dare il massimo di me stessa/o?
Posso essere riconoscente a me stessa/o di essere riuscita/o a trovare in me le risorse per attraversare quella situazione? Quali aspetti che dipendono da me sono migliorabili? Cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Come mi ha fatto crescere? Posso custodire questo dono con cura in modo da avere nel mio bagaglio uno strumento in più per vivere le prossime esperienze facendone tesoro?
Il filtro della gratitudine ripulisce il passato e ci fa guardare al futuro con più chiarezza. La ricerca ha dimostrato nei suoi innumerevoli studi a riguardo, che allenare uno sguardo grato nella vita di tutti i giorni riduce lo stress e ha un ruolo importante nel superare i traumi aumentando la resilienza.
E le scarpe? Ecco due paia di scarpe speciali. Le modalità per allenare il muscolo della gratitudine sono molteplici e se scegli di farla diventare una dei protagonisti della tua vita, ecco un paio di suggerimenti:
Dai un perché al tuo grazie: M. Seligman, principale esponente della psicologia positiva, dice “quando dici grazie dillo con profonda consapevolezza, dillo guardando la persone negli occhi, dillo mantenendo un po’ lo sguardo, fai un piccolo sorriso, ma soprattutto non dire mai solo grazie.
Di anche “ti sto ringraziando perché”, mettendo accanto sempre il tuo perché. Questo scatenerà qualcosa di magico nella relazione tra te e l’altra persona. Ogni grazie senza un perché è un grazie vuoto, è un grazie di buona educazione, ma non è un grazie che arriva al cuore dell’altra persona. Allenati a dire grazie con il tuo perché. Dillo alla cassiera, al barista alle persone di cui hai cura. Allora la gratitudine diventa un atto rivoluzionario di cambiamento, per te e per gli altri.
La pietra della gratitudine: aiuta te stesso a ricordare il proposito di avere uno sguardo grato alla vita, ponendo sul tuo comodino una pietra in modo visibile. Alla sera appoggiala sul palmo della mano e chiudi le dita. Ripensa alla tua giornata e distilla con cura ogni cosa per cui essere grata/o. Ricerca nelle cose più semplici, nel sorriso di riconoscenza del tuo caro quando hai cura di lui, nella telefonata di un’amica, nel sapore speciale del piatto che hai preparato, nella pagina di un libro, nelle comodità che ti offre la tua casa. Tutta la tua giornata ti può suggerire infiniti motivi di gratitudine. Quando mentalmente hai terminato il tuo elenco, porta la mano con la pietra nel tuo cuore accompagnando il gesto con un sorriso.
Giorno dopo giorno, la gratitudine, come un pennello colorato, tingerà le tue giornate di nuovi colori e donerà vivacità alle tue esperienze permettendoti, alla fine del prossimo anno, di guardare al tempo trascorso pronunciando quel “grazie” capace di trasformare ogni evento in una opportunità di crescita.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-Mente Felicitatrice

La montagna incantata

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell

Canzoni e storie vissute sulla propria pelle

QuiIntervista a Edo Avi, cantautore di Laives, che ha quattro album all’attivo e ha lavorato con personaggi come Max Marcolini, arrangiatore e produttore di Zucchero. Tre suoi singoli si sono piazzati nella classifica radiofonica della Indie Music Like. Quando non scrive musica Avi ama dipingere quadri dalle tinte forti che ritraggono figure malinconiche.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La volta che sono stato più felice.
Tutte le volte che sono stato innamorato.

Da bambino sognavo di diventare…
Un campione di Motocross.

L’errore che non rifarei.
Credere che i meriti vengano sempre riconosciuti.

La persona che ammiro di più
Quella che sa andare per la propria strada, senza preoccuparsi di dove vanno gli altri.

Un libro da portare sull’isola deserta.
‘Il mondo secondo Garp’ di John Irving, uno dei miei autori preferiti.

La mia occupazione preferita
Scrivere canzoni.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Un paese in cui tutte le persone che incroci ti sorridono e ti salutano.

Il colore che preferisco.
Il rosso.

Il mio piatto preferito.
Baccalà alla trentina, cucinato da mia madre.

Il mio musicista preferito.
Neil Young. Ha reso speciale la mia adolescenza e segnato la mia strada.

Il mio pittore preferito.
Modigliani. Potrei stare delle ore davanti ad un suo dipinto.

Non sopporto…
I prepotenti, gli arroganti, i violenti, gli ipocriti, i maleducati, i millantatori… quanto spazio ho? 🙂

Dico bugie solo…
A fin di bene.

La disgrazia più grande.
Non riuscire più a sognare.

Il mio primo ricordo.
Uno sconosciuto che mi ha insegnato ad andare in bicicletta.

Per un giorno vorrei essere.
Un uccello.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Lo spazio. è sempre vuoto.

Se fossi un animale sarei…
L’Araba Fenice.

In famiglia mi chiamano.
Edoardo.

Il mio motto.
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Autrice: Caterina Longo

“Asib invecchiare bene” chiude i battenti

Dopo dieci anni di attività, centinaia di iniziative e conferenze pensate e organizzate per aiutare le persone ad invecchiare con consapevolezza e meglio, Asib chiude i battenti. La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno fra gli over della città in riva al Passirio, ma secondo la sua presidente e fondatrice, Maria Luisa Bucella, “c’era troppo stress, troppa burocrazia e nessun successore. Così ho formalmente sciolto l’associazione”.

Presidente Maria Luisa Bucella, cosa è successo? Davvero l’Asib non esiste più?
È così, e me ne dispiaccio. In qualità di presidente ho portato a termine tutte le formalità burocratiche. È un peccato, lo so: in molti negli anni hanno sostenuto l’Associazione, ma ultimamente – soprattutto a causa della pandemia e dei giusti timori che ne derivano – coinvolgere persone in attività sociali è sempre più complesso. Meno pubblico e meno attività comportano meno sovvenzioni, e il gioco si fa sempre più duro. Ma questo non è l’unico problema. Ho lavorato alacremente per Asib – aiutata da preziosi collaboratori, in particolare modo dall’amica Paola Colognesi – e gli anni avanzano per tutti, ma io dall’Associazione ho imparato proprio ad invecchiare bene. Dunque dico basta al troppo lavoro, al troppo stress e alle troppe cose da fare. Tenersi impegnati nella terza età è fondamentale. Ma essere costretti a correre a destra e a sinistra e soprattutto scontrarsi con la burocrazia che ogni anno diventa sempre più digitale e – per quanto mi riguarda contorta – va meno bene, Ne posso tranquillamente fare a meno.

Lei è la fondatrice dell’associazione, giusto? 
Sì, Asib è figlia mia! Avevo un’anziana zia che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo; andavo ogni giorno a trovarla, con lei ho vissuto la quotidianità degli anziani, accompagnandola spesso in ospedale. Un giorno, parlando con il primario dottor Christian Wenter, l’ho sentito dire “Ci piacerebbe avere del tempo per insegnare alla gente come invecchiare bene”. Una frase che mi ha colpito e che mi è rimasta in testa. Ho pensato: bisogna darci una mossa prima di arrivare alla fine. Così, due mesi dopo la scomparsa della zia, ho depositato l’atto di costituzione di Asib – Associazione di promozione sociale “Invecchiare bene”. Non sapevo bene cosa e come l’avrei fatto, ma sapevo che volevo organizzare conferenze di tipo medico / preventivo e attività motorie per anziani. Ho coinvolto moltissime persone: esperti, medici e luminari. La missione di Asib aveva colpito tutti e il cento per cento dei relatori che negli anni hanno tenuto conferenze e mediato tavole rotonde ha sempre dato la propria disponibilità in forma gratuita. 

E il successo non si è fatto attendere…
Abbiamo avuto un gran successo fra i soci, è vero. L’ultima conferenza che abbiamo organizzato, ad esempio, riguardava i disturbi dell’ansia. In sala civica c’erano oltre settanta persone: numeri davvero importanti, soprattutto in periodo di Covid.

E adesso che cosa farà? 
Non mi piace stare con le mani in mano, lo sanno tutti. Adesso mai dedico un po’ a me stessa e poi ci penserò. 
Certo, nell’ultimo anno ho sperato che qualcuno si facesse avanti per subentrarmi in questo progetto che tanto ho amato, ma non è successo. Asib non esiste più, ma mi auguro che i suoi valori le sopravvivano.
E se un domani una nuova associazione volesse attingere all’eredità di “Invecchiare bene”, ai suoi valori, alla sua storia e all’esperienza della sua presidente, sapete dove trovarmi!

Autore: Luca Masiello

Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti