Il “passaggio” dedicato a Walter Tobagi

Sono molti gli inquilini degli edifici, di edilizia agevolata o privati, a transitare per il “Passaggio Walter Tobagi”, collegante viale Europa al “Passaggio Norma Cossetto”; ma quanti sanno chi era e cosa fece Walter Tobagi? Era nato il 18 marzo 1947 San Brixio, frazione di Spoleto; aveva otto anni quando la famiglia si trasferì a Bresso (Milano). Già frequentando il Liceo ginnasio “Giuseppe Parini” di Milano il giovane Walter mostrò doti di giornalista, come redattore del giornale della scuola, “La Zanzara”. Dopo il Liceo iniziò la carriera di giornalista all’ “Avanti” di Milano, ma dopo pochi mesi passò al quotidiano cattolico “Avvenire”.  In entrambi i giornali trattò diverse tematiche, ma crebbe l’interesse per i temi sociali, per la politica e il movimento sindacale. Il 14 aprile 1971 si sposò con Maristella Oliviero; Luca nacque nel 1973, Benedetta nel 1977; la figlia seguì le orme del padre come brillante e seria giornalista professionista. Non trascurando i temi economici, Walter Tobagi dedicò attenzione anche alla politica estera. Ma furono le vicende del terrorismo ad impegnarlo maggiormente; seguì le prime azioni delle Brigate Rosse, quanto facevano i gruppi estremisti di Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia. Passato nel 1972 al “Corriere della sera”, Tobagi mostrò le sue doti di inviato in fatto di terrorismo, come cronista politico e sindacale. Erano gli anni di piombo: Brigate Rosse, Prima Linea e altre bande armate furono protagoniste di vicende luttuose. Analizzando i laboratori del terrorismo nelle realtà urbane, come Milano, Genova, Torino, Tobagi denunciò i pericoli che il fenomeno terroristico si radicasse nelle fabbriche e in altri luoghi di lavoro. Il 27 maggio 1980 aveva presieduto un incontro al Circolo della stampa di Milano, sul tema della responsabilità del giornalista di fronte all’offensiva dei gruppi terroristici. Riferendosi alla lunga serie di attentati, ebbe a dire: “Chissà a chi toccherà la prossima volta!” Toccò a lui! Infatti, alle 11 del 28 maggio, dei colpi di pistola, sparati da Mario Marano e Marco Barbone, posero fine alla vita del giornalista Tobagi.

Autore: Luca Sticcotti

Feline Melinda:il metallo non smette mai di ruggire

Nella nostra regione abbiamo avuto il metal granguignolesco degli Skanners, ma il metal locale ha avuto tra i suoi alfieri anche gli Still Blind dei fratelli Giovanett e, sempre in Bassa Atesina, i Feline Melinda, tutt’ora vivi e scalcianti col loro heavy rock dai toni più melodici e romantici. È notizia di questi giorni che l’interesse nei loro confronti è tale che una piccola etichetta veneta ha deciso di pubblicare un dieci pollici in vinile con i brani del primo demo inciso da Rob Irbiz e soci.

Cosa determina realmente il successo di un gruppo? Quali sono i fattori che ci permettono di stabilire se la sua musica abbia fatto breccia o meno, se abbia lasciato il segno?

Non sono certo i like su facebook o le visualizzazioni su youtube.

No, quello che ci dà un tangibile riscontro riguardo al fatto che un gruppo ha lasciato una traccia, seppur minima, è il tempo. Solo il tempo.

E il tempo, magari con le sue tempistiche – vi piace il gioco di parole? – la dice senz’altro lunga sul fatto che tra coloro che a distanza di anni sono rimasti nella memoria del pubblico, ci siano i gruppi di heavy metal, quello classico, quello che ha spopolato negli anni ottanta, prima di soccombere all’inserimento di porcherie elettroniche (pensiamo agli orrendi Europe), ai capelli cotonati e, soprattutto, all’arrivo del grunge, che sul finire del decennio fece letteralmente piazza pulita del metallo ruggente e pesante.

Piazza pulita per modo di dire: quelli che lo facevano per moda o per comodità sparirono, ma chi ci credeva, chi dell’heavy metal – che vi piaccia o meno – aveva fatto il suo credo, ha continuato a proseguire per la sua strada. Tanto che nell’ultima ventina d’anni si può dire che, seppur in tono minore rispetto agli anni ottanta, i vecchi protagonisti sono tornati alla ribalta, a suonare con largo seguito, a partecipare a festival e fare dischi.

“Si tratta di un’edizione speciale, a tiratura limitata e numerata – ci racconta con orgoglio Irbiz dei Feline Melinda –, a cura della AUA-Records, che ha dato il via alla collana di dischi Italian Metal Heroes, che per l’occasione ripropone i demotape dei gruppi del periodo 1980-90 su vinile. Praticamente una specie di memoria storica indirizzata a collezionisti e cultori di quel periodo in cui autentici gruppi di pionieri del metal/hard rock italico cominciarono a farsi conoscere e apprezzare. Pochi mezzi e tanta passione che hanno caratterizzato quegli anni in cui l’Italian Metal non veniva preso troppo sul serio oltre i nostri confini.”

Col tempo però quei confini sono crollati e i metallari italiani, Feline Melinda inclusi, si sono fatti apprezzare, dopo il primo demo recuperato sul dieci pollici della AUA-Records il gruppo si recò in Germania per registrare il disco d’esordio, a sua volta oggetto di una ristampa digitale alcuni anni fa su etichetta Mygraveyard.

“Il demotape – prosegue Irbiz – si chiamava Praeludium e lo abbiamo registrato a Ora in un piccolo studio nel 1987, con l’allora line up che comprendeva Helmuth Giovanett alla batteria, Andy De Santis al basso e me alla chitarra e voce. Lo studio era di Erich Dibiasi a Ora, Erich era stato uno degli Anonym, formazione in voga a fine anni settanta nella Bassa e aveva ricavato lo studio nella sua cantina: ci fece il favore di registrare il demo perché era un collega della mia morosa di allora! Quanto all’idea di documentare i primi passi delle band storiche da parte di AUA-Records mi è piaciuta tantissimo, perché solitamente chi ti propone un’operazione di questo tipo ti fa pagare, e non poco. Al Veneto Rock Festival, dove abbiamo suonato l’anno scorso, abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente Luca e lo staff di questa piccola azienda, e posso confermare che ci vorrebbe molta gente in più che fa le cose anche con il cuore e tanta, tanta passione. Non diventeranno mai ricchi con queste operazioni nostalgiche, ma il loro intento è promuovere e mantenere vivo il rock duro made in Italy di allora. Oggi si guarda in primis ai numeri dei like, alle vendite, ai follower. Peccato, perché lo spirito dovrebbe innanzitutto concentrarsi sull’amicizia, la condivisione di una passione, la stima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le opzioni “siciliane” dell’Unterland

Dopo il trauma del 1919, con l’annessione forzata all’Italia e la politica di snazionalizzazione imposta dal fascismo, un’ulteriore sciagura colpì le famiglie sudtirolesi nell’imminenza della seconda guerra mondiale. L’Italia fascista e la Germania nazista volevano evitare che la “questione sudtirolese” incrinasse il patto d’acciaio tra Roma e Berlino e così due delegazioni sotto la guida di Heinrich Himmler si incontrarono a Berlino il 23 giugno 1939 per concordare le modalità di trasferimento della popolazione sudtirolese “nella vecchia patria”. Insomma, il territorio al Duce, il popolo al Führer.

Tutta la seconda parte del 1939 fu caratterizzata da laceranti confronti sulle cosiddette opzioni. Abbandonare l’amata heimat per un futuro incerto o rimanere e perdere il diritto alla propria identità culturale? Si divisero le comunità, le famiglie, lo stesso clero cattolico, in gran parte ostile al regime nazista. Il canonico Michael Gamper e altri sacerdoti, insieme agli attivisti del Deutscher Verband, si adoperarono con tutti i mezzi per convincere le persone a optare per la heimat. Il VKS, al contrario, forse infiltrato da attivisti nazisti, promosse una massiccia campagna a favore del trasferimento. Trasferimento si, ma dove? Non c’era chiarezza, sul punto, l’accordo era soltanto verbale. Si parlò di una terra in Galizia, dove i nazisti avevano intenzione di espellere i contadini polacchi, della Boemia, dell’Alsazia, addirittura della Crimea. 

La Bassa Atesina – o zona mistilingue, come veniva chiamata dal regime – fu dilaniata dall’atroce alternativa. Innanzitutto furono colpiti coloro che avevano già la cittadinanza tedesca: costoro erano i primi a dover “rientrare in patria”. Ma si trattava di contadini, artigiani, professionisti radicati da molto tempo nel territorio. Si sperò che il decreto valesse solo per la provincia di Bolzano e non per quella di Trento, di cui faceva parte la Bassa Atesina. Ma l’illusione svanì ben presto. Anche tra Salorno e Laives gli “alloglotti” dovevano abbandonare il suolo italiano. Gli altri cittadini erano increduli, volevano vedere “nero su bianco” quale fosse il loro destino. Indubbiamente molti avevano sperato che Hitler potesse “riscattare” l’Alto Adige per riunirlo alla vecchia madrepatria austriaca, nel frattempo inglobata nel Reich. Ma Hitler, al contrario, aveva “venduto” senza batter ciglio i Sudtirolesi e la loro terra.

La prima reazione in Bassa Atesina fu una sorta di resistenza passiva: non si era disposti ad accettare l’aut-aut, a farsi cacciare dalla proprie case e terre. In ogni paese si formarono gruppi di “ostili” al patto nazi-fascista. Tutto cambiò quando iniziò a circolare la voce che il regime avrebbe costretto i “politicamente sospetti” che avevano optato per la cittadinanza italiana a trasferirsi sotto la linea del Po. Nacque, forse ad opera del prefetto Mastromattei, la cosiddetta “leggenda siciliana”, secondo la quale i contadini sudtirolesi avrebbero dovuto trasferirsi in Sicilia. “Hinaus oder hinunter” era l’alternativa, “fuori o giù”. A quel punto, gli umori mutarono. Il regime comunicò di aver raccolto i nomi di tutti i “sospetti” che dovevano scendere sotto il Po: si parlò di 300 persone a Termeno e altre centinaia a Magrè, Salorno, Egna, Cortaccia e negli altri paesi. A Magrè furono espropriati a favore dell’ERA 11 ettari di terreno in mano ai contadini più poveri. 

Se inizialmente il regime aveva tentato di “spingere” i sudtirolesi oltre il Brennero, all’improvviso, nell’imminenza della scadenza del termine fissato per il 31 dicembre, l’indirizzo mutò radicalmente. Si tentò di trattenere le persone con promesse e ostacoli burocratici. Centinaia di carabinieri vennero inviati anche nei paesi più piccoli per dissuadere i padri di famiglia dall’opzione tedesca. Evidentemente, non si voleva andare incontro a una “sconfitta” epocale che avrebbe messo a nudo la politica illiberale del regime. Chi aveva un cognome italiano fu costretto a rimanere, gli altri invitati a produrre sempre nuovi documenti difficili da ottenere. Alla fine, se nel resto della provincia l’opzione per la cittadinanza tedesca si avvicinò al 100%, in Bassa Atesina le cifre furono più modeste: 75% a Magrè, 77% a Cortina, 30% a Salorno, 56% a Cortaccia. Complessivamente, l’86% optò per la cittadinanza tedesca. Alla fine, meno di un terzo si trasferì veramente in Tirolo, Baviera e Vorarlberg, gli altri rimasero nei propri paesi. Circa 20000 persone emigrate tornarono in Alto Adige dopo il 1945.

Autore: Reinhard Christanell

Il veterano Micheletti

Eugen / Eugenio Micheletti era nato nel 1859 a Laives e all’epoca dell’intervista rilasciata alla “Alpenzeitung” (12 febbraio 1937) aveva compiuto la veneranda età di 78 anni. La foto sbiadita in bianco e nero pubblicata sul giornale ci mostra un viso fiero e allegro con un folto barbone bianco. Ricorda, il buon Eugenio, il famoso Popeye o Braccio di Ferro. In testa porta il caratteristico berretto dei vigili del fuoco.

Micheletti racconta di essere stato per oltre 57 anni membro del locale corpo dei vigili del fuoco. In quanto tale, era un dei più vecchi esponenti del corpo a livello provinciale. Era entrato nei vigili del fuoco di Laives all’età di 21 anni, nel 1880. All’epoca Laives era un piccolo paesino rurale alle porte di Bolzano e contava qualche decina di case e un migliaio di abitanti. I vigili del fuoco erano stati fondati un anno prima da Alois Ebner e Micheletti era stato tra i suoi primi membri insieme a Josef Ebner, Peter Pfeifer, Franz Scandella, Dominikus Niedrist, Daniel Negri, Johann Abram e Caesar Curzel. 

“Quand’ero giovane – racconta Micheletti – era un onore fare parte dei vigili del fuoco, e tutti i ragazzi del paese ambivano a tale carica. Ovviamente l’equipaggiamento a nostra disposizione si limitava a pochi attrezzi che riuscivamo a recuperare in campagna, a qualche scala e dei secchi.” Grazie alla sua dedizione e forza fisica, indispensabile per azionare manualmente le pompe, Micheletti divenne pompista responsabile e tale rimase fino al 1931. Divenne quindi membro onorario del corpo e in suo onore fu celebrata una grande festa. 

L’intervento più importante ricordato da Micheletti fu il devastante incendio che aveva colpito il paese di Egna nella Bassa Atesina alla fine del vecchio secolo. “Tutti i pompieri dei paesi vicini erano accorsi e con i mezzi allora a nostra disposizione ci recammo anche noi di Laives a Egna. Quando arrivammo, tutto il paese sembrava avvolto dalle fiamme e pochi credevano di riuscire a salvare qualcosa. Un forte vento aveva contribuito a diffondere le fiamme e inoltre c’era in quel periodo una notevole carenza di acqua. Per molte ore azionai le nostre pompe manualmente finché anche gli ultimi resti dell’incendio non furono domati. Fu un vero miracolo riuscire a dominare quel fuoco e portare in salvo la popolazione. Ci vollero decine e decine di uomini volontari e noi di Laives fummo sempre in prima fila. Non potrò mai dimenticare quel terribile incendio.”

Poi Micheletti ricorda gli altri interventi a cui aveva partecipato a Laives e nei paesi vicini di Bronzolo e Vadena. Spesso i pompieri di Laives venivano chiamati anche a Bolzano. “I pompieri di oggi sono tutti bravissimi ragazzi – racconta – ma certo loro sono facilitati nel loro compito dall’attrezzatura che hanno a disposizione. Quando risuona l’allarme salgono in macchina e raggiungono la sede del corpo in pochi minuti – sorride Micheletti – mentre noi dovevamo correre a piedi o in bicicletta o andare in cerca dei cavalli che pascolavo nei campi. Una volta sul posto basta azionare il motore delle pompe che così possono svolgere il lavoro di molti uomini.”

Ricordiamo che la prima pompa a motore fu acquistata nel 1923, il primo autoveicolo nel 1928. Nel 1929, sotto la guida del comandante Josef Koch, fu allestito il primo vero magazzino al pianterreno della canonica in via Pietralba, dove rimase per diversi decenni prima di stabilirsi in un caseggiato alle spalle del vecchio municipio.

Autore: Reinhard Christanell

Lo scultore dei Krampus

Come spesso accade, le grandi passioni si manifestano per caso, da una semplice curiosità, da un interesse. Così è stato anche per Luca Pojer, classe 1993, scultore specializzato in maschere da Krampus, originario di Salorno. 

// Di Daniele Bebber

Luca Pojer lavora in uno spazio sotto un condominio, ma totalmente indipendente e soprattutto che già ha conosciuto l’arte. “Prima era un laboratorio gestito da due restauratori. I proprietari si sono ritirati dall’attività e sono venuti a chiedermi se mi interessava comprarlo”, racconta; così lacche, dorature e tutto ciò che può servire per la sottile arte del restauro hanno lasciato il posto a scalpelli e legno prevalentemente di cirmolo, in grado di creare un “ambiente” a cui Pojer ormai è abituato. 

Chi varca per la prima volta la soglia del suo laboratorio rimane infatti investito da quel profumo tutto naturale che funge un po’ da biglietto da visita per il giovane scultore. Pojer si impegna tutto l’anno per trovare l’opera giusta, ricercando l’originalità, ed ogni sua creazione è decisamente un pezzo unico.

“Diversamente dagli scultori austriaci che ne producono tante in un anno, io punto molto sullo studio artistico per rendere la maschera unica, certificata e più realistica possibile. Soprattutto voglio che sia leggera alla vista, puntando molto sull’uso dei colori, sui dettagli del volto e applicando diversi materiali naturali – spiega  – Uso corna vere o in resina, a seconda della richiesta del cliente. Per fare le barbe uso pelo vero, code di cavallo e di yak, e pelo di capra”.

Luca Pojer, partiamo dal principio del suo percorso: com’è nata questa passione di realizzare maschere da Krampus?

Avevo capito che poteva essere il mio mestiere già sui banchi dell’Istituto d’arte di Trento: il tema dell’anno per superare l’esame di Terza e diventare dunque maestro d’arte chiedeva di modellare in argilla una maschera sul modello di quelle che appaiono sopra i portoni di molti palazzi nei centri storici cittadini. Io però avevo deciso di riprodurre una maschera del mio territorio, una maschera da Krampus. Ne ho trovata una in un mercato, l’ho fotografata ed ho provato a modellarla. Mi è piaciuto talmente tanto che ho iniziato a studiare per poi scolpirle da solo, in cantina.

E dopo l’Istituto d’arte? 

Mi sono diplomato in pittura, a Trento scultura non c’era. Poi mi sono iscritto all’accademia d’arte di Verona, dove ho studiato modellazione per tre anni. Gli ultimi due li ho frequentati a Carrara, dove ho studiato scultura su marmo e ancora modellazione.

Ma a scolpire il legno di cirmolo, materiale da sempre prediletto perché ben lavorabile e sempre a portata di mano, non glielo ha insegnato nessuno. Per cui si può dire che è quasi un’autodidatta…

Faccio anche qualche lavoro in marmo, però è un materiale complesso e pesante. L’argilla e il gesso sono buoni per creare gli studi preliminari, non sono materiali da esterno. Il bronzo è parecchio costoso, il legno invece è un materiale da Stube, sta in qualsiasi posto, mi trovo molto bene e costa meno. Poi, chiaramente, dipende cosa si vuole realizzare.

In dieci anni di esperienza in questo mondo, quali sono la maschera e la scultura più particolari che ha realizzato?

Per la scultura ho progettato e realizzato un controsoffitto per un’abitazione privata. Ho raffigurato la maturazione della mela, in quanto i miei clienti, oltre ad essere imprenditori agricoli, hanno una casa in mezzo ai meleti. Se penso alle maschere, sicuramente quella più particolare che mi viene in mente l’ho realizzata per il nuovo dentista di Salorno: l’anno scorso mi ha chiesto una maschera con gli occhiali, perché lui porta gli occhiali, da appendere nel proprio studio. È realizzata solamente con legno, cuoio e resine; la parte più difficile è stata proprio realizzare gli occhiali, che già da soli sarebbero stati già una bella opera.

Prospettive per il futuro?

Continuare a lavorare nel settore delle maschere, anche se mi piacerebbe tanto riuscire ad avere un po’ più di spazio anche per le mie sculture. Vorrei aprire un esercizio in cui posso avere delle commissioni anche per le opere d’arte, che a me piacciono molto e dove potrei sfogare la mia creatività a tutto tondo.

Autore: Daniele Bebber

Il rapporto costruttivo tra medico e paziente

La serata era prevista per il 7 aprile, tanto che per le strade della città si possono scorgere gli inviti con questa data; ma in realtà la conferenza organizzata dal Centro di Tutela dei Diritti del Malato Alto Adige Odv insieme a Maria Luisa Bucella e “Sipario Amico” è stata spostata al 27 aprile con inizio alle ore 17.30 presso la Sala Civica di Merano in Via Otto Huber 8.

Il tema della serata è decisamente d’attualità ed è rivolto ad un pubblico ampio: si parlerà infatti dell’importanza che il medico ed il cittadino – paziente costruiscano un rapporto costruttivo, elemento questo che permette una migliore aderenza alle terapie. “La comunicazione nel rapporto medico-paziente è fondamentale per creare una relazione interpersonale sana e per la buona riuscita del processo di guarigione; occorre quindi curarne la forma e i contenuti – afferma Maria Luisa Bucella – Avremo la fortuna di avere relatori di grande qualità ed esperienza: ci sarà Franco Perino, già vice primario di dermatologia dell’ospedale di Bolzano, Christian Wenter, primario della geriatria di Merano e Ernst Oberschartner, medico di base di Merano”.

A moderare la serata ci sarà Stefano Mascheroni, Coordinatore generale del Centro di Tutela dei Diritti del Malato. 

Stefano Mascheroni, Cosa significa “rapporto medico-paziente”?

Il rapporto medico – paziente è quella particolare relazione che si instaura tra un medico (o, usando una espressione di più ampio respiro, un professionista sanitario) ed un paziente a partire da uno stato di malattia di quest’ultimo e che è caratterizzata da specifici doveri e diritti morali e giuridici. È un rapporto asimmetrico in cui la parte più vulnerabile è il paziente, il quale è dipendente dalla competenza e dal potere del medico. 

Perché è importante che tale rapporto sia “buono”?

Si tratta di una responsabilità che sta in entrambe le parti: da una parte il cittadino – paziente che vive certamente una situazione di difficoltà e disagio che cerca nel professionista una sponda forte per superare il momento deve dare fiducia al professionista e con lui confrontarsi serenamente; dall’altra il professionista che deve avere la capacità di interpretare la persona che ha di fronte e deve avere la capacità di “curare la persona” e non soffermarsi alla patologia ed alle problematiche che questa genera, e deve gestire con intelligenza la comunicazione tra le parti. Per il medico non è certo semplice perché è necessario che quest’ultimo si confronti con le differenti fenomenologie dei pazienti tra cui il paziente oppositivo, il paziente manipolativo, il paziente richiedente, il paziente irascibile, il paziente piacevole, il paziente che “sa tutto”.

Ci sono studi che hanno affrontato questo tema?

Migliorare l’aderenza terapeutica attraverso la relazione medico paziente può veramente aiutare: la mancata aderenza alla terapia è una vera e propria emergenza che vede in prima linea i medici di medicina generale. Su 1.500 pazienti seguiti da ciascun medico di famiglia, infatti, 600 in media sono affetti da patologie croniche, secondo le stime diffuse dalla Simg (Società Italiana Medicina Generale). Di questi, 1 su 2 non segue la terapia in modo adeguato. Questi sono dati riferiti al 2020 e al periodo pre – pandemia ed è ipotizzabile pensare che a causa delle difficoltà relazioni causate dalle restrizioni siano poi peggiorati.

Di che cosa si parlerà nel corso della serata? 

Franco Perino è un grande esperto di comunicazione e da tanti anni si occupa di formazione rivolta ai professionisti, proprio per dare loro elementi e strategie per rendere ottimale la relazione medico-paziente. Christian Wenter come primario di un importante reparto affronterà certamente il tema della relazione con gli anziani e di quanto sia e importante relazionarsi con semplicità e con particolare empatia. Ernst Oberschartner ci porterà la visione del territorio e della medicina di base che è un tassello strategico fondamentale del nostro sistema sanitario.

Autore: Luca Masiello

Martina vince agli Special Olympics di danza

Martina Zambarda è una giovane ragazza di 23 anni, diplomata al liceo classico e attualmente impegnata nel settore della ristorazione. Nata con la sindrome di down ha sempre affrontato la vita con il sorriso e questo grazie anche al sostegno della famiglia e degli amici. La sua grande passione è la danza, uno sport che le regala grandi soddisfazioni, proprio come l’ultima vittoria ai campionati Special Olympics 2023 a Bardonecchia lo scorso 14 marzo, in cui si è aggiudicata il primo posto nella categoria hip-hop per le danze street.

Gli Special Olympics sono programmi internazionali di allenamenti e competizioni atletiche di un’ampia varietà di sport olimpici rivolti a persone con e senza disabilità intellettive. Si tratta del cosiddetto sport unificato, che mette in campo atleti disabili e non, per giocare e competere insieme. Nati negli Stati Uniti negli anni Sessanta, oggi gli Special Olympics sono adottati da più di duecento paesi nel mondo e in Italia riconosciuti ufficialmente dal Coni e dal Cip in tutte le regioni. Special Olympics organizza molte attività durante tutto il corso dell’anno: eventi, allenamenti, competizioni, iniziative di raccolta fondi, corsi di formazione e screening. 

La cultura del rispetto e dell’inclusione

Si tratta dunque, di un Movimento sportivo culturale inclusivo, che ha come mission quella di adottare una cultura del rispetto e dell’inclusione, valorizzando le persone con disabilità intellettive al fine di promuoverle come risorse per la società. Attraverso lo sport si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica ponendo delle solide basi per il superamento di pregiudizi e proponendo così l’accoglienza alla diversità come una risorsa. 

Inoltre, Special Olympics, tramite lo sport, offre agli atleti continue opportunità di dimostrare coraggio e abilità raggiungendo gratificazione e soddisfazioni: una palestra di vita che dà l’occasione di mettersi in gioco valorizzando le proprie capacità. Attraverso il potere dello sport, le persone con disabilità intellettive scoprono nuove attitudini, abilità e successi, sviluppando fiducia in se stessi e diventando così fonte d’ispirazione per altre persone nelle loro comunità.

Un esempio per tutti

Visto l’inserimento della disciplina della danza ai giochi – per la prima volta quest’anno – a sua scuola di danza “Only Dance” di Merano frequentata da Martina, ha voluto darle l’opportunità di partecipare, conquistando così una meravigliosa vittoria. Un traguardo che rende orgogliosa soprattutto la sua insegnante Paola, con la quale lavora insieme ormai da molti anni e che con il tempo Martina ha instaurato un ottimo rapporto di fiducia, complicità e rispetto. 

Per Martina la danza non è solo una grande passione, ma è soprattutto un’occasione per stare insieme ad altri ragazzi e ragazze, coltivare amicizie e divertirsi. Tutto questo accrescendo il proprio benessere fisico e sperimentando la gioia di praticare uno sport in un clima di scambio continuo.

Un messaggio di speranza

Di tutto ciò ne è grata la sua famiglia, che oltre ad essere orgogliosa per il traguardo raggiunto, è soprattutto grata per l’opportunità che Special Olympics offre a questi ragazzi. “La soddisfazione più grande è vedere l’autonomia acquisita da Martina grazie alle attività sportive e la gioia che prova a stare in questi ambienti, circondata da persone che condividono la stessa passione”, afferma la mamma di Martina. Evidenziando così l’obiettivo che Special Olympics si impegna ogni giorno a raggiungere, lanciando un messaggio positivo e di grande speranza rivolto a milioni di persone, ai loro familiari e a tutta la comunità.

Autrice: Chiara Caobelli