Un’esperienza di teatro sensoriale, racchiusa in una scatola

Andrea Bernard, regista e teatrante, e Salvatore Cutrì, attore formatosi a Napoli, ci raccontano il progetto “Insieme/Zusammen”, ideato in collaborazione con Elena Beccaro e sostenuto nella sua seconda edizione dal teatro Cristallo di Via Dalmazia.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto nasce dall’idea di stimolare il pubblico in modo diverso. Volevamo andare oltre al teatro tradizionale e quindi siamo partiti da una domanda: “quando abbiamo smesso di vivere insieme?”. Ci siamo chiesti se il motivo del nostro allontanamento dagli altri fosse solo causa del lockdown o se ci fossero altri motivi più intimi. Questa domanda l’abbiamo racchiusa in una scatola interattiva e l’abbiamo proposta al pubblico. La voce narrante di Sebastian guida lo spettatore, che diventa in qualche modo attore, a compiere un’esperienza unica. 

Com’è nata l’idea?
L’esperienza che abbiamo voluto ricreare è quella di un teatro sensoriale in cui, attraverso l’olfatto e il tatto, viene risvegliata la memoria. Le vicende personali vengono destate attraverso il racconto di una storia che invita lo spettatore ad utilizzare gli oggetti contenuti nella scatola e a rispondere alla domanda posta all’inizio. La scatola nasce quindi da una necessità di arrivare nell’intimità delle persone. Nella sfortuna del lockdown, la fortuna è stata che a Bolzano si sono aperti molti bandi riguardanti il teatro e, grazie alla vincita del bando di Weigh Station, siamo riusciti a realizzare il nostro progetto. 

A quale pubblico vi siete rivolti? 
Il progetto si rivolge a tutti, l’unica parte di pubblico che abbiamo escluso sono i bambini, poiché non sono ancora entrati nella fase di crisi che riguarda l’età adulta e di conseguenza non potrebbero comprendere la performance. In qualche modo quest’esperienza serve per fare tornare bambini gli adulti e per scaturire degli stimoli profondamente ingenui e infantili.

Qual è l’obiettivo del progetto? 
L’obiettivo è lo stesso che ci poniamo ad ogni spettacolo, e cioè smuovere lo spettatore e cercare di provocarlo. La vera arte è quella che muove qualcosa in chi la guarda e che risveglia anche gli animi più assopiti, altrimenti non è arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Gabriele Antinarella: artigiano e artista

Gabriele Antinarella, in arte Lele, classe 1938, è un barbiere, un artigiano, ma soprattutto un artista. Si è diplomato al liceo artistico di Carrara e con le sue opere ha allestito diverse mostre. Parallelamente alla sua passione per l’arte ha portato avanti la sua abilità da artigiano aprendo un salone in via Milano nel ’58. Ora che è in pensione ci racconta la sua vita e cosa lo ha ispirato nella realizzazione delle sue opere.

Da dove nasce la passione per l’arte?
Quando ero piccolo andavo a scuola solo a fine anno per farmi dare la pagella. D’inverno non riuscivo a frequentare le lezioni a causa di un problema alla gamba che mi faceva zoppicare, quindi, se nessuno mi accompagnava, era difficile per me arrivare a scuola da solo a piedi. A fine anno, quando riuscivo ad andare, non ci capivo molto delle lezioni e per questo i professori non mi interrogavano. Per passare il tempo mi mettevo a ritrarre sui banchi i profili dei miei compagni di banco, oppure guardavo fuori dalla finestra della scuola e disegnavo la campagna e gli alberi. Mi facevo ispirare da ciò che vedevo.

Cos’è che ti ha portato a riprendere le Semirurali nelle tue opere d’arte?
Quando ho aperto il mio salone stavano iniziando a buttare giù le casette delle Semirurali, il quartiere in cui ero cresciuto, partendo da via Sassari e andando verso via Milano. Io, vedendo questo smantellamento, mi resi conto che i luoghi della mia infanzia stavano sparendo per sempre. Per questo nel mio salone, quando non c’erano clienti, spostavo la tendina e mi mettevo a disegnare. Malgrado le casette fossero tutte simili, il bello era scoprire che ognuno era diversa per la sua posizione e emanavano svariate personalità. Le ho viste crollare tutte, una dopo l’altra fino all’ultima. Fortunatamente questa sono riuscito a filmarla. Quel giorno in cui l’hanno demolita eravamo circa una decina, ma c’era un silenzio di tomba, sembrava un funerale: l’unico suono che si sentiva era il rumore delle gru. Sapevamo tutti che dovevano buttarle giù per forza, occupavano troppo spazio e a quei tempi c’era una grande fame di case.

Quando comincia invece la passione per la cinematografia?
La passione per il cinema inizia sempre dalle casette Semirurali. Il fotografo Gatti mi disse che nel suo negozio gli erano arrivate delle cineprese molto belle e nel 1988, grazie al ricavato del salone, riuscii a comprare la mia prima cinepresa. Mia mamma ha sofferto tanto quando è dovuta andare via dalla sua casetta in via Parma e quindi, armato della mia prima videocamera, chiesi il permesso al geometra del cantiere di entrare a fare delle riprese. Fu la prima cosa che filmai e da lì non ho più smesso.

Avresti mai pensato che tutti i tuoi lavori sarebbero diventati dei documenti così importanti?
In realtà mentre li realizzavo no, l’ho capito solo dopo. Ho compreso anche un’altra cosa: quando le persone vedranno le mie opere e i miei documentari, anche tra venti, trenta o quarant’anni, penseranno a me. Io vivrò finché vivranno i miei lavori, è questo il fascino dell’arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Don’t look up

Dall’osservatorio astronomico Max Valier di San Valentino, una coppia di astronomi si accorge dell’esistenza di un meteorite che colpirà in pieno Bolzano in circa sei mesi e che distruggerà completamente l’intero territorio euroregionale. La notizia però non sembra interessare la politica e tantomeno la popolazione, concentrata al momento su problemi più importanti, come la toponomastica e il concerto di Vasco Rossi per 120mila persone che si terrà a maggio nella Trentino Music Arena. Nel dubbio però si sta organizzando un mega-raduno degli Schützen, pronti a colpire il corpo celeste con i loro fucili caricati a salve!

Autore: Roberto Tubaro

Barbieri di quartiere, da tre generazioni

C’è un’attività che, in Viale Druso 88b, si trasmette ormai da tre generazioni. Tutto ebbe inizio quando, nel 1957, Marco Prearo aprì il suo salone di barbieri che oggi, a distanza di 65 anni, porta avanti il figlio Paolo. Anche lui, a sua volta, ha insegnato il mestiere ai propri figli Luca, 16 anni, e Marco, 21 anni; non manca però anche l’aiuto di un terzo apprendista, Filippo. Abbiamo parlato insieme a Paolo Prearo che ci ha fatto luce sul mestiere del parrucchiere, sulla formazione professionale dei giovani che si avviano a questa attività e sul rapporto del salone con il quartiere e i suoi abitanti.

Paolo Prearo, quando ha iniziato a lavorare e dove ha potuto apprendere il suo mestiere? 
Ho iniziato all’età di 15 anni sotto la guida di mio padre; avere un salone di riferimento è essenziale tutt’oggi per avviarsi alla formazione.

E perché? 
Prima ancora di iniziare il percorso professionale bisogna trovare un salone in cerca di apprendisti, solo così si può abbinare la formazione alla pratica.

Oggigiorno il numero di iscritti nelle scuole professionali per barbieri è sempre più basso, com’è la situazione nelle classi dei suoi tre ‘apprendisti’? 
Mio figlio Marco ha finito l’anno scorso mentre Luca è al primo anno, in classe sua gli studenti sono solamente 8; Filippo invece sta frequentando l’ultimo anno insieme ad altre 5 persone. Se a questo dato si aggiunge che la formazione è ‘unisex’, per garantire in futuro più possibilità di trovare lavoro e venire incontro a tutte le esigenze dei clienti, si nota la scarsa affluenza di iscritti ai corsi. È vero che non è facile trovare dei saloni in cerca di giovani apprendisti, ma anche a livello locale c’è sempre qualche posto di lavoro che si muove…

Quali sono, per voi, le maggiori difficoltà di questo periodo? 
Ora non ci sono grandi difficoltà, all’interno del salone tutto avviene su appuntamento, questo favorisce l’organizzazione e impedisce l’affollamento. Anche la clientela è sempre attenta a rispettare le norme di sicurezza. Subito dopo il lockdown abbiamo introdotto l’utilizzo di diverse attrezzature usa e getta – dalla mantellina al misuratore di temperatura per la febbre – e questo ha, di conseguenza, fatto aumentare di 1 euro la tariffa, ma nessuno si è lamentato e non ci sono state polemiche.

Intorno alla sua attività ha notato chiusure di negozi ed esercizi commerciali? 
Ha chiuso solo qualche piccolo negozio, ma fortunatamente non ci sono state grandi chiusure conseguenti al lockdown.

Essendo legato al quartiere, quali sono i problemi che più si percepiscono?
Noi siamo proprio in Viale Druso, una strada trafficata e spesso bloccata, specie la mattina e la sera quando gli abitanti percorrono il tratto casa-lavoro; questo è senz’altro uno dei problemi principali.

All’interno del salone passano periodicamente gli abitanti della zona, quali sono gli argomenti più diffusi con la clientela? 
Purtroppo in questo periodo di pandemia si parla principalmente di Covid-19, solitamente si spaziava dallo sport alla politica.

Autore: Andrea Dalla Serra

Ora misure concrete per i giovani

Come nel resto d’Italia, anche in Alto Adige gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado hanno concluso il 2021 con la scuola in presenza. Tra gioie e dolori, abbiamo analizzato quest’ultimo periodo con Daniela Höller, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Provincia di Bolzano.

Dottoressa Höller, l’anno scolastico è iniziato con quattro mesi di scuola in presenza, un dato positivo… ma com’è stato percepito questo periodo da studenti e famiglie?
Bisogna innanzi tutto ricordarsi del ruolo centrale che la scuola ha sul percorso formativo e di crescita di ogni singolo studente: il valore del ‘gruppo’ è importante per tutti, specie per i bambini, e gli sviluppi che si porta con sé non sono attuabili con le scuole chiuse.
La scuola in presenza ha garantito un costante confronto con gli studenti, ma è sempre stata accompagnata da sentimenti di incertezza e insicurezza dettati dalla possibilità di un ritorno in DaD completo o parziale, dovuto da casi di positività in classe. In questo nuovo anno bisogna ricordarsi che la scuola in presenza è una risorsa per tutti, permette anche di prevenire e monitorare situazioni famigliare complesse conseguenti alla situazione pandemica

Si parla spesso, ma non abbastanza, di abbandono scolastico e salute mentale, cosa si può fare nel piccolo per migliorare questi fenomeni?
Temo che siano sempre di più gli adolescenti che si ritirano socialmente. Sono numerosi anche gli studenti affetti da stress e ansia da prestazione, anche nel nostro ufficio giungono lamentele riguardanti la pressione dovuta da verifiche e interrogazioni a scuola.
All’inizio della pandemia, nel 2020, abbiamo fatto un progetto con i bambini chiedendo loro come stavano; i risultati mostrano quanta voglia di ritornare ad aggregarsi e voglia di fare avevano. Questo per dire che manca spesso un dialogo aperto con i bambini e gli adolescenti, bisogna parlare con loro e chiedere a loro quali siano i problemi che più sentono vicini. Per il resto è compito di tutti noi garantire una formazione e un’istruzione completa e in presenza, e per far ciò serve responsabilità da parte degli adulti. Serve anche rispettare le misure di prevenzione da Covid-19 dando così anche l’esempio ai più piccoli. E – naturalmente – serve mantenere aperta la scuola.

Propositi per questo nuovo anno in tema infanzia e adolescenza?
L’Unione Europea ha voluto dedicare il 2022 alla gioventù, questo è sicuramente un dato positivo, ma bisogna stare attenti: queste iniziative vanno bene, ma non devono rimanere cose astratte e, anzi, devono trovare in fretta un’applicazione concreta. La chiave dev’essere la parola ‘partecipazione’, i progetti che si portano avanti devono essere coinvolgenti e interessanti per i giovani e, perché no, magari devono partire proprio da loro. Esistono delle leggi provinciali che sanciscono tutto questo e sono applicabili anche nel piccolo, ad esempio a livello comunale. La partecipazione dei giovani non è una scelta, è una risorsa che dev’essere applicata.

Autore: Andrea Dalla Serra

Il ricordo del giardiniere della passeggiata

Lungo il Talvera una lapide ricorda Rocco Edoardo Nardo, il giovane operaio amato dai suoi colleghi che si prendeva cura delle piante della passeggiata di Sant’Antonio. Nardo è scomparso tragicamente a soli 25 anni nel 1998. Ma il suo volto e il suo sorriso sono tuttora impressi nella memoria dei suoi ex colleghi giardinieri. 

Percorrendo le Passeggiate del Talvera in direzione di Ponte S. Antonio, appena passato il piazzale delle feste, in corrispondenza di vicolo Sabbia, c’è quella che comunemente viene chiamata la “casa del giardiniere”. Un tempo la struttura ospitava anche i bagni pubblici, ma da diverso tempo ormai, non è che un deposito materiali della Giardineria comunale. Osservando l’edificio, un dettaglio che salta all’occhio di quanti ci passano davanti, è la targa in ricordo di Rocco Eduardo Nardo, il “giardiniere della passeggiata“, scomparso il 15 luglio del 1998 all’età di soli 24 anni.
Il volto di Rocco sulla foto, ci ha spinto ad indagare un po’ per associare una storia a quel sorriso. Abbiamo contattato i suoi colleghi di allora a cui dobbiamo anche lafoto utilizzate per questo servizio.
Tutti conservano il ricordo di un giovane promettente e di compagnia. Sono stati loro ad avere l’idea di dedicargli la targa, visto che quella struttura era la sua base operativa. “Rocco è stato assunto nel gruppo del 1995. Io avevo preso servizio un po’ prima, nel 1992”, ci racconta Katia Zanoner. “Era assegnato alla zona passeggiate del Talvera e S. Antonio. Faceva parte del gruppo dei giovani che erano arrivati con il concorso: un bel ragazzo molto socievole e di compagnia. Noi che siamo ancora in servizio e che più di vent’anni fa abbiamo lavorato con lui, ne conserviamo ad oggi un caro ricordo, soprattutto per il tempo trascorso insieme al di fuori dell’orario di lavoro. Ci si trovava la sera e si andava insieme a ballare. Eravamo in 6-7, avevano fatto gruppo, tutti arrivati da poco e lui era dei nostri. Avevamo tutti tra i 20 ed i 25 anni e oggi, dopo quasi 30 anni insieme, siamo ancora molto legati tra noi. Pensi che i colleghi più anziani sono ormai prossimi alla pensione.”
Il collega Daniele Ravagnani lo ricorda così: “Di lui posso solo dire che era giovane, ma aveva una certa maturità. Potevamo già dargli fiducia come operaio, affidandogli qualche responsabilità. Era un ragazzo molto promettente. Ricordo che era anche molto socievole”.
Michelangelo Pegoraro, un ex collega oggi in pensione, così ricorda: “Abbiamo lavorato insieme nelle vigne di Castel Roncolo, che il Comune di Bolzano possedeva o aveva in gestione fino alla giunta Spagnolli. Tra le mansioni della giardineria, c’era quella di occuparci anche della vendemmia.”
“Ho inoltre un bellissimo ricordo di una trasferta di lavoro fatta insieme a lui, per la manifestazione Cervia in Fiore. È stata quella la prima volta che abbiamo partecipato come giardineria. Sono state giornate intense e ricordo che, per tre giorni, abbiamo lavorato dalla mattina alla sera, a volte illuminati solo dalla luce dei fari della macchina. Come dire, stanchi ma soddisfatti e felici.”
La cronaca dell’epoca riporta che Rocco, rientrando a casa dopo il lavoro alle passeggiate di S. Antonio, lungo via Sarentino, perse il controllo della sua auto, terminando tragicamente la sua corsa uscendo di strada per schiantarsi nella giardineria sottostante.

Autore: Till Antonio Mola