Un mare di note per il Live Muse

Lo hanno chiamato “il concertone”, e l’accrescitivo non è certo a caso. Per celebrare degnamente i dieci anni del Live Muse, domenica 11 giugno a partire dalle ore 20 il Teatrotenda del Pfarrheim di Laives ospiterà la bellezza di sei gruppi musicali per un totale di oltre quaranta artisti: “Sarà una festa bellissima, sul palco saliranno molti dei ragazzi che ci hanno accompagnato in questa lunga avventura; sarà un regalo che vogliamo fare alla cittadinanza, perché oltretutto l’ingresso è gratuito”, spiega entusiasta Mario Cosentino, batterista e presidente dell’associazione.

// Di Luca Masiello

Dieci anni sono tanti, per un’associazione, soprattutto se la sua attività principale è l’organizzazione di concerti; chiunque sia stato almeno una volta in un backstage si rende conto di quanto lavoro ci sia dietro ad un’esibizione. Solo l’allestimento di un palco è un lavoraccio non da poco, per non parlare della parte dei fonici, di quella di chi sbriga le pratiche burocratiche e di tutti coloro che sono dietro le quinte. E poi ci sono i musicisti, che quel palco devono calcarlo e quindi normalmente si esercitano autonomamente per la loro esibizione. Ma non è così per il Live Muse, perché – così come aveva voluto da subito il suo fondatore, Emilio Insolvibile, e come l’hanno voluto mantenere il suo successore Alex Refatti e l’attuale presidente Maio Cosentino – quelli che vengono regolarmente organizzati nel teatro di San Giacomo non sono concerti normali, ma performance che vedono per protagonisti strumentisti di diversi livelli, di diversi generi e di diverse età che si ritrovano a suonare assieme pur non conoscendosi “pilotati” dai soci del sodalizio, che per quell’occasione crea dal nulla delle band. “Questo sarà il 52 esimo concerto – spiega il presidente Mario Cosentino – facendo due calcoli credo che potremmo dichiarare di aver ospitato quasi mille artisti, in questi dieci anni”.

IL ROCK ANNI NOVANTA

Molti di questi musicisti si esibiranno dunque domenica sera. Introdotte da Sarah Freimuth e Luca Tommaseo, che presentano l’evento, le prime due formazioni ricorderanno i fasti del Rock anni 90. La prima a salire sul palco sarà la band capitanata da Carlo Bertacchi, che renderà omaggio al Rock degli anni 90; ci saranno Matteo Bruccoleri (voce), Giada Scrinzi (chitarra), Alessandro Repetto (chitarra), Matteo Trova (batteria) e Carlo Bertacchi (voce e basso), che proporranno grandi classici quali “Nutshell” (Alice in chain),  “Man in the box” (Alice in chain), “Killing in the name”  (Rage Against The Machine) e Alive (Pearl Jam).

Poi sarà la volta della band quella guidata dalla cantante Eva Massardi, con Fabio Tenca (chitarra), Renzo Andreatta (chitarra), Joe Andreatta (basso) e Pilo Berton (batteria), che eseguiranno “I Love Rock ‘n’ Roll” (Arrows), “Born to be wild” (Steppenwolf) e “Hard to handle” (The Black Crowes).

Il terzo ènsemble, quello che vede come capogruppo  il batterista Rino Cavalli, proporrà tre brani dal repertorio di “Isole Minori” dal disco“Attorno a noi”: “Sicuro comandante”, “Rimani qui”, “Pensavo per sempre”. Sul palco con lui ci saranno Stefano Petrungaro (voce e chitarra), Roberta Manzini, Clarissa Arena e Giulia Palaia ai cori), Nick Petricci (chitarra) e Andrea Palaia (basso).

DAI POOH A FABER E FINO A VASCO

Grande spazio sarà quindi dedicato alla musica italiana, e non possono quindi mancare i Pooh con la band guidata dal cantante Nano Mercati. Roberta Manzini (cori), Fabio Tenca (chitarra), Alex Busato (tastiere e cori), Fabrizio Centomo (basso) e Mario Cosentino (batteria) proporranno evergreen quali “Amici per sempre”, “Tanta voglia di lei”, “Dimmi di si” e “Chi fermerà la musica”. E poi un omaggio a Fabrizio “Faber” de Andrè con il gruppo capitanato dal cantante e chitarrista Alessandro Magri: Luca Dall’Asta (tastiere), Andrea Capellupo (chitarra), Niccolò Fornasini (corde e fiati), Ivan Marini (legni e ottoni), Fabrizio Centomo (basso), Rino Cavalli (batteria) e Andrea Leopardi (violino) porteranno in scena “Zirichiltagghia”, “La collina”, “Creuza de Ma” e “Un chimico”.

Per il grande finale ci saranno tre pezzi del Blasco: con “L’amore L’Amore”,  “Tango della Gelosia” e “Qui si fa la storia” si rivivranno le atmosfere del concerto del 1 luglio del 2017 a Modena Park, quando Vasco Rossi riuscì a radunare ben 220 mila persone. Con la tastierista Giulia Scodro si esibiranno Stefano Licio (chitarra e voce), Ivo Orrigo (voce), Alessandro Nervo (chitarra), Roberto Rindone (basso) e Paolo Faccioni (batteria).

LA STORIA

Nell’autunno del 2012, La Coop. Laives Cultura e Spettacolo –Filodrammatica di Laives chiude un accordo con la proprietà del Teatro delle Muse sito a Pineta di Laives (Bz) e ne acquisisce la piena gestione. All’interno della Filodrammatica di Laives lavora il cantautore Emilio Insolvibile, come volontario; Emilio vanta un trascorso di musicista professionista verso la fine degli anni sessanta e ancora adesso frequenta l’ambiente della musica locale esibendosi sporadicamente come cantante. Da qui nasce l’idea di formare un’associazione di musicisti , che diverrà realtà nel gennaio del 2013 con il nome di Live Muse, dal nome del Teatro di Pineta e giocando sull’equivoco Muse e Music. Il sodalizio nasce con molteplici ed ambiziose finalità; prima fra tutte la volontà di ridare lustro e vitalità ad un delizioso piccolo teatro, appunto quello delle Muse di Pineta, rimasto quasi inattivo ed abbandonato nel corso degli ultimi anni, al punto che molti, specialmente i più giovani, non ne conoscono neppure l’esistenza. C’è poi la voglia di creare nuove opportunità per chi suona in Alto Adige, per musicisti che sono sempre più numerosi e rafforzati da nuove generazioni molto preparate tecnicamente, in un momento di crisi in cui la chiusura di parecchi locali, la mancanza di fondi, l’intolleranza e la burocrazia rendono sempre più difficoltoso reperire spazi per la musica “live”. E poi rieducare il pubblico all’ascolto, dunque non solo a “sentire” la musica confusa con le chiacchiere da bar, bensì ad “ascoltare”, scegliendo il concerto e gustandolo seduti su una poltrona di velluto rosso in una dimensione molto raccolta come quella del Teatro delle Muse, che conta poco più di duecento posti a sedere. Ma la ricetta segreta del successo del Live Muse è la spontaneità dei concerti: la capacità di fare incontrare e incrociare musicisti che non si sono mai confrontati tra loro su un palco, creare jam session, fare musica
assieme, spingere uno stimolante confronto fra i giovani e i musicisti più esperti, donne e uomini appartenenti a tutti i gruppi linguistici locali nella convinzione che la musica continua ad abbattere le barriere. Non si tratta quindi concerti usuali, con gruppi istituzionali, ma nuovi esperimenti e nuove collaborazioni nati per l’occasione e destinati a variare ad ogni concerto. 

Autore: Luca Masiello

La strada dedicata a don Narciso Sordo

Per accedere da via Resia al “Quartiere Firmian” vi è anche “via Narciso Sordo”. Chi era e cosa fece? Nato il 15 gennaio 1899 a Casteltesino (Trento), dopo l’arruolamento, il confino politico, la ripresa degli studi, divenne sacerdote il 29 giugno 1922. Cooperatore parrocchiale ad Arco, fu poi animatore della parrocchia del Duomo. Docente e prefetto del Liceo vescovile di Trento, si laureò in Scienze Sociali a Bergamo; passò poi all’Istituto Agrario di S. Michele all’Adige. Fu tra i pochi che non condividevano quanto proponeva e imponeva il regime fascista. Dall’autunno 1942 fu a Bolzano come cooperatore della parrocchia San Giovanni Bosco, nel quartiere noto per le “Semirurali”. Insegnante di catechismo nella scuola del quartiere, al termine dell’anno scolastico rientrò a Casteltesino per un soggiorno in famiglia; in tempi di occupazione nazista, si dedicò ai figli degli sfollati. Quando i partigiani il 14 settembre 1944 attaccarono la caserma del CST di Casteltesino, ci fu una tremenda reazione dei tedeschi. Oltre a rastrellare tutta la zona occuparono il paese. Ci furono diversi arresti; la mattina del 10 ottobre 1944 fu arrestato don Narciso, il quale si mise a confessare e confortare gli altri prigionieri; in serata fu rilasciato. Quattro giovani partigiani furono fucilati. Don Narciso, pur conscio di essere controllato, continuava i contatti con i partigiani. Arrestato il 10 novembre 1944, don Narciso, prigioniero a Grigno e poi a Roncegno, il 10 dicembre 1944 passò al Lager di Bolzano, assegnato al blocco E, dei politici, con il numero 7120. Don Narciso, oltre a privarsi della propria razione per sfamare gli altri, animò e incoraggiò i compagni, pregando per loro. All’inizio del febbraio 1945 fu tra i deportati trasferiti a Gusen. Sopportò con serenità, pur essendo malato, i lavori pesanti, mentre confortava e incoraggiava i compagni. Mentre era sottoposto a docce fredde, suonò l’allarme. Non vedendolo arrivare al rifugio, scesero al lavatoio, dove lo trovarono morto. Era il 13 marzo 1945. Il suo corpo fu bruciato.

Autore: Leone Sticcotti

UNA FESTA PERTUTTI I CENTAURI

Oltre 350 centauri e appassionati delle due ruote si sono trovati a piazzale Prader per l’ormai tradizionale appuntamento con la benedizione delle moto organizzata dal MotoMerano. Una celebrazione riuscita grazie all’impegno dei tanti volontari che si sono presentati sul posto con le prime luci dell’alba per allestire tutto il necessario per la riuscita dell’evento.

Noi 3, loro 2: Caramelage, un connubio a suon di standard

Franco Mugliari è un personaggio con radici musicali molto profonde nella scena locale, radici che affondano nella Bolzano beat e in quella più “impegnata” e cantautorale dei primi anni settanta: la sua passione però è il jazz e da alcuni anni, oltre a studiare con applicazione il contrabbasso, ha stretto un produttivo sodalizio con Toni Gazzignato, batterista di lungo corso ed esperienza e con lo straordinario Walter Pitscheider, chitarrista, sassofonista e arrangiatore.

Dopo aver realizzato un paio di dischi, assumendo dal secondo in poi la denominazione Noi 3, il gruppo torna in questi giorni con un elaborato e riuscito progetto in cui, coronando il sogno di avere anche delle registrazioni cantate, ha coinvolto Angela Musolino e il veterano Sergio Lazzarin dando vita ad un estemporaneo quintetto molto ben assortito e ad un riuscito CD intitolato Caramelage.

“Walter, che è quello bravo del trio – dice scherzando Mugliari –, si annoia perché deve fare tutto lui, così è nata l’idea di provare a fare qualcosa in formazione allargata, e visto che con Sergio eravamo in contatto da tempo gli abbiamo proposto di provare qualcosa con noi. Walter dal canto suo conoscendo Angela per motivi professionali l’ha invitata a partecipare alle prove. Si è creato subito il mood giusto, e quello che a me piace di più è il fatto che Sergio non fosse un crooner di formazione e che Angela non venisse da un background jazz e non avesse mai cantato in altra lingua che in italiano”.

“A casa mia – spiega Angela – si è sempre cantato nei raduni familiari, musica melodica italiana, stornelli, ed io non avendo una formazione specifica cantavo per diletto, come accade nelle famiglie canterine. Di pari passo mi sono ritrovata poi a cantare ai matrimoni delle amiche, alle prese con un repertorio che partiva da Mina per toccare le varie sfumature della musica italiana. Non nego di aver seguito per un po’ il sogno di cantare ad un livello più elevato, poi quando non l’ho più cercato, un collega che mi ha sentita cantare mi ha indirizzata da Roberta Carlini da cui ho cominciato a prendere lezioni di canto, ed ora eccomi catapultata in una bella storia come quella di questa collaborazione. Direi che è un grande regalo che la vita mi ha fatto”. 

Dal canto suo, Sergio Lazzarin, proviene da esperienze più legate al mondo rock e pop vantando una più che trentennale esperienza nella Second Hand Revival Band, la versione allargata, da metà anni ottanta in qua degli storici 36-24-36; Mugliari ci ha messo del tempo a convincerlo che aveva le doti per cimentarsi con un repertorio così differente.

“Mi hanno fatto ascoltare i cinque dischi di Rod Stewart dedicati a questo tipo di musica – confessa Lazzarin – e così ho scoperto un mondo che mi ha aperto occhi e orecchie. Poi con Angela abbiamo trovato da subito una forte sintonia, le nostre voci si combinavano bene. Scoprirmi crooner a settantaquattro anni è stato davvero una rivelazione”.

Il disco dal fantasioso titolo Caramelage, ha un significativo sottotitolo che recita: Qualcuno vuole una caramella? il riferimento è al fatto che le canzoni messe in piedi dall’estemporaneo quintetto sono come le caramelle, una tira l’altra.

Ed effettivamente, mettendo il CD nel lettore, le canzoni scorrono via piacevolmente, non importa se alcune le abbiamo ascoltate e risentite in decine di altre versioni, qui conta il momento d’insieme, il fatto che i cinque protagonisti si stiano divertendo.

Per quanto riguarda gli arrangiamenti di ciascuna canzone è stato ovviamente fondamentale l’apporto di Pitscheider, mentre Gazzignato, oltre che dietro ai tamburi, anche in questo caso è l’uomo seduto alla consolle: due figure assolutamente indispensabili, al pari degli altri, per la riuscita del disco.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Torna a splendere il sentiero del Dürer

Volere è potere, e i volontari ne sono la dimostrazione anche questa volta: la nascita dell’associazione “Sentiero del Dürer” nel 2005 ha portato all’avvio del progetto di recupero dell’omonimo sentiero. Forza di volontà, determinazione, e poi la sinergia con le amministrazioni e gli enti pubblici in questi ultimi anni, ha fatto sì che nelle scorse settimane questo meraviglioso cammino dedicato al grande artista tedesco venisse inaugurato. 

Un cammino in grado di mettere in luce lo stretto legame fra il mondo tedesco e il mondo Italiano, fra la provincia di Bolzano e quella di Trento, fra la Bassa Atesina e la Valle di Cembra: un percorso di 35 chilometri che parte dal convento Klosterle di San Floriano (Egna) per arrivare al comune di Segonzano, per far incontrare due comunità fra cui c’è sempre stato un importante legame. Ma qual è la storia che aleggia attorno a questo sentiero? Quali le prospettive che hanno spinto un gruppo di volontari a fondare un’associazione per recuperare questo percorso?

Architetto Enrico Pedri, lei conosce bene questo sentiero: può raccontare la sua storia? 

Nasce tutto dall’operato di mio papà, Bruno, che dovendo restaurare degli edifici storici in Bassa Atesina e nella vicina Piana Rotaliana, ha fatto degli studi assieme a ricercatori e storici ed è stata trovata la mappa del Nova: una mappa del 1805 in cui si parla per la prima volta di arginare il fiume Adige.
Prima di essere deviato e immettersi a Zambana, il torrente Noce dall’epoca romana fino al 1852 (anno della costruzione della ferrovia del Brennero), si immetteva ad angolo retto a San Michele, dove adesso sorge il ponte, e quindi si creava uno sbarramento; l’Adige faticava ad andare avanti e creava un reflusso fino a Laghetti, da cui il nome dell’abitato. Queste piene interessavano anche Cortina sulla strada del vino, trasformandola in una sorta di piccola Venezia. E poi creava due mezze lune a Roverè per poi tonare nel proprio alveo, lasciando un acquitrino. In epoca romana qui passava la via Claudia Augusta, che quando c’era la piena deviava prima delle Garbe.

Come si è scoperto della sua esistenza? 

È un percorso di epoca romana: chi si recava a Verona scendeva a Faedo quando arrivava al rifugio Sauch. Chi invece andava verso Venezia percorreva la Valle di Cembra arrivando a Civezzano. Albrecht Dürer fece degli acquerelli, i primi dipinti cembrani. Però non si sapeva se erano fatti quando percorreva la strada di andata o di ritorno, perché in Trentino ne ha fatti altri. Ciò che è certo è che nel suo primo viaggio in Italia compiuto nel 1494, l’artista tedesco è arrivato al Klosterle ed vi ha trovato l’alluvione. Così ha ripiegato sul “suo” sentiero.

Qual è l’obiettivo del recupero? 

Dürer in Germania è il massimo dell’espressione artistica. Questa è dunque una delle poche iniziative regionali che potrebbero portare a valorizzare il discorso del “turismo slow”, il turismo lento, su cui da entrambe le parti si sta lavorando ormai da anni. L’idea è dunque promuovere anche quanto di bello hanno da offrire questi luoghi. Va pure ricordato che sul sentiero passa la fraglia di Trodena: c’è porfido su un versante e calcare sull’altro.

Da quanto si lavorava a questa rivalorizzazione? 

Dal 1995: in quell’anno ad Arco c’è stata una grande mostra per i 500 anni del primo viaggio di Albrecht Dürer da Norimberga in Italia. Con l’occasione mio padre e il professor Pietro Marsilli avevano presentato la loro tesi ad un convegno. La “Dürer Haus” ha riconosciuto gli studi e quindi ha dato l’ok per portare avanti questo progetto di recupero. Abbiamo organizzato molte iniziative, fra cui andare a parlarne in piazza a Norimberga.

Autore: Daniele Bebber

Il papa di Caldaro

Nei primi anni del XX secolo, Caldaro conobbe una serie di aspre dispute tra una parte della popolazione e il decano del posto. Gottlieb von Hueber era il suo nome, ma lo chiamavano, non a caso, il papa di Caldaro. 

Le vicende che lo videro coinvolto – dalla nota “predica della Cassa di Risparmio”, in cui invitò i contadini del luogo a non depositare i loro risparmi nella banca bolzanina a suo dire in mano a pericolosi liberali, agli esorcismi praticati nell’ospedale del paese in gran segreto – trovarono ampio risalto sulle pagine di molti giornali dell’epoca. Insomma, il personaggio non passava certamente inosservato: o lo si amava, come gran parte della popolazione contadina, o lo si detestava, come tutti coloro che coltivavano idee liberali, socialdemocratiche o comunque anticlericali. Va comunque detto che fu uno strenuo oppositore del fascismo, tanto che il suo nome è il primo della lista dei sacerdoti esclusi dall’insegnamento della religione nelle scuole. A differenza di altri, come il parroco di Laives Bartolomeo Clementi, prima escluso e poi riammesso, subì il divieto di insegnare vita natural durante.

Uno degli episodi che lo videro protagonista avvenne nel 1909. Nel corso di una delle sue famose prediche, tenuta il giorno 8 gennaio 1909 in occasione della messa in onore delle vergini di Maria, apostrofò pesantemente davanti alla comunità cristiana riunita una giovane ragazza per essere “caduta nelle braccia di Satana”. In realtà, la ragazza era assolutamente incolpevole e di costumi morigerati ma il decano la accusò pubblicamente di essere una donna spudorata e malvagia. 

Qual era, agli occhi del severo presule, la colpa della giovane? In occasione di una parata patriottica svoltasi il 2 dicembre 1908, aveva osato marciare accanto ai componenti della banda musicale in veste di “Marketenderin”, le giovani in costume che da sempre e fino ai giorni nostri si aggregano alle bande nel corso delle loro esibizioni in qualità – più simbolica che reale – di vivandiere. Queste figure femminili hanno le loro radici nel medioevo e in quel periodo fungevano effettivamente da vivandiere nei corpi militari. Si dice che non di rado svolgessero anche altre funzioni meno nobili ma di ciò non abbiamo conoscenza. Ad ogni modo, le vivandiere delle bande musicali sono certamente persone al di sopra di ogni sospetto e a nessuno verrebbe in mente di associarle a Satana.

A nessuno – tranne al decano von Hueber: “Avrei provveduto ad allontanare con la forza questa fanciulla da quel luogo se solo me ne fossi avveduto in tempo”, tuonò dal pulpito. La comunità cristiana tutta era attonita: “neppure le comari più devote e le matrone della canonica riuscirono a comprendere cosa mai avesse fatto di male la povera creatura”, scrisse la Volkszeitung qualche giorno dopo. “Ma il Caldarese vede e il decano provvede”, sentenziò il giornale – e pochi giorni dopo tutti erano convinti che la ragazza fosse effettivamente una inguaribile peccatrice.

Quando la fine della storia sembrava prossima e la pecorella smarrita potesse essere riaccolta nel grembo materno della chiesa, al decano fu notificata una citazione. Il decano pretese l’immediato ritiro della querela e le pubbliche scuse della ragazza. Ma Monica, così si chiamava la giovane, rispose piccata: Certo, ritirerò la querela e mi scuserò – ma solo il giorno in cui mi sarà dimostrato dal decano qualche mio atteggiamento sconveniente”.

Il decano reagì alla sua maniera: raccolse le firme dei cittadini caldaresi contro l’ardire della scostumata. Nessuno osò negare la solidarietà al prete. La prima udienza non fu sufficiente a chiarire il fatto, la corte pretese di citare tutti i testimoni che avevano assistito alla predica della vergogna – e fece intendere all’allibito “papa di Caldaro”, che anche chi siede su un trono elevato come il suo farebbe bene a rispettare le regole e, soprattutto, le persone sottoposte al suo ministero.

Autore: Reinhard Christanell

Se sul palco c’è un gruppo di amici

Questa volta ad aprire il sipario del viaggio tra le filodrammatiche della Bassa Atesina, è la compagnia di Pineta di Laives. È stata fondata nel 1995 da Sergio Maccagnan, che è riuscito a coronare il suo sogno e creare una compagnia di persone di Pineta accomunate dal desiderio di divertirsi e far divertire. 

“Nell’ottobre del 1996, davanti ad un notaio, è stato validato un atto costitutivo che ufficialmente sanciva la nascita del nostro piccolo teatro” spiega Angelo Torrice, attuale presidente del gruppo amatoriale pinetano. Da quella firma è partita l’intera attività amatoriale come la si conosce oggi, nonostante i documenti riportino l’esordio ufficiale nel maggio dello stesso anno, in occasione della rassegna Teatro in Castello. “Il tutto si è svolto all’interno del cortile di Castel Mareccio a Bolzano. In quell’occasione abbiamo avuto i primi incontri con il pubblico – rivela Torrice -. Da allora grazie all’attuale presidente dell’associazione cultura di Laives, Loris Frazza (al tempo anche consigliere dell’unione italiana libero teatro a cui siamo iscritti), siamo partiti e abbiamo fatto le nostre rassegne e rappresentazioni. Quest’anno stiamo programmando la ventiquattresima rassegna, che inizierà ad ottobre”.

Presidente, voi recitate in dialetto o in italiano? E quali sono le vostre “piazze”. 

Recitiamo prevalentemente in italiano e per lo più nel vicino Trentino. Parlando di pubblico la differenza di partecipazione è notevole, perché la gente trentina ama e segue molto di più il teatro, soprattutto le commedie brillanti.

Come mai la meta è proprio il Trentino? 

Ogni paesino ha la propria compagnia e il proprio bel teatro, che alcuni hanno ristrutturato o convertito inserendo anche il cinema. In una serata, sempre parlando di teatro amatoriale, si superano abbondantemente le 120 – 130 persone. Dalle nostre parti  non si arriva a più di ottanta persone. E poi in trentino ci sono compagnie che dispongono anche di attori ragazzi, che è un po’ il sogno che abbiamo sempre avuto anche noi ma che non siamo riusciti a realizzare.

Avete vinto qualche premio? 

Due prime posizioni e due volte la terza posizione in concorsi con la Cofas e in alcuni teatri singoli. 

Abbiamo fatto anche spettacoli per beneficenza e siamo stati invitati due volte dall’associazione Dante Alighieri in Slovenia.

Quanti siete? 

Con questa nuova commedia, la tredicesima che proponiamo, siamo undici attori più un tecnico luci e due simpatizzanti.

Quali sono i vostri cavalli di battaglia? 

“Apri tu per favore”, di Sergio Marolla: l’abbiamo interpretata un’ottantina di volte. Poi c’è “Menomale che oggi è venerdì” e poi la commedia che abbiamo attualmente in cartellone: “Mezzanotte e un minuto”. Agli inizi avevamo proposto “Non tutti i ladri vengono per nuocere”, un atto unico di Dario Fo. Ci siamo divertiti molto e abbiamo deciso di andare avanti.

Autore: Daniele Bebber

L’ultima corsa del tram

Il 30 dicembre 1948 Il giornale “Volksbote” pubblicò la notizia dell’ultima, malinconica corsa del tram tra Bolzano e Laives.

A quanto risulta, le due vetture erano deserte, i soliti passeggeri notturni si erano già ritirati nelle loro abitazioni. Non ci furono manifestazioni di “congedo” ma in cuor loro i Laivesotti erano sicuramente tristi. Infatti, per molti decenni gli abitanti di Laives avevano sognato di avere a disposizione una propria linea tranviaria che li collegasse comodamente alla città capoluogo. Le automobili non erano ancora molte e per gli spostamenti quotidiani verso l’ospedale, i mercati o gli uffici amministrativi bolzanini spesso non rimanevano che la bicicletta o il carretto trainato da un mulo. Sembrava, quello del tram, un sogno impossibile ma poi, nei primi anni trenta del XX secolo, il sogno si avverrò e di fronte al ristorante “Casagrande” venne finalmente inaugurato il capolinea del tram. La sala d’attesa era sistemata nella vicina casa Koch dove oggi si trova la tabaccheria Barbon. Ai margini del piazzale di sosta, che fungeva anche da officina, c’era una piccola edicola che negli anni successivi si trasferì nei locali lasciati liberi dalla sala d’attesa. 

Dunque, dopo neppure un ventennio, la linea tranviaria fu sacrificata – così si disse –  “al progresso”, ai tempi moderni e alle necessità della nuova era industriale. In prospettiva, un errore clamoroso. 

Scrisse il giornale: “Quest’anno abbiamo un natale verde, neppure sulle montagne più alte c’è traccia di neve. Le temperature miti dell’autunno, a quanto sembra, continueranno anche durante l’inverno. Le viti avrebbero urgente bisogno della bianca coltre protettiva per ripararsi dal freddo. Il lungo periodo di siccità sta già causando problemi all’approvvigionamento dell’acqua potabile.” Come si vede, i cambiamenti climatici non sono una “conquista” dei nostri tempi. Dopo questa lunga premessa “climatica”, che evidentemente gli stava molto a cuore, il cronista annunciò che “il 23 dicembre è stata definitivamente chiusa la linea tranviaria tra Bolzano a Laives. Una vecchia struttura molto apprezzata è dunque scomparsa. La linea Bolzano – Gries fu inaugurata 41 anni fa, quella tra Bolzano e Vurza nel 1914. La strada tra Vurza e Laives doveva essere percorsa a piedi o su qualche carro di passaggio. Nell’anno 1931 fu costruito anche il tratto tra Vurza e Laives e da allora Laives e Bolzano erano collegate completamente tramite la linea tranviaria.”

Prosegue l’articolo: “Il mezzo moderno dell’autobus ha dunque sostituito il tram. In questa sede siano ringraziati i dipendenti del tram, che hanno svolto il loro servizio con dedizione esemplare e gentilezza, aiutando gli anziani a salire e scendere dalle carrozze. Diversi dipendenti del tram sono passati alla SASA, che ora svolge il servizio di trasporto in città e tra le due località. Ma siamo certi che molte persone e in particolar modo gli anziani stiano già rimpiangendo il vecchio tram, che era diventato una parte essenziale della vita quotidiana del paese. Ma i nostri tempi richiedono la modernizzazione dei servizi di trasporto e perciò non resta che adeguarsi.”

Un altro giornale, il “Dolomiten”, il giorno 24 dicembre pubblicò la notizia che “finalmente il vecchio tram è andato in pensione. La sua morte non è stata facile. Fino all’ultimo momento non era certo che il nuovo servizio di autobus fosse pronto. L’avvio fu rinviato per diverse volte e molti sostenitori del tram cercavano di rallentarlo. Una volta mancava l’autobus di scorta, che la SASA doveva avere nel proprio parco macchine, un’altra le necessarie autorizzazioni della motorizzazione civile. Finalmente, a mezzanotte, dopo l’ultima corsa, il tram è definitivamente rientrato nel deposito e oggi, dalle cinque di mattina, sono in sevizio i nuovi autobus della SASA.” 

Autore: Reinhard Christanell

Il castello e il mausoleo di Scena narrano una storia d’amore

Un maniero, un mausoleo, una storia di un amore che fece discutere perché nato fra due persone di diverso lignaggio, un erede della famiglia imperiale degli Asburgo e una giovane borghese. Il castello lontano dalla corte e dalle sue convenzioni, un titolo creato ad hoc per dare una qualche dignità nobiliare alla discendenza.  

Guardare anche solo di lontano il Castello di Scena e il Mausoleo significa fare capolino in una bellissima storia d’amore fra un uomo e una giovane donna che non avrebbero dovuto neppure guardarsi e certamente non sposarsi. Quella del Conti di Merano è una discendenza scaturita da un matrimonio morganatico (matrimonio di un nobile con una borghese) che suscitò scandolo, pettegolezzi e determinò una vita felice ma ritirata e lontana dalla corte imperiale di Vienna e dal suo severo protocollo. È la storia d’amore fra l’arciduca Giovanni d’Austria e Anna Plochl di Aussee figlia del maestro di Posta Jakob Plochl. Anna aveva altri dodici fratelli e dopo la precoce morte della madre si era presa cura della casa e della famiglia. Aveva 15 anni quando, il 22 agosto 1919, incontrò per la prima volta l’arciduca Giovanni d’Asburgo al Lago Toplitz. Giovanni d’Austria ne restò immediatamente catturato per la dolcezza, la riservatezza e la saggezza e pochi anni dopo, il 20 settembre del 1823, era deciso a condurla all’altare. Il matrimonio avrebbe dovuto svolgersi a Vorderberg dove l’Arciduca possedeva una officina meccanica con annessa ampia casa d’abitazione ma quando l’arciduca chiese il permesso di sposare Anna al fratello, l’imperatore Francesco Primo d’Austria,  questi glielo negò. Giovanni decise allora di trasferirsi con l’amata al Castello di Brandhof e di intraprendere una battaglia legale, che si rivelò annosa, per l’ottenimento del consenso imperiale al matrimonio. I due si sposarono segretamente nella cappella privata del Brandhof sei anni dopo, il 18 febbraio 1829 quando Anna aveva 25 anni e Giovanni 47. Il consenso a questa unione morganatica giunse solo nel 1833. L’anno successivo e a firma dell’Imperatore Francesco II venne creata baronessa del Brandhof. Quando nel 1839 la coppia ebbe la gioia di un figlio, Metternich mediò affinché il pargoletto potesse avere un più importante titolo nobiliare e nel 1844 a firma di Ferdinando I d’Austria, e il bambino fu nominato Franz Conte di Merano. Per dare una degna residenza  alla propria discendenza, l’arciduca Giovanni d’Austria acquistò e restaurò il maniero trecentesco di Scena. Dopo la sua morte avvenuta nel 1859, il figlio chiamò l’architetto viennese Moritz Wappler che fra il 1860 und 1869 realizzò la costruzione neogotica in granito di Ivigna e quindi dieci anni dopo la sua morte fu composto nel nuovo mausoleo.  Anna sopravvisse al marito altri 26 anni durante i quali si dedicò prevalentemente ad opere assistenziali e di beneficenza come ad esempio l’ospedale infantile di Graz che ancora oggi porta il suo nome. Anna morì nell’agosto del 1885 a Bad Aussee e venne sepolta accanto al marito nel mausoleo di Scena. Nel mausoleo riposano anche il figlio Franz e la di lui consorte Teresa von Lamberg Contessa di Merano.  

L’ARCIDUCA GIOVANNI

L’arciduca Giovanni d’Asburgo-Lorena era il tredicesimo figlio del Granduca Leopoldo di Toscana e di Maria Luisa di Spagna ed era nato a Firenze nel gennaio del 1782. Da adulto ricoprì ruoli importanti: fu feldmaresciallo durante le Guerre napoleoniche e Reggente imperiale (Reichsverweser) dell’Impero tedesco durante le rivoluzioni del 1848. L’arciduca Giovanni sostenne a più riprese la ribellione organizzata dai partigiani tirolesi contro gli occupanti bavaresi e capeggiata da Andreas Hofer. Passò alla storia come il grande modernizzatore della Stiria. 

Autrice: Giovanna Pruccoli