Davide Burattin: Dropout nuovo capitolo

Sono trascorsi due anni da quando il bolzanino trapiantato a Osaka Davide Burattin – in arte Dropout – ci ha consegnato un disco composto da brevi colonne sonore strumentali per cortometraggi da lui stesso realizzati: il tema del disco era la memoria di un futuro distante e la dominante musicale era l’elettronica. Il nuovo disco del creativo bolzanino è invece cantato, minimale nella struttura, tratta della fine delle cose ed è figlio dell’urgenza di Burattin di dedicarsi alla musica, prendendo corpose pause dalla famiglia (che è stata comprensiva) e dal lavoro (nello stakanovista Giappone non deve essere stato semplice).

“Il disco precedente – ci spiega Davide – è stato di gestazione lunga e piuttosto certosina, la necessità adesso era invece diametralmente opposta, buttare fuori tutto il più presto e nel modo più autentico possibile. Un po’ come la differenza tra fotografie in teatro di posa e istantanee Polaroid, ecco. Il tutto infatti nasce in modo naturale in un dialogo tra chitarra classica e voce, la domanda è stata: da che luogo della mente proviene questa musica e con che parole la si può vestire? Il resto è stato sovrainciso immediatamente dopo o suonato da altri. Non c’è stata l’egida del metronomo e in particolare ho sentito come una repulsione al beat onnipresente e portante nella musica mainstream attuale, quindi raramente nel disco sono presenti batterie. Ho trovato infatti interessante, durante la produzione, l’alternarsi tra canzoni per così dire di getto, magari registrate su nastro proprio mentre stavano uscendo dalle mie mani e canzoni più regolari, più patinate. Diciamo che alcune stavano bene così come erano nate, altre invece sembravano pretendere di essere trasposte in bella copia”.

Il risultato è Sulla fine delle cose, un disco fresco fresco per ora disponibile solo in formato digitale, in cui come l’autore ci ha detto ci sono soprattutto la sua voce e la sua chitarra acustica, ma non mancano altri interventi: c’è Petra Dotti, del progetto Giardini di Pietra, che contribuisce al ritornello della riuscita Vibrano corde, uno dei due brani del disco risalenti a prima del lockdown, c’è poi Monica Primo che Davide ha conosciuto tramite Carmelo Giacchino, c’è il synth di Piero De Siena e dà una mano anche l’amico DJ Alessandro Signore; ma l’autore ha pescato anche tra le mura domestiche, ha coinvolto il figlio Daniele, i suoi compagni d’asilo e, soprattutto la moglie Luciana Cardi in Attica. Ci doveva essere anche Monika Callegaro, ma per motivi di sovrapposizione di impegni, la collaborazione non si è concretizzata ma è stata un’importante fonte di dialogo per l’autore durante e dopo la lavorazione.

“Da circa 20 anni non cantavo e scrivevo in italiano – ci spiega Burattin riguardo ai testi –, e probabilmente la necessità di comunicare in modo più diretto nella mia lingua madre qui è stata prioritaria. I testi sono molto personali, tanto che all’inizio non pensavo alla pubblicazione, se non che quegli amici che ascoltano le cose in anteprima mi hanno fatto notare che alla fine si tratta di tematiche piuttosto universali per tutti noi, personali ma non tutte strettamente biografiche, a volte è necessaria un po’ di fiction mutuata da storie a me vicine. La particolarità dei testi è di essere scritti su una metrica più anglosassone che italiana, ovvero basati perlopiù su parole bisillabiche o trisillabiche. Un esperimento inconscio dovuto ai miei ascolti più recenti che sono piuttosto internazionali, un po’ come è successo per la generazione Z, quella che usa andare a capo spezzando mentre canta per intenderci, che utilizza più o meno il cosiddetto enjambement, che personalmente poco mi entusiasma. L’alternativa quindi all’andare a capo, per la nostra lingua che è composta da pochissime bisillabe e trisillabe. Quindi per riassumere, visto che si tratta anch’essa di musica di urgenza, ecco come suonerebbe molto probabilmente la musica di tipo Trap se fosse cantata in modo meno prolisso, senza enjambement, senza Autotune, con della melodia, e con frasi che si collegano maggiormente l’una con l’altra.”

Alla fine chi ne esce vincitore sono le canzoni, proprio per il fatto di avere una melodia, di non avere l’Autotune, di non essere prolisse, con la modernità della loro genesi e con il fascino vintage dell’uso di strumenti tradizionali. Anche se l’elettronica continua a stare dietro l’angolo: “A dire la verità – conclude Davide – ancora non so ancora quale sarà la mia prossima mossa, ma sto giocando da un po’ con un campionatore molto particolare, creando nuovi suoni Dropout, e qualche nucleo di idea lo sto già sentendo sbocciare…”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tutti liberi

Mercoledì 25 Aprile, per celebrare la giornata della Liberazione è stata organizzata una festa dall’associazione Arci Bolzano in collaborazione con A.N.P.I., l’evento culmine della rassegna culturale “REsistenze”. Dopo le celebrazioni ufficiali, nel pomeriggio, sui prati del Talvera è stato dato spazio ai giovani e alle famiglie. Il tutto all’insegna di musica, cibo, informazione e divertimento, senza dimenticare l’impegno civile. Sul palco un alternarsi di performance musicali e letture a tema. Attraverso gli scatti del nostro Niccolò Dametto riviviamo assieme l’evento.

L’importanza dei ponti sull’Adige

Pons Drusi è i primo nome noto dell’odierna Bolzano. Dove esattamente si trovasse questo strategico ponte romano che permise la conquista della piana bolzanina non si sa, ma certo è che il toponimo la dice lunga sull’importanza  dei ponti in questo territorio attraversato da molti corsi d’acqua. 

Prima che iniziasse la sistematica costruzione dei ponti in legno, cemento o ferro, attraversare i grandi fiumi, torrenti e ruscelli non era impresa semplice. Zattere, barche e traghetti più o meno improvvisati, più o meno sicuri trasportavano merci e persone da un argine all’altro, da un approdo a quello successivo. 

In un documento del 1300 appare la dicitura “vadum seu portum in Sacco” ossia guado o magazzino a Sacco (Rovereto) per indicare il luogo dove un traghetto permetteva di passare il fiume. Invece la vecchia parole tedesca per traghetto è “urvar”, per cui abbiamo un maso Urfar a Vadena e località denominate Urfar di sopra o di sotto tra Vadena e Ora. 

In periodi di secca e con acque particolarmente calme, i traghetti si muovevano liberamente sul fiume, in altri dovevano essere fissati a una fune stesa tra una riva e l’altra per non essere trascinati a valle dalla corrente. Era quest’ultimo il caso dell’Urfar di Vadena e dell’Urfar di Gmund / Monte tra Ora e Termeno. Ancora nel 1574 il titolare di quest’ultimo, Augustin Pergomes, chiese al governo di Vienna la costruzione di un ponte vero e proprio al posto del traghetto troppo pericoloso, richiesta alla quale si oppose strenuamente il vicino comune di Egna che già disponeva del suo ponte.

In un atto del 1235 viene citato un “pons de navi” preso l’Adige. Non si tratta di un ponte vero e proprio ma di un traghetto di proprietà del vescovo di Tento in località Schefbrugg, in italiano Nave San Felice. Tra il 1818 e il 1840 sono noti diversi ponti di barche chiamati “porti”.

L’aumento del traffico commerciale tra Bolzano, Egna e Trento richiese la graduale sostituzione dei traghetti con ponti. I vecchi ponti romani in questa zona erano di legno per cui non si sono conservati. Il ponte più antico di cui si abbia notizia è quello che attraversa il Passirio a Merano e risale all’anno 800. Ma è tra il 1150 e il 1200 che inizia un’intensa attività di costruzione di ponti sia sull’Adige che sull’Isarco. Tra il 1200 e il 1350 furono realizzati il ponte di Egna e il ponte Talvera a Bolzano. Se un tempo era prevalente l’utilizzo del legno, a partire dal XIX secolo i ponti furono costruiti in pietra, calcestruzzo o ferro. Per la costruzione dei ponti venivano impegnati fondi dei comuni e dei proprietari dei terreni adiacenti, che erano obbligati a fornire il legname o pagare importi equivalenti. Chi transitava sul ponte era tenuto a pagare un pedaggio per sé, eventuali carri e capi di bestiame.

Tra i ponti più noti tra Bolzano e la Bassa Atesina vi sono quelli di Castel Firmiano o Formigar, come veniva chiamato prima del XV secolo. 

Era di proprietà del vescovo di Trento e venne citato per la prima volta nel 1216, quando “in capite pontis Formiani” ebbe luogo una riunione tra nobili della zona. Ancora nel 1181 e nel 1185 si parla invece di “vadum de cuvalo apud flumen Athesis subtus Formicarum” e “ad vadum de Formeiano”, che ci indicano che ancora non c’era il ponte ma un traghetto. Allo stesso periodo risale il ponte sull’Isarco sempre a Bolzano, chiamato anche ponte di Bolzano e poi Loreto. Potrebbe essere sorto qui il primo ponte di Druso che diede il nome alla città.

8 chilometri a sud di Formigar si trova Vadena, dove dal XIV secolo si parla di un Urfar. Un “vadum de Mazoco” (Caldaro/Termeno) è citato verso il 1200. Con la costruzione della ferrovia venne realizzato un ponte a Gmund/Monte. A Egna il primo ponte risale al 1305. A Salorno il ponte sull’Adige esiste dal XIV secolo. Sotto Salorno, a parte Trento, esistevano solo traghetti: Nave San Felice, Calliano, Rovereto, Mori, Serravalle, Ala e Avio. A Nevis / Lavis esisteva tuttavia un ponte sull’Avisio / Efeis dal 1202. 

Autore: Reinhard Christanell

La storia dell’Autonomia nel Klösterle

“L’Autonomia è un’arte – Autonomie ist eine Kunst”: è questo il titolo scelto per l’esposizione che ha arredato il Klösterle, l’antico ospizio a San Floriano, località nel comune di Egna famoso anche perché vi ha soggiornato Albrecht Dürer in uno dei suoi viaggi in Italia. Un racconto dell’Autonomia attraverso il linguaggio dei quadri e delle sculture.

L’occasione era il progetto “La regione fuori dai vetri”, che si propone di offrire l’opportunità a tutta la popolazione, ma specialmente ai giovani, di vivere da vicino la vivacità, l’espressione e la bellezza dell’arte, mettendo a disposizione di tutti le opere d’arte della Regione a km 0, valorizzando le unicità dei comuni attraverso le oltre duemila opere del patrimonio artistico locale.

Erano oltre cento le opere in esposizione, riuscita grazie al contributo di sei associazioni che hanno permesso l’apertura dell’ospizio. Tra queste, la Galleria Kunst Grenzen di Roverè della Luna è stata parte molto attiva della mostra, non solo per il buon numero di artisti che ha presentato, ma anche nell’aiuto alla parte organizzativa dell’evento. In buon numero anche gli artisti altoatesini.

Il compito di chiudere l’evento è stato affidato alla voce narrante dell’attore trentino Alfonso Masi, ha portato in scena la pièce di Patrick Süskind “Il contrabbasso” assieme a Michele Tovazzi, che si è occupato della parte musicale. 

“Ho apprezzato molto questa mostra e penso che anche per Egna è stato un onore ospitare un’esposizione di questo livello”, riferisce Karin Pichler, capofrazione a Laghetti e ponte tra la Provincia e le associazioni nell’organizzare il tutto.

“C’erano una varietà di dipinti che spaziano dagli anni passati ai tempi più recenti con una storia da raccontare – è il pensiero dell’artista Eleonora Mazzaferro – È stata un’occasione per entrare in un ambiente in cui anche il quadro più umile viene valorizzato. Questo è appagante per ognuno di noi”.

Autore: Daniele Bebber

La sicurezza stradale nel nome di Davide

In occasione della Giornata Europea della Sicurezza Stradale, l’Associazione “Davide Sempre con Noi” invita tutti i cittadini a trascorrere una giornata diversa all’insegna della sicurezza sulle strade, che andrà in scena domenica 5 maggio nella Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives.

Ogni giorno, sono sempre di più le persone – adulti, ragazzi ma anche, purtroppo, sempre più spesso bambini – che restano vittime di incidenti stradali. Solo nel 2023 sono stati 434 i pedoni uccisi sulle strisce o travolti perfino sul marciapiede mentre in totale sono 1.384 le vittime della strada in un solo anno, con un numero impressionante di feriti, ben 106.493. Vittime di incidenti causati per la maggior parte delle volte, secondo le statistiche, da guida in stato di ebbrezza, uso del cellulare, distrazione e alta velocità.

Una di queste vittime è Davide Simoni, studente diciassettenne di Laives, travolto e ucciso in sella alla sua motocicletta da una vettura nella frazione di Birti, in una maledetta domenica del 2017.

Da quel giorno la sua famiglia e i suoi amici hanno promesso che sarebbe stato profuso ogni impegno affinchè incidenti come quello che ha spezzato la vita di Davide non si ripetessero mai più e per questo è stata fondata l’associazione “Davide sempre con noi”, che da anni si muove in lungo e in largo sul territorio altoatesino per sensibilizzare soprattutto bambini e ragazzi su questo tema. 

Tappa di questo impegno sarà domenica 5 maggio nella Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives dove, in occasione della “Giornata Europea della Sicurezza Stradale”, si terrà una giornata dal programma fittissimo di iniziative, giochi, esercitazioni e altro legati al tema della sicurezza stradale. Si tratta di un tema sempre più sentito dal territorio, tanto che il progetto – presentato nei mesi scorsi alle associazioni e agli enti del territorio – ha incontrato il favore e la collaborazione di, tra gli altri, Fly Centro giovani Laives, il gruppo giovani del Centro Don Bosco e l’associazione di promozione sociale YoUnited. Non solo. L’evento si avvarrà anche della preziosa collaborazione del gruppo giovani della Croce Rossa Italiana, di Mc Evergreen, oltre che delle forze dell’ordine, Polizia Stradale, Carabinieri e Polizia Municipale.

Dall’approccio alle tematiche legate alla sicurezza in sella alla bicicletta al percorso esperienziale che simula la guida in stato di ebbrezza, dalla simulazione di soccorso stradale a opera dei giovani della Cri alla mostra fotografica sul tema degli incidenti stradali proposta da YoUnited, sarà una giornata all’insegna della sensibilizzazione con un approccio pratico e interessante per tutte le fasce d’età.  Nell’antistante Piazza Gino Coseri inoltre, i bambini potranno fare la loro prima esperienza in sella a una minimoto, approcciandosi alle basi della guida sulle due ruote in sicurezza e non mancherà anche un castello gonfiabile. Il programma delle attività si svolgerà dalle 14 alle 17.30 mentre dalle 18 alle 21.30 è previsto intrattenimento musicale a cura di Dj Hannes e non mancherà l’angolo “Food & Drinks”.

Nel corso della giornata inoltre, l’associazione “Davide sempre con noi” proporrà anche una pesca di beneficienza con in palio cinque premi di prima fascia consistenti in un corso di guida sicura presso il Safety Park di Vadena.

La “Giornata per la sicurezza stradale – Città di Laives” sarà un grande contenitore di impegno, passione e speranza. Sì, peranza che – in un giorno meno lontano possibile – non si debba più piangere alcun Davide.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Aliza Mandel: la storia di un’artista e del suo peregrinare 

La sua fu una vita segnata dagli spostamenti continui, dai traslochi, dai nuovi inizi in nuovi ambienti, dai mutamenti di lingua, fede, usi e costumi, clima. Quindi una vita di paesaggio, colori, sapori. Una vita ricca di incontri, di esperienze, di narrazioni. Un vissuto che si riverbera nelle sue tele, nelle sue sculture, nella tavolozza dalle colorazioni che sono un inno alla vita e alle sue sfaccettature. 

Le Leggi razziali dell’ottobre 1938 la colsero a Merano undicenne, mentre frequentava la scuola, da cui fu espulsa. 

Seguirono anni di paura, in bilico fra spostamenti e soggiorni in luoghi protetti fino a quando il pericolo si faceva più pressante: Riva del Garda, Verona, Cortona. Sul finire della guerra l’incontro inaspettato con i soldati della Brigata Ebraica convinse lei, diciottenne, e sua sorella Erica a lasciare i genitori, decisi a rientrare a Merano, e ad unirsi invece ai giovani che l’Agenzia ebraica andava convogliando verso la Palestina ancora sotto il Mandato britannico. 

Dopo un periodo di addestramento in un campo vicino a Roma, furono imbarcate su una nave militare inglese: si trattava della seconda immigrazione legale verso la Palestina. Giunte al porto di Haifa, furono internate per la quarantena nel Campo inglese di Atlith, provvisto di guardie e filo spinato. Successivamente Aliza e sua sorella furono inviate al Kibbuz Degania Alef, sul Lago di Tiberiade. 

Nel 1948 a Gerusalemme frequentò l’Istituto Bezalel per le arti applicate e l’artigianato. Qui apprese lo stile nazionale che includeva tradizioni ebraico-orientali ed europee. Il 14 maggio 1948 Aliza fu fra i giovani che sfilarono durante le cerimonie di fondazione dello Stato di Israele proclamato da Ben Gurion. 

Dal 1949 al 1975, in solitaria, visse in numerosi luoghi, approfondendo la propria formazione. Fu a Venezia, Firenze, Stoccarda, dove frequentò le locali accademie alla ricerca dello stile davvero capace di rappresentarla. Nel 1959 approdò a New York. Qui visse nel quartiere residenziale di Manhattan chiamato “Viertes Reich” per la massiccia presenza di famiglie ebree tedesche. Frequentò la Brooklyn Museum Art School che la fece decidere di dedicarsi all’arte liturgica. Aprì infatti un suo studio di scultura, collaborando a numerosi importanti progetti con altrettanti architetti. Ma gli sposta – menti non erano finiti. Il periodo che trascorse a Santa Fe, dove visse fra il 1975 e il 1987, le donò quella felice capacità coloristico-tonale che contraddistingue le sue opere pittoriche. 

Nel 1990 ritornò a Merano, dove viveva ancora la madre Olga, e proseguì nella sua ricerca pittorica. Aliza morì nel 2007 e riposa nel Cimitero ebraico meranese accanto alla madre e ad alcuni parenti. Le opere scelte per la mostra “Women in Art. Pittrici a Merano fra Ottocento e Novecento” a Palais Mamming sono parte del suo viaggio. Tierra Roja è un dittico realizzato nel 1978 a Santa Fe e riesce a trasportarci nelle zone desertiche del New Mexico, dove la terra assume le colorazioni più diverse, trascolorando dal rosso all’ocra, passando per i bruni. Nell’ampio dipinto pare di potersi perdere alla ricerca di tranquillità, lontani dalle zone eccessivamente antropizzate. Sempre agli anni di permanenza a Santa Fe appartiene il dipinto Ichtios , realizzato nel 1985. Qui la riflessione spirituale si palesa sia nella tela che nel titolo, che infatti significa “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Nel quadro tanto le tonalità e la luce intensa che vi si sprigiona quanto le forme geometriche consentono di alludere alla presenza di Gesù. Appartiene invece al periodo meranese Havel Havelim del 1996, che significa “tutto è vano, tutto è fugace e fallace” ed è tratto dall’Ecclesiaste, il libro che viene letto durante la festività autunnale di Sukkot. Sinai Sunset del 2003 è l’opera di una donna di settantasei anni, perfettamente al passo coi tempi sul piano artistico ma forse con uno sguardo a ritroso al suo lungo cammino, e i ricordi sembrano riemergere: la terra di Israele, il Sinai col suo carico di significati spirituali, i tramonti indimenticabili e le lettere ebraiche Alef, ossia Adonai, il Signore, e Bet, la prima lettera della Torah.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La cultura a tutto tondo

Qui Intervista a Cristina Rusu, laureata in Economia e commercio all’università di Timisoara in Romania, dove ha conseguito anche il master in “Impresa e analisi dei rischi”, Cristina Rusu vive a Merano con il marito e la figlia. Oltre “ai numeri”, sono l’arte, la letteratura e il design ad appassionarla moltissimo. Vista la sua empatia, la sua curiosità e gioia di vivere è molto ben inserita nella società cittadina e fa parte di più di una associazione culturale. È socia preziosa de La Fabbrica del Tempo. 

La cosa che mi piace di me.

La lealtà.

Il mio principale difetto.

Impulsiva, direi.

Il mio momento più felice.

Quando guardo mia figlia.

Un da portare libro sull’isola deserta.

Un libro sulle coltivazioni di piante commestibili.

La mia occupazione preferita.

Esattamente quello che faccio.

Il paese dove vorrei vivere.

L’Italia.

Il mio piatto preferito.

Quello cucinato bene.

Non sopporto…

Le scorciatoie, gli opportunisti.

Per un giorno vorrei essere.

Elon Musk.

Se fossi un animale sarei…

Una cerbiatta.

Mi sono sentita orgogliosadi me stessa…

Quando sono diventata indipendente economicamente.

Il mio motto.

Ne ho due in realtà – il primo “tutto torna“; il secondo “ogni donna è più forte della sua stessa valutazione”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Non lo dico per scaramanzia.

Il giocattolo che ho amato di più.

Amavo le estati in campagna dai nonni e giocavamo con tutto quello che trovavamo. L’importante era stare in compagnia.

I miei poeti preferiti.

Leggo spesso Eminescu e Nichita Stănescu.

I miei pittori preferiti.

Picasso, ma non solo.

Il dono di natura che vorrei avere.

La telepatia.

Dico bugie solo…

Più che bugie direi che si tratta di omissioni.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A Bolzano.

I colori che preferisco.

Il bianco, il nero e il verde.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Qualche mese fa.

Da bambina sognavo…

Di essere una “donna d’affari”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Hockey a Bolzano: non solo Foxes!

Il mondo del hockey su ghiaccio in Alto Adige è fortemente segnato dalla presenza del HCB Foxes; ma non esistono solo loro! Lo può confermare Roberto Scelfo, ex giocatore di hockey su ghiaccio italiano e oggi allenatore delle giovanili. Ha giocato per quasi tutta la sua carriera con la maglia del Renon, tra prima e seconda serie, ed è uno dei pochi portieri militanti nel campionato italiano ad avere all’attivo una rete segnata. Oggi parliamo assieme a lui di hockey altoatesino.

Ciao Roberto, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Roberto Scelfo ho 53 anni e sono cresciuto a Renon, con mamma altoatesina di Renon e papà siciliano; ho anche un fratello. Sono sposato e padre di tre figli (Michaela, Lorenzo e Victoria) e giovane nonno (ho già due nipotini).
La mia più grande passione era il calcio, fino a quando non ho conosciuto l’hockey su ghiaccio.

Come ti sei avvicinato al mondo dell’hockey?

Mi sono avvicinato a questo stupendo sport tramite amici. Andavamo a giocare al lago di Costalovara, avevo dieci anni.

Come hai deciso di diventare allenatore?

Dopo 23 anni di attività agonistica ho deciso di smettere e di dedicarmi alla famiglia, ma mi mancava la pista da ghiaccio e ho incominciato ad allenare le piccole categorie del Renon.
Dopo alcuni anni nel settore giovanile mi è stata data la possibilità di fare il viceallenatore della prima squadra, vincendo da subito il primo titolo della storia del Renon. Dopo quattro anni con la prima squadra mi sono trasferito a Trento per un progetto importante: far crescere l’hockey anche lì. Siamo partiti con 80 bambini, con categorie che arrivavano fino all’under 15. Dopo sei anni di lavoro siamo arrivati a 130 bambini circa e tutte le categorie nel settore giovanile.

Che squadre segui al momento?

Al momento seguo i ragazzi della categoria U16/U19 del Renon, ma lavoro anche con i più piccoli. In passato ho fatto parte dello staff tecnico della nazionale giovanile e senior.

Il lato più bello dell’essere allenatore?

Sono molti gli aspetti positivi! I ragazzi sono delle spugne e hanno tanta voglia d’imparare, sono curiosi e alla fine quando vedi i loro progressi ti senti felice per loro.
Alto Adige non significa solo Foxes… L’Alto Adige ha bisogno dei Foxes per dare visibilità e, un altro aspetto importante, dare stimoli ai giovani ragazzi di raggiungere un sogno, giocare per la squadra più importante in Italia.

Perché consiglieresti ad un ragazzo di iniziare a giocare ad Hockey?

L’Hockey è lo sport più veloce al mondo, dove nello stesso momento devi tenere l’equilibrio, pattinare, controllare un piccolo disco con una stecca e trovare la soluzione di gioco giusta. Durante la partita si gioca duro ma sempre rispettando l’avversario e a fine partita si ritorna amici.

Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi ragazzi?

Cerco di trasmettere la passione, la voglia di mettersi in gioco, di non mollare mai, di credere sempre in sé stessi e avere rispetto per gli altri.

Nella nostra regione ci sono abbastanza palazzetti? Sono in buone condizioni?

In Alto Adige dobbiamo essere felici per tutti i palazzetti che abbiamo, che sono peraltro in ottime condizioni. La cosa più importante secondo me però è utilizzare il ghiaccio al meglio, lavorando sui dettagli e accompagnando con attenzione la crescita dei ragazzi.

Autore: Niccolò Dametto

L’importanza della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare

Soprattutto tra i più giovani, ma non solo, i comportamenti anomali con il cibo si stanno progressivamente affermando come una vera e propria epidemia sociale, che deve essere affrontata con la necessaria consapevolezza e con gli strumenti adeguati. Ne parliamo con la dott.ssa Rita Trovato, specialista in Scienza dell’Alimentazione e Nutrizione Clinica che ha lavorato come medico interno presso la Cattedra di Scienza dell’Alimentazione e della Dietetica dell’Università degli Studi di Parma ed è stata anche viceprimario presso il Servizio di Dietetica e nutrizione clinica Comprensorio sanitario di Bolzano.

Si sente parlare diffusamente dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) come di una vera epidemia sociale. Ci può inquadrare brevemente il problema?

I Disturbi del Comportamento Alimentare sono da alcuni anni oggetto di attenzione crescente da parte del mondo scientifico e delle comunità degli operatori sanitari in virtù anche della loro diffusione tra le fasce sempre più giovani della popolazione. Questi disagi che rappresentano una difficile sfida sia per i clinici che per gli psicoterapeuti non  sono un capriccio ma disturbi psicosomatici complessi che si caratterizzano da un anomalo rapporto con il cibo, dalla alterata percezione del peso e della propria immagine. Tutti questi fattori si correlano tra loro in un profondo e conflittuale disagio psichico che trova espressione nell’alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo

Quali sono i disturbi più frequenti?

I disturbi sono classificati da manuali diagnostici internazionali e comprendono: l’Anoressia nervosa, la Bulimia nervosa, il Disturbo da alimentazione incontrollata. Vi sono inoltre forme parziali o subcliniche che non comprendono tutti i sintomi necessari per fare diagnosi dei disagi precedentemente elencati.

Come si distinguono tra loro?

L’Anoressia nervosa si caratterizza per consistente perdita di peso corporeo, rifiuto di mantenere un peso corporeo al di sopra del peso minimo normale per età e statura, intensa paura di ingrassare anche se si è fortemente sottopeso e influenza del peso e della forma corporea sull’autostima. La Bulimia nervosa si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffate compulsive con la sensazione di totale perdita di controllo, comportamenti di compenso volti ad evitare l’aumento di peso come vomito, abuso di lassativi e diuretici, esercizio fisico eccessivo, stima di sé influenzata dalla forma e dal peso corporeo. Il Disturbo da alimentazione incontrollata condivide con la bulimia nervosa gli episodi di abbuffata ma non le pratiche di compenso volte ad impedire l’aumento di peso per cui i soggetti possono sviluppare una condizione di obesità.

Questi disagi si riscontrano anche nella popolazione di sesso maschile?    

Il peso e le forme corporee sono diventati oggetto di cura e fonte di preoccupazione anche per gli uomini ma con espressioni diverse come la bigoressia intesa come esercizio muscolare compulsivo accompagnato da diete iperproteiche e abuso di integratori spinti dal desiderio di possedere un corpo sempre più muscoloso e dalla ortoressia caratterizzata dall’ossessione per una alimentazione sana. Nella mia esperienza professionale ho avuto comunque modo di notare anche tra i ragazzi un aumento sia dell’anoressia nervosa che della bulimia che del disturbo di alimentazione incontrollata.

Statistiche alla mano quanto è vasto il problema in Italia e nella nostra provincia?

Le ultime indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità stimano in almeno 3 milioni le persone che soffrono di un disturbo alimentare. La fascia di età maggiormente colpita va dai 15 ai 25 anni interessando prevalentemente il sesso femminile. Dopo la pandemia del 2020 i dati epidemiologici sottolineano purtroppo a livello europeo un forte aumento nelle fasce di età dei 10-13 anni con un incremento di casi clinicamente molto gravi. In Alto Adige l’indagine sui giovani dell’Istituto Provinciale di Statistica Astat 2021 rileva che il 24% delle giovani donne tra i 14 e i 25 anni si ritiene troppo grassa anche se normopeso o sottopeso. Il conseguente tentativo di dimagrimento, spesso con diete dannose e non necessarie, possono essere il primo passo verso un disturbo alimentare. Nel nostro territorio sono oltre 600 le persone che attualmente sono in cura con un aumento del 30% rispetto al 2020.Per i minori l’aumento è stato del 53%.

Possiamo parlare di cause che inducono insorgenza di un disturbo alimentare ?

Non esiste una risposta univoca a questa domanda, possiamo parlare di vari fattori di rischio sia genetici che ambientali. Alcune caratteristiche di personalità come perfezionismo, bassa autostima, difficoltà nel gestire le emozioni si associano ad una aumentata vulnerabilità nei confronti di questi disturbi. Tra i fattori socioculturali un ruolo significativo è svolto dai canoni dell’aspetto fisico promossi dall’industria della moda e della pubblicità dove il raggiungimento della magrezza è considerato, nella società occidentale, un modello vincente  e la valutazione di sé diventa dipendente dal peso e dalla forma del corpo.

Quali cure e quali speranze di guarigione?

La maggior parte delle persone con disturbi dell’alimentazione non ricevono una diagnosi e un trattamento adeguati. La guarigione raramente avviene da sola ma richiede un approccio integrato multidisciplinare (internisti, dietologi, psichiatri, psicologi, pediatri). Tutte queste figure professionali collaborano nelle varie fasi di un percorso diagnostico terapeutico concordato e condiviso che richiede un lavoro motivazionale costante. Le complicanze mediche e psichiche di una grave malnutrizione non trattata adeguatamente possono essere molto gravi. Il rischio di morte per una persona con diagnosi di anoressia è 5-10 volte superiore a quello di soggetti di pari età e sesso e il rischio suicidario costituisce circa il 20% di tutte le cause di morte. La diagnosi e la cura tempestiva presso strutture dedicate con operatori competenti risulta fondamentale per garantire un successo terapeutico ed evitare la cronicizzazione della patologia.

Cosa si sente di consigliare ?

Andrebbero promossi programmi di coordinamento e prevenzione attraverso rapporti di collaborazione con le scuole e con gli insegnanti, nonché con i medici di medicina generale, e coinvolgendo in questi programmi  anche l’industria alimentare, i media, l’ industria della moda, le  associazioni sportive senza dimenticare la volontà politica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un cubo, per uscire dal ritiro sociale 

“Dentro il Mio Cubo” è un’iniziativa organizzata dal progetto “Invisibili”, in collaborazione con Fondazione Museion di Bolzano, e si preoccupa di sensibilizzare e promuovere la consapevolezza sulla salute mentale, concentrandosi in particolare sul tema dell’isolamento. 

Il progetto consiste nella rielaborazione del tema attraverso l’arte. I ragazzi che frequentano l’atelier di Arte e Arteterapia del progetto “Invisibili”, dell’associazione “La Strada-der Weg”, insieme ad alcuni studenti interessati, verranno coinvolti nella realizzazione di opere d’arte sotto la guida di esperti esterni che collaborano all’iniziativa. 

Le opere realizzate verranno esposte all’interno del Cubo Garutti, o Piccolo Museion, situato in via Sassari 17b, offrendo uno spazio di riflessione sulla tematica. 

Grazie alla collaborazione con l’associazione Hikikomori Italia, “Dentro il Mio Cubo” si propone di coinvolgere i ragazzi in ritiro sociale, offrendo loro la possibilità di condividere le proprie opere. 

La mostra verrà inaugurata il 16 maggio e sarà possibile visitarla fino al 31 maggio. In questo periodo di tempo verranno invitate scuole e centri giovanili per condividere il senso di queste opere. Le classi potranno in seguito elaborare un tema o un aforisma che verrà raccolto e che darà l’idea per un futuro murales nella città di Bolzano. 

“Dentro il Mio Cubo” dimostra come l’arte possa essere utilizzata come mezzo di espressione e sensibilizzazione su tematiche importanti come il ritiro sociale. 

Autrice: Sanaa El Abidi COOLtour