Quel gemellaggio fra Krampus e Mamuthones

Chiunque sia stato in Sardegna non può non aver sentito parlare dei Mamuthones, quelle maschere tradizionali che ondeggiano fra la folla cariche di campanacci e dallo sguardo severo. E qualsiasi altoatesino che le ha viste, non può non aver trovato un’analogia con i Krampus. Ma quanto sono simili queste due figure? Moltissimo. Lo sanno bene i soci dell’“Algfagor Krampus”, l’associazione che poco tempo ha partecipato al celebre carnevale di Orani portando con sé pelli, fruste e maschere demoniache. Un sodalizio che vuole divulgare la cultura del Krampus nel resto dello Stivale e che – particolare  curioso – è formato in maggioranza da meranesi di lingua italiana.

In Sardegna il carnevale è qualcosa di molto diverso dalle feste che si celebrano nel Continente, dove si festeggia quasi esclusivamente nei giorni di giovedì e martedì grasso. Qui il carnevale (meglio: “su Carresecare”, in lingua sarda) è un’altra cosa: antica, ancestrale, radicata in tradizioni medievali; un rito suggestivo, diverso da zona a zona, ricco di rimandi al mito e alle misteriose usanze dell’isola. E le maschere sono un altro tassello fondamentale del Carrasegare: ci sono quelle dedicate al mondo dei mestieri, quelle ispirate agli animali, e quelle che ritraggono personaggi fantastici, come i famosi Mamuthones. 

Ed è proprio qui che pochi giorni fa i campanacci di questi figuri isolani hanno suonato all’unisono con le nordiche maschere cornuti, nell’ambito di un gemellaggio d’affetto fra i Krampus meranesi e i Mamuthones sardi, a Orani, un paesino che si erge a 500 metri d’altitudine nel cuore della Barbagia, attorniato da colline verdi. A guidare il gruppo di 12 “diavoli” altoatesini c’era Andrea Medda, presidente dell’”Alfagor Krampus”.

Andrea Medda, non è strano girare con i Krampus fuori dal periodo natalizio?

Potrebbe sembrarlo, certo, ma solo perché in Alto Adige siamo abituati in questo modo, ed è proprio questa la consuetudine che stiamo cercando di cambiare con la nostra associazione. La maggior parte dei club locali si riunisce nei giorni attorno alla festa di San Nicolò. Noi ci siamo posti come obiettivo quello di portare la nostra tradizione dove non la si conosce, valorizzarla e promuoverla. 

Come è nata l’idea di fondare un gruppo di Krampus a Merano?

Era il 2016, l’idea è venuta a mio fratello Gianluca, che fra l’altro ricopre la carica di vicepresidente, e a me. Avevamo notato che ogni comune della provincia ha un suo gruppo; ma nella città dive vivo io, Merano, non c’era. Così ci siamo riuniti con altri appassionati e oggi siamo arrivati a radunare una quindicina di soci attivi. Siamo nati e cresciuti in Alto Adige, quella dei Krampus è una tradizione nostra, che ci portiamo nel cuore da quando siamo nati. È anche per questo che siamo interessati a farla conoscere fuori dai nostri confini. E, senza falsa modestia, ci stiamo riuscendo anche bene: già dall’anno successivo alla fondazione abbiamo iniziato a muoverci fuori da Merano. Oggi nel nostro curriculum possiamo vantare sfilate in tutto l’Alto Adige ma anche in Liguria, Toscana, in tre comuni del Veneto, Repubblica Ceca, Austria, Germania, Svizzera e Sardegna, dove è iniziata una proficua collaborazione.

Non siete dei volti sconosciuti in Sardegna…

Non più: è il terzo anno che ci invitano, e ogni volta è una bellissima soddisfazione. Abbiamo già sfilato in quattro paesi diversi: loro organizzano le rassegne con le maschere tradizionali sarde e poi invitano anche noi. Quest’anno, in particolare, al carnevale di Oruni c’era una decina di gruppi folkloristici dell’isola, più noi.

Come reagiscono i locali alla vostra presenza? Come giudicano le vostre maschere?

La prima volta che siamo arrivati in Sardegna la mia impressione era che ci guardassero con circospezione, ed erano curiosissimi: volevano sapere tutto sulle nostre maschere, dalla storia alla fattura dei nostri costumi. Ma questa sensazione è durata un battito di ciglio, poco dopo siamo entrati in confidenza e oggi ci trattano come parte della loro famiglia. 

Avete provato i costumi da Mamuthones?

Certamente, chi non l’avrebbe fatto? Così come loro hanno provato i nostri. E devo dire che loro sono più fortunati: indossano un vestito leggerissimo e anche la maschera pesa davvero poco, a differenza delle nostre: noi in totale ci portiamo addosso una trentina di chili!

Autore: Luca Masiello

Ospitare, ma in un modo diverso

Il turismo non è certo una novità nel nostro territorio. Ma esistono forme di viaggio e ospitalità che esulano dai consueti meccanismi, mettendo al centro uno scambio in natura fatto di convivialità e rapporti umani. Ecco l’esperienza di Giovanna e Erich, due bolzanini che abitano alle porte del capoluogo.

Giovanna Carnevale ed Erich Schmid vivono a San Genesio e nella loro casa entra il mondo. E non si tratta solo di un modo di dire.  La coppia è infatti host – praticamente sono ospitanti – di couchsurfing, una opportunità totalmente gratuita per il viaggiatore che trova ospitalità a casa di volontari, così gentili da accogliere sconosciuti nelle loro abitazioni, senza alcun compenso.

Nota a margine: dal 2020 gli sviluppatori del servizio couchsurfing, disponibile in tutto il mondo, hanno rinunciato alla pubblicità di terze parti. Per compensare questa scelta, hanno reso l’utilizzo della piattaforma a pagamento (richiedono un abbonamento di circa 2 euro al mese e 15 € l’anno), ma il costo è esclusivamente relativo all’utilizzo della piattaforma.

L’INTERVISTA

Ciao Giovanna e Erich. Come funziona questa vostra esperienza?
Giovanna Carnevale – Si tratta  di una app e piattaforma internet, fondata nel 1999, alla quale noi ci siamo iscritti, dove ci sono persone da tutto il mondo e c’è la possibilità di ospitare o richiedere ospitalità quando si è in viaggio. Quando ci si trova in una città che non si conosce, è bello incontrare qualcuno che ti guida e ti dà anche delle indicazioni su cosa vedere, che non è necessariamente sempre quello dove vanno tutti i turisti.

È quindi una forma di viaggio molto sociale, dove alla base di tutto c’è l’arricchimento culturale. Che tipo di viaggiatori avete ospitato?
Erich Schmid – Senz’altro tante persone molto aperte e desiderose di conoscere cose nuove dei paesi attraverso i quali si trovano a viaggiare.
Giovanna Carnevale – Anche quando siamo noi a viaggiare, normalmente utilizziamo la richiesta di ospitalità presso persone i cui profili evidenziano interessi comuni, e devo dire che abbiamo fatto delle esperienze molto belle, in quanto in questi incontri ci si scambia: quando ospiti fai entrare il mondo in casa tua, e quando viaggi sei tu che vai incontro al mondo.

E confermate che non c’è scambio di soldi…
Giovanna Carnevale – Preparare da mangiare a chi ti ospita o arrivare con un presente e non a mani vuote sono di fatto suggerimenti o consuetudini indicate anche nel sito del couchsurfing.
Erich Schmid – Indirettamente uno scambio c’è, anche se non di soldi. Quando viaggiamo, ci riempiamo l’auto di cose buone da mangiare e di bottiglie di vino buono da offrire in cambio dell’ospitalità. Normalmente diamo la disponibilità o ci offriamo di cucinare qualcosa di tipico italiano. Ovviamente tante volte prepariamo una pastasciutta, ma possiamo preparare la pasta fatta in casa, fare la pizza o cucinare qualche risotto, cose che sono sempre molto apprezzate.

Quindi è proprio un incontro culturale dove si presuppone che ci sia questa sensibilità di base per la condivisione. Può capitare che questa sensibilità non ci sia?
Erich Schmid – Sì, può capitare, specie con i viaggiatori che rimangono solo per una notte, che arrivino la sera e partano la mattina presto. Hanno poco da darti, perché il tempo non è sufficiente.
Giovanna Carnevale –  Ma chi ospita può anche scegliere di escludere soggiorni di una notte perché non sei un albergo. Noi non lo facciamo, anche se preferiamo chi si ferma da noi per 2-3 giorni.

Ricordate come avete iniziato? 
Giovanna Carnevale – Non avevamo ancora completato il profilo sulla piattaforma di couchsurfing, che già siamo stati contattati. Il nostro primo ospite è stato un viaggiatore dell’est europeo residente in Germania e in viaggio verso la Liguria, che abbiamo ospitato per due notti.
La nostra seconda ospite è stata una ragazza di Genova, suppergiù della nostra età, che lavorava alla fiera e che si spostava solo in autostop. Era espertissima del couchsurfing e mi ha aiutato anche a completare il nostro profilo. È stata con noi cinque notti. La sera mangiavamo insieme, ha cucinato anche lei, anche prodotti suoi, e ci siamo trovati molto bene insieme, tanto che ci siamo anche rivisti più di una volta e siamo rimasti in contatto. Insomma è stata una bellissima esperienza. E da lì in avanti, ogni mese abbiamo ospitato qualcuno, questo prima che anche noi cominciassimo la nostra di esperienza di viaggio.

In genere come accogliete i vostri ospiti?
Erich Schmid – Per noi è fondamentale che l’accoglienza sia calorosa. Di base c’è che gli ospiti arrivano attraverso un sistema che permette di conoscerli prima. E un abbraccio di benvenuto è un ottimo modo per abbattere subito le barriere.

I vostri ospiti come li sistemate? 
Giovanna Carnevale – Dal nostro appartamento c’è una scala che collega ad un appartamento con due stanze nel sottotetto. Possiamo ospitare singoli viaggiatori o coppie, ma ci è capitato anche di ospitare una mamma con le sue due figlie.

Come valutate il sistema di recensioni della app di couchsurfing? Lo ritenete affidabile? 
Giovanna Carnevale – Ci sono tantissime persone, ognuna ha visioni diverse della vita e un modo diverso di ospitare e di vivere l’ospitalità. Però sia l’ospite che l’ospitante rilasciano un giudizio alla fine del soggiorno e questi giudizi si possono leggere. Quando qualcuno ti fa una richiesta, tu vedi se è stato già ospitato, che cosa hanno scritto di lui e poi tu puoi anche decidere se vuoi ospitare o meno. Non si è mai obbligati a dare la possibilità di venire a casa propria. Se la persona ti ispira, e hai la possibilità e il tempo di ospitarla in quel periodo, dici di sì, altrimenti rifiuti la richiesta e non succede niente.

Avete una idea di quanti iscritti al servizio ci siano?
Giovanna Carnevale – Quando la prima volta sono andata ad iscriverci, sono rimasta sorpresa perché in provincia di Bolzano c’erano più di 1000 persone. Ma immagino si tratti di un dato che comprende anche i profili non attivi, di gente che magari si iscrive e poi non utilizza la piattaforma.

Autore: Till Antonio Mola

Cambiare linguaggio, dare speranza, restare umani

Conflitti tra gruppi o popoli non si risolvono con le guerre, con le armi, con la vittoria dell’uno sull’altro. Un approccio necessario per cambiare le cose è liberarsi da coloro, in loco e soprattutto altrove, che vogliono, perpetuano e vivono del conflitto. La pace richiede una nuova prospettiva e un nuovo linguaggio.

“Un linguaggio violento, aggressivo, carico di odio e di disprezzo, di rifiuto e di esclusione”, ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, “non è un elemento accessorio a questa guerra, ma è anzi uno degli strumenti principali di questa e di troppe altre guerre”. E ha aggiunto, parlando agli studenti di Roma della “profezia della pace”, che affinché essa diventi realtà “è indispensabile educarci al rispetto, all’incontro, al dialogo, al perdono. Tutti, ebrei, musulmani e cristiani, devono essere innanzitutto testimoni credibili di speranza”. “Senza speranza non si vive. Oggi c’è più paura che speranza”. “Questo è il momento della speranza. Credo che l’antidoto alla violenza e alla disperazione, da qualunque parte venga, sia creare speranza, iniettare speranza, generare speranza, educare alla speranza e alla pace».

Conflitti come quello in corso in Israele/Palestina non si sciolgono con le polarizzazioni né con la riproposizione acritica di stereotipi millenari. Più che mai una realtà come quella impone una riflessione che tenga conto della complessità che la genera. Le narrazioni correnti tendono a ricostruzioni “storiche” parziali, allo scopo di dimostrare la colpevolezza o i diritti dell’uno o dell’altro. Ma la storia che conduce alla presente situazione è molto lunga e non semplificabile in uno slogan. Non è iniziata lo scorso 7 ottobre e nemmeno nel maggio del 1948.

“In questo momento ciò che vediamo”, spiega il card. Pizzaballa, “è che ciascuno si sente vittima. L’unica vittima. E che gli altri sono invece la causa del mio essere vittima”.

Mettersi seriamente nei panni degli altri è il primo, necessario passo per cambiare prospettiva, cambiare linguaggio, deporre le armi. E per restare umani.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata ad Amedeo d’Aosta

Viale Amedeo Duca d’Aosta, collegante piazza Adriano a piazza Gries, è dedicato a un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta. Nato a Torino il 21 ottobre 1898, dopo sei anni di studi a Londra, a quindici anni, rientrato in Italia, fu avviato alla carriera militare; entrata in guerra l’Italia nel 1915, Amedeo, arruolatosi volontario, si guadagnò sul campo il grado di Tenente per merito di guerra e nel 1917 quello di Capitano. Seguì poi lo zio, Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, in Somalia. Rientrato in Italia, nel 1921 partì per il Congo belga, dove lavorò in una fabbrica a  Stanleyville. Ripresa  a Palermo nel 1923 la carriera militare, si laureò in giurisprudenza. Il 24 luglio 1926 conseguita la licenza di pilota militare, tornò in Africa, guadagnandosi una medaglia d’argento per le azioni di volo sulla Cirenaica. Morto nel 1931 il padre, Emanuele Filiberto, fu Amedeo ad assumere il titolo di Duca d’Aosta. Trasferito nella Regia Aeronautica, tra le varie promozioni giunse, scoppiata la Guerra d’Etiopia, quella, nel 1936, di Generale di Divisione aerea, e, il 16 novembre 1937, di Generale di Squadra aerea. Il 21 dicembre si insediò come Governatore generale dell’Africa Orientale italiana e Vicerè d’Etiopia. Il 10 giugno 1940 divenne Comandante superiore delle Forze armate dell’Africa Orientale italiana. Il 17 maggio 1941, dinanzi alla travolgente avanzata degli inglesi, le truppe italiane si difesero valorosamente ma ad un certo punto dovettero arrendersi. Per la fermezza mostrata dagli italiani, i britannici resero l’onore delle armi ai superstiti. Amedeo d’Aosta come prigioniero di guerra numero 11590 fu trasferito in Kenya in areo, finendo a Sàbouk, località a 70 km da Nairobi, infestata dalla malaria. Fu proprio di malaria che il Vicerè d’Etiopia morì il 3 marzo 1942 nell’ospedale  militare di Nairobi.  Sepolto nel sacrario militare di Nyeri, in Kenya, alle esequie presenziarono generali britannici con il lutto al braccio.

Autore: Leone Sticcotti

Gianni Girardini at 70

A vederlo non lo direbbe nessuno, sportivo da sempre per passione e professione, Gianni Ghirardini festeggia quest’anno i suoi primi settant’anni e visto che la passione per lo sport è sempre andata di pari passo con quella per la musica, il chitarrista bolzanino d’adozione, ma vipitenese di nascita, ha ben pensato di festeggiarsi dal vivo, con tre concerti, che si terranno sui palchi di San Giacomo (sabato 23 marzo, ore 20.30) , Vipiteno (sabato 15 giugno) e Bolzano (Teatro Cristallo, in dicembre, giorno da definire) e in cui salirà sul palco accompagnato dalle formazioni musicali con cui si è esibito negli ultimi trentacinque/quarant’anni, quelle con cui si sente più coinvolto e che ha contribuito lui stesso a fondare.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, ragazzino, insieme ad un amico era sceso nella piazza della sua città d’origine con chitarre e amplificatore per suonare del blues. Ai carabinieri che gli avevano fatto una semplice lavata di capo aveva risposto che non trovava giusto che lui dovesse sorbirsi ad ogni piè sospinto la musica della banda cittadine e che per la musica che piaceva a lui non ci fosse posto!

“La matrice blues c’è dappertutto – ci dice Ghirardini –, in qualche modo compare sempre in ciò che suono, ma i quattro gruppi con cui festeggerò questo compleanno sono in realtà molto diversi, con i Deja Vu rivisitiamo il repertorio di Crosby Stills Nash & Young, con l’Incredible Southern Blues Band è protagonista il blues elettrico, con i Pangea l’approccio è più di carattere etnico con l’esplorazione della musica africana che sta alla base del blues ma anche con influenze orientali. Il gruppo di più recente formazione si chiama MeBo e ne fanno parte anche Manni Pardeller in veste di percussionista e il chitarrista meranese Rolando Biscuola: quello che proponiamo è un blues acustico che gioca tra lo stile finger picking in cui Rolando è un portento e il mio lavoro con la slide.”

Gianni, che ai suoi esordi ha suonato persino con Enrico Micheletti in una mai decollata del tutto Hard Time Blues Orchestra che avrebbe dovuto essere un’evoluzione della defunta Hard Time Blues Band, ha suonato spesso con la Spolpo Blues Band e fin dagli inizi ed è stato il chitarrista di una storica formazione chiamata Trinciato Forte, in auge negli anni ottanta.

“Nell’organizzare questi concerti mi sono trovato a fare una riflessione – ci confida il chitarrista –, nella vita mi è capitato spesso a fare l’autostop, ho chiesto un sacco di passaggi, e spesso ne ho dati a chi ne chiedeva. E ho trovato l’analogia con quello che è stata la mia vita musicale: quante volte mi sono ritrovato a chiedere ad un gruppo di amici se mi portavano a fare un viaggio musicale con loro? E quante altre, invece, sono stato io a chiedere ad altri se volessero salire a bordo del mio progetto per venire a fare un viaggio musicale con me. È uno spirito forse tipico della mia generazione quello che ti porta a fare dei viaggi musicali con altre persone. Senza un background basato sullo studio, ma per il gusto dello scoprire insieme, esplorare un territorio musicale. La stragrande maggioranza delle cose che ho fatto nella mia vita l’ho fatta seguendo questa attitudine. Senza maestri, senza internet, sempre e solo scambiandosi conoscenze con gli altri, io ti insegno questo accordo, tu mi insegni quel trucchetto… Adesso tutto è diventato più veloce, non ci sono più questi incontri preliminari, questa ricerca. I musicisti si vedono mezz’ora prima del concerto e via. Uno arriva da qui uno da lì, tutti sono bravissimi, ma lo spirito si è perso.” Per quanto riguarda la struttura dei concerti ognuno sarà costituito da quattro mini set in cui ciascuna formazione avrà il suo spazio, con Ghirardini sempre sul palco a fare da filo conduttore suonando e raccontando, con jam finale al termine ad appannaggio della Incredible Southern Blues Band che ospiterà gli altri amici.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La “vacca” di Caldaro, il treno della Bassa

Tra la fine del XIX e il primo decennio del XX secolo furono realizzate in tutto il Tirolo diverse linee ferroviarie “secondarie” poi frettolosamente smantellate nel secondo dopoguerra e oggi rimpiante da tutti. Tra le più importanti si ricorda il collegamento Bolzano-Renon, la Dermulo – Fondo – Mendola, la funicolare della Mendola e, soprattutto, la ferrovia elettrica transatesina a scartamento normale tra Bolzano – Gries e Caldaro.

Quest’ultima fu inaugurata il 15 dicembre 1898, dopo oltre un decennio di lavori preparatori. La nuova ferrovia dell’Oltradige o Überetscherbahn nel gergo popolare era chiamata Lepsbahnl (dalla bevanda denominata Leps, bevuta dai contadini nei campi), poiché trasportava soprattutto il vino prodotto in zona verso lo snodo ferroviario di Bolzano, o la vacca di Caldaro, per quel suo andamento lento e ondeggiante simile a quello dei pacifici ruminanti. Sarebbe rimasta in funzione fino al 1963 per quanto riguarda il trasporto di persone (ne potevano salire fino a 75), fino al 1971 per il servizio merci. Nel 1903 fu realizzato anche il collegamento tra la stazione di Caldaro e Sant’Antonio, dove si trovava la stazione a valle della spettacolare funicolare della Mendola. Proprio quest’opera favorì la nascita dell’importante movimento turistico che interessò il Passo della Mendola in quel periodo. Non fu invece mai completato il collegamento inizialmente previsto con Termeno ed Egna.

Si realizzò così un sogno lungamente covato dagli agricoltori a dagli operatori turistici dell’Oltradige. Il collegamento alla rete ferroviaria nazionale e internazionale permise per la prima volta il superamento del laborioso trasporto dei prodotti agricoli – soprattutto vino e mais –  con carri trainati da buoi e inoltre favorì decisamente l’afflusso di turisti verso le amene località tra S. Paolo, il Lago di Caldaro e la Mendola. Numerosi alberghi e posti di ristoro sorsero proprio lungo la linea ferroviaria e nella bella stagione mezza Bolzano si trasferiva in Oltradige.

Il percorso del treno era non solo funzionale alle esigenze degli abitanti di Appiano e Caldaro ma anche grandioso da un punto di vista paesaggistico. Oggi il tracciato è interamente occupato da una frequentatissima pista ciclabile che circumnaviga il Monte di Mezzo con partenza e arrivo sotto Castel Firmiano. I cicloamatori contemporanei lo chiamano il giro delle Fiandre. Nel suo tratto iniziale, il treno sfruttava la già esistente linea di Merano, poi da Castel Firmano iniziavano i 10,742 km di salita fino ad Appiano e pianura fino a Caldaro. Velocità massima in pianura 45 km all’ora, in salita 30. Complessivamente la linea aveva una lunghezza di 14,974 km, ai quali si aggiunsero i 2,4 ripidissimi chilometri da Caldaro alla funicolare della Mendola. 

Partito da Bolzano, il treno si fermava a Ponte Roma, Ponte Resia, Kaiserau, Castel Firmiano, S. Paolo, Appiano, Monticolo-Pianizza e Caldaro. Nella sua corsa – inizialmente e fino al 1911 con pittoresca locomotiva a vapore, quindi con locomotori elettrici  – il treno doveva oltrepassare due ponti sul Talvera e sull’Adige e due gallerie: la prima sotto Castel Firmiano, la seconda all’altezza di San Paolo. Il breve tratto all’interno dell’abitato di Caldaro fu elettrificato fin dall’origine ed anche la funicolare che raggiungeva il Passo della Mendola fruiva della trazione a corrente elettrica.

L’opera fu “sponsorizzata” dai comuni interessati e in particolare da quello di Caldaro con il sindaco Andreas Di Pauli. Il finanziamento fu invece garantito dal banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, che favorì la nascita della Aktiengesellschaft Überetscherbahn  (Società per azioni Ferrovia dell’Oltradige) con sede a Bolzano. La realizzazione dell’opera fu affidata alla ditta Stern & Hafferl per un costo complessivo di 2,5 milioni di Corone. La gestione fu inizialmente assegnata alla società privata “k.k. Südbahngesellschaft”, alla quale, dopo il passaggio dell’Alto Adige all’Italia, subentrarono le FF.SS. Negli ultimi anni gestì la linea la Überetscherbahn AG.

Autore: Reinhard Christanell

La libertà di Sieglinde Tatz – Borgogno

In questi giorni nei corridoi della nuova sede della fondazione Benjamin Kofler a Salorno, è esposta una trentina di acquerelli: si tratta del più recente “prestito” (così lo definisce lei) dell’artista Sieglinde Tatz – Borgogno, la stessa che ha installato oltre settecento sculture nel “Giardino del desiderio”, caratteristico della frazione Pochi.

Sieglinde Tatz – Borgogno è uno spirito libero, come liberi sono i pensieri nel fermare l’attimo per raccontare una vita artistica fatta di gioie e pure di spine. “Purtroppo l’arte non viene molto considerata, soprattutto se è di una donna – si rammarica – La mia passione è l’arte, sto bene quando posso lavorare esprimendo le mie sensazioni. Dopo l’ultimo viaggio in Marocco del mese scorso, ho ideato una tecnica a mosaico, in vetro, che utilizzerò su alcuni disegni”.

Come mai la scelta di esporre in casa di riposo a Salorno? 

Ho prestato parecchi anni di volontariato a Villa Serena, mi occupavo di laboratori artistici, da cui sono nati bellissimi lavori. Mentre alla casa di riposo di Salorno il mio sogno è che mi diano uno spazio dove poter fare una gipsoteca, qualcosa di bello dove esporre le opere in gesso.

Ricorda come si è avvicinata al mondo dell’arte? 

Certo. A casa di mio papà passavano molte persone, tra loro anche il rinomato artista Hans Weber-Tyrol che era un caro amico di famiglia. Un giorno andai dalla moglie di questo pittore, ero ancora piccola. Lui era sul balcone e sua moglie gli disse che io volevo prendere lezioni da lui perché lo consideravo una persona libera. Si mise a ridere e mi mandò a Bolzano a frequentare i corsi del Südtiroler Künstlerbund, con i maestri Hans Prünster (grafica), Maria Delago (ceramica) e Lore Arnold Maurer (pittura). L’ambiente era davvero impegnativo, ma una decina di anni dopo iniziai a tenere anche dei corsi presso questo ente.

E poi cos’è accaduto? 

Dopo essermi sposata, mio padre mi disse che una donna deve sapere aiutare il marito economicamente. Per alcuni anni allora mi dedicai ad altre attività e accumulai dei risparmi. Il grande regalo arrivò con l’apertura in paese della scuola media; per insegnare educazione artistica avevo bisogno dell’abilitazione, quindi andai a Palermo per ottenerla. Ho insegnato ai ragazzi la libertà dell’arte: molti di loro ancora mi ricordano.

Poi si è dedicata soprattutto alla scultura… 

In più di cinquant’anni ho lavorato moltissimo con bronzo, marmo e gesso. Ma quando si viaggia è impegnativo portare con sé gli scalpelli…

A proposito: lei ha viaggiato parecchio, ma quali sono i luoghi che più l’hanno più ispirata? 

Ho adorato Egitto, ho apprezzato molto l’Argentina e conosco abbastanza bene tutti i paesi europei. Pisa, Parigi, Innsbruck, Atene, Possagno, sono alcuni dei luoghi dove ho esposto. Il mese prossimo torno anche a Bassano del Grappa per una gita: è un paese che mi ha accolto molto bene quando andai ad esporre.

Come vede il mondo dell’arte oggi? 

Sono piuttosto solitaria. Ho sempre insegnato a scuola e i miei studenti mi amavano, perché lasciavo loro la libertà. Penso che qualunque persona dovrebbe esprimere ciò che sente. È importante buttare fuori ciò che si ha dentro senza farsi troppo corrompere dai soldi facili. Essere artisti significa essere innamorati della bellezza e della natura, perché l’arte è natura.

Progetti per il futuro? 

Alla Cassa di Risparmio di Bolzano nei prossimi giorni presenterò la prima statuetta che ho realizzato nel 1968/69: ricordo ancora mio padre che mi disse: se vuoi fare l’artista devi andare nei palazzi e come donna devi venderti. Invece su quella statuetta scrissi: io non mi vendo. Quello che artisticamente ho realizzato l’ho fatto da sola, investendo i miei risparmi.

Autore: Daniele Bebber

Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le opere e le vite delle artiste a Merano, fra Ottocento e Novecento

È a Palais Mamming, il Museo civico di Merano che l’8 marzo aprirà l’interessantissima mostra dedicata a 17 artiste che incrociarono i propri destini in riva al Passirio. L’importante evento è nato sotto l’egida dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. La mostra è intitolata “Women In Art Artiste a Merano fra Ottocento e Novecento”. 

È una storia di caparbietà, costanza e coraggio quella che emerge dalle biografie di molte delle artiste scelte per la mostra. Nell’arco della storia, e fin dall’antichità, la presenza delle donne nell’arte, fu tutt’altro che trascurabile, ma rimase impigliata nell’anonimato e fu resa marginale per la maggior parte dei secoli e per la maggior parte delle artiste. 

I destini delle diciassette artiste presenti in mostra mettono invece in luce molto altro e soprattutto dimostrano come la volontà, la determinazione e una buona dose di consapevolezza avessero permesso loro di affrontare viaggi, trasferimenti, cambi di nazione e di lingua pur di ottenere la formazione artistica cui anelavano. Sono le vite di donne forti, minate semmai solo dalla malattia. Sullo sfondo di queste storie personali si anima quella più ampia e di respiro europeo della comunità femminile che proprio in quegli anni in tutta Europa andava organizzandosi, offrendo supporto e mutuo soccorso. 

Quella sorellanza che non solo faceva sì che le artiste formate insegnassero ad altre giovani donne questo mestiere, ma che condusse addirittura alla matura decisione di allestire, già nel 1910, a Vienna la prima imponente mostra sull’Arte delle donne.  

La mostra meranese è dedicata ad una selezione di artiste che a diverso titolo furono legate a Merano.

Il periodo scelto è quello ampio e compreso fra il primo Ottocento e l’inizio del Terzo millennio. Un arco storico in cui la città ha affrontato le alterne vicende storiche cercando sempre di ritornare a galla e riguadagnare il proprio pubblico turistico e la propria vivacità intellettuale. Ma soprattutto un periodo in cui per molto tempo alle donne furono precluse le accademie e di come esse seppero approfittare di quello che al tempo era possibile quali le lezioni private presso qualche artista, le colonie artistiche, le accademie private, e infine le scuole create dalle associazioni femminili che con metodo e coraggio cercavano di arginare un sopruso che le donne combattevano da sole. 

Le opere presentate costituiscono un corpus di grande interesse, capace di mettere in luce la maestria tecnico-compositiva, le felici cromie delle tavolozze, ma soprattutto dimostrare come queste artiste avessero anche rotto con gli schemi che le vedevano intente a dipingere solamente vasi di fiori. 

Sono invece possenti massicci visti da alte quote, panorami suggestivi, animali, castelli e roccaforti, ritratti e nature morte a sfilare dinnanzi ai nostri occhi e donare qualche attimo di incanto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Libri, donne e cultura

Barbara Nesticò è punto di riferimento per chi ama i libri e desiderano pensare a Merano come alla città dei libri d’artista. Come direttrice della Biblioteca civica ha infatti saputo dare anima a tutte le attività messe in campo, individuando una nicchia culturale per la città nel libro d’artista per bambini, fondando l’ Archivio Ópla e promuovendo il variegato universo che ruota intorno a Ópla. È stata attiva per molti anni nel Comitato comunale delle pari opportunità.

La cosa che più mi piace di me.

L’ottimismo, un dono che ho ereditato da mio papà.

Il mio principale difetto.

L’impulsività.

Il mio momento più felice.

È molto scontato, lo so, ma la nascita e l’infanzia dei miei figli.

La persona che ammiro di più.

Quella che lotta per le proprie idee, incurante delle conseguenze.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Se dovessi scegliere, in omaggio a questo questionario e considerata la sua mole, La Recherche di Proust.

La mia occupazione preferita.

Leggere e approfondire tutto ciò che ruota attorno al mondo dei libri.

Il paese dove vorrei vivere.

Non cambierei l’Italia con nessun altro paese.

La mia paura maggiore.

Anche in questo caso la risposta può risultare banale, ma senz’altro perdere gli affetti più cari.

Nel mio frigo non manca…

Frutta e verdura.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando sono riuscita a portare a termine progetti pluriennali complessi ma molto concreti, frutto di processi di partecipazione e di grandi collaborazioni trasversali.

Il giocattolo che ho amato di più.

Un coniglio di pezza.

Il dono di natura che vorrei avere.

La capacità di consolare.

Non sopporto…

L’arroganza e la falsità.

Dico bugie solo…

Mi limito a fare piccole omissioni a fin di bene.

Da bambina sognavo…

Ho sempre amato l’odore della carta. Aver lavorato in una biblioteca ha appagato il mio sogno di lavorare con i libri.

Il mio rapporto con le altre donne.

Ho coltivato rapporti di sorellanza con le altre donne, cercando di valorizzare, unire le forze e fare squadra.

Preferisco lavorare con…

Ritengo che i gruppi di lavoro misti (uomini e donne) abbiano una marcia in più, come tutte le situazioni in cui si mettono a confronto le diversità.

È ancora necessario essere femminista?

Oggi più che mai; sono stati fatti molti passi avanti ma ancora le donne devono lottare per rivendicare il proprio valore ed il proprio ruolo nella società. Anche diritti che sembrano acquisiti vanno difesi e custoditi.

Autrice: Rosanna Pruccoli