Sono partiti i lavori per il collegamento

Dopo anni di espansione della Zona Toggenburg a Pineta, hanno avuto finalmente inizio i lavori per la creazione del collegamento pedociclabile e autobus con Pineta Bassa; ecco i commenti di alcuni dei residenti locali.

“Finalmente un passaggio più accessibile, pratico e sicuro anche per i bambini diretti a scuola!”: così esordisce Nicola Preti, uno dei tanti residenti della Zona Toggenburg e padre, appunto, di due bambini in età scolare. Ma i vantaggi non si limiteranno certo a questo. 

La così chiamata Zona Toggenburg a Pineta alta ha raggiunto la sua massima espansione, con il sorgere nell’ultima decina di anni o poco più di numerosi edifici di cooperative edilizie e alcuni di edilizia popolare, con il conseguente arrivo di decine di famiglie nuove spostatesi spesso da zone limitrofe come Laives e San Giacomo. Tutto questo grazie all’accessibilità dei prezzi in edilizia agevolata, che hanno permesso a nuclei familiari il più delle volte giovani, ma non solo, di coronare il sogno di una abitazione di proprietà con ottimo rapporto qualità/prezzo. Parallelamente alla crescita degli edifici abitativi e della densità di popolazione, diversi sono stati gli interventi di riqualificazione della zona, per fornire ai residenti qualità di vita. Dalla Zona Polisportiva con campi da calcio, tennis, padel e area ristoro ai parchi gioco, ai primi di dicembre è finalmente partito uno dei lavori più attesi dai residenti: la creazione di un collegamento pedociclabile tra Zona Toggenburg e Pineta bassa, che consentirà anche il transito di una linea di trasporto pubblico. 

Il progetto prevede pertanto come primo passo l’abbattimento del rudere di una vecchia struttura abitativa posta al confine tra zona “vecchia” e zona nuova di Pineta. Al suo posto, sorgerà appunto questo nuovo passaggio in sicurezza per biciclette e pedoni in primis. 

“In questo modo sarà molto più agevole raggiungere la parte bassa del paese e accedere quindi anche agli esercizi come il supermercato, il panificio e la farmacia”, sostiene  Christian Grandi, trasferitosi con la famiglia di quattro persone da San Giacomo di Laives ai nuovi condomini esattamente cinque anni fa. “Il trasferimento da un condominio di San Giacomo di vecchia costruzione e di piccole dimensioni per una famiglia di quattro persone a un appartamento nuovo e decisamente più ampio è stato un vero salto di qualità – continua Christian – a fronte di un allontanamento dal capoluogo di pochi chilometri. La zona Toggenburg è molto vivibile perchè panoramica, tranquilla, molto verde. La distanza dai servizi di prima necessità come appunto supermercato e farmacia è però un po’ scomoda se non si vuole sempre utilizzare la macchina, soprattutto per chi ha bimbi piccoli o difficoltà a camminare, considerato poi che il rientro in salita da Pineta bassa alle abitazioni più in alto è relativamente faticoso. La possibilità di arrivarci comodamente anche con l’autobus sarà sicuramente un servizio aggiunto, così come il potersi spostare a piedi e in bicicletta lontano dalle macchine”.

Si tratta di una riqualificazione attesa quindi, che dovrebbe semplificare e rendere più sicuri gli spostamenti dei residenti e migliorare anche esteticamente la zona, dal momento che anche il parcheggio limitrofo al passaggio che verrà creato, sarà anch’esso risistemato.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Boris de Rachewiltz: un egittologo romano a Merano

A partire dai primi anni Cinquanta il nome di Boris de Rachewiltz iniziò a farsi strada sui giornali locali altoatesini che, immancabilmente, lo facevano seguire all’inciso “l’egittologo”, senza mai però spiegare quale fosse il reale significato di questa espressione: mai si parlò dei complessi studi che portavano il giovane studioso a passare le notti sui papiri per scoprirne gli arcani, per carpire fino in fondo il fascino segreto di quella millenaria cultura.

Dei numerosi libri che nel frattempo egli andava pubblicando, mai fu riportata una recensione o un commento. Per questi quotidiani il suo, e quello della moglie Mary, poetessa e figlia del grande poeta americano Ezra Pound, erano più che altro nomi ambiti da segnalare quasi a garanzia di qualità per gli eventi meranesi a cui prendevano parte. Ma nulla veniva narrato dei viaggi stagionali che vedevano Boris allontanarsi dalla sua casa, il Castello di Brunnenburg, lasciando sola la giovane moglie Mary e i figlioletti Siegfried e Patricia, per affrontare lunghi periodi in Egitto, Giordania o Sudan. Nulla delle sue scoperte prestigiose. Boris de Rachewiltz era nato a Roma nel 1926 e nella stessa città aveva compiuto gli studi in egittologia presso il Pontificio Istituto Biblico, mentre al Cairo aveva continuato gli studi di specializzazione e compiuto numerose campagne di scavo. Nell’estate del ’57 a Brunnenburg lavorava alla traduzione dei geroglifici del cosiddetto “Libro dei morti”, un papiro del Museo Egizio di Torino, di epoca tolemaica e lungo ben diciannove metri.

La traduzione fu pubblicata l’anno successivo quando il lungo lavoro fu dunque ultimato: ora restavano pagine affascinanti e quanto mai misteriose per un lettore non esperto, eppure capaci di catturarlo e portarlo seco, nel caldo umido delle tombe, fra gli antichi aromi e le fioche luci delle torce. Nei geroglifici, diventati parole e frasi su quelle pagine, c’è tutta l’ansia dell’intera umanità posta davanti al mistero della morte e tutta la forza catartica della fede illimitata in una seconda possibilità. Attraverso il suo paziente lavoro, Boris de Rachewiltz aveva reso possibile questo viaggio straordinario nel mondo dei morti e paradossalmente anche attraverso la comprensione di una importante rivoluzione nel mondo dei vivi. Nella lunga e dettagliata premessa egli spiegava infatti, con rigore e semplicità, che Kitab el Mayytun, letteralmente Libro dei morti, era in realtà la designazione araba utilizzata dai violatori delle necropoli faraoniche per qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe, a prescindere dall’argomento trattato. Proprio nel 1957, quando il suo nome cominciò ad essere menzionato tanto spesso, nei quotidiani locali, il suo “Massime degli antichi egiziani” era ormai giunto alla quinta edizione e la sua personale produzione storiografica poteva già contare su ben dodici titoli tra consistenti saggi e monografie. Frammenti di papiri, maschere, scarabei di pietra dura e di ceramica invetriata, oggetti rituali e piccole curiosità andavano pian piano arricchendo le pareti e le vetrinette di Brunnenburg, consentendo, oggi come allora, ad addetti ai lavori e non di ritrovarsi d’un baleno catapultati in un mondo lontano nel tempo e nello spazio, quasi che una finestra del castello potesse affacciarsi sui tramonti africani, sul silenzio del deserto, sul vociare del “suk”, nei meandri delle tombe.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Bianco e oro: Le sculture di Irma Hölzl   

Bronzo e bianco, lucido e opaco, liscio e scabro, linee pure e pur sinuose, forme eleganti, altere, preziose. Queste potrebbero essere alcune delle parole chiave di una possibile lettura delle opere di Irma Hölzl. Ma le sue sculture sono molto di più, raccontano e rappresentano molto altro. Scaturite da un intenso lavoro creativo, intellettuale prima e fisico poi, esse racchiudono la passione del creare, la necessità irrinunciabile di dar vita ad una determinata entità, raffigurazione, allusione, sia essa naturalistica o solo antropomorfa, zoomorfa o completamente astratta. L’intuizione sopraggiunge insistente, fa breccia nei pensieri e va studiata, approfondita, modificata. È poi il tempo della messa in opera con i “partner” – più o meno duttili – di sempre: ferro, rete, corde, gesso, cera. E qui, come in una fucina affollata, affiorano nuove idee e si escogitano nuove soluzioni. Ed è ancora ricerca. Infine la scultura assume la sua fisionomia definitiva e come tale viene affidata al fonditore e alla sua maestria. L’attesa, coi suoi timori e la sua carica di suspense per il risultato finale, è l’ultimo atto della lunga vicenda creativa.
Le variegate sculture di Irma Hölzl rappresentano un cammino di crescita artistica e di trasformazione, sottolineano lo sviluppo di un linguaggio capace di rinnovarsi in termini di freschezza e di adattabilità al nuovo, all’oggi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli scritti e i valori di Menapace

Un libro uscito quest’anno per le edizioni alphabeta raccoglie un’ampia selezione di scritti di Lidia Menapace. Il volume è curato da Maria Pia Bigaran e Carlo Bertorelle. A quest’ultimo abbiamo rivolto alcune domande, per spiegare qual è lo scopo che si prefigge questa pubblicazione dedicata alla Menapace, della quale il prossimo anno si ricorderà il centenario della nascita. 

Chi era Lidia Menapace e cos’è successo dopo la sua scomparsa avvenuta tre anni fa?

Quando è morta abbiamo tutti pensato che poi ci sarebbe stata un po’ più di più di ricerca e attività sulla sua opera. Invece stranamente ho visto che non c’è stato molto, nemmeno da parte del Manifesto, il giornale dove lei ha molto lavorato. Lei era un personaggio tutto sommato un po’ scomodo. E questo è forse conseguenza del suo anticonformismo, il suo non appartenere integralmente a nessuno, il suo essere sempre di passaggio in partiti, istituzioni e aggregazioni di vario tipo. è un aspetto del quale lei pure si vantava; non ha mai mancato di rimarcare anche in maniera ironica la sua indipendenza. Questo nonostante i periodi in cui ha fatto parte dei direttivi di realtà importanti come l’Unione Donne Italiane, l’Anpi, il Pdup, Rifondazione, ecc. 

E’ un po’ il destino degli anticonformisti… Le celebrazioni normalmente sono fatte, anche, per segnalare o rincarare un’appropriazione. E nel suo caso, forse, risulta particolarmente complicato l’avviarsi di questo meccanismo.  

Sì. Quello che stupisce è che però si sia messo poco in modo anche dal punto di vista della ricerca storico-archivistica. Lì siamo molto in ritardo. Una parte delle sue carte oggi sono presso la Casa della Donna di Roma, ma non sono state nemmeno inventariate. E le sue carte personali, tra  cui molto materiale inedito, sono state invece consegnate all’Istituto per la resistenza e la lotta partigiana di Bergamo. Bolzano da questo processo è stata tagliata fuori, anche se Lidia Menapace ha vissuto a lungo qui, anche e soprattutto negli ultimi anni. 

Quindi il libro sulla base di quali materiali è stato realizzato?

Esclusivamente sugli scritti editi. Giornali, riviste, libri. Il lavoro l’abbiamo realizzato insieme io e Maria Pia Bigaran. Il volume è diviso in sette sezioni tematiche e abbiamo privilegiato materiali che potessero essere anche oggi di grande interesse. 

Com’è nata l’idea di realizzare questo libro?

Avevo paura che la figura e l’opera della Menapace venissero monopolizzate da parte di partiti o gruppi di vario genere. Ci tenevo invece che attraverso una scelta curata dei suo scritti venisse messa in luce la varietà e la multiformità del suo pensiero. In particolare mi interessava il periodo post Concilio degli anni ’60 in cui l’avevo conosciuta direttamente. Fu una fase interetnica in cui lei si avvicino ai gruppi dei cattolici di base, a Bolzano, in cui c’erano sia italiani che tedeschi, tra cui un giovane Alexander Langer. E poi la famosa scelta marxista della fine degli anni ’60 che io avevo visto come una logica conseguenza di un’incubazione che durava da anni. All’epoca si discuteva molto di dissenso e partecipazione. 

Sulla quarta di copertina del libro una frase di Lidia Menapace riassume l’atteggiamento intellettuale che lei ebbe per tutta la vita. Citiamola. “Le domande fondamentali si affollano dentro di me, senza risposte definitive. Non mi assillano, non mi tormentano, non mi fanno paura, ma mi interessano.” 

Sì, ma al di là dell’atteggiamento aperto, nella sua attualità vanno sottolineati alcuni insegnamenti in merito a guerra e nonviolenza. La necessità di un’Europa neutrale e del disarmo da una parte, e dall’altra la sottolineatura così forte del valore della Costituzione italiana. Le due cose a cui è rimasta più fedele sono state la lotta partigiana e, proprio, la Costituzione, con i suo articoli fondamentali. Lavoro, pace, diritti e uguaglianza, su tutti. Altrettanto importante per lei è stato il tema non solo dell’emancipazione, ma di una vera e propria liberazione della donna. 

Autore: Luca Sticcotti

Lidia, e il sogno a fumetti di Valentina

In occasione dell’uscita della Graphic Novel “Lidia” di Valentina Stecchi, abbiamo incontrato l’autrice per scoprire cosa si nasconde dietro un lavoro di scrittura per immagini e parole che racconta la storia di Lidia Menapace, scomparsa nel 2020, attraverso l’intuizione del sogno.

Quando hai deciso di intraprendere la carriera come fumettista?

In realtà non ho proprio deciso di intraprenderla, diciamo che è stato più inseguire un sogno che coltivavo da molto tempo.  Fin da piccola mi è sempre piaciuto disegnare vignette e fumetti, per questo ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti dove ho studiato Pittura. Dopo aver concluso gli studi ho lavorato in luoghi collegati con l’arte per poi decidere di voler far dei fumetti il mio lavoro.

Come mai usi spesso la citazione “non sono una signorina e te lo dico con i fumetti”? 

Ho deciso di usare questa frase, perché ormai quattro anni fa è uscito il mio libro chiamato “non sono signorina” che ha funzionato anche abbastanza bene. In questo libro parlavo delle tematiche di genere. Sono arrivata a parlare di questo tema dopo essermi interrogata su quello che ho passato io, allora sono partita da una frase che ho sempre odiato: “non farlo perché una signorina non lo fa”. Ho deciso di intitolare il libro così proprio perché volevo far capire con l’arte, che comunque è un modo per esprimere se stessi, che siamo libere di far ciò che ci sentiamo di fare e che urlare, saltare arrampicarsi e sporcarsi non ci fa essere meno donne.

Ti immaginavi di riscuotere cosi tanto successo o avevi altre aspettative?

No, non mi sarei mai aspettata tutto ciò, diciamo che ho sempre voluto vivere di quello che mi piace cioè di arte e sapere di starci riuscendo mi rende felice.

Perché hai deciso di scrivere e raccontare la storia di Lidia Menapace nel tuo nuovo libro?

Ho scelto lei perché cercavo da tempo una figura femminile che mi potesse essere di ispirazione ma che comunque potesse ispirare anche tutti quelli nati dopo di me, delle nuove generazioni. Diciamo  che Lidia incarna  i valori che ho sempre portato avanti io. In realtà iniziando a studiarla meglio mi ha colpita molto quindi mi sono detta “è lei la persona di cui voglio parlare”.

Che emozioni provavi mentre realizzavi il libro?

Sinceramente un sacco: ansia, timore, paura, gioia. Provavo ansia e timore perché avevo paura di fare qualcosa di sbagliato, stavo comunque raccontando e parlando di una persona reale, non di un personaggio inventato.

Hai in mente altri progetti?

Si, ho in mente un sacco di altri progetti, troppi sinceramente, non so se riuscirò a realizzarli perché diciamo che non ho molto tempo però sai cosa ti dico? Sognare non costa nulla ed è il sogno che mi ha portata fino a qui quindi perché fermarsi proprio adesso?

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Il presepe

È stato ufficialmente presentato il Südtiroler Volkspresepe, realizzato da uno dei più rinomati falegnami della Val Gardena. Le statuine son state realizzate in tempo record, grazie alla pazienza di tutto il Consiglio Provinciale che da fine ottobre è rimasto fermo in posa al Palazzo Widmann. Bisogna stare attenti a non comprare versioni contraffatte. Queste sono facilmente identificabili, presentando grossi errori: per esempio Anderlan è senza barba e senza uova, Mair e Knoll hanno in braccio un lupo, Foppa ha un cartello pro-aeroporto e Kompatscher e Achammer guardano verso sinistra. 

Autore: Roberto Tubaro

Christmas Voice, un coro davvero animato dallo spirito natalizio

In attesa del Natale, abbiamo incontrato Omar Tessaro, fondatore del coro Christmas Voice: uno speciale gruppo corale, che trasmette lo spirito natalizio non solo come repertorio ma anche per l’animo sociale.

Com’è nato Christmas Voice?

È un progetto che nasce quasi per caso. Da diversi anni insegno musica in una scuola primaria e nel 2019 con degli amici ci siamo messi a creare un gruppetto per condividere le nostre grandi passioni: la musica e il Natale. Nel giro di qualche mese siamo riusciti a raggiungere un buon numero di persone, tra parenti e amici, per mettere su un coro natalizio. Da lì ci siamo poi organizzati per portare in scena delle restituzioni pubbliche: a San Pio X, dove facciamo anche le prove, una collaborazione con il coro di Don Bosco e abbiamo anche contattato l’azienda di Soggiorno per cui ci siamo esibiti ai mercatini di Natale. Poi c’è stata una pausa dovuta ai periodi di lockdown, ma quest’anno siamo tornati con tutta la passione e forza con cui abbiamo iniziato.

Come vi siete organizzati per quest’anno? Com’è il programma?

Ad agosto ci siamo ritrovati, il gruppo si è un po’ ricomposto: ci sono stati molti cambiamenti e alcuni non se la sono sentita di ripresentarsi e abbiamo nuovi partecipanti. A ottobre abbiamo iniziato con le prove e la scelta del repertorio così da poter essere pronti per gli eventi di dicembre. Quest’anno abbiamo un’agenda molto ricca: il 2 dicembre al mercatino di Natale, grazie all’Azienda di Soggiorno, il 16 avremo il nostro concerto a San Pio X, il 18 un’esibizione per il reparto di oncologia dell’ospedale di Bolzano e il 23 saremo a Villa Melitta. Queste ultime due date ci stanno molto a cuore, perché ci fa piacere regalare una pausa di magia natalizia a chi non può passare questo periodo con la propria famiglia, per ragioni mediche o lavorative.

Quali sono le prospettive future di Christmas Voice?

Siamo un gruppo a cui piace stare nel presente, quindi non ci abbiamo molto ragionato. L’elemento fondamentale, che ci fa davvero apprezzare queste attività, è che ci dà gioia condividere qualcosa insieme. Non abbiamo la presunzione e neanche il desiderio di diventare un coro più istituzionale, perché è sicuramente un impegno ma non deve essere un peso. Detto questo, per il futuro non escludiamo di creare un’associazione per far fronte anche a quei fardelli economici che ci vengono chiesti per la strumentazione e simili, visto che non ci esibiamo a scopo di lucro, ma sono tutte iniziative gratuite. Quello che per noi è davvero importante è quest’aria di famiglia che ci unisce, non solo al Natale, ma anche come amici e compagni.

Autrice: Anita Danese COOLtour

L’arte dell’osservazione

Qui Intervista a Anuschka Prossliner, un’artista di grande sensibilità, donna curiosa, indipendente, sagace. Affascinata dal quotidiano riesce a trovarvi scampoli di humor o viceversa pause poetiche. L’osservazione e la riflessione sono costanti nella sua vita e si riflettono nella sua arte che varia e muta in una ricerca entusiasta. Nata a Bolzano, risiede fra Merano e Fiè alla Sciliar. Dopo la Scuola d’arte di Ortisei si è diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha poi proseguito i suoi studi post-laurea presso la Facoltà di Belle Arti di Siviglia e all’Università  Complutense di Madrid.

La cosa che più mi piace di me.

Taccio, quando non ho niente da dire. 

Il mio principale difetto.

L’incoerenza.

Il mio momento più felice.

Vari, ma tutti in compagnia di un cane.  

La persona che ammiro di più.

Sono tante, ma in questo momento mi viene in mente Anton Zeilinger.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Probabilmente “Mein Name sei Gantenbein“ di Max Frisch. 

La mia occupazione preferita.

Fantasticare.

Il paese dove vorrei vivere.

Mi piace l’Italia.

Il mio piatto preferito.

Spaghetti aglio olio e peperoncino, con un bicchiere di vino rosso.

Non sopporto…

L’ingiustizia.

Per un giorno vorrei essere…

Un animale felice.

La mia paura maggiore.

Che soffrano gli esseri che amo.

Nel mio frigo non manca mai…

Il burro.

Se fossi un animale sarei…

Una lucertola.

Mi sono sentito orgogliosa di me stessa quando…

Sono andata in deltaplano.

Il mio motto.

Niente è certo.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Spendere troppo per delle cose futili.

I miei poeti preferiti.

Julio Cortázar, Rainer Maria Rilke.

I miei pittori preferiti.

Giorgio Morandi, Francis Alys, Sean Scully – tutti coloro che riescono a trasmettere tanto con poco. 

Il dono di natura che vorrei avere.

Poter parlare con gli animali.

Dico bugie solo…

Per non ferire.

Il colore che preferisco.

Mi piacciono tutti, dipende dalla costellazione.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Sono raramente calma.

Da bambina sognavo…

Di essere una ballerina o una spia famosa. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pandorino

Ingredienti

Dosi per 4-6 piccoli pandori
Per il lievitino:
75 gr Farina 00
75 ml Acqua
7 gr Lievito di birra fresco
1 cucchiaino Miele

Per l’impasto:
200 gr Farina
80 gr Zucchero
1 Uovo
40 gr Cioccolato bianco
80 gr Burro
50 gr Latte
1 pizzico Sale

Per il mix aromatico:
1 cucchiaio Rum
1 cucchiaio Miele
1 bustina Vanillina
1 Arancia

Per la decorazione:
Zucchero a velo q.b.

Procedimento

Il giorno prima versate all’interno di una ciotolina il rum, la scorza d’arancia, il miele e la vanillina, mescolate e lasciate riposare per circa 8 ore.
Ponete nella planetaria gli ingredienti per il lievitino.
Lavorate fino a ottenere una pastella omogenea.
Coprite con un foglio di pellicola trasparente e lasciate lievitare per circa 2 ore.
Trascorso questo tempo, aggiungete la farina, lo zucchero, versate il latte poi profumate con il mix aromatico.
Azionate la planetaria e amalgamate. Unite le uova e versate il cioccolato bianco fuso freddo, continuate a lavorare l’impasto a velocità media.
Aggiungete il burro a tocchetti e completate con il sale.
Lavorate l’impasto per circa 30 minuti.
Prendete a questo punto l’impasto e formate una palla.
Sistematela all’interno di una terrina e coprite con pellicola trasparente.
Lasciate lievitare per 4 ore in forno spento con luce accesa. Ricavate delle palline da 50 gr l’una e inseritele all’interno degli stampi per pandorini già imburrati.
Coprite gli stampi con la pellicola e fate lievitare nuovamente per altre 4 ore. Cuocete i pandorini in forno a 175 °C per 20 minuti. Sfornate e lasciate raffreddare.
Sformateli e trasferiteli su un piatto da portata e cospargete con un po’ di zucchero a velo.

Sorrisi e corone d’Avvento

Manca sempre meno a Natale e il profumo di pino, di cannella e un’atmosfera completamente natalizia riempiono gli spazi del Centro Lovera, che lo scorso fine settimana, in viale Europa, ha creato un workshop dedicato. I cittadini che hanno preso parte all’iniziativa hanno avuto la possibilità di creare la propria corona d’avvento personalizzata. Attraverso gli scatti del nostro Niccolò Dametto riviviamo i volti dei partecipanti e alcuni dei momenti.