Il ricordo del maestro Franz Innerhofer

Piazza Franz Innerhofer: è la piazzetta tra via Ospedale e il Rettorato della Libera Università di Bolzano. Franz Innerhofer, nato a Marlengo il 18 agosto 1884, frequentò un Istituto Magistrale, dapprima a Feldkirch (Vorarlsberg), poi a Bolzano;  si diplomò a Gries nel 1903. Esercitò l’attività di maestro, molto apprezzato, a Rifiano e poi a Marlengo. Fu anche organista della chiesa di Marlengo e suonatore di grancassa nella banda musicale. Nel 1920 sposò Maria Pöder di Cermes; il 2 aprile 1921 nacque l’unica figlia, Maridl. Era il mese della tradizionale “Fiera di Bolzano”; inaugurata il 19 aprile, il programma prevedeva, per domenica 24 aprile, un corteo in costume, composto da 17 gruppi; doveva attraversare la città, partendo da via Castel Roncolo. La manifestazione, senza bandiere, non doveva avere carattere di manifestazione politica, correndo voce che si stesse pianificando un’incursione di fascisti, infatti già dalle 8 del mattino dai treni provenienti da sud ne erano scesi in centinaia, guidati dal capitano Achille Starace; li si vedevano con tanto  di mazze, pistole, bombe a mano, si udivano i loro inni di battaglia e le urla minacciose. Alle una del pomeriggio i partecipanti alla sfilata folcloristica si radunarono in via Castel Roncolo, il tutto in un clima di festa. Fu quando il corteo giunse in via della Posta che i fascisti fecero irruzione; marciavano gridando, provocando, roteando i loro bastoni; in piazza delle Erbe iniziarono a colpire la gente con i bastoni, a sparare sugli spettatori e persino a scagliare bombe a mano. Il bilancio dell’aggressione fu di quaranta feriti, ma anche di un morto; era Franz Innerhofer. Il maestro conduceva di corsa due ragazzi per via dei Vanga, per metterli al sicuro nella residenza Stillendorf;  colpito a morte da uno degli inseguitori, crollò sul secondo scalino dell’edificio. Con i conforti religiosi di Johann Nikolussi, superiore dei Sacramentini, Franz Innerhofer spirò alle 14,30.

Autore: Leone Sticcotti

L’orto sociale è diventato realtà

Il sogno del Gruppo Natura, centro diurno per persone con disabilità medio – lieve del Comprensorio Oltradige Bassa Atesina, era di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto. Un sogno che si è realizzato, concretizzandosi grazie ad una collaborazione con Casa Emmaus: per tutta l’estate gli ospiti delle due strutture hanno collaborato per coltivare la terra e raccogliere i frutti.  

Era la metà dello scorso febbraio, quando nella redazione del “QuiBassaAtesina” era giunto un annuncio da parte di Filippo Manara,  educatore responsabile del Gruppo Natura: “Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”. La richiesta era stata pubblicizzata fra le colonne di questo giornale, e poco dopo è giunta la lieta notizia: il progetto è andato in porto.

Filippo Manara, come è andata questa prima stagione estiva del progetto?

È andata ben oltre le mie più rosee aspettative: abbiamo ottenuto un ottimo risultato, che ben ci fa sperare nel futuro. I nostri ospiti erano entusiasti sin dal primo giorno, e nel giro di pochissimo tempo sono diventati quasi totalmente autonomi. Negli ultimi tempi li accompagno fino all’orto e poi non devo fare più nulla: si attivano e lavorano da soli. 
Stanno imparando molto da questa esperienza e ne hanno tratto benefici; un nostro ospite, in particolare, viene dalla scuola agraria di Laimburg ed è un grande appassionato di fiori: abbiamo approfittato di questa sua passione per riservargli uno spazio per la sua coltivazione, che ha gestito in totale autonomia ed ha fatto sbocciare dei fiori bellissimi. L’interazione con casa Emmaus, poi, è un valore aggiunto, perché ci hanno aiutato, hanno interagito con i nostri ragazzi ed hanno potuto investire in maniera costruttiva il loro tempo. 

Come siete riusciti a creare questo progetto con Casa Emmaus?

Subito dopo aver lanciato il nostro appello su “QuiBassaAtesina” ci siamo incontarti, abbiamo iniziato a gettare le basi per una possibile iniziativa condivisa, ed abbiamo tutti compreso che si trattava di un’ottima idea. Di fronte al loro edificio c’è un grande giardino esterno, e qui un angolo lasciato a prato che si poteva adibire a orto. 
A maggio abbiamo iniziato a coltivarlo partendo da zero, tutti assieme, noi del Gruppo Natura e un gruppo di ospiti di Casa Emmaus. 

Maggio è un po’ tardi per iniziare a preparare un orto…

Già, infatti inizialmente abbiamo provato a seminare le piante, ma ci siamo accorti che non ne usciva nulla. Così siamo passati al trapianto, e i frutti del nostro lavoro si sono visti subito: abbiamo piantato lattuga, zucchine cetrioli, fagioli, fagiolini e diversi tipi di pomodori. È stato un esperimento, una prova per vedere come comportarci in futuro; è anche per questo che non abbiamo voluto utilizzare tutto il terreno che ci hanno messo a disposizione, siamo rimasti “in piccolo”, per ora, ma già il prossimo anno sarà diverso.

E ora che cosa ne fate degli ortaggi che state raccogliendo?

Vengono utilizzati in cucina da noi e dagli ospiti di Casa Emmaus. Una volta a settimana i nostri utenti cucinano autonomamente. Prima ci servivamo di un catering, ora abbiamo le nostre verdure: mettersi ai fornelli è un’attività autonomizzante, cucinare gli ortaggi prodotti da loro è una marcia in più, anche soltanto perché sono prodotti a chilometro zero, quindi sani.

E ora cosa fate?

Adesso stiamo portando avanti un altro esperimento: preparare l’orto per l’inverno. Abbiamo iniziato iniziato a piantare le verdure che maturano tardi, come porri, cappucci, sedano rapa, e aspettiamo di vedere se funziona. Questa prima stagione è stata di prova, abbiamo imparato moltissimo, ma – e soprattutto – abbiamo capito ci piace. Anche l’”orto invernale” sarà una bella sorpresa: sia che non ne esca niente sia che riusciremo ad avere un raccolto tardivo non importa, sarà comunque un successo.

Autore: Luca Masiello

Insieme per “uscire dalla caverna”

Con una festa svoltasi al teatro Puccini gremito di bambini e famigliari, si è conclusa la 26esima edizione del Grest organizzato dal Punto d’Incontro per giovani “Cilla”,che  quest’anno ha visto coinvolte 140 persone fra bambini, ragazzi ed educatori presso l’ex Dopolavoro di Sinigo.

Il titolo di questa edizione era “Esci dalla caverna per vivere alla grande”, e per introdurre i tanti partecipanti alla tematica, il gruppo dei giovani “gialloni” ha aperto la festa con una rappresentazione teatrale sulla storia della famiglia “Croods”, ispirata dunque al film d’animazione della DreamWorks. E proprio questa originale e spassosa famiglia di cavernicoli ha fatto scoprire a tutti, attraverso i suoi personaggi, che non conviene mai chiudersi nel proprio guscio. Grazie alle tante attività svolte, infatti, ognuno, piccolo o grande, nelle due settimane di Grest ha potuto comprendere che è meglio abbandonare ogni paura, rischiare e seguire la luce: solo così la nostra vita e quella degli altri potrà fiorire e realizzarsi. 

A dialogo con i ragazzi più grandi

Ogni giornata del Grest non finiva con la riconsegna dei bambini alle famiglie ma continuava con i ragazzi delle scuole superiori e gli universitari attraverso un momento di dialogo e confronto. Aiutati dalla lettura di alcuni testi precedentemente scelti o dalle testimonianze di amici adulti invitati a raccontare le proprie esperienze, i ragazzi hanno compreso come nella loro vita l’uscire dal proprio guscio accogliendo il “nuovo” e fidandosi dell’altro, sia sempre una ricchezza e una risorsa.

Due gite di sport, musica e relax 

Sono state inoltre organizzate due gite: la prima destinazione era Andalo, dove all’interno del Palazzetto dello Sport – insieme al Grest di Bolzano e Laives – la bellezza di 500 persone tra bambini e giovani hanno dato vita ad un momento conviviale fatto di canti, balli e tanta musica. Un momento particolarmente interessante è stato il dialogo semplice e spontaneo con alcuni dei bambini e ragazzi sul tema “cosa vuol dire per te uscire dalla caverna?”, che ha riservato grandi ed istruttive sorprese.

La seconda gita è stata sull’incantevole Lago di Nembia dove, dopo una breve passeggiata dal Lago di Molveno, i bambini si sono sfidati in giochi organizzati sui prati, hanno organizzato un pic-nic e infine hanno giocato liberamente sulle sponde del laghetto.

Lo staff di Cilla vuole cogliere l’occasione per ringraziare tutti gli innumerevoli volontari che dall’inizio si sono coinvolti a vario titolo per la realizzazione di questa opera educativa.

Autore: Luca Masiello

Giulia Martinelli è Giulia Olivia:una cantautrice in rosso

Il rosso è il suo colore preferito, lo si era capito da tempo, e come nelle copertine dei dischi precedenti, torna nell’abito indossato da Giulia nella foto che la ritrae in questo EP nuovo di zecca, uscito lo scorso 28 settembre.

Il nuovo CD della cantautrice meranese giunge dopo una pausa di oltre quattro anni, tanta è la distanza dal precedente Wanderlust, anche se in mezzo ci sono stati i singoli The Crown e Mentiroso, inediti su supporto fisico, e più recentemente quelli che figurano su questo nuovo Roller Coaster Ride, il cui titolo è un po’ il riassunto della vita di Giulia Martinelli in questi ultimi anni, quattro lunghi anni che l’hanno messa alla prova, non solo riguardo alla sua volontà di proseguire con l’attività di cantautrice, anni in cui ha dovuto fare i conti col fatto che la vita è un po’ come le montagne russe del titolo.

“Questo lungo intervallo – ci racconta – è un po’ dovuto anche al fatto che ho una facilità di scrittura quasi eccessiva, le canzoni mi vengono fuori con una facilità estrema. Ne riempio i cassetti e poi però ho la tendenza a lasciarle lì, considerandole cose mie. Sono canzoni che vengono direttamente dall’anima e dal cuore e a volte ho paura che il condividerle mi sottoponga a opinioni e di conseguenza a critiche. E non sono sempre sicura di essere pronta ad accettarle. Ecco perché è trascorso tanto tempo dal disco precedente, tra un ripensamento e l’altro, col timore che avrei potuto fare di meglio. Su ogni brano ci lavoro davvero molto, dal far leggere un testo a persone di madrelingua, dallo studiare l’intonazione e la dizione, ora comunque il disco è qui e tutto sommato va bene così, alla fine è prevalsa l’idea che la condivisione va bene, anche perché mi è stato fatto notare che se i cantanti che mi piacciono si facessero gli stessi problemi, sarei la prima a dispiacersi molto per non aver potuto avere in condivisione le loro canzoni”.

Rispetto ai lavori precedenti, Giulia dopo aver registrato a Milano e Bolzano, stavolta si è affidata alle cure del produttore bolognese Riccardo Cesari. 

La modalità di lavoro è comunque già tutta nella testa della cantautrice, che quando consegna al produttore i brani sa già in qualche modo come vorrebbe sentirli suonare, anche sperimentando di proposito, come avviene in questo EP in cui particolarmente nel brano For Myself e nella title track vengono adottate sonorità più virate verso l’elettronica e con strizzate d’occhio al pop rispetto ai lavori precedenti, ma proprio nel brano che titola l’EP fanno capolino anche suggestioni insolitamente rock.

Dead End Street, il brano più antico del nuovo lavoro è forse quello dalle atmosfere più cupe, mentre con il suo arrangiamento quasi calypso, e quindi solare per definizione, Supergirl è indubbiamente quello che potremmo definire il singolo trainante. 

Autentica novità è poi il cambio di denominazione dell’artista, che dopo tre EP come Giulia Martinelli ha adottato il nome d’arte di Giulia Olivia.

“La storia del nome d’arte è una storia che ho sempre avuto in mente, soprattutto per il fatto che Giulia Martinelli è un nome molto comune, ho davvero tantissime omonime, così tante che più d’una volta mi sono ritrovata taggata in post o addirittura invitata ad eventi da gente che pensava di aver invitato un’altra Giulia. Olivia suona bene accanto a Giulia, c’è una buona assonanza ed è un nome che mi piace. E poi c’è il fatto che sono convinta di non essere sempre la stessa persona, non mi sento ogni giorno nello stesso modo e anche le mie canzoni sono così, diverse. Nel disco canto che la vita è come le montagne russe, ci sono gli alti e i bassi, è stato bruttissimo prenderne atto, ma ora so che se i bassi non li posso eliminare, ci posso però lavorare su e soprattutto posso imparare a godermi i momenti belli della vita, cosa che non è assolutamente automatica.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“Le mie mani, i miei occhi”

Il bolzanino Andrea Bianco è uno scultore e il legno è il materiale in cui, perlopiù, le sue creazioni prendono vita. Nicola Hornäcker, designer e artista, è il maestro che ha aiutato Andrea Bianco a realizzare il suo sogno di lavorare una materia solitamente preclusa a chi non vede, come lui. Quella tra Andrea e Nicola è una storia di amicizia che si nutre della bellezza e della spinta a superare insieme i limiti.

L’atelier dell’artista Andrea Bianco è una piccola casupola di legno, appoggiata alla parete esterna del condominio in cui vive. Nel suo laboratorio, il pomeriggio, dopo il lavoro in ufficio, si dedica alla sua passione, la scultura. Lì dentro, nonostante la cecità che l’affligge da quando a 21 anni perse la vista a causa di un incidente stradale, lavora da solo con scalpello e martello, modella figure umane e animali. Quando lo andiamo a trovare, sta abbozzando un ippopotamo di legno. La sagoma dell’animale è già visibile ma ci vorrà ancora qualche settimana prima che la statua sia pronta.  

Dopo averci accolto nel suo spazio creativo, Andrea ci invita nell’appartamento che condivide con la famiglia. Le stanze sono piene delle sue opere: figure maschili e femminili, volti, opere di arte sacra che l’hanno fatto conoscere ed apprezzare fuori dell’Alto Adige. Sul tavolo della sala è appoggiato un Cristo ligneo che verrà presto esposto nel museo di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli. L’amore per l’arte e il bello lo accompagnano da tutta la vita. Solo a quarant’anni però si è avvicinato alla lavorazione dell’argilla. Navigando su Internet, Andrea aveva letto che anche le persone non vedenti possono svolgere questa attività. Successivamente ha sperimentato con il marmo, quindi con il bronzo. Ma il suo vero desiderio era intagliare e scolpire il legno. “Se prima avevo trovato chi mi aveva insegnato, quando cominciai a cercare un maestro per cominciare a scolpire blocchi di legno, nessuno era disponibile”, racconta, “avevano tutti paura che mi facessi male. Nessuno me lo diceva apertamente ma me lo facevano capire”. Poco alla volta, grazie al passaparola, Andrea riuscì a scoprire un maestro coraggioso, alla Facoltà di Design e Arte della Libera Università di Bolzano: Nicola Hornäcker, all’epoca artista e studente di Design. Nicola, di carattere aperto nonostante l’apparenza di persona taciturna e riservata, accettò subito la sfida. “Avevo già insegnato ad altre persone a scolpire ma mai a un non vedente. L’ho presa come una provocazione”, confessa. I primi passi sono stati dedicati al lavoro in sicurezza, con prudenza. Manipolare il legno è più rischioso rispetto ad altri materiali. Chi non vede, deve prestare molta più cautela perché le possibilità di sfregiarsi, tagliarsi o farsi male sono reali.  

Dapprima Nicola ha spiegato ad Andrea come realizzare forme piane, concave, convesse, “poi siamo passati a realizzare volti, partendo dal mio”, ricorda Bianco, “mi ha spiegato come usare le mani per vedere e poi riprodurre. Per me era tutto un mondo ignoto. Per farmi capire l’anatomia, mi invitava a infilare le dita nelle mie orecchie per sentirne la profondità, avvertirne la forma. Abbiamo potuto capire che le mani hanno una certa memoria”. Più volte in settimana Nicola andava nel laboratorio di Andrea. Lavorarono insieme in ogni condizione, col freddo e con il caldo, per tre anni di formazione molto intensi. 

La straordinaria capacità di immedesimazione di Nicola ha fatto la differenza. “Ad esempio quando mi diceva di eseguire un determinato passaggio con la sgorbia e io gli dicevo che non mi riusciva, lui chiudeva gli occhi e rifletteva su come avrebbe fatto lui se fosse stato cieco. E si inventava la tecnica per permettermi di arrivare al risultato”, afferma Bianco. Poi Nicola si è allontanato per qualche anno da Bolzano, per continuare la sua formazione in Inghilterra. Adesso lavora nelle officine della Facoltà di Design e Arti e ha ripreso la collaborazione artistica con Andrea. Ma il loro prossimo progetto non è di natura artistica. Non solo. L’obiettivo è creare un corso di scultura lignea per persone non vedenti, basandosi sulla loro esperienza che è risultata vincente. Andrea è un artista affermato, che espone e le cui opere sono richieste. Ora vorrebbe aiutare altre persone nella sua condizione e con la sua stessa voglia di realizzare un sogno. Finora tutte le porte cui hanno bussato non si sono aperte. “Abbiamo fatto solo un corso di argilla a Firenze, tempo fa, ma non esiste scuola al mondo che proponga corsi come quello che potremmo fare noi”, conclude lo scultore, “io sono stato fortunato a conoscere Nicola ma credo che un’esperienza valga di più se diventa un patrimonio anche di altre persone. Bolzano e la sua provincia hanno una tradizione artistica nella scultura del legno, è forse il momento di allargare la possibilità di entrare in questo mondo anche a chi finora ne è stato escluso”.  

Per ammirare le opere di Andrea: www.biancoandrea.com

Autore: Nilo Ruggeri

“Il processo del fieno” di Anterivo

Guardando la cartina geografica, Anterivo appare come una minuta appendice sudtirolese in territorio trentino. In effetti, più volte nel corso della storia il piccolo comune di confine è passato da una provincia all’altra, l’ultima nel 1948 grazie all’accordo De Gasperi – Gruber. La prima citazione del paese risale al 24 luglio 1321, quando il re Enrico di Boemia concedette, “per particolari meriti”, al suo vassallo Gottschalk di Bolzano, all’epoca titolare del giudizio di Egna, di realizzare “in loco dicto Antereu inter Cauerion et Castel” in Val di Fiemme dieci masi e di affidarli “esentasse per sempre” a coloni tirolesi.

Ciò fu possibile in quanto era il periodo storico in cui la Val di Fiemme era governata dai conti del Tirolo, che per qualche decennio l’avevano sottratta al principe-vescovo di Trento. Alcuni  secoli dopo, nel 1779, l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo scambiò il piccolo comune della Val di Fiemme con quello di Termeno, fino ad allora appartenuto dal vescovo di Trento. 

Nell’agosto dell’anno 1532 avvennero i fatti che portarono al processo entrato negli annali della storia come “Heuprozess”, processo del fieno.  

Da tempo, i contadini di Anterivo avevano problemi di confine con quelli di Trodena. Diversi pascoli e prati erano contesi tra i due comuni che ovviamente avevano bisogno del fieno per i loro animali. In misura minore, anche tra Anterivo e i vicini della Val di Fiemme non di rado scoppiavano controversie sui terreni appartenenti all’uno o all’altro comune. In località  “Schwabenmoos” (oggi chiamato Tonci-Moos) e “Langen Moos” gli abitanti di Anterivo, che ritenevano i terreni e quanto vi cresceva di loro pertinenza, raccolsero e asportarono il fieno che quelli di Trodena avevano falciato. Lo scandalo fu grande e volarono parole grosse. Per poco non si arrivò allo scontro armato. 

Il comune di Trodena sporse denuncia nei confronti dei vicini e ne conseguì un processo con due tumultuose udienze tenute presso la “stuba superiori palatij”, ossia  nel palazzo vescovile di Cavalese: la prima alla fine del 1534, la seconda nel 1535. Secondo l’accusa, “illis de trudena” erano stati derubati di una certa quantità di fieno dai vicini. L’interrogatorio degli imputati (Antonius Indereben, Georgius Ludbich, Simon Perdatij, Christanus Texor et Petrus de Chuchal) fu condotto dal capitano della Val di Fiemme Simon Botsch di Ora. I cinque confermarono di essere “vicini de antarudo” e di aver partecipato alla raccolta fraudolenta del fieno. Ammisero che i prati da cui avevano prelevato il fieno venivano lavorati da quelli di Trodena ma asserirono anche con convinzione che i prati si trovavano in territorio di Anterivo. Il fieno era stato prelevato da un prato denominato “das schwoben mos”, da uno chiamato “zonlongamos” e perfino da uno appartenente “illorum de sancto Lugano”. 

Ma con questi ultimi non erano sorti problemi in quanto quelli di San Lugano erano “consanguinei” di quelli di Anterivo. Spesso i buoi di Anterivo pascolavano in territorio di San Lugano ma nessuno aveva nulla da ridire. 

Gli imputati confermarono di aver partecipato, con il consenso del consiglio comunale, alla raccolta del fieno e di essere stati sempre presenti con eccezione di Anton in der Eben e Peter von Guggal. Il motivo per cui avevano raccolto il fieno era da ricercarsi nel fatto che gli abitanti di Anterivo pagavano da sempre tributi al “graziosissimo Domino suo” per questi prati, che dunque dovevano per forza ricadere nella loro giurisdizione. Per tale motivo, il “furto” era stato addirittura preannunciato con largo anticipo a quelli di Trodena. Venne chiesto se i contadini di Anterivo si fossero presentati con armi da fuoco (sclopos cum igne) alla raccolta del fieno ma risultò che solo una persona fosse armata di un fucile da caccia. 

Al termine dell’interrogatorio, il giudice rimandò a casa gli imputati, che con una stretta di mano gli promisero di ricomparire in udienza dopo 30 giorni. Nel frattempo potevano cercare testimoni e prove dei diritti vantati sui prati oggetto della contesa. 

Non è noto l’esito del processo ma si suppone che quelli di Anterivo avessero ottenuto ragione in quanto anche negli anni successivi continuarono a versare al loro signore i tributi per i parti in oggetto. 

I confini con Trodena furono poi definitivamente regolati da un decreto di Blasy Khuen von Belasy nel 1560.

Autore: Reinhard Christanell

Tre giornate alla scoperta della storia

“Atrium” è l’acronimo di Architecture of Totalitarian Regimes of the 20th century In Europe’s Urban Memory. L’associazione e la rotta sono state fortemente volute e patrocinate dal consiglio d’Europa con lo scopo di indagare, contestualizzare, spiegare gli edifici costruiti a scopo di propaganda, ma non solo, durante i regimi totalitari del XX secolo, di stampo fascista, nazista e comunista.

Nel maggio scorso, La Fabbrica del Tempo, in collaborazione con “Atrium” ha pubblicato il libro “Less is more”, un libro che, basato su ricerche d’archivio, spiega questo difficile periodo storico attraverso le architetture pubbliche, di propaganda, sportive, religiose e private e si pone come guida per tutti quei fruitori interessati a percorrere la rotta europea e comprenderne gli edifici nelle singole tappe. 

Quest’anno in collaborazione con il Comune di Merano e “Atrium”, La Fabbrica del Tempo ha organizzato tre giornate “Atrium” con le quali si intende invitare la cittadinanza a scoprire con noi la ex Montecatini, Il Borgo Vittoria, la Centrale idroelettrica di Marlengo, mentre la serata è dedicata all’arte modernista e a conoscere meglio “Atrium”.
Il borgo di Sinigo nacque a coronamento degli sforzi fatti per la bonifica del fondovalle compiuta a partire dal 1924, fu costruito tra i ruscelli Neifer e Rio Sinigo, fu chiamato “Borgo Vittoria” e fu inaugurato nel 1928. Nei progetti iniziali del governo fascista qui contadini e operai di varie zone d’Italia si sarebbero dovuti trasferire in massa ma non accade in maniera compiuta.

La complessa opera di drenaggio dell’ampio areale paludoso attorno al fiume Adige, precedette quelle compiute nell’Agro Pontino e nel resto della Penisola, servendo da modello alle altre regioni. Fu realizzato come insediamento industriale e abitativo dello stabilimento della Montecatini. 

Oltre alla fabbrica l’area fu dotata di un proprio spaccio e di un centro di assistenza medica, un quartiere prevalentemente autonomo dove impiegati ed operai -inizialmente 650 ma alla fine degli anni Trenta già intorno a 1000 – vivevano con le loro famiglie. 

La dirigenza della fabbrica – in linea con lo spirito del tempo – provvedeva anche all’offerta di attività per il tempo libero dei propri occupati attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro con intrattenimenti sportivi e culturali: oltre a praticare attività sportive si poteva trascorrere il tempo nelle sale comuni ascoltando la radio o assistendo alla proiezione settimanale di un film; venivano organizzate gite e partecipazioni a molteplici celebrazioni e manifestazioni. Erano presenti inoltre una piccola compagnia teatrale e una banda musicale della fabbrica, che fungeva altresì da veicolo pubblicitario della Montecatini.
La centrale idroelettrica di Marlengo, nelle raffinate forma architettoniche, ricche di particolari art déco, che vediamo oggi, nasce a metà degli anni ’20 ad opera della società Montecatini con il preciso scopo di alimentare il nuovo stabilimento industriale che in quegli stessi anni andava costruendo a Sinigo. 

La nuova centrale doveva fornire alla nuova fabbrica la potenza elettrica necessaria ai processi industriali di sintesi dei composti azotati ma anche l’idrogeno necessario. Originariamente entrambe – centrale e fabbrica – avrebbero dovuto sorgere a Marlengo, ma alla fine si decise per l’attuale ubicazione. 

La facciata squadrata sembra quasi voler gelosamente custodire l’apparato decorativo dell’interno, dove ampie pitture inneggiano alla forza dell’allora ancora nuova energia, quella elettrica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Connettere Alto Adige e l’Europa: intervista a Giulia Chiarel

Oggi dialoghiamo con una bolzanina che da anni vive nel cuore dell’Europa. Il suo compito è proprio quello di connettere la provincia di Bolzano, con le sue diverse realtà, con le potenzialità rappresentate dai fondi europei. 

Quando qualcuno racconta di essersi trasferito in una città per il suo clima, è probabile che Bruxelles non sia la prima a venire in mente. “Invece è proprio così che Bruxelles mi ha fregata” racconta ridendo Giulia Chiarel. “Ho studiato Giurisprudenza a Trento e cercavo un impiego che mi permettesse di andare all’estero, perciò ho partecipato a una Summer school organizzata da quello che, anche se ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio posto di lavoro: l’Ufficio di Bruxelles della Provincia di Bolzano, all’interno della Rappresentanza comune della Regione europea Tirolo-Alto Adige-Trentino. Come dicevo, Bruxelles mi ha fregata perché a luglio è bellissima: è piena di vita, ci sono moltissime attività e luce fino a tardi, e ho subito pensato di volermi trasferire lì. Poi ha nevicato da novembre fino a marzo”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di fondi europei diretti: in altre parole, cerco di mappare le possibilità che ci sono per le realtà dell’Alto Adige in diversi campi, dalla ricerca all’agricoltura, dalla cultura alla salute. Ci occupiamo di tanti progetti diversi, il più famoso è senza dubbio il progetto Erasmus. Quello che facciamo, comunque, è monitorare i fondi, mettere in connessione le realtà altoatesine e quelle europee e affiancarle durante il percorso, collaborando anche con gli uffici di Trento e Innsbruck. Oltre a questo, svolgiamo altre mansioni. Io, per esempio, mi occupo di co-coordinare, a nome dell’Ufficio, un gruppo di lavoro su design e creatività all’interno della rete ERRIN (European Regions Research and Innovation Network), del quale l’Alto Adige è co-leader. Lo stesso vale per il gruppo di lavoro sul New European Bauhaus.

Cosa ami del tuo lavoro?

Che non ho una giornata tipo: dover seguire progetti diversi ti dà l’opportunità di incontrare e conoscere tante persone. Avere a che fare con università, centri di ricerca, realtà territoriali ed esponenti delle istituzioni come il Parlamento europeo è molto stimolante. Non ci si annoia mai.

Come racconteresti Bruxelles a chi non la conosce?

La cosa più importante è che, benché sia una grande città, Bruxelles mantiene una dimensione umana: offre tantissimo, anche in termini di attività culturali, e puoi raggiungere ogni posto con facilità. E poi è un luogo fortemente multiculturale: una delle città al mondo con la maggior presenza di cittadinanze diverse. Inoltre, i belgi hanno la tendenza a supportare l’associazionismo, le organizzazioni dal basso, e questo è fondamentale per costruire una comunità. Un’altra cosa di cui non si può non parlare quando si parla del Belgio sono le lingue. Quelle ufficiali sono il francese, il fiammingo e il tedesco, ma la cosa bizzarra è che a scuola si impara una lingua sola. Mia figlia fa la scuola francese e non studia il tedesco – a noi altoatesini, all’inizio, fa uno strano effetto. Cosa non mi piace? Beh, anche se all’inizio è quello che mi aveva convinta, il clima. Ma in quanto italiana è quasi una risposta da statuto, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour

Brad Pitt

Perché Brad Pitt in Alto Adige? A breve inizieranno le riprese di “Inglourious Schützen”. In questo film l’attore americano interpreterà Aldous Regen, un giovane originario di Monguelfo che, dopo il divorzio dalla moglie Gessika Sorrentino, decide di arruolarsi tra i tiratori scelti. Diventerà presto comandante ricevendo il compito di cambiare il colore delle scie della Pattuglia Acrobatica da verde a rosso per sabotare il sorvolo su Bolzano. Prima di partire per la missione passerà una giornata insieme alla figlia bilingue di sei anni che gli regalerà una pesca dicendo “Questa te la manda la Mutti”, creando un caso internazionale.

Autore: Roberto Tubaro

Un laboratorio per tessere relazioni

Adele Buffa si occupa del progetto “Sartoria Sociale” di Officine Vispa. Una sognatrice che crede nel valore dei tessuti, anche di quelli che sembrano da buttare. Anzi,  soprattutto in quelli!

Di cosa ti occupi a Officine Vispa?

Da un anno mi occupo del progetto “Sartoria sociale”. Di formazione sono Eco-Social-Designer e il mio codice di espressione passa attraverso il tessuto. Esattamente come i fili durante la tessitura, il cucito per me rappresenta l’occasione per parlare, conoscere e approfondire determinate tematiche. In due parole: fare comunità.

Come funziona il laboratorio di Sartoria Sociale e qual è il tuo ruolo all’interno?

L’idea di fondo è quella di fare cultura e comunità insieme. Lo scorso inverno ci si trovava di lunedì. Erano molte le persone che partecipavano agli incontri. Molte sapevano già cucire, facevamo maglioni di lana. In quell’atmosfera non si percepivano i maestri e gli allievi perché ognuno, con le proprie conoscenze, era maestro per qualcun altro. Il laboratorio di Sartoria Sociale non è fatto di progetti guidati ma di proposte, poiché il fulcro del progetto è avere uno spazio dove incontrarsi, fare progetti insieme o portarsi la propria “calza” e cucire in compagnia.

Dove si trova il laboratorio e come ci si accede?

Al momento la Sartoria Sociale è nel quartiere Casanova in piazzetta Anne Frank e il giovedì pomeriggio lo spazio è aperto. Siamo sempre felici di accogliere nuove persone!

Il tuo percorso personale invece qual è?

Quando ero bambina vedevo mia nonna che riparava i vestiti di tutta la famiglia, io la aiutavo e insieme sperimentavamo. Era una cosa che a me e a lei piaceva tantissimo. Un po’ più grande, durante l’adolescenza, mi vergognavo di questa mia passione e l’avevo messa da parte. All’università con un’amica mi sono iscritta ad un laboratorio di sartoria e in quel momento ho ricordato l’amore per il cucito. Insieme poi abbiamo preso uno spazio e abbiamo aperto un laboratorio di sartoria a Torino. Quando mi sono trasferita qui a Bolzano per fare la magistrale, ho conosciuto le Officine Vispa. Il loro lavoro sul territorio mi interessava e così ho chiesto di poter collaborare proponendo dei laboratori artistici inerenti al tessile e al cucito. Quando è arrivata l’ora di scrivere la tesi di laurea ho scelto proprio Officine Vispa come partner. La tesi riguardava lo scarto tessile e la produzione tessile locale, perché ero rimasta colpita – venendo da una città grande come Torino – nel vedere che nella città di Bolzano c’erano molti più bidoni per la raccolta di indumenti. Ho quindi sviluppato una mappa dove le persone potevano essere indirizzate a tutte le realtà  del territorio che si occupano della valorizzazione dei vestiti usati. Poi la mia storia di ricerca è continuata anche dopo la laurea, nella collaborazione con le Officine Vispa.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour