Nessun oggetto sacro ha mai richiamato l’attenzione dei credenti come la Sacra Immagine della Madonna di Pietralba. Il suo santuario sull’altipiano del Regglberg fu fondato nel 1553, il convento dei Padri Serviti nel 1722. Da allora, ogni anno migliaia di devoti si sono recati nel luogo del ritrovamento della misteriosa statuetta di alabastro e, per un certo periodo, anche alla chiesa parrocchiale di Laives dov’era stata trasferita.
Il 28 maggio 1887, in occasione delle celebrazioni del centenario del suo trasferimento a Laives, apparve sul giornale “Volksblatt” un lungo articolo dedicato proprio alla piccola Pietà di Pietralba. “Già nell’autunno dell’anno precedente – scrive il giornale – è stata restaurata la chiesa e nel corso di tutto l’inverno si è provveduto ad adornarla degnamente per la grande festa.” In effetti, non è difficile comprendere cosa abbia rappresentato per un paesino rurale come Laives questa celebrazione, alla quale intervennero migliaia di persone oltre alle maggiori autorità religiose e politiche del tempo. Un evento paragonabile solo alla visita dell’imperatore. Nel 1780 morì l’imperatrice Maria Teresa e le succedette il figlio maggiore Giuseppe II, che in fatto di religione la pensava esattamente all’opposto della madre. Con le sue riforme voleva togliere gran parte del suo potere temporale alla chiesa che di fatto nei secoli era enormemente cresciuto. La sua prima iniziativa fu quella di sciogliere molti dei conventi esistenti nell’impero, e ciò senza neppure interpellare il Papa. Complessivamente chiuse oltre 700 conventi e ridusse il numero dei religiosi della metà. Il provvedimento deve aver colpito come un fulmine a ciel sereno una terra profondamente religiosa come la nostra. La maggior parte delle persone non comprese neppure il significato del provvedimento di Giuseppe. Lo subì come una castigo divino, una carestia o una malattia inevitabile. Il 12 giugno 1782 i governatori – compreso quello del Tirolo – ricevettero l’ordine di scioglimento. A Bolzano furono chiusi i conventi dei padri domenicani e delle clarisse. In un primo momento, l’imperatore si scordò di Pietralba ma nel giugno 1787 un commissario imperiale portò il dispaccio che ordinava ai padri serviti di consegnare tutti i beni di valore e abbandonare il convento, che secondo le intenzioni di Giuseppe doveva essere raso al suolo. Si tentò di salvare almeno la Sacra Immagine. In effetti, il 21 giugno arrivò da Innsbruck il permesso di trasferire la “statuetta di pietra” di Maria nella chiesa di Laives, non senza aver consegnato prima al funzionario addetto von Spreng tutti i suoi preziosi. “L’ordine fu di eseguire tutto con la massima discrezione e in silenzio e il curato di Laives dovette impegnarsi a collocare l’immagine su un altare laterale della chiesa”, ci informa il giornale. E così avvenne. Nella notte del 13 luglio, il curato di Laives Johann von Kolb prese in consegna una cassetta con il prezioso contenuto e la portò in camera sua. A mezzanotte e mezza abbandonò il convento e si diresse a piedi verso Laives, dove fu accolto dall’Anwalt (avvocato – il sindaco di allora) Johann Fulterer e dai consiglieri comunali Josef Sagmeister e Franz Plattner, che in seguito adornarono con una corona l’immagine e la sistemarono sull’altare laterale come ordinato. Il 20 febbraio 1790 morì improvvisamente Giuseppe II. Il suo successore Leopoldo II restituì al paese la libertà religiosa. Perciò il 24, 25 e 26 giugno la Sacra Immagine venne finalmente collocata sull’altare maggiore della chiesa e la festa a Laives fu la più grande e magnifica mai celebrata. Da allora, ogni 26 giugno venne organizzata una processione in onore di San Vigilio, che era considerato il padre spirituale del paese.
C’è la musica anni 80 fatta con le tastiere elettroniche, con batterie campionate in loop e refrain ripetitivi senza senso. E poi c’è il rock, quello vero, che ha trasformato riff distorti in grandi classici della musica: sarà lui il vero protagonista della serata del Live Muse che andrà in scena sabato 3 dicembre alle ore 21 al teatro delle Muse in via Dolomiti 23.
“80 voglia di rock” è il titolo dell’appuntamento autunnale dell’attiva associazione, che anche per questa occasione sfodera quattro band formate rigorosamente solo per l’occasione. Dopo il concerto estivo dedicato a Jovanotti e dopo il successo dell’anno scorso, con il tributo ai grandi del Rock anni 90, sul palco si alterneranno le ritmiche di artisti del calibro di Billy Idol, Van Halen, Scorpions, Bon Jovi, Ac/Dc, Queen e tanti altri. Come di consueto l’incasso della serata (il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro) verrà devoluto in beneficenza, ai Cacciatori di briciole dell’associazione Volontarius. Considerato il successo degli scorsi concerti, è meglio prenotare per tempo un posto, telefonando allo 0471 952650 dalle ore 9 alle 12 dal lunedì al venerdì, o via mail all’indirizzo prenota@teatrofilolaives.it
Gli artisti
Sono quattro le band formatesi per l’occasione che saliranno sul palco del Live Muse. Le diverse formazioni saranno seguite da Alex Refatti, Salvatore Spolsino, Luca Tommaseo e Alice Ravagnani. Con loro sul palco si esibirà un totale di musicisti: Marco Biolcati, Robbie Weger, Fabio Tenca, Diego Polli, Alex Refatti, Nadia Tagliapietra, Gianluca Gaioni, Ruben Cordaro, Salvatore Spolsino, Manrico Finotto, Roberta Manzini, Francesco Bianchi, Paolo Callegari, Carlo Bertacchi, Davide Frena, Alice Ravagnani, Francesco Bianchi, Matteo Bozzo e Mattia Mochen. Il banco mixer sarà guidato da Sergio Farina e le luci sono curate da Marco Ceol.
Se ne parla, lo si legge sulle cronache quotidiane, spesso è più vicino a noi di quanto non possiamo credere. Ma che cos’è davvero il bullismo? Che cosa si può fare se i propri figli sono vittime di bullismo, o addirittura se sono proprio loro i bulli e non ce ne accorgiamo? Sono domande difficili alle quali si cercherà di dare una risposta mercoledì 30 novembre alle ore 17.30 al teatro delle Muse grazie all’intervento di un vero esperto della tematica, Giuseppe Maiolo, psicologo e psicoanalista e fra l’altro anche professore di psicologia delle età della vita e psicologia dello sviluppo all’Università di Trento.
Invitato dalla cooperativa Laives Cultura e Spettacolo in collaborazione con la biblioteca, il professionista presenterà il suo ultimo libro, “Mio figlio fra bullismo e cyberbullismo. Vittima, bullo o complice?” (ed. Giunti Edu). Il volume rimanda a casi concreti ed esperienze di vita vissuta e – attraverso una serie di narrazioni e box – aiuta le famiglie a orientarsi nella complessità dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo, ad affrontare le problematiche connesse e a sostenere il proprio figlio che ne sia vittima e a intervenire in modo adeguato qualora sia bullo o complice. È suddiviso in tre sezioni. Conoscere: descrive con taglio divulgativo origine le caratteristiche dei due fenomeni; Capire: inquadra le situazioni problematiche vissute dai ragazzi coinvolti in tali dinamiche e aiuta le famiglie a comprenderle alla luce delle conoscenze acquisite; Intervenire: fornisce suggerimenti e indicazioni operative su come e cosa fare per aiutare concretamente il proprio figlio, spiegando ai genitori come sostenerlo e come intervenire, se e quando rivolgersi alle autorità e chiedere il sostegno degli specialisti. È utile dunque per conoscere le problematiche legate ai fenomeni, sempre più diffusi, di bullismo e cyberbullismo, e sapere come intervenire se ne sono coinvolti i propri figli. Nel corso della serata, dunque, il pubblico avrà modo di porgere delle domande all’esperto, discutere con lui e cercare di capire questo complicato fenomeno per riuscire, magari, a costruire degli argini. L’entrata è libera a tutti gli interessati.
Durerà poco, lo so, ma lo devo proprio dire. Della nuova legislatura appena iniziata mi hanno colpito positivamente due aspetti. Il primo è la rapidità della formazione del nuovo governo, erano anni che non ci si metteva così poco. Il secondo è ancora più clamoroso e riguarda i toni civili che hanno caratterizzato l’immediato dopo voto. Si è vista infatti poca tracotanza da parte dei cosiddetti “vincitori” e – di converso – anche poca demonizzazione e vittimismo da parte degli “sconfitti”. Paradossale è poi il fatto i toni più sprezzanti sono stati, dopo il 25 settembre, quelli del cosiddetto terzo polo che sulla carta era andato formandosi come reazione da una parte verso il tradizionale dualismo battagliero tra destra e sinistra, e dall’altro contro gli ex rappresentanti dell’antipolitica. Il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni ha confermato la tendenza – con tanto di sorrisi, cordialità, lunghi colloqui e una forma di continuità nei temi politici – che è stata subito demonizzata come presunto primo passo falso della nuova premier. A proposito: interessante è stato anche il tono del dibattito sulla “prima volta” di una donna alla presidenza del consiglio. Anche in questo caso aleggiava un paradosso: un passo in avanti impersonificato dalla nuova leader di quelli che potremmo definire i conservatori italiani. In merito tante sono state le considerazioni ma anche in questo caso il basso profilo assunto dalla diretta interessata ha contribuito a contenere i toni, lasciando le polemiche sullo sfondo. Sempre in tema di paradossi molto curioso è stato anche l’atteggiamento assunto dal partito di raccolta della nostra provincia, a fronte del governo italiano potenzialmente più nazionalista della storia repubblicana. Le vie sono infinite: una promessa di dialogo o – meglio – di trattativa, è stata sufficiente per sciogliere il ghiaccio e porre delle buone premesse, ancora una volta, all’insegna di un confronto civile. Va detto che la congiuntura – politica, economica e sociale – è forse la più difficile e delicata della storia della nostra democrazia. E risulta dunque in qualche modo comprensibile che tutti i partiti abbiamo pensato in questa fase di ricondurre le proprio posizioni nell’alveo di un confronto che possa far convergere le idee e le energie, di maggioranza e minoranza (più che opposizione) verso lo sforzo comune di far scaturire il meglio. Creando con questo le condizioni ideali anche per la formazione di maggioranze più ampie, in parlamento, in caso di nuove emergenze. In tempi cupi scegliere di parlarsi e non urlarsi è già un bel passo avanti, non credete anche voi?
Ci sono storie che ci segnano nel profondo, ci sono stagioni, come l’autunno, che ci appartengono più di altre: è un legame indissolubile, una carezza discreta, un silenzio ritrovato. Finalmente piove. Mai così tanto invocata, la pioggia, scroscia a rimpinguare le falde e a bagnare i boschi e le case, a dilavare rocce e strade; è il dolce tintinnio di tettoie e grondaie, di albe nebbiose e mattinate di coperte di nuvole. Per la gioia dei fungaioli, dopo questa ultima parentesi perturbata, tornerà il caldo, almeno dicono i meteorologi; e così anche l’ottantaquattresimo giorno di agosto – e chi ne ha più ne metta – potrà continuare imperituro. Se non esistono più le stagioni di una volta – o meglio – se esistono ancora, ma non come noi le conosciamo, giacché le anomalie climatiche rimarcano il cambiamento globale in atto, il foliage è sempre lì, pronto ad aspettare la nostra creatività nel dipingerlo e nel saperlo catturare in uno scatto e nella memoria.
L’autunno è stagione di camminate, di scoprire o riscoprire nuove mete e città e magari di vedere nel quotidiano le stesse cose, ma con occhi diversi; è la voglia di scorgere la prima neve a imbiancare le cime. La Terra è pronta con il suo asse inclinato a continuare la sua orbita, il sole a chinarsi e a flettersi avvicinandola. Come per i popoli cacciatori-raccoglitori e coltivatori-agricoltori, ai quali oramai – purtroppo o per fortuna – si ergono quelli economici-tecnologici, l’autunno è la stagione della raccolta: di zucche negli orti, degli ultimi peperoni e pomodorini sui BalconORTI e di castagne sotto le foglie cadenti e croccanti, tra gli alberi di latifoglie diretti verso il bruno, ovvero il riposo vegetativo; è la tentazione di cambiare colori senza una tavolozza ed un pennello in mano, è prestare attenzione quando si procede su sentieri, sampietrini o lastricati di letti di foglie bagnate e, di nuovo, permettere ai bambini di giocare a terra e acqua e di schizzarsi nelle pozzanghere. è il periodo in cui negli ambienti domestici fa più freddo che fuori, ma il riscaldamento tuttora non parte. Basilico, origano e maggiorana stanno ancora bene sul terrazzo. I cavoli crescono; è tempo di riscoprire casa, del cambio degli armadi, di tè caldo e melograni, di plaid e calzettoni, di farinate e strudel, di caldarroste e di torroni e di sperimentare nuove ricette dietro ai fornelli, gas ed elettricità permettendo.
Si torna a parlare di “merito”, associando questo concetto anche alla formazione e alla scuola. Ma i talenti, dice papa Francesco, sono un dono da condividere. E uno studio presentato dalla Caritas alcuni giorni fa indica come la povertà sia in buona parte “ereditaria”. Un’ascesa sociale effettiva richiede il tempo di cinque generazioni.
Soprattutto nel campo dell’istruzione si verifica che “le persone che vivono oggi in uno stato di povertà, nate tra il 1966 e il 1986, provengono per lo più da nuclei familiari con bassi titoli di studio, in alcuni casi senza qualifiche o addirittura analfabeti (oltre il 60 per cento dei genitori possiede al massimo una licenza elementare). E sono proprio i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare”. Già don Milani, nella Lettera a una professoressa scritta assieme ai suoi ragazzi, denunciava una scuola che premia i ricchi ed esclude i poveri.
Se la povertà è ereditaria, il “merito” c’entra poco. I Padri costituenti, ben consci di questo fatto, impegnarono la Repubblica (art. 3) a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È una prospettiva ben diversa da quella meritocratica. I diritti non si “meritano”, si riconoscono.
Papa Francesco, parlando al “mondo del lavoro” di Genova, pronunciò queste parole: “Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata ‘meritocrazia’. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza”.
È certamente necessario che chi si impegna venga sostenuto (e che chi fa il furbo ne paghi le conseguenze). È giusto che chi ha un talento lo possa sviluppare per il bene comune. Il talento non va premiato, ma fatto fruttare. Essere nati benestanti e intelligenti non è un “merito”. È un dono, che va investito per il bene di tutti, in particolare di coloro che partono (senza colpe e senza meriti) da situazioni di povertà e disagio.
Percorrendo la A22 da Bolzano verso Trento, nei pressi dell’area di servizio Laimburg si noterà, seminascosta dietro la montagna e il ponte che attraversa l’autostrada, una bellissima villa a ridosso del Monte di Mezzo. Immancabilmente ci si chiede, per quale motivo un edificio di tale pregio ed eleganza, così diverso da tutte le altre costruzioni della zona, si trovi in quel punto per così dire disgraziato del territorio, tra strade, autostrade, fiume e monte. Essa sembra essere collocata lì quasi per fatalità, o per un capriccio del suo proprietario.
Pochi sanno che la piccola località all’estremità meridionale del comune di Vadena si chiama Piccolongo / Piglon (o Piz-long, come dicono quelli del posto) e neppure sono interessati a saperlo – ma la villa, quasi un tocco di rinascimento italiano sotto duro il porfido bolzanino, desta sicuramente la curiosità che merita. Va anche aggiunto, che prima della costruzione dell’autostrada la casa godeva di una posizione certamente più felice e quasi fiabesca, immersa com’era nel verde sterminato dei meleti e vigneti della Bassa Atesina. Allora vederla non era facile, raggiungerla poco agevole perché si doveva percorrere la strada provinciale verso Laimburg e Ora.
La villa, che sembra appartenere ad un altro tempo e luogo, fu fatta costruire dal possidente agricolo Silvio Viesi (1866 – 1930), originario di Cles in Val di Non. Viesi aveva contribuito in maniera sostanziale a bonificare l’intera area di Piccolungo per creare la sua grande e fiorente azienda agricola. Egli fu anche deputato alla Dieta tirolese e poi fervente irredentista come quasi tutti i latifondisti della zona.
Accanto a quella di Viesi, a Vadena sorgevano le aziende dei Miori e più tardi dei Rabbiosi, che di fatto possedevano tutte le campagne tra Vadena e Ora. I Miori, originari di Rovereto, si erano insediati attorno a Birti, i Rabbiosi nella zona di Ora. Viesi occupava la fascia sotto la montagna tra Laimburg e Monte / Gmund.
La villa di Viesi, eretta praticamente sull’argine dell’Adige, fu progettata da un noto architetto trentino, Emilio Paor (1863 – 1935). Paor aveva svolto un’intensa attività soprattutto a Trento ma non di rado veniva chiamato anche in Alto Adige. Per esempio è sua la chiesa neoromanica di Gargazzone, progettata nel 1899 ed eretta con blocchi di porfido tra il 1900 e il 1902. Anche il progetto – poi non realizzato – dell’ampliamento della chiesa parrocchiale di Scena è opera di Paor.
Alla bella villa di Viesi (qui nella foto di Sergio Perdomi) la rivista “Trentinomese” ha recentemente dedicato un articolo a firma di Roberto Pancheri. Egli descrive così la costruzione: “La villa di Piccolongo è caratterizzata dall’incastro di tre corpi di fabbrica, ciascuno con propria copertura a spioventi, tra i quali svetta una torre di tre piani. Ad essa è addossata sul lato orientale un’ariosa loggia ad arcate poggianti su colonne, cui si accede tramite una scala esterna in pietra. Sopra la loggia si estende una terrazza circondata da un parapetto traforato di gusto neorinascimentale. Le finestre hanno cornici di pietra rossa e ai piani superiori assumono fogge a monofora, bifora, trifora e quadrifora. Il terzo piano della torre è ingentilito da un elegante balconcino angolare con parapetto in ferro battuto.” Quanta grazia per questo paesino.
Chi era e cosa fece Johann Kravogl, al quale è intitolata la via che si trova, nella zona artigianale, tra le vie Negrelli e Einstein? Era nato il 24 maggio 1823 a Lana di Sopra; suo padre era impiegato di cancelleria nella sede di Lana del tribunale distrettuale. Johann perse presto i genitori, ma riuscì a frequentare la scuola elementare a Lagundo. Un benevolo professore di Merano gli prestò dei libri; tramite essi Johann apprese le nozioni di base di scienze naturali, fisica e matematica. Imparò poi il mestiere di fabbro nell’officina di uno zio a Imst nel Tirolo del Nord.
Fermatosi a Zams nella Valle superiore dell’Inn, nel 1844, a 21 anni, ebbe successo il suo primo esperimento, un modello di locomotiva azionata da aria compressa. Recatosi a Vienna e a Monaco di Baviera, ogni momento libero lo utilizzava per dedicarsi allo studio del magnetismo, dell’elettricità, dell’ottica e dell’acustica. Stabilitosi nel 1857 come meccanico nel quartiere Wilten di Innsbruck, nel 1860 il professore von Waltenhofen lo stimolò a costruire una pompa pneumatica a mercurio; fu tale pompa che gli fruttò il titolo di meccanico universitario regio imperiale. Altra sua opera, del 1867, fu il motore elettrico. Nello stesso anno presentò alcune sue opere all’esposizione universale di Parigi, ottenendo la medaglia d’argento. Un’altra invenzione fu un fucile a fuoco veloce, che offriva una rapidità trenta volte maggiore di quella del fucile in uso nell’esercito austriaco. Altre invenzioni furono: una pressa litografica, un condensatore di potenza per alta tensione, un campanello elettrico. Nel 1884 si trasferì dal Burgraviato a Bressanone, dove, affiancato da un nipote, allestì una piccola officina. Johann Kravogl morì, senza figli, dopo lunga malattia polmonare, nel giorno di Capodanno del 1889; fu sepolto nel cimitero di Bressanone. Gli hanno dedicato una strada anche i Comuni di Bressanone, Lana, Marlengo, Merano, Parcines, ma pure le città di Innsbruck, Salisburgo e Vienna.
Il barometro dell’economia realizzato ogni tre mesi dall’Istituto per la Promozione dei Lavoratori ha messo in evidenza le caratteristiche peculiari della crisi economica in Alto Adige. Il lavoro non manca, ma i salari non sono adeguati al costo della vita e all’inflazione che cresce.
La provincia di Bolzano è un territorio con caratteristiche peculiari rispetto al resto d’Italia ed anche rispetto ai vicini paesi di lingua tedesca. Tale tendenza è ben evidenziata anche dalla situazione economica, recentemente “fotografata” da AFI-IPL. Il “barometro” realizzato dall’Istituto per la Promozione dei Lavoratori che unisce le forze di sindacati e provincia di Bolzano, è basato soprattutto sulle considerazioni e le impressioni dei lavoratori dipendenti, attraverso un loro campione rappresentativo che viene intervistato in merito ad una serie di parametri. Tali osservazioni poi vengono confrontate con i dati reali dell’economia locale. Quella che vi proponiamo è l’analisi dell’ultima edizione del barometro, realizzata insieme al direttore di AFI-IPL Stefan Perini.
L’INTERVISTA
L’attuale situazione economica come la potremmo descrivere?
Il 2022 è un anno del quale tutto sommato possiamo essere più che soddisfatti, considerando il quadro che ci circonda caratterizzato da guerra in Ucraina, difficoltà di approvvigionamento per quanto riguarda le materie prime e crisi energetica. I fondamentali dell’economia altoatesina vanno quasi ovunque in una direzione positiva. L’occupazione è in aumento e la disoccupazione è bassissima. Il commercio estero va a gonfie vele, il turismo è in forte ripresa e è tornato quasi ai livelli pre crisi. L’economia è in ripresa e noi per l’anno in corso stimiamo un aumento del prodotto interno lordo pari al 3,5%. Siamo dunque in linea con quello che hanno stimato l’agenzia statistica provinciale e l’istituto di ricerca economica della Camera di Commercio.
Queste sono le luci. E le ombre?
Abbiamo un problema con un indicatore che dà filo da torcere a tante famiglie, si tratta dell’inflazione. Ha iniziato la sua corsa un anno fa e si pensava che fosse una cosa temporanea, legata alla ripresa. E invece oggi siamo di nuovo a due cifre, ovvero al 10,8%. Dobbiamo ricordare che Bolzano già di per sé è un territorio con prezzi elevati. Si stima che a Bolzano il costo della vita sia del 20-22% superiore rispetto al livello nazionale. In sostanza quello che costa 100 in Italia, da noi costa 122. Da noi è più alta anche l’inflazione, parametro che riflette la dinamica dei prezzi nei 12 mesi. In Italia è all’8%, rispetto al nostro 10,8. La perdita di potere d’acquisto dunque risulta notevole. Naturalmente l’inflazione non sarebbe così un problema se ci fosse un pari adeguamento dell’entità delle retribuzioni. Cosa che non accade: gli stipendi sono fermi. O per lo meno sono al palo tutti gli stipendi di coloro che non hanno la possibilità di scaricare in qualche modo questo aumento dei prezzi sui loro prodotti o servizi. Siamo molto preoccupati. In un certo periodo nella storia italiana c’è stato l’adeguamento degli stipendi all’inflazione attraverso il meccanismo della scala mobile. Ora questo avviene molto meno e quindi i più penalizzati da questa situazione sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. In realtà però anche per quanto riguarda l’inflazione ci sarebbe uno spiraglio positivo.
Quale?
A livello internazionale ci avviamo ad una recessione; il prossimo anno anche paesi come Cina e Stati Uniti cresceranno di meno. E prossimamente diminuirà anche la domanda di prodotti petroliferi e gas, infatti molti paesi hanno riempito le loro riserve per passare questo inverno. La bolla inflattiva potrebbe quindi sgonfiarsi pian piano e si potrebbe tornare già entro la fine dell’anno ad una percentuale ad una cifra. Per il 2023 poi gli istituti di ricerca prevedono infatti un’inflazione tra il 5 e l’8%. Questo però non significa che i prodotti costeranno di meno, ma solo che i prezzi aumenteranno di meno.
Quindi in sintesi cosa possiamo dire, guardando al 2023?
Che abbiamo una situazione sdoppiata. Per descriverla abbiamo pensato di utilizzare la formula: il mercato sorride e il portafoglio piange. Il mercato del lavoro ci conforta: non si prevede infatti una disoccupazione in aumento nei prossimi 12 mesi in Alto Adige. I lavoratori altoatesini percepiscono il loro posto di lavoro come sicuro. E pensano che anche se lo perdessero avrebbero ottime possibilità di trovarne un altro. Quindi il mercato del lavoro con ogni probabilità continuerà ad essere un punto di forza e stabilizzazione anche nel prossimo futuro per l’economia altoatesina. I lavoratori dipendenti però pensano che l’economia prossimamente peggiorerà, tra giugno e settembre questo indicatore specifico ha perso il 23% del suo valore. Altri indicatori segnalano una maggiore difficoltà da parte dei lavoratori nell’arrivare a fine mese con le spese previste. Il 46% delle famiglie dicono di fare fatica o molta fatica.
Quest’ultima è una percentuale altissima, se pensiamo che stiamo parlando dell’Alto Adige.
E’ il massimo storico. Da 10 anni in qua non abbiamo mai avuto queste percentuali nel barometro dell’economia. Le famiglie vedono un peggioramento anche per quanto riguarda il loro sviluppo economico e la capacità di risparmio. Oggi solo una famiglia su tre dice che riuscirà a mettere da parte dei soldi. Questo vuol dire non solo che le persone sono al limite, ma che stanno anche intaccando le loro riserve.
Quindi in sintesi: i lavoratori non temono per il proprio lavoro ma vedono che sono pagati troppo poco per poter far fronte al crescente costo della vita.
Proprio così. Il crollo del potere d’acquisto in futuro potrebbe portare ad un calo dei consumi, che al momento non si vede. Per il futuro occorrerà vedere su cosa i lavoratori decideranno eventualmente di risparmiare.
Ci sono preoccupazioni anche per quanto riguarda la stagione turistica invernale.
Sì. Abbiamo meno soldi, ma questo vale anche per i germanici e i cittadini del resto d’Italia, che sono i principali clienti del turismo in Alto Adige. L’inflazione è un fenomeno europeo.Nel prossimo futuro potrebbero esserci anche problemi nel settore dell’edilizia, che in queste situazioni è uno dei primi ad essere penalizzato.
Per proteggere il potere di acquisto dei lavoratori che cosa può fare la politica?
Non possiamo solo affidarci alla politica, in queste situazioni. Qualsiasi pacchetto di aiuti si metta in campo non sarà mai in grado di controbilanciare queste dinamiche. L’unica possibilità è intervenire sulla dinamica salariale, che in Alto Adige è tradizionalmente bassa. Poi per le fasce più a rischio povertà si possono eventualmente pensare dei programmi specifici, aumentando i contributi per le spese accessorie alla casa. Siamo invece sempre molto scettici, riguardo agli aiuti una tantum.
Cosa possiamo dire per quanto riguarda i giovani?
Fanno molta fatica a trovare casa ma hanno anche la grande opportunità di trovare un buon lavoro. Hanno una vasta scelta perché c’è moltissima richiesta. Piuttosto il problema per loro è riuscire a stabilizzarsi, perché in Alto Adige abbiamo una quota troppo elevata di lavoro a tempo determinato. Su 100 contratti più di 30 sono a tempo, c’è troppo precariato. Poi i salari non sono così attraenti, per questo molti giovani preferiscono andare a lavorare all’estero.
IL BAROMETRO
Ogni trimestre IPL si muove per avere il polso della situazione, capendo come stanno le famiglie dei lavoratori dipendenti, quali sono i loro problemi e qual è il loro clima di fiducia relativamente all’economia complessiva. è un po’ l’altra faccia di quello che fa la Camera di Commercio tastando il polso delle imprese.
L’ indagine di IPL si basa su un campione di 500 lavoratori rappresentativi tra gli ormai quasi 220mila residenti in Alto Adige. L’indagine si svolge quattro volte all’anno nelle prime tre settimane dei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre. Gli ultimi giudizi sono dunque stati rilevati nei primi 20 giorni del mese di settembre 2022.
Il nucleo del barometro sono gli esiti di questo sondaggio, ma si vanno anche ad analizzare una serie di altri dati amministrativi, cercando di contestualizzare il tutto osserrvando come questi giudizi si inseriscano nel quadro nazionale e internazionale. Vengono anche considerati i dati dell’economia locale: il numero di occupati, il tasso di disoccupazione, l’export e l’import, gli andamenti turistici, la dinamica del mercato del credito.
Insomma: il clima di fiducia dei lavoratori dipendenti viene riportato in un quadro complessivo.
Bolzano, con tutta l’offerta musicale e culturale che le si rovescia addosso ogni anno, non è propriamente una città “friendly” nei confronti della musica giovane: gli operatori del settore (Musica Blu, Pippo.Stage, fino alla rinata Liederszene 2.0) si inventano situazioni al limite del possibile per offrire iniziative appetibili e valide, ma quello che è sempre mancato e continua a mancare sono degli spazi dedicati.
Da parte delle amministrazioni sembra non esserci alcun interesse in questo senso, pensiamo a strutture come il defunto Ku.Bo, pensiamo all’Ex Novo Masetti, letteralmente ucciso dalla Provincia per dare spazio ad una nuova struttura che non è mai decollata come avrebbe dovuto.
La colpa però non va del tutto attribuita alla politica. Anche il pubblico ha le sue belle responsabilità. Ma non è sempre stato così, per quanto riguarda gli spettatori.
Vorremmo qui concentrarci in particolare sulla musica giovane, quella suonata e fruita da ragazzi tra i sedici e i trent’anni, età fatidica, secondo un adagio dei ragazzi degli anni sessanta, oltre la quale non si era più credibili o affidabili agli occhi dei più giovani.
Negli anni sessanta le band bolzanine potevano contare su un pubblico di coetanei e coetanee davvero robusto, i complessini avevano la loro tifoseria e venivano portati in palmo di mano, sia che si esibissero ad un cosiddetto tè danzante, sia che fosse un concerto propriamente detto.
Negli anni settanta le band avevano cominciato ad essere un po’ manager di sé stesse, anche in virtù del fatto che la fame di eventi era sempre più forte: i gruppi stranieri disertavano l’Italia perché imperversavano gli autoriduttori, di artisti nazionali a Bolzano ne arrivavano davvero pochi, il che lasciava spazio all’inventiva delle band che si organizzavano veri e propri eventi. Un concerto organizzato a Termeno dall’associazione Admiral in un lunedì di Pasqua riuscì a convogliare presso la sala parrocchiale del paese quattro gruppi: Artificial Joy, Anonym, Mad Company e Temple Caravan. Si aspettavano un pubblico di duecento persone, invece ne arrivarono seicento! Ed erano ragazzi che proponevano musica originale. Negli anni ottanta ci sono state kermesse come l’Altrockio e nei novanta i concorsi come Primo Palco, ma oggi?
Numeri del genere le band se li sognano: ma ciò non vale per chi fa musica altrui, che si tratti di generiche cover band, di gruppi specializzati in repertori anni ’80 o di tributi ad un solo musicista.
Ci sono però i “like” di facebook, youtube, instagram: la musica dei ragazzi arriva a molte più persone, è vero, ma quanto valgono?
Non molto secondo noi. Cantautori e band postano un video, nel giro di poco hanno centinaia, a volte migliaia di “mi piace”, ma chi ascolta le canzoni fino in fondo? E quelli che mettono il pollice in su o il cuoricino vicino al post, dove sono quando i ragazzi si esibiscono dal vivo davanti ad un pubblico sparuto?
Probabilmente sono davanti al monitor del PC o peggio, davanti allo schermo dell’i-phone a mettere distrattamente altri cuoricini a canzoni ascoltate forse fino a metà.
Il discorso ovviamente non vale per tutti, ci sono band come la Homeless e gli Shanti Powa che il seguito ce l’hanno davvero, ma è anche vero che loro non sono più tanto ragazzini.
Le scuole di musica sfornano ogni anno giovani talenti, molto preparati, molto tecnici, molto bravi. La paura è che un giorno tutto questo talento rimanga lì ad appannaggio di pochi o di nessuno, fine a sé stesso, senza un pubblico che ne possa fruire. Uno spreco dunque.
Che merita una riflessione, sia da parte dei giovani musicisti, che dei loro coetanei, che delle amministrazioni.