AIAS: non è un mondo a parte, ma piuttosto una parte del mondo

AIAS è un’associazione nata nel 1966 per rispondere alle esigenze dei ragazzi con disabilità e per sostenere i loro famigliari. L’associazione, che inizialmente aveva la sede in via Vittorio Veneto, si è poi spostata in via Piacenza a Don Bosco, molti dei ragazzi accolti da AIAS abitano infatti nei dintorni.

Andrea di Curti, presidente dell’associazione, racconta le diverse attività svolte da AIAS insieme agli iscritti e il ruolo che ha nel quartiere.

Che funzione ha AIAS a Don Bosco?
L’associazione vuole essere un polo importante sia per i nostri ragazzi iscritti, sia per l’intero quartiere. La nostra biblioteca specialistica “Oltre l’Handicap” ha l’obiettivo di essere un luogo culturale per tutti. È possibile utilizzare i computer, prendere libri in prestito, studiare o leggere libri ai bambini nell’angolo a loro dedicato. Serve anche a noi per promuovere attività sociali e culturali, che hanno lo scopo di informare su ciò che facciamo. Don Bosco è ricca di associazioni, quindi per noi è anche bello far parte di questa rete.

Quali sono le attività che organizzate? Con quali altri enti collaborate?
Da tempo oltre a curarci dell’aspetto socio-sanitario dei nostri ragazzi ci occupiamo anche del loro tempo libero. Abbiamo una collaborazione con il canile Sill, per esempio, e ogni settimana portiamo i ragazzi a fare diverse attività con gli animali. Altre collaborazioni importanti sono quelle con la scuola di ballo Vanity Dance, in cui i ragazzi possono seguire corsi di danza, e con la palestra di pugilato, dove imparano l’autodifesa. Durante l’estate vengono svolte diverse iniziative, soprattutto musicali, al parco delle Semirurali ad esempio. Organizziamo inoltre diversi soggiorni estivi in montagna o al mare, in cui i ragazzi hanno l’occasione di fare molte attività divertenti, l’anno scorso, per esempio, hanno fatto canottaggio a Santa Giustina. Tutto questo non sarebbe possibile senza l’aiuto dei volontari, ma purtroppo facciamo sempre più fatica a trovarne. I giovani dovrebbero avvicinarsi a questo mondo anche solo per una breve prova, perché è quel genere di esperienza che va custodita per tutta la vita.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Leonardo e la sua collezione di vinili rock

La cultura della musica rock nasce in America, ma negli anni ‘50 ha influenzato tutta Italia compreso il quartiere Sciangai di Don Bosco. Leonardo Reale ha vissuto la sua adolescenza proprio lì e in quegli anni ha sviluppa una vera e propria passione per questo genere musicale.

Come sei arrivato ad abitare alle Semirurali?
I miei genitori si sono trasferiti a Don Bosco nel ’46, mio padre lavorava nelle fabbriche della Lancia, quindi hanno assegnato alla mia famiglia una delle baracche di fianco alla fabbrica, costruite apposta per i lavoratori. Io avevo appena due mesi di vita e lì ho vissuto sei anni.
Nel ’52 mio padre ha ottenuto una casa, sempre data dalla fabbrica della Lancia, in via Resia, vicino al famigerato campo di transito. In questa casa ho vissuto con la mia famiglia per vent’anni, poi mi sono sposato e sono andato ad abitare in via Palermo, tornando quindi nel quartiere Don Bosco.

Com’è nata la tua passione per il rock?
Quando sono arrivato in via Resia non c’erano tante possibilità di ascoltare musica. L’unico mezzo di comunicazione era la radio, che però trasmetteva principalmente musica melodica e classica, mio padre era un appassionato di questo genere, quindi lo ascoltavamo spesso. Io però ero un ragazzo di quattordici anni a cui la musica classica stava iniziando ad andare un po’ stretta.
Un giorno alla televisione ho visto “il Musichiere”, un programma televisivo in cui si esibivano diversi cantanti. Quella è stata la prima volta che ho ascoltato musica rock e me ne innamorai all’istante. Solo dopo ho scoperto che negli Stati Uniti questo genere esisteva già da cinque anni.
Un altro contatto con il rock erano i Luna Park itineranti, che arrivavano nel quartiere e, per attirare il pubblico, trasmettevano questa musica con dei giradischi e dei grandi altoparlanti.
Negli anni ’60 ho iniziato a lavorare. La mia passione per il rock era così bruciante che ho iniziato a mettere da parte i soldi dello stipendio per potermi permettere un giradischi. Ci ho messo ben sei mesi di paga, ma alla fine sono riuscito a comprarne uno.

Come si è sviluppata poi questa passione?
Dopo il giradischi i soldi che mettevo da parte li usavo per comprare i vinili. Negli anni sono arrivato a collezionare un migliaio di dischi. Ascoltavo moltissimi cantanti sia americani che italiani: Elvis Presley, Little Richard, ma anche Celentano, Mina, Little Tony. Nel ’64 poi alcuni amici formarono una band rock di Sciangai, i Dedy Cemm. Il loro primo disco si chiamava “Gli angeli ci guardano” e fu prodotto dalla casa discografica Jaguar nel 1967. Io spesso li accompagnavo quando suonavano nei locali e, quando volevano fare una pausa, mi chiedevano di cantare. Amavo imitare Elvis Presley, infatti uno dei dischi a cui sono più affezionato è un quarantacinque giri di Elvis contente le canzoni “Don’t be cruel” e “Hound dog”: è il primo disco che ho comprato. Di tutti i cantanti il re del rock era quello che ammiravo di più.
Ancora oggi faccio qualche mostra dei miei dischi nel quartiere e li custodisco tutti gelosamente.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Fare comunità grazie ai giochi da tavolo

Girando l’angolo che da via San Quirino porta su via Peter Mayr 2 è quasi difficile accorgersi della presenza del Centro Giochi Dinx. Questo perché dalla vetrina si intravedere a malapena l’arcobaleno di colori sprigionato dal muro composto dagli oltre 400 giochi in scatola e carte presenti nella sede. Si tratta di un piccolo ritrovo che accoglie gratuitamente, due sere a settimana, diversi appassionati genuini di giochi di società desiderosi di conoscere nuova gente e passare del tempo in compagnia.

“Il nostro è un servizio rivolto a tutti: famiglie, ragazzi e gruppi – precisa Sabine Tomasini, presidente del Centro -. Per questo miriamo a diventare un punto di riferimento per qualsiasi attività ludica del territorio”. Una missione, questa, che prosegue da ormai 19 anni. Dinx è stato fondato infatti nel lontano 2003 per volere di alcuni accaniti giocatori che regolarmente si incontravano per sfidarsi con i titoli più celebri, dal Risiko al Monopoli passando per Scarabeo. Mossi i primi passi – tra cui le visite alle fiere di settore e l’organizzazione di numerose serate di gioco su a Castel Flavon – l’organizzazione si è trasferita da qualche anno nel quartiere San Quirino: “Presentiamo una collezione di giochi vastissima che cerca di soddisfare ogni esigenza. Basti pensare che a Bolzano Sud abbiamo un magazzino che contiene altri 5.000 giochi. Ai nostri tavoli si siedono persone che vanno mediamente dai 20 ai 45 anni, ma ci capita di riuscire ad avvicinare anche persone più piccole o più grandi. In sede abbiamo sempre un collaboratore pronto a rispondere a qualsiasi dubbio o domanda sui diversi giochi e regolamenti”, prosegue Tomasini.
D’altronde il gioco riveste un ruolo sociale essenziale nella vita quotidiana di molti di noi, ed è sicuramente un modo molto intelligente e divertente per impiegare il proprio tempo libero. La sua funzione ludica è uno strumento necessario per rafforzare l’educazione nei bambini e spingere molti adolescenti ad abbandonare per qualche ora pc e smartphone: “Sedersi attorno a un tavolo con la propria famiglia o amici e giocare tutti insieme è un’esperienza che le nuove tecnologie non possono sostituire. Tirare un dado, spostare con la mano una pedina e capire quali strategie da attuare non sono sensazioni replicabili attraverso uno schermo o tastiera”, precisa la presidente. Sono affermazioni confermate anche da svariati studi americani che certificano la crescita di mercato del settore ludico, accelerata in parte l’avvento del Covid. Come a voler rimarcare che, nonostante la molteplicità di giochi nuovi usciti per consolle e computer, il gioco da tavola fisico non scomparirà mai. è una passione che non tramonta e che viene tenuta viva proprio da associazioni come Dinx, che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, creando nuovi legami e occasioni d’incontro.
E Dinx si muove anche su quattro ruote. Grazie al loro “Spielemobil”, un vistoso autobus azzurro, i collaboratori sono capaci di raggiungere diverse località della provincia per offrire un hotspot fisso dove noleggiare i giochi settimanalmente. Una vera e propria ludoteca viaggiante, che permette di organizzare eventi dedicati e che viene spesso sfruttata da scuole e associazioni interessate al tema del gioco di comunità.

Autore: Alexander Ginestous

Le meraviglie artistiche di Palazzo Menz

Lo sapevate che nel centro di Bolzano, in via della Mostra 2, c’è un bellissimo palazzo nel quale è possibile ammirare affreschi settecenteschi di rara bellezza? Si tratta di Palazzo Menz, per lunghi anni sede della Banca Commerciale italiana e gli affreschi sono quelli di Carl Henrici, realizzati nel 1776 per i Menz, ricca famiglia bolzanina di mercanti. Nello stabile oggi si trova un negozio, ma gli affreschi, considerati dai suoi contemporanei il capolavoro di questo artista, restano visitabili.

Balli in maschera, scene d’amore e paesaggi orientali affrescano le due bellissime sale, una delle quali veniva usata come sala da ballo. Un tripudio di colori che richiama lo stile veneziano del quale Henrici si fa interprete dopo il suo soggiorno nella Serenissima Repubblica di Venezia.
Henrici, artista nato nel 1737 a Schweidnitz nella Slesia e morto a Bolzano nel 1823, offre un magnifico esempio della pittura del XVIII secolo con la sua visione così perfetta di un mondo sognante e leggiadro, molto “laico”, specie se contrapposto alle opere più richieste al tempo a Bolzano, tutte a forte connotazione religiosa.
Qualche anno fa il critico d’arte Vittorio Sgarbi era venuto a Bolzano e fu fatto l’impossibile per consentirgli la visita agli affreschi. Un articolo del quotidiano Alto Adige ci porta alla mezzanotte di un giorno di marzo del 2017: telefonate, richieste, un custode ad accendere le luci. E Sgarbi rimase senza parole per qualche minuto, per poi confessare “Non li avevo mai visti e sono magnifici. Li conoscevo solo sui libri, quelli di Rasmo…”
Già, Nicolò Rasmo: un nome ancora oggi importantissimo per chiunque si occupi di storia dell’arte a livello locale, grande storico dell’arte e soprintendente della Provincia di Bolzano e di Trento. A Rasmo, cui il Comune ha dedicato una via nel rione Casanova, si riconoscono meriti nel campo della tutela del patrimonio artistico, alle problematiche della conservazione. Tra i tanti suoi scritti ve ne è uno dedicato a Palazzo Menz ed edito nel 1972 dalla Banca Commerciale Italiana, che finanziò anche il restauro dell’edificio danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

La storia del palazzo affonda le sue radici nella fine del 1200. Apprendiamo che – dopo che il duca Mainardo II, nel corso della lotta coi principi vescovi di Trento, cui la città apparteneva, distrusse le mura e il castello del vescovo – sorse una contrada che oltre alla sede dell’amministrazione vescovile (l’attuale hotel Città) comprendeva le residenze di alcune delle più aristocratiche famiglie del paese: i Botsch (Palazzo Campofranco), i Liechtenstein (Palazzo Pock/Kaiserkrone), i conti Trapp e gli Starkenberg. Questi ultimi occupavano le due case adiacenti al palazzo vescovile sulle quali sorse poi il palazzo Menz. All’estinzione della famiglia, le case vennero assegnate ad altri, fino al 1666, anno in cui i Wettin se ne assicurarono il possesso per poi demolirle ed erigere al loro posto un palazzo particolarmente rappresentativo da abbinare al nome Rafenstein, ottenuto con l’acquisto dell’omonimo castello al solo scopo di assumerne lo stemma e il titolo nobiliare (e rivenderlo subito dopo).
Solo nel 1753 il palazzo fu acquisito dai Menz. In occasione dell’ingresso nella casa di Giorgio Paolo Menz, che nel 1776 sposava Elisabetta Clara Amorth, il palazzo fu radicalmente restaurato, è a quell’epoca che risalgono anche gli affreschi.
Le opere sono sotto strettissima tutela storico-artistica, ma essendo “private”, non sono mai state valorizzate.

Autore: Till Antonio Mola