I sacerdoti del “dorso sacro”

La valle dell’Adige tra Bolzano e Ora è divisa in due parti dal Monte di Mezzo / Mitterberg. Si tratta di un oblungo dorso di roccia porfirica di origine vulcanica vecchio 270 milioni di anni. Deve la sua forma arrotondata e levigata al “transito” di un ghiacciaio nel corso dell’ultima era glaciale. I punti di accesso sono diversi: a nord Castel Firmiano, poi Vadena-paese, Laimburg e, infine, i vari sentieri attorno a Gmund / Monte. La “sacralità” del luogo si è conservata fino ad oggi nel termine “Heiliger Ruggn” (dorso sacro), come lo chiamano gli abitanti della zona.
Che si sia trattato di un luogo cultuale è fuor di dubbio. Tracce (soprattutto oggetti in selce come punte di freccia, grattatoi e altri utensili) di una frequentazione umana risalgono al neolitico finale – anche se è plausibile che già millenni prima vi si fossero stabiliti cacciatori provenienti da sud. Sicuramente nel corso dell’età del rame, circa 2500 anni prima di Cristo, il sito era assurto a centro sacrale di grande rilievo: non solo rogo votivo (Brandopferplatz) ma, probabilmente, anche vero e proprio santuario con sacerdoti dediti ad attività oracolari ripagate dai “fedeli” con doni nascosti nei ripostigli rocciosi.
L’epoca, come detto, era quella iniziale del rame, dal III millennio a.C. in avanti. La scoperta dei metalli e del loro utilizzo favorì la nascita di prime attività industriali (estrazione e fusione) e commerciali accanto a quella agricola. Attraverso una piccola quantità di piombo contenuta nel rame è possibile stabilire la provenienza del metallo: così, per esempio, si è scoperto che la famosa ascia di rame di Ötzi era stata forgiata con metallo proveniente da miniere toscane. Invece gli oggetti litici dell’uomo del Similaun erano ricavati da selce trentina, uno in particolare da una pietra proveniente dalla Val di Non.

Il sito che visitiamo si chiama Pigloner Kopf, Dosso (o Testa) di Piccolongo. Si trova nei pressi dei Denti di Cavallo (Rosszähne) e delle famose buche di aria calda, frequentati assiduamente dalle culture di Luco (bronzo) e Fritzens-Sanzeno (ferro). Proprio queste misteriose fenditure vaporose, che emettono aria a 15 gradi, possono essere all’origine dei culti praticati quassù. Ma oggi non è la nebbia che sale dagli inferi ad avvolgere il sito e il silenzio dei boschi bensì la sabbia del Sahara che colora di bronzo (o sangue, come pensavano i nostri antenati) il cielo della val d’Adige. La rupe con i suoi ripari non è di facile accesso ma attraverso una generosa crepa ci si può spingersi fino alla piattaforma del dosso. Qui sono stati individuati i resti di un rogo votivo (Brandopferplatz). Gli animali domestici offerti agli dei – e mangiati dagli uomini – venivano portati vivi sul luogo del sacrificio. Si trattava di capre, pecore, maiali ma anche di cervi, cinghiali, caprioli, camosci, orsi, lupi accanto a testuggini, castori, lontre e conchiglie d’acqua dolce provenienti dal fondovalle e dal lago di Caldaro. Le loro ossa calcinate, frammiste a cenere e limo, sono poi servite come materiale di riempimento delle buche qui attorno. A partire dal 1995, quando l’area archeologica fu scoperta da Hanns Oberrauch, vennero alla luce molti reperti, tra cui una cuspide di freccia, una macina, resina di betulla e della ceramica. Nel 1998, in una fenditura furono individuate quattro asce di rame miniaturizzate; successivamente ne fu scoperta anche una quinta e in un secondo ripostiglio, sotto una lastra di porfido, altre cinque accette di rame offerte come dono votivo. Di particolare rilievo anche una lama di pugnale in rame trovata sotto un grande masso: il primo mai trovato in regione. Il luogo, poco adatto agli insediamenti in quanto privo di acqua, rimase attivo per scopi di culto e come pascolo fino al medioevo. Ce lo dimostrano le monete romane rinvenute, tra cui un sesterzio di Antonino Pio e sette denari d’argento di età imperiale coniate verso il 200 d.C. – periodo in cui i Romani di Settimio Severo sistemarono anche la via Claudia Augusta.

Autore: Reinhard Christanell

Karate, nuovi successi a Brugnara

C’è grande soddisfazione allo Shotokan Ryu Karate di Laives, per i brillanti successi raccolti a Brugnera (PN), presso cui si è svolta la finale del campionato interregionale indetto dalla FESIK (Federazione Italiana Karate). La gara era un “passaggio” obbligatorio per poter accedere alla finale del Campionato Italiano assoluto, in programma a Montecatini Terme il 14 e 15 maggio prossimo.
Le regioni presenti all’evento erano il Trentino Alto Adige, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia
E naturalmente non poteva mancare lo Shotokan Ryu Karate di Laives del Maestro Michele La PLaca, con un affiatato gruppo di giovani agoniste e agonisti, composto da Marica La Placa nella categoria femminile senior cinture marroni; Dora Vecchio, veterani femminile cinture marroni; Patrick Veronese juniores maschile cinture arancio; Christian Messina maschile cinture bianche, alla sua prima esperienza agonistica; Francesca Noka femminile cinture bianche, anch’essa alla sua prima esperienza. Alto il numero dei partecipanti: nel dare il via alla competizione il presidente del comitato triveneto ne ha annunciati infatti ben 380!
E naturalmente tutti motivati e di alto livello agonistico, ma il gruppo di Laives ha dato grande prova di grinta e voglia di vincere. Così racconta il Maestro Michele La Placa dei suoi ragazzi “Il primo a scendere sul tatami è Messina visibilmente emozionato ma comunque autore di una buona prova classificandosi al 5° posto. È seguita poi la categoria femminile con il turno di Noka: determinata e perfetta nella sua esecuzione non ha lasciato scampo alle avversarie aggiudicandosi la medaglia d’oro. A seguire, galvanizzato dai compagni, è arrivato alla medaglia d’oro anche Patrick Veronese
Quando è arrivato il turno delle cinture marroni, non ha deluso le aspettative Marica La Placa, che si è classificata al primo posto, seguita dalla compagna di squadra Dora Vecchio, che si aggiudica l’argento. C’è stato poi un momento di grande soddisfazione quando la terna arbitrale ha voluto complimentarsi personalmente con le due agoniste ” conclude La Placa.
Il prossimo appuntamento per il team è fissato per il 3 aprile al Gran Prix d’Italia, competizione di alto livello che servirà come banco di prova per la finale del campionato italiano

Autrice: Caterina Longo

Com’è profondo il mare

Lasecondaluna apre la nuova stagione mostre con la personale della fotografa bolzanina Claudia Corrent. Le sue immagini inaspettate e affascinanti nascono dall’accostamento tra materiale d’archivio e fotografie più recenti. Un modo per esplorare il passato ed aprirlo a storie nuove e personali.

Portare il mare a Laives, in via Pietralba: possiamo dire che un po’ c’è riuscita la fotografa bolzanina Claudia Corrent con la mostra “Uno Nessuno Centomila”.
L’esposizione, curata da Amanda Filippi, si compone di collage fotografici digitali provenienti da diversi progetti dell’artista. Il collage è una tecnica che permette di creare nuove opere sovrapponendo carte, ritagli di giornali, fotografie e altro ancora. Nelle sue opere, Corrent lo fa sovrapponendo fotografie storiche, spesso provenienti da archivi pubblici e privati, con immagini recenti, scattate da lei.
Dalle associazioni, che nascono intuitivamente scaturiscono nuove, inaspettate immagini: affascinanti, misteriose, surreali. Immagini che, complice anche la patina antica, raccontano di paesaggi interiori, stati d’animo, emozioni. Figure, spesso femminili, sono immerse, avvolte da elementi naturali : la testa in una nuvola, o per metà nel mare. Mare che, come si diceva in apertura, ricorre spesso nel lavoro di Claudia Corrent.

La fotografa bolzanina ama infatti lavorare sull’elemento acqua, simbolo di rinascita e purificazione. E non a caso, Corrent ha scelto di recente di trasferirsi definitivamente a Venezia. Quando le chiediamo a bruciapelo il perché, ci risponde sorridendo e senza esitare: “perché Venezia è sempre uguale ma, grazie all’acqua, cambia in continuazione”. In questo senso, la mostra non propone solo delle fotografie da ammirare (per quanto eleganti e “belle”), ma invita a “mettersi in gioco” con la propria immaginazione.

Come suggerisce anche la curatrice Amanda Filippi: “Scattiamo foto per ricordare, per lasciare una traccia di noi stessi, del nostro presente e del nostro passato. ‘E se non fosse così?’ ci chiede l’artista. ‘Se potessimo usare il terreno del simbolico per poter immaginare e creare nuove storie?’. Attraverso la destrutturazione delle fotografie del passato e la loro fusione con paesaggi moderni, l’artista crea immagini nuove che suggeriscono possibilità, scenari inattesi, sguardi altri.”
Anche il titolo scelto per la mostra “Uno, nessuno, centomila”, citazione del celebre romanzo di Pirandello, si riferisce alle “centomila” possibilità di immaginazione che le opere di Corrent ci invitano ad esplorare. Tornando ad aspetti più tecnici, ricordiamo che, tra i collage in mostra, si trovano anche quelli del progetto “Il tempo e l’immagine.
L’archivio trasformato”, che si compone di fotografie di famiglia private e scatti provenienti da archivi online digitali, tra cui l’interessantissimo archivio del Fondo Fotostudio Waldmüller della Provincia. Completano l’esposizione fogli sparsi, in cui citazioni da testi letterari si mescolano frammenti di canzoni. A noi è capitato in mano “Invito al Viaggio” di Franco Battiato, ci piace concludere con i versi dalla canzone scelti per la mostra, “Dormono pigramente i vascelli vagabondi/ Arrivati da ogni confine/Per soddisfare i tuoi desideri”.

Info: Claudia Corrent, “Uno, nessuno, centomila”, Sala Espositiva, via Pietralba 29, Laives.
Fino a sabato 2 aprile Orari:da martedì a giovedì:16–19; venerdì e sabato: 10–12 e 16–19. Ingresso libero. Nel rispetto delle norme anti-Covid è obbligatorio l’utilizzo della mascherina ed essere in possesso del Green Pass.

Autrice: Caterina Longo

Vecchia ciminiera, addio in vista

La vecchia ciminiera in mattoni rossi, che da sempre ha caratterizzato il “panorama” di Pineta, verrà abbattuta. Questo nonostante sia considerata un’interessante testimonianza di quella che viene definita “archeologia industriale”. La ciminiera è stata infatti costruita nel 1947, ben 75 anni fa, insieme alla fabbrica per la produzione di olio di semi di Umberto Fronza, che però non ebbe fortuna.
In seguito, l’edificio divenne proprietà della Cassa di Risparmio e ospitò persino alcune classi della scuola elementare. Nel 1958 l’edificio fu poi ceduto alla fabbrica per pianoforti “Schulze Pollmann”, che prima si trovava a Bolzano. Quando la fabbrica chiuse i battenti, nel 1993, l’edificio venne abbattuto per far posto a condomini, e rimase solo la svettante ciminiera, che, come detto, verrà presto abbattuta. Perchè? Il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, seppur amaraggiato, ha spiegato: “Dobbiamo annunciare che la ciminiera di Pineta non riusciremo a salvarla, per molti motivi. Dopo la chiusura del 1993 della fabbrica di pianoforti, il Comune di Laives, se avesse avuto un vero interesse, avrebbe dovuto mettere sotto tutela l’intero edificio. Allora non lo fecero e dopo qualche anno la fabbrica venne abbattuta per lasciare spazio agli attuali condomini. La piccola porzione restante, costituita dal vecchio olificio, con la ciminiera, è di proprietà privata ed il comune non ha alcun diritto su questa area.” Ciò nonostante, nel 2020 il comune ha comunque eseguito una valutazione tecnica per vagliare la possibilità di conservare la ciminiera, anche se nell’ambito di una nuova costruzione che, precisa il sindaco “essendo area privata, i proprietari hanno diritto di poter realizzare”. Purtroppo l’esame ha attestato il pessimo stato “di salute” della ciminiera e l’enorme difficoltà di poter garantire in futuro la sicurezza e la manutenzione del manufatto, anche in cosiderazione della pericolosità per le abitazioni adiacenti. Piccola consolazione, il Comitato civico di Pineta, con il presidente Franco Magagna, ha proposto di salvare almeno un pezzo della ciminiera e riposizionarla all’interno di un parco, con una lastra che ricordi la presenza di questo elemento architettonico a Pineta. Il Comune si è impegnato a vagliare questa possibilità, seguiremo ulteriori sviluppi.

Autrice: Caterina Longo

Sport, arte, musica e viaggiare

Ama lo sport, la musica e l’arte in generale, tanto che ha frequentato numerosi corsi di disegno e di pittura. Stefano Del Piccolo è un ragioniere, ha giocato a calcio per ben quarant’anni e quando può soddisfa la sua passione: viaggiare. Ecco la Qui Intervista che abbiamo realizzato con lui.

La cosa che mi piace di me.
La coerenza.

Il mio principale difetto.
La diffidenza.

Il momento più felice.
Il bacio di mia mamma.

La persona che ammiro.
Il mio babbo. 

Un libro sull’isola deserta.
“Into the wild” di Jon Krakauer 

L’occupazione preferita.
Dipingere.

Il paese dove vorrei vivere.
In Giamaica. 

Il mio piatto preferito.
La pizza.

Non sopporto.
La violenza.

Per un giorno vorrei essere.
Un camionista.

La mia paura maggiore.
Soffrire.

Nel mio frigo non manca.
Birra e vino.

Se fossi un animale sarei…
Un panda.

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Quando ho viaggiato da solo e ho volato con il parapendio.

Il mio motto.
Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. 

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Giocare in serie A. 

I miei poeti preferiti.
Prevert, Manzoni e Goethe.

I miei pittori preferiti.
Mio zio, Kandinsky, Mirò, Monet e Klee.

Il dono di natura che vorrei avere.
L’invisibilità.

Non sopporto.
La maleducazione.

Dico bugie solo….
Per ridere e scherzare.

Dove mi vedo fra dieci anni.
A Merano. 

Il colore che preferisco.
Il blu e il verde. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo spesso.

Da bambino sognavo…
Di fare il musicista. 

Crostata alle fragole

INGREDIENTI

Pasta frolla
250 g farina 00
125 g burro freddo di frigo
100 g zucchero a velo
60 g uova (1 medio)
Scorza di un limone non trattato
700 g di crema pasticcera:
6 tuorli
45 g amido di mais (maizena)
140 g zucchero
400 ml latte intero fresco
100 ml panna fresca liquida
1 baccello di vaniglia
Sciroppo
100 g zucchero
100 ml acqua
Succo di mezzo limone
Per decorare
600 g fragole

PREPARAZIONE

1. Realizzate come prima cosa la pasta frolla. Versate la farina in un mixer, aggiungete il burro freddo ridotto a pezzetti e azionate le lame a più riprese fino ad ottenere un composto sabbioso. 

2. Aggiungete lo zucchero a velo, l’uovo leggermente sbattuto e la scorza grattugiata di un limone. Azionate nuovamente il robot per pochi istanti, stavolta abbassando la velocità così le lame misceleranno l’impasto senza frullare.

3. Non appena il composto si sarà amalgamato trasferitelo sulla spianatoia. Compattate velocemente con le mani e avvolgetelo nella pellicola trasparente e lasciatela riposare in frigorifero per almeno 30 minuti e nel frattempo preparate la crema pasticcera. 

4. In un tegame versate il latte, la panna e il baccello di vaniglia svuotato dai semini interni. I semi serviranno dopo. Accendete il fuoco e portate a sfiorare il bollore.

5. A parte in una ciotola versate i tuorli, aggiungete i semi del baccello di vaniglia e lo zucchero. Sbattete velocemente con una frusta a mano fino ad ottenere un composto omogeneo.

6. Setacciate direttamente nella ciotola l’amido di mais e mescolate. Ora eliminate il baccello di vaniglia dal tegame con il latte e la panna, prelevate un mestolo di liquido e aggiungetelo al composto di uova e mescolate con una frusta per stemperarlo.

7. A questo punto riversate il composto nel tegame, lasciate addensare a fuoco dolce mescolando continuamente con la frusta. Proseguite la cottura, senza smettere di mescolare, finché la crema non si sarà addensata.

8. Versate la crema in una pirofila e coprite con la pellicola a contatto. Fatela raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigorifero.

9. Imburrate e infarinate uno stampo da crostata di 28 cm di diametro. Stendete il panetto di pasta frolla fino a formare un disco ampio quanto il diametro della teglia, arrotolatelo sul mattarello e srotolatelo sullo stampo. Eliminate i bordi in eccesso passando il mattarello.

10. Con i rebbi di una forchetta bucherellate l’impasto sul fondo poi procedete con la cottura alla cieca: tagliate un cerchio di carta forno delle stesse dimensioni del fondo della crostata e ponetelo sopra di esso, poi aggiungete i pesetti di ceramica (o dei legumi come i fagioli) e cuocete in forno statico preriscaldato a 180° per circa 20 minuti.

11. Poi sfornatela per togliere i pesetti e la carta da forno e infornate nuovamente per 7 – 8 minuti. Una volta pronta, fatela raffreddare completamente. 

12. Nel frattempo preparate lo sciroppo, versando in un pentolino l’acqua e facendo sciogliere lo zucchero a fuoco dolce. Mescolate e quando inizierà a bollire, aggiungete anche il succo di limone filtrato e lasciate ridurre per qualche istante ancora mentre la fiamma è accesa. Trasferite lo sciroppo in una ciotolina e fatela raffreddare.

13. Poi lavate ed eliminate le foglioline delle fragole, quindi tagliatele a metà per il senso della lunghezza. Ora potete comporre la crostata: sulla base oramai fredda distribuite la crema pasticcera e stendetela uniformemente, in modo da livellarne la superficie.

14. Poi, partendo dai bordi, disponete le fragole tagliate a metà, ponete al centro una fragola intera e con le altre metà realizzate dei centri concentrici. Poi spennellate con lo sciroppo tiepido le fragole e ponete la crostata di fragole fresche a raffreddare nel frigorifero per almeno 3 – 4 ore prima di servirla, in modo che la frolla si ammorbidisca a contatto con la crema e quest’ultima si rassodi.

Il dinamismo della pallamano

La pallamano è uno sport molto dinamico che riprende alcune caratteristiche del calcio e della pallacanestro in un gioco di figure che uniscono forza ed eleganza. Durante alcune partite del campionato Italiano di Serie A Beretta, i giocatori in campo sono stati ritratti in azione dall’occhio esperto di Niccolò Dametto di COOLtour.

La vita nel grattacielo degli universitari

Com’è noto a Bolzano gli studenti universitari non hanno vita facile. Le soluzioni abitative scarseggiano e quelle che ci sono, spesso, sono così onerose da risultare quasi “impossibili”. Un’eccezione è rappresentata dal collegio UniverCity di Viale Europa, che però è inserito in un contesto che non offre praticamente nulla alla vita degli universitari.

Facendo due passi nel quartiere di Don Bosco, a un certo punto il nostro sguardo non può non rivolgersi ad un’immensa struttura di colore rosso scuro, di forma ovale, piena di vetrate, posta in fondo a Viale Europa. Ciò che lo sguardo può cogliere è solo l’aspetto esteriore della costruzione, il suo contrasto con l’ambiente circostante caratterizzato principalmente da condomini residenziali. Si tratta di una struttura nuova, appariscente, assolutamente periferica. Nell’intenzione di chi l’ha realizzata si tratta di una soluzione al problema dell’elevato costo degli affitti per numerosi studenti dell’Università di Bolzano. Ma è anche evidente che si tratta di una soluzione che poco ha a che fare con il quartiere in cui è collocata, in cui la “vita” giovanile e quindi anche universitaria è pari a zero. La realtà di UniverCity è questa. Ma abbiamo però cercato di approfondire per voi le relazioni che ci sono con il quartiere, parlando con studenti e amministratori comunali.

Vita da “fuori sede”

Nicholas frequenta il Master in Ecosocial design all’Unibz, è nato a Viterbo e ha sempre vissuto in studentati, prima a Roma e, da settembre, all’interno dell’Univercity di Bolzano. “Vista la passata esperienza positiva e il problema degli affitti nel capoluogo, ho scelto di ritornare a vivere in uno studentato. Per accedere al servizio – spiega – è sufficiente registrarsi sul sito; la selezione va in base all’ordine d’iscrizione e non è collegata all’ISEE, come nel resto d’Italia.”
La maggior parte degli studenti che vivono all’interno dell’UniverCity frequentano l’Unibz, una minoranza, invece, il Conservatorio. “Le distanze sono relativamente brevi. Ci si sposta in bus, con le linee 5 o 8, a piedi o in bici. La problematica principale – evidenzia Nicholas – non è la distanza tra l’Uni e l’alloggio, bensì l’assenza di vita, eventi e attività nei dintorni della residenza. Appena arrivato qui mi sono sembrato estraneo a questa realtà: il quartiere va bene per adulti e famiglie, meno per i giovani. Esclusa l’aula studio dell’UniverCity, non ci sono luoghi vicini riservati neppure allo studio; si frequenta il NOI, la zona in Centro o Gries. Stessa cosa per party e momenti di svago.”

Dal centro alle periferie

“Manca una piazza di quartiere” a dirlo è Alex Castellano, Presidente della Circoscrizione Don Bosco. “Intorno alla residenza universitaria, che per altro è una torre chiusa all’esterno che non prevede un dialogo con il quartiere, non c’è una spiccata vita universitaria. Il vialone alberato adiacente è bello, ma complicato da vivere se si è studenti. Gli abitanti della zona sono perlopiù adulti con famiglie.” I tentativi di apertura anche alle esigenze dei giovani, però, non sono mancati: “La competenza che potevamo spendere, l’abbiamo utilizzata per convertire un’area giochi in area fitness. Si potrebbero organizzare degli eventi, ma non è facile” continua Castellano. “L’Università – proprio tramite gli studenti di Ecosocial design – ha messo in campo diverse proposte: dalla rivista partecipativa ‘Casanova’, al ‘Salotto Don Bosco’, una piattaforma di dialogo tra i cittadini e le diverse realtà presenti nel quartiere. Credo – conclude – che manchi una visione a tutto tondo che comprenda anche quello che sarà lo sviluppo dell’Università, e la successiva accettazione della vita universitaria che si porta dietro.”

Autore: Andrea Dalla Serra

Il tennis a Gries prova a rilanciarsi

Il Tennis Club Bolzano ha un nuovo presidente: si tratta di Christoph Laichner che recentemente ha preso il posto dell’uscente Paolo Bonvicini, che ha lasciato la guida del circolo di via Martin Knoller dopo ben sedici anni di servizio. 

Un club storico e prestigioso quello del quartiere Gries, che da oltre novant’anni accoglie a braccia aperte chiunque desideri avvicinarsi a questa disciplina, tanto elegante quanto spesso sottovalutata. Anche se il vento sembra esser cambiato da qualche tempo a questa parte, complici soprattutto le vittorie dei campioni di casa nostra in giro per il mondo, che hanno alzato il livello d’interesse generale. Una tendenza registrata anche a Bolzano, dove il problema principale però rimane la carenza di campi da gioco. A confermarlo è proprio il neopresidente Laichner, che ci ha raccontato il circolo che verrà nei prossimi due anni del suo mandato.

Presidente Laichner, come sta oggi il circolo?
Siamo in una buona fase di ripresa dopo l’avvento della pandemia. Il periodo di limitazioni ci ha danneggiato e ora stiamo ripartendo con tutte le attività, anche quelle sociali. I nostri atleti agonisti sono riusciti a raccogliere ottimi risultati nel corso del 2021, regalandoci grandi gioie. I più giovani stanno crescendo bene, grazie anche alla possibilità di potersi allenare nei campi di via Parma. Ad oggi contiamo quasi 250 soci totali, tra scuola tennis e circolo, ma puntiamo a crescere sempre di più.

E il movimento tennistico altoatesino, invece?
Negli anni la voglia di giocare a tennis è cresciuta, ma purtroppo mancano i campi. Anzi, manca proprio il suolo dove realizzarne di nuovi. Per questo vorremmo insistere sul ripristino dei campi demaniali di Via Resia e Viale Druso. Certo, ci deve essere anche la voglia di investire, e al momento tutti i discorsi con il Comune sono interrotti. In generale crediamo che per lo sport bolzanino venga fatto solamente lo stretto necessario, e questo è un peccato. Ma rimaniamo fiduciosi.

Come intendete migliorare il circolo?
Ci piacerebbe soprattutto attuare alcuni interventi di riqualificazione della struttura per renderla più moderna e al passo coi tempi. Ma quello su cui punteremo maggiormente sarà il nuovo ristorante del circolo che è ormai aperto a tutta la cittadinanza. Miriamo a diventare un piccolo aggregatore urbano nel quartiere e farci conoscere anche al di fuori dell’ambito sportivo.

Ma oggi il tennis riesce ad attrarre i giovani?
In parte sì. Molti ragazzi praticano questo sport salvo poi mollare intorno ai 15 anni per poi riprendere diversi anni dopo. Nasce così un buco temporale che deve essere assolutamente colmato garantendo loro opportunità di gioco motivanti. Al contrario, è cresciuto il numero di over 50 sempre più attivi sui campi del circolo e a livello agonistico.

Non si sente spaventato dall’esplosione del fenomeno padel?
La reputo una moda passeggera, un po’ come lo era lo squash trent’anni fa. Non nascondo che sarebbe un affare avere al club anche un campo da padel, ma anche in questo caso è difficile trovare spazi per costruirli. La reputo però più un’attività da tempo libero che non credo possa rubare giocatori e talenti al tennis.

E poi c’è il talento di Jannik Sinner…
Lui ha giocato anni fa anche qui da noi e già si vedeva che era fatto di un’altra pasta rispetto ai compagni. Sicuramente può essere una figura chiave per avvicinare nuovi giocatori a questo sport, specie qua in Alto Adige. Ora dovrà essere bravo a gestire la pressione per confermarsi torneo dopo torneo. Ma il futuro non può che essere nelle sue mani.

Autore: Alexander Ginestous